{"id":19203,"date":"2024-04-26T21:09:14","date_gmt":"2024-04-26T19:09:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=19203"},"modified":"2024-04-26T21:10:13","modified_gmt":"2024-04-26T19:10:13","slug":"leconomia-di-carta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/leconomia-di-carta\/","title":{"rendered":"L&#8217;economia di carta"},"content":{"rendered":"<p>\u00abBorse, un rally da 20mila miliardi\u00bb, titola su cinque colonne in prima pagina <em>Il Sole 24ORE<\/em> del 24 marzo 2024. A p. 3 Vito Lops informa che la capitalizzazione delle Borse (118mila mliardi di dollari) ha superato il Prodotto Interno Lordo globale (105mila), \u201csoglia di allarme\u201d di mercati sopravvalutati secondo il guru degli investimenti Warren Buffet. Dopo di che il driver dell\u2019intelligenza artificiale, Nvidia, \u00e8 balzato di oltre il 7% (e supera il prodotto interno italiano). Lops ricorda che \u00abl\u2019economista Robert Schiller ha scritto un libro intitolato \u2018Esuberanza irrazionale\u2019, sottolineando che a volte i mercati si sganciano dai fondamentali per farsi guidare da quelli che l\u2019economista britannico John Maynard Keynes definiva gli \u2018animal spirits\u2019\u00bb. \u00abLe Borse salgono perch\u00e9 crescono gli utili, a loro volta gonfiati dall\u2019inflazione\u00bb. \u00abQuesto accade fin che la barca va. Fintanto che le aziende riusciranno a vendere beni e servizi a prezzi pi\u00f9 alti. La recessione arriva proprio quando questo meccanismo si inceppa\u00bb, ma \u00abdi questo i mercati azionari non si preoccupano, perch\u00e9 il loro cannocchiale non si spinge molto lontano: 6-12 mesi\u00bb. Vecchia storia.<\/p>\n<p>\u00abKeynes fu il primo a capire che sulla scena delle decisioni economiche, nel mondo dell\u2019industria come in quello della finanza, ci fossero sempre,\u00a0 invisibili, anche gli aspetti umorali della mente umana. Tali umori possono tendere al pessimismo, come ai tempi della grande depressione del 1929 negli Stati Uniti, quando la disperazione era il sentimento prevalente, ma il termine ha di solito una connotazione positiva, di \u2018voglia di fare\u2019, di ricominciare. \u00c8 proprio l\u2019imperscrutabile psicologia della persona a far germogliare quella sorta di \u2018ottimismo ingenuo\u2019 che spinge un imprenditore a allontanare l\u2019idea di una perdita e a insistere nell\u2019intrapresa, accantonando il pensiero di una sconfitta come \u201cun uomo sano allontana il pensiero della morte\u201d.\u00a0Nella realt\u00e0, la fiducia di cui parla Keynes, e di cui gli\u00a0<em>animal spirits<\/em>\u00a0sono i portatori, \u00e8 l\u2019ingrediente essenziale di ogni ripresa economica ma, secondo l\u2019economista, vi sono circostanze in cui l\u2019alleato pi\u00f9 forte degli\u00a0<em>animal spirits<\/em>\u00a0\u00e8 una politica economica attiva [in \u00ab<em>The general theory of employment, interest and money\u00a0<\/em>(1936)\u00bb,<em> Dizionario di economia e finanza<\/em>, Treccani, 2012, online].<\/p>\n<p>Con intelligenza strategica e molti <em>animal spirits<\/em>, un amico imprenditore sollecita una politica attiva della Banca Centrale Europea. Insieme a un Governo UE pi\u00f9 responsabile verso il Parlamento Europeo e meno soggetto agli Stati, \u00e8 la posta in gioco nelle elezioni del prossimo giugno. La crisi terminale degli stati nazionali \u2013 con i loro meriti e demeriti storici \u2013 \u00e8 evidente anche in Europa che li ha inventati. Per dire, il laboratorio Italia va tanto pi\u00f9 fuori mercato quanto pi\u00f9 si fa mercato trasformandosi, via\u00a0 detassazione, in intermediario finanziario atipico a servizio degli interessi cosiddetti forti, sul modello Thatcher. Intanto il mondo va da un\u2019altra parte, scrive Anthony Padgen, docente di storia e scienza politica nella University of California. \u00abTutte le nazioni, tutti gli stati, bench\u00e9 isolazionisti, sono costretti a condividere gli spazi globali in cui si trovano a spartirsi le risorse del pianeta in costante diminuzione, tanto che nessuno \u00a0potrebbe a lungo sopravvivere lontano dagli altri. Nessuno stato \u00e8 oggi, e probabilmente dalla fine del XVIII secolo, autosufficiente\u00bb [<em>Oltre gli Stati<\/em>, tr.it. il Mulino 2023, p. 61].