{"id":19304,"date":"2024-06-02T18:48:02","date_gmt":"2024-06-02T16:48:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=19304"},"modified":"2024-06-02T18:48:02","modified_gmt":"2024-06-02T16:48:02","slug":"cosmopolis","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/cosmopolis\/","title":{"rendered":"Cosmopolis"},"content":{"rendered":"<p>\u00abConsigliato da un amico, verso la fine degli anni 1990 il teologo Harvey Cox, professore a Harvard, si mise a leggere il quotidiano <em>Wall Street Journal<\/em> e a consultare le pagine di economia e impresa dei settimanali <em>Time<\/em> o <em>Newsweek<\/em>, trovandovi \u201cgli elementi di una grande narrazione sul senso profondo della storia umana, le ragioni per cui le cose sono andate male e il modo per rimediarvi: una mitologia delle origini, racconti di decadenza, una dottrina del peccato e della redenzione\u201d\u00bb: \u00abtassi di interesse pi\u00f9 alti per combattere l\u2019inflazione, non cedere alle sirene tentatrici dello statalismo e alla vertigine di stampare denaro, ma aprire ai mercati nuovi settori di attivit\u00e0, praticare l\u2019ascesi in forma di rinuncia alla protezione sociale \u2026 la felicit\u00e0, poi, torner\u00e0\u00bb. Daniel Cohen, Ecole Normale Sup\u00e8rieure de Paris, riassumeva: \u00abecco il primo comandamento di mercato, <em>\u201cNon ce n\u2019\u00e8 mai abbastanza!\u201d<\/em>\u00bb [Stephane Foucart, \u00abLe march\u00e9, derni\u00e8re croyance de l\u2019Occident?\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 24\/03\/24, online].<\/p>\n<p>\u00c8 lo stesso comandamento che nella Russia di Putin manda in Ucraina a morire in media 120 soldati russi al giorno (secondo il sito indipendente Meduza), ma \u00abla vita a Mosca dopo due anni di sanzioni: \u201cStiamo meglio di prima\u201d\u00bb [Antonella Scott, <em>Il Sole 24 Ore<\/em>, 14\/04\/24, p. 11].<\/p>\n<p>Crollata l\u2019URSS, si \u00e8 globalizzato un \u00absistema manageriale, di dirigenti, non un sistema capitalistico tradizionale. Questa grossa trasformazione \u00e8 stata chiamata la \u201crivoluzione manageriale\u201d\u00bb scrisse nel 1963 in USA l\u2019avvocato d\u2019impresa David T. Bazelon. \u00abQuando cerchiamo di cogliere il carattere del nuovo ordine manageriale (nel tentativo di vedere le istituzioni che stanno <em>sotto la carta<\/em>), finiamo sempre per trovarci di fronte ad una cosa che somiglia molto alla politica intesa in senso lato\u00bb [tr.it. <em>L\u2019economia di carta<\/em>, Comunit\u00e0 1964, pp. 225 e 248]. Ovvero: il fine giustifica i mezzi. \u00abMercati, nove indici ai massimi storici. La spinta dei buyback\u00bb, titola in prima <em>Il Sole 24 Ore<\/em> il 12 maggio.<\/p>\n<p>Sul modello Thatcher, Putin, Trump, nota un amico avvocato d\u2019impresa, nel laboratorio Italia il governo vuole il premier\/amministratore delegato responsabile verso i referenti\/azionisti e nominato ogni cinque anni dai cittadini\/imprenditori di se stessi.<\/p>\n<p>Marco Onado ci aiuta a capire recensendo <em>Capitalisti silenziosi. La rivincita delle imprese familiari<\/em> di Roberto Mania. \u00abNon \u00e8 un caso che studiosi attenti come Colin Mayer o Vittorio Coda, per citare solo coloro che hanno sollevato il problema in tempi non sospetti, abbiano rigorosamente dimostrato le degenerazioni insite nell\u2019interpretazione acritica alla dottrina neo-liberista, cara ai manager che, con la scusa del <em>shareholder value<\/em>, intascano sontuosi bonus, aggravando fino all\u2019estremo la sperequazione rispetto alla remunerazione media dei lavoratori. Mayer ha addirittura affermato che \u201cl\u2019impresa di oggi sta diventando una creatura che minaccia di distruggerci\u201d nella sua ambizione egoistica\u00bb [\u00abL\u2019orizzonte lungo dei distretti\u00bb, <em>Il Sole 24 Ore Domenica<\/em>, 7\/4\/24, p. II].