{"id":19745,"date":"2025-04-22T11:32:29","date_gmt":"2025-04-22T09:32:29","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=19745"},"modified":"2025-04-22T11:32:29","modified_gmt":"2025-04-22T09:32:29","slug":"la-teologia-di-francesco-e-il-suo-stile-di-audacia-e-di-immaginazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-teologia-di-francesco-e-il-suo-stile-di-audacia-e-di-immaginazione\/","title":{"rendered":"La teologia di Francesco e il suo stile di audacia e di immaginazione"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/BergoglioMetro.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-4421\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/BergoglioMetro.png\" alt=\"\" width=\"217\" height=\"225\" \/><\/a><\/p>\n<p>Non vi \u00e8 dubbio che si possa anche essere disinteressati alla teologia espressa da un papa. E che si voglia restare alla sua simpatia o alla sua apertura. Ma credo che sia giusto non perdere di vista il valore teologico del papato che si \u00e8 appena compiuto. In mezzo a tanti discorsi, spesso generici, approssimativi e vuoti, una analisi che si muove limpidamente in questa direzione mi pare sia quella pubblicata oggi, 22 aprile, sul &#8220;Messaggero&#8221;, col titolo (parziale) &#8220;La piramide rovesciata dei laici nella Chiesa&#8221;, a firma di Luca Diotallevi, dalla quale vorrei iniziare la mia breve riflessione. La lettura muove da una prima osservazione: il pontificato di Francesco ha avuto due caratteristiche fondamentali: il suo riferimento al Concilio Vaticano II e la esigenza di &#8220;inaugurare processi&#8221;. Potremmo dire: riprendere il grande processo conciliare, per continuare in quella direzione. Questa premessa permette di identificare, secondo Diotallevi, 5 punti-chiave del pontificato, dove emergono accenti nuovi:<\/p>\n<p>a) la liturgia non \u00e8 in vendita e non \u00e8 a scelta.<\/p>\n<p>b) la carit\u00e0 precede, la dottrina segue. C&#8217;\u00e8 carit\u00e0 anche quando non tutto \u00e8 chiaro<\/p>\n<p>c) il sud del mondo deve contare di pi\u00f9 (e occorre elaborare una teoria adeguata di questi diritti)<\/p>\n<p>d) alle donne va riconosciuta finalmente una piena dignit\u00e0<\/p>\n<p>e) la piramide della Chiesa va rovesciata<\/p>\n<p>Di fronte a questi obiettivi, lucidamente identificati, e aperti &#8220;come processi&#8221;, non sempre \u00e8 corrisposta una adeguata elaborazione. Dice Diotallevi, a ragione: &#8220;Per strano che possa sembrare, sono abbondati sia difetto di decisione che eccesso di accentramento&#8221;. Questo indica, conclusivamente, che il compito indicato con autorit\u00e0 da Franesco resta il nostro compito. E che la recezione del Concilio Vaticano II impone alla Chiesa &#8220;processi&#8221; che non si possono considerare n\u00e9 compiuti n\u00e9 esauriti, che non basta aprire, ma occorre elaborare e strutturare.<\/p>\n<p>Di fronte a questo testo, che reputo di grande valore al quale sono grato per la chiarezza, mi sono chiesto: in che misura Francesco ha rinnovato la teologia cattolica? In che cosa consiste il valore &#8220;teologico&#8221;, in senso stretto e tecnico, del suo pontificato? Provo a dirlo aggiungendo qualche parola di metodo ai 5 punti sacrosanti, ricordati da Diotallevi.<\/p>\n<p>1. <strong>Francesco e la teologia come &#8220;stile&#8221;<\/strong>.<\/p>\n<p>Sembra persuasivo dedurre dal fatto che Francesco non fosse formalmente un teologo (come quasi tutti i papi prima di lui) la conseguenza che non abbia fatto teologia. In realt\u00e0, la sua profezia di pastore e di credente, di gesuita e di americano, gli ha dato un linguaggio teologico originale, che ha strutturato i migliori tra i suoi documenti. Dai quali, come \u00e8 evidente, traspare uno &#8220;stile teologico&#8221; &#8211; di questo si tratta &#8211; che costringe la teologia a cambiare stile, a entrare in un nuovo paradigma. Se applichiamo lo schema del &#8220;papa non teologo&#8221; rischiamo di cadere nella trappola di isolare la teologia dai sensi, dai sentimenti, dalle emozioni, dalle forme civili, dalla esteticta, dalla politica. Questo \u00e8 il gioco in cui alcuni modernisti e molti antimodernisti sono sempre stati alleati. No, Francesco non ha rinunciato alla teologia, ma ha preteso che la teologia si immergesse nei linguaggi della vita, come \u00e8 la sua vocazione pi\u00f9 originaria. La sua passione per la vita e per letteratura traspariva nei neologismi, nelle immegini, nei passaggi sorprendenti dei suoi testi pi\u00f9 alti. Anche in questo aspetto Francesco \u00e8 stato un figlio del Concilio Vaticano II: dai grandi testi di quel Concilio ha tratto la &#8220;autorevolezza dello stile&#8221;, che \u00e8 forse una cosa che hanno capito soprattutto i teologi (e i pastori) americani: ossia il fatto che il Vaticano II \u00e8 stato anzitutto un evento di &#8220;stile&#8221;, di linguaggio, di immagini e di immaginario. Questo \u00e8 il cambiamento che avevamo gi\u00e0 vissuto in un Concilio, ma non ancora in un papato. Con Francesco, un papa ha iniziato a parlare, in molti casi, con il linguaggio del Vaticano II. Questo \u00e8 stati ed \u00e8 un evento teologico, un evento di stile a modo suo irreversibile. Come irreversibile \u00e8 stato il Vaticano II, cos\u00ec irreversibile \u00e8 per il papato aver iniziato a parlare con questo stile. Il presentimento, che il Concilio ci aveva dato, dalla sera del 13 marzo del 2013 \u00e8 diventato capace di riconoscere, anche in Francesco, proprio un papa, nonostante il suo linguaggio fosse cos\u00ec diverso da molti altri papi! La sua audacia era il riflesso della audacia conciliare, che quasi avevamo dimenticata.