<\/p>\n<p>\u00abLa piccola e media impresa \u00e8 la spina dorsale del sistema produttivo italiano: contribuisce in misura determinante alle esportazioni e quindi all\u2019equilibrio dei nostri conti con l\u2019estero, ha raggiunto posizioni di vertice in molti comparti, compresi quelli che comportano tecnologie sofisticate e in continua evoluzione e dunque un impegno costante nella ricerca e sviluppo. Anche se oggi si parla di capitalismo 4.0 e 5.0, si tratta dell\u2019evoluzione di quell\u2019Italia dei distretti che economisti come Giorgio Fu\u00e0, Giacomo Becattini e Sebastiano Brusco avevano gi\u00e0 individuato negli anni 70\u00bb. \u00abIl profitto \u00e8 visto come condizione fondamentale di successo e di sopravvivenza, ma non come una variabile da massimizzare sempre e comunque nel breve periodo, come invece succede nel mondo delle grandi imprese, soprattutto se quotate, in particolare nel mondo anglosassone\u00bb [ibid].<\/p>\n<p>Piccole e medie imprese con a<em>nimal spirits<\/em>, per Keynes \u00abingrediente essenziale di ogni ripresa economica ma, secondo l\u2019economista, vi sono circostanze in cui l\u2019alleato pi\u00f9 forte degli\u00a0<em>animal spirits<\/em> \u00e8 una politica economica attiva\u00bb <em>[Dizionario di Economia e Finanza,<\/em> Treccani 2012, online], vale a dire, scrive Giacomo Vaciago, \u00abun insieme di regole e di azioni grazie alle quali il governo di un Paese fa in modo che i suoi obiettivi in campo economico e sociale siano conseguiti. Sono 4 i principali obiettivi di politica economica attiva: efficienza, equit\u00e0, stabilit\u00e0, crescita\u00bb [ivi]. Gli stessi dell\u2019impresa.<\/p>\n<p>Ma nel neoliberista villaggio globale, annunci\u00f2 Marshall McLuhan nel 1964, \u201cthe medium is the message\u201d e l\u2019opinione pubblica \u00e8 un libero mercato politico dove \u201cbasta che l\u2019uccellino venga preso per l\u2019unghietta e l\u2019uccellino \u00e8 perduto\u201d. <em>The Economist<\/em> conferma: \u00abstraordinari mezzi di intelligenza artificiale (AI) e intricate reti di account di social media usati per creare e condividere foto, video e audio bizzarri e convincenti, confondendo fatti e finzione. Nell\u2019anno in cui mezzo mondo ha elezioni, ci\u00f2 alimenta il timore che la tecnologia possa rendere impossibile combattere la disinformazione, minando la democrazia in modo fatale\u00bb [\u00abHow disinformation works-and how to counter it\u00bb, 4\/0\/5\/24, online]. <em>La rete ci render\u00e0 stupidi?<\/em> Se lo chiedeva in una conferenza del 2014 Derrick de Kerchove, gi\u00e0 direttore del McLuhan Program in Culture &amp; Technology di Toronto. \u00abNell\u2019era dei <em>big data<\/em>, le risposte dipendono unicamente dalle domande. Meglio imparare a fare bene le domande che a dare le risposte, bench\u00e9 giuste\u00bb [Castelvecchi 2016, p. 23]. \u00abFondamentale, per\u00f2, \u00e8 stabilire a quale livello di perdita di silenzio siamo disposti ad acconsentire\u00bb [p. 44]. \u00c8 il nostro problema.<\/p>\n<p>Fin dal 1969 sappiamo da Carlo M. Cipolla, storico dell\u2019economia, che \u00abil fatto di istruire un selvaggio nell\u2019uso di tecniche avanzate non lo trasforma in una persona civilizzata, ne fa solo un selvaggio pi\u00f9 efficiente\u00bb [<em>Literacy and Development in the West<\/em>, Harmondsworth 1969, p. 110]. Trent\u2019anni dopo doveva ribadire: \u00abmentre insegniamo le tecniche, dobbiamo insegnare anche il rispetto per la dignit\u00e0 e il valore e il carattere sacro della personalit\u00e0 umana. Se non vogliamo che la fine sia peggiore dell\u2019inizio \u00e8 necessario intraprendere un\u2019azione urgente\u00bb [<em>Uomini, tecniche, economie<\/em>, tr.it Feltrinelli 1999, p. 142]. Anzitutto in Europa, di nuovo sull\u2019orlo della guerra perch\u00e9 nell\u2019Unione Europea \u00e8 avamposto del mondo in transizione verso <em>Cosmopolis<\/em>.<\/p>\n<p><strong><em>COSMOPOLIS.<\/em><\/strong> <em>La nascita, la crisi e il futuro della modernit\u00e0<\/em> [tr.it. Rizzoli 1991] fu pubblicato nel 1990 da Stephen Toulmin, docente di filosofia alla Northwestern University. I \u00abdue atteggiamenti verso il futuro \u2013 uno immaginativo, l\u2019altro nostalgico \u2013 non implicano orizzonti di aspettativa diversi. La scelta \u00e8 tra <em>fronteggiare<\/em> il futuro, e quindi porci delle domande sui \u201cfuturibili\u201d disponibili, oppure <em>indietreggiare<\/em> verso di esso senza tali orizzonti e tali idee\u00bb [p. 281]. \u00abIn un sermone, pronunciato prima dell\u2019avvento della Modernit\u00e0, John Donne ricord\u00f2 alla sua congregazione che \u201cnessun uomo \u00e8 un\u2019isola\u201d, mai toccato dal fato dei suoi simili; e la stessa cosa si pu\u00f2 dire dei progetti tecnologici e ingegneristici. Non possono essere giudicati isolandoli dal resto dell\u2019umanit\u00e0 o dagli interessi delle altre specie, la cui vita \u00e8 influenzata \u2013 o magari minacciata \u2013 dalla loro esecuzione\u00bb [ivi, p. 283].<\/p>\n<p>\u00abDobbiamo quindi guardare meno alle superpotenze e alle altre societ\u00e0 naturalmente conservatrici, per concentrarci sulle regioni dove le strutture istituzionali sono meno rigide. In Europa, dove sono nate la teoria e la pratica dello stato-nazione, la debolezza di quest\u2019ultimo \u00e8 ora affrontata a viso aperto. La storia delle Comunit\u00e0 europea ci insegna come stati che in precedenza si erano affidati a stabilit\u00e0 tradizionali, sia dal punto di vista diplomatico che da quello interno, si siano poi dimostrati adattabili e pronti a costruire le istituzioni necessarie alla creazione di un\u2019unione funzionale. Grazie a due tragici spasmi \u2013 le guerre del 1914-1918 e del 1938-1945 \u2013 gli europei hanno provato che la nazionalit\u00e0 \u00e8 una base limitata per la rivendicazione di una lealt\u00e0 allo stato, cos\u00ec come hanno fatto per la religione trecento anni fa, nella guerra dei trent\u2019anni: si \u00e8 cos\u00ec dato inizio ad un flusso istituzionale che ha trasformato una serie di vicini sospettosi, con rivalit\u00e0 economiche e memorie ostili, in un\u2019unione economica, e prevedibilmente, in un\u2019unit\u00e0 politica con il potere di gestire le lealt\u00e0 comuni\u00bb [ivi, p. 285].<\/p>\n<p>\u00abDobbiamo piuttosto distribuire l\u2019autorit\u00e0 e adattarla con maggiori precisione e pi\u00f9 discernimento: da un lato ai bisogni delle aree e delle comunit\u00e0 locali, dall\u2019altro a funzioni transnazionali pi\u00f9 vaste. E questa proposta non \u00e8 astratta o ipotetica\u00bb [ivi, p. 286]. In UE \u00e8 concreta.