<\/p>\n<p>2. <strong>I processi e le forme istituzionali<\/strong><\/p>\n<p>Un papa che si lascia ammaestrare non solo dalle parole del Vaticano II, ma dal suo &#8220;stile&#8221;, comprende come un compito la esigenza di &#8220;inaugurare processi&#8221;, di &#8220;uscire&#8221;, di superare la &#8220;autoreferenzialit\u00e0&#8221;. Questo significa, teologicamente, riconoscere che la Chiesa ha una autorit\u00e0 sulla propria tradizione e che pu\u00f2 ancora, come scriveva Giovanni XXIII nella apertura del Concilio, distinguere tra &#8220;sostanza della antica dottrina&#8221; e &#8220;formulazione del suo rivestimento&#8221;. Significa ammettere che il passato non \u00e8 anzitutto uno scudo o una spada con cui vincere il presente. La parola nuova, che Francesco ha ripreso dal Vaticano II, \u00e8 che su liturgia, dottrina, sud del mondo, donne e struttura della Chiesa, la tradizione, per essere fedele, deve saper cambiare. Su questo punto \u00e8 vero che &#8220;iniziare processi&#8221; \u00e8 una cosa, farli davvero avanzare \u00e8 una cosa diversa. Su molti dei punti bene evidenziati dalla analisi di Diotallevi vi \u00e8 stato proprio quel &#8220;pendolo&#8221; tra indecisione e accentramento che costituisce una questione non soggettiva, ma oggettiva. O, meglio, che la tradizione ha reso soggettiva (facendola dipendere solo dal papa) non riconoscendone la identit\u00e0 istituzionale. I processi chiedono cambiamenti istituzionali. Se non li fai, il processo gira a vuoto. Questo \u00e8 un punto delicatissimo, su cui al processo da iniziare deve corrispondere la forma istituzionale adeguata per continuare. Questo aspetto ha segnato, trasversalmente, tutto il pontificato di Francesco, dalla liturgia, alla famiglia, dalle donne al sud del mondo, dalla forma sinodale alla promozione della pace. Una certa &#8220;diffidenza&#8221; verso le forme istituzionali ha segnato tutto il pontificato, nel bene come nel male. La sua audacia riguardava pi\u00f9 il cuore che le strutture. I processi per\u00f2 esigono le seconde non meno del primo.<\/p>\n<p>3. <strong>La teologia &#8220;rapida&#8221; nel senso migliore<\/strong><\/p>\n<p>Vi \u00e8, infine, l&#8217;aspetto del dialogo con la cultura contemporanea, talvolta segnato da una lettura &#8220;integralista&#8221; delle societ\u00e0 aperte. In questi casi era come se nella teologia di Francesco apparissero &#8220;punti ciechi&#8221;, sui quali si dava semplicemente lo scontro con le forme civili: in pochi casi, ma di rilievo. Ma il fondo della lettura restava segnato da una &#8220;simpatia&#8221; verso le nuove forme di vita comune, che non venivano pregiudicate da un modello di pensiero legato a doppia mandata con una societ\u00e0 chiusa. In questa direzione va la qualit\u00e0 &#8220;rapida&#8221; della sua teologia. Non tanto per la capicit\u00e0 di trovare subito una risposta ad ogni questione. Da questa velocit\u00e0, un poco burocratica e scostante, Francesco ha saputo prendere le distanze eroicamente, su molti piani: sul piano ecumenico, sul piano sessuale, sul piano dottrinale ha saputo essere &#8220;rapido&#8221; in un modo nuovo, ossia nel saper assumere, rapidamente, il punto di vista dell&#8217;interlocutore, cercando di valutarlo non in contumacia. Questo tratto della teologia di Francesco, che onora lo stile del Concilio Vaticano II portandolo pi\u00f9 avanti, risulta promettente. Anche se la sua teologia \u00e8 stata &#8220;rapida&#8221; nel cogliere la ampiezza delle questioni, ma spesso \u00e8 diventata troppo &#8220;veloce&#8221; nell&#8217;impostare le soluzioni, la eredit\u00e0 che ne traiamo \u00e8 teologicamente qualificante. Indica a noi, come cristiani e come teologi, quel compito elementare, ma arduo, che Francesco ha espresso ai laici della Azione Cattolica con una formula, giustamente ricordata da Diotallevi:<\/p>\n<p>&#8220;Siata audaci. Non siete pi\u00f9 fedeli alla Chiesa se aspettate a ogni passo che vi dicano che cosa dovete fare&#8221;.<\/p>\n<p>Questa audacia, insieme alla inquietudine, alla incompletezza e alla immaginazione, sono le caratterstiche fondamentali di quella che riconosciamo come la teologia che Francesco ci ha lasciato in eredit\u00e0. Non solo una passione o una emozione per Dio, ma un modo di parlare e di pensare Dio riconosciamo con gratitudine nelle parole pi\u00f9 alte del magistero di Francesco.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Non vi \u00e8 dubbio che si possa anche essere disinteressati alla teologia espressa da un papa. E che si voglia restare alla sua simpatia o alla sua apertura. 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