<\/p>\n<p>\u00abLa vita e il pensiero saranno modellati tanto dalle attivit\u00e0 e dalle istituzioni a livello <em>non-nazionale<\/em> \u2013 subnazionali e transnazionali, internazionali e multinazionali \u2013 che da quelle ricevute in eredit\u00e0 dallo stato-nazione centralizzato. Invece di deplorare questo cambiamento coinvolgendo in un\u2019unica condanna (per esempio) le grandi aziende multinazionali e il Fondo monetario internazionale, \u00e8 pi\u00f9 utile domandarci come l\u2019ideale del \u201cgoverno rappresentativo\u201d possa essere esteso a queste istituzioni, in modo da rendere possibile un controllo della loro attivit\u00e0 da parte delle persone maggiormente influenzate da esse\u00bb [ivi, p. 287]. \u00c8 il nocciolo della questione. \u00abDa Hobbes a Marx e oltre, la teoria politica \u00e8 stata scritta in termini nazionali e internazionali. Le nostre riflessioni sull\u2019ordine della societ\u00e0, e su quello della natura, sono ancora dominate dalla immagine newtoniana di un potere massiccio esercitato da poteri sovrani per mezzo di una forza centrale; abbiamo perso il senso di tutti gli aspetti sociali e politici dove il raggiungimento degli obiettivi dipende dall\u2019<em>influenza<\/em> pi\u00f9 che dalla <em>forza<\/em>\u00bb [ivi, pp. 288-9]. L\u2019UE \u00e8 l\u2019innovazione che fa eccezione.<\/p>\n<p>\u00abSpinta anche da considerazioni economiche, la graduale unificazione del diritto in Europa \u00e8 avvenuta molto prima del formale progetto di comunit\u00e0 politica ed economica. Poich\u00e9 le differenze dei bisogni e delle aspirazioni si stavano riducendo nello spazio europeo, i diritti dei diversi Paesi europei si sono avvicinati fra loro spontaneamente e naturalmente, nonostante il primato delle legislazioni nazionali\u00bb. \u00abInvece di contrapporsi, queste diverse fonti del diritto (legislazione e giurisprudenza) insieme hanno creato un nuovo sistema che non \u00e8 n\u00e9 continentale n\u00e9 inglese, n\u00e9 tradizionale n\u00e9 completamente moderno, ma che si reinventa continuamente per adattarsi a nuove circostanze\u00bb. \u00abGli studiosi del diritto europeo hanno evidenziato che molte delle sfide che attendono l\u2019Unione europea non sono tipicamente europee. Al contrario sono insite nel modo in cui il diritto moderno si \u00e8 sviluppato in un mondo globalizzato\u00bb [Tamar Herzog, <em>Breve storia del diritto in Europa. Dal diritto romano al diritto <\/em>europeo, tr.it. il Mulino 2024, p. 294]. Europa, sale della terra.<\/p>\n<p>\u00abLa modernit\u00e0 ha stabilito che non si pu\u00f2 fare politica senza fare filosofia, senza esercitare la forza critica e costruttiva di un pensiero rivolto all\u2019azione. \u201cDemocrazia\u201d \u00e8 appunto, l\u2019essenza, la verit\u00e0 di questa politica, perch\u00e9 \u00e8 la lotta \u2013 consapevole, non ingenua, assunta come diritto ma anche come dovere, del soggetto singolo e collettivo, della persona e del popolo composto da liberi e uguali \u2013 della luce della ragione contro l\u2019autorit\u00e0, contro la gerarchia naturale, contro l\u2019opacit\u00e0 e il segreto\u00bb [Carlo Galli, <em>Democrazia, ultimo atto?<\/em>, Einaudi 2023, p. 4]. \u00abSi capisce che fare quadrato anche con il peggio del proprio gruppo rafforzi comunque il gruppo, ma poich\u00e9 rende difficile dialogare con il meglio degli altri gruppi, allontana soluzioni comuni, che sono anche le uniche possibili\u00bb [Edoardo Lombardo Vallauri <em>Le guerre per la lingua. Piegare l\u2019italiano per darsi ragione<\/em>, Einaudi 2024, p. 124].<\/p>\n<p>Soluzioni comuni possibili in UE, anche se \u00abnon c\u2019\u00e8 forse un altro continente che disponga di cos\u00ec pochi fattori naturali di unit\u00e0 come l\u2019Europa. La geografia non unisce un paese diviso da montagne e aperto verso tutti i mari del mondo. Non v\u2019\u00e8 altrove un numero tanto grande di lingue colte e di culture condensate in poco territorio. La nostra poi \u00e8 una storia di guerre e conflitti civili, economici, religiosi\u00bb. \u00abSe dunque l\u2019Europa deve diventare una, non sar\u00e0 che grazie alla volont\u00e0 esplicita dei cittadini, del loro libero consenso, mosso da valori ideali e dalla scoperta e suscitazione di interessi comuni, cio\u00e8 del bene comune europeo. Solo cos\u00ec si potr\u00e0 operare una sintesi politica fondata sul rispetto delle persone e dei gruppi, ma nello stesso tempo sulla disponibilit\u00e0 di persone e gruppi a compiere sacrifici per il bene comune dell\u2019intero continente\u00bb [Carlo Maria Martini, discorso per la festa di S. Ambrogio il 6 dicembre 1991, <em>Verso un\u2019Europa unita?<\/em>, Centro Ambrosiano 1991, p. 16].<\/p>\n<p>Dopo due guerre mondiali e due genocidi scatenati da interessi di gruppo, Europa, madre delle rivoluzioni, \u00e8 divenuta Unione Europea, osteggiata da interessi di gruppo, interni e esterni, eredi della \u00abbarbarie politica del XX secolo\u00bb. \u00abFenomeni come l\u2019olocausto e la corsa agli armamenti nucleari, secondo L\u00e9vi-Strauss, non sono accidentali. Sono i correlativi diretti dell\u2019atteggiamento omicida dell\u2019uomo nei confronti dell\u2019ecologia\u00bb [George Steiner, <em>La nostalgia dell\u2019assoluto<\/em>, Bruno Mondadori 2000, p. 42].<\/p>\n<p>In Europa madre delle rivoluzioni tutto dipende da noi cittadini. Cittadini ed elettori consapevoli che \u00abla via da percorrere \u00e8 quella che passa dalla fermezza dell\u2019attesa, dalla fiducia in un mondo futuro che sta gi\u00e0 nascendo\u00bb [<em>Munera<\/em>, n. 1\/2014, editoriale], mentre in Europa e fuori i sovranisti vogliono farci rinunciare alla primogenitura per un piatto di lenticchie, come Esa\u00f9 [Gen, 25-34].<\/p>\n<p>\u00c8 un precedente, anzi <em>il<\/em> precedente. Resi esperti, possiamo e dobbiamo fare meglio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abConsigliato da un amico, verso la fine degli anni 1990 il teologo Harvey Cox, professore a Harvard, si mise a leggere il quotidiano Wall Street Journal e a consultare le pagine di economia e impresa&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":8,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[51],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19304"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/8"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=19304"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19304\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":19307,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19304\/revisions\/19307"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=19304"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=19304"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=19304"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}