<\/p>\n<p>Dopo la seconda guerra mondiale, la necessaria ricostruzione materiale del mondo fu realizzata grazie alla politica economica keynesiana di affiancare agli <em>animal spirits <\/em>le istituzioni nazionali e internazionali necessarie per realizzare lo sviluppo epocale, di produzione ma non solo, dei Gloriosi Trenta anni dal secondo dopoguerra fino alla crisi del 1973. Al crollo dell\u2019URSS segu\u00ec l\u2019illusorio trionfalismo della globalizzazione neoliberista, tutta <em>animal spirits<\/em> che, nel voluto vuoto di politica economica, oggi sono tornati a fare leva sull\u2019inflazione a spese degli stati e dei loro cittadini presunti sovrani. In Italia, ci informa ancora in prima pagina <em>Il Sole 24 ORE<\/em> del 14 aprile 2024, \u00abl\u2019inflazione taglia la spesa reale: dalla Pa (-4%) alla sanit\u00e0 (-6,2%)\u00bb. Vecchia storia, l\u2019economia di carta.<\/p>\n<p><strong><em>L\u2019economia di carta<\/em><\/strong> [<em>The Paper Economy<\/em>, tr.it. Edizioni di Comunit\u00e0 1964, ed.or. 1963] fu scritto sessanta anni fa da David T. Bazelon. Laureato in legge a Yale e poi consulente a New York di societ\u00e0 per azioni, si rese conto che \u00abnel complesso l\u2019ideologia corrente del mondo economico \u00e8 soltanto un\u2019evasione dalla realt\u00e0 della vita, accompagnata da pugni sul tavolo. Faceva il gallo nel pollaio prima del New Deal e resta oggi l\u2019interpretazione pi\u00f9 onnipresente di Quel che Stiamo Facendo. Ma si \u00e8 messa sulla difensiva, e da qualche tempo il suo principale contenuto \u00e8 sempre pi\u00f9: Quel Che Stiamo Facendo di Sbagliato\u00bb [p. 29]. \u00ab\u00c8 infatti manifesto che gli interessi economici non sono controrivoluzionari, bens\u00ec decisi a sabotare risolutamente un ragionevole adattamento alla trasformazione\u00bb [p. 39]. \u00c8 tuttora il nostro problema.<\/p>\n<p>\u00abLa posizione classica decisamente sbaglia nel descrivere la nostra attuale situazione, perch\u00e9, per noi, la propriet\u00e0 non \u00e8 pi\u00f9 decisiva. Ora ci\u00f2 che pi\u00f9 conta \u00e8 il <em>controllo<\/em> della propriet\u00e0. La propriet\u00e0 resta importante nella distribuzione ultima dei beni, ma \u00e8 sempre meno importante nella fase della produzione. Il riconoscimento dell\u2019importanza prioritaria del controllo, e la sua dissociazione dalla propriet\u00e0, sono ci\u00f2 che in generale si intende con il termine \u2018managerialismo\u2019. Il nostro \u00e8 un sistema manageriale, di dirigenti, non un sistema capitalistico tradizionale. Questa grossa trasformazione \u00e8 stata chiamata la \u2018rivoluzione manageriale\u2019, o rivoluzione dei tecnici. Questa felice definizione \u00e8 di James Burnham\u00bb [p. 225]. Sessant\u2019anni dopo, questa trasformazione ha prodotto gli <em>stati-azienda<\/em>, ci informa Anthony Padgen [cit., p.128] e mentre l\u2019economia di carta dilaga, la crisi climatica impone un ragionevole adattamento alla situazione. Padgen indica come.<\/p>\n<p>\u00abL\u2019unico mezzo per contrastare il potere e l\u2019influenza senza freni delle grandi multinazionali \u00e8 accrescere, come afferma Ulrich Beck, l\u2019universalizzazione dei diritti umani, dei lavoratori, delle popolazioni. Le federazioni transnazionali e le varie forme di confederazione costituiscono l\u2019unico strumento in grado di dominare il potere delle multinazionali. L\u2019Unione Europea, per esempio, dagli anni Novanta del Novecento svolge un ruolo sempre maggiore nella <em>governance<\/em> globale, costruendo uno \u201cStato regolatore europeo\u201d basato su un sistema di regole intergovernative. Oltre a garantire il libero scambio, queste ultime si sono anche adoperate affinch\u00e9 tutte le parti coinvolte fossero tutelate attraverso condizioni di sicurezza e di correttezza. Nessuno stato democratico sarebbe potuto arrivare a tanto per proprio conto, dato che quello che Thomas Piketty chiama il \u201csupermercato elettorale di stampo occidentale\u201d indirettamente \u2013 e in certi luoghi come gli Stati Uniti direttamente \u2013 dipende troppo dalla finanza aziendale. Tuttavia una federazione, essendo ampia a diversificata, pu\u00f2 farlo, come possono farlo gli istituti di credito, commerciali e monetari internazionali\u00bb [cit., p. 128]. Pu\u00f2 farlo l\u2019economia politica.<\/p>\n<p>Di fatto, scrive Padgen, \u00e8 l\u2019UE a svolgere un ruolo sempre maggiore nella <em>governance globale<\/em> che, fallita la globalizzazione neoliberista, \u00e8 la posta in gioco delle ambizioni imperiali americana, russa e cinese. Dopo due guerre mondiali in una generazione, abbandonato a caro prezzo l\u2019imperialismo tanto praticato, l\u2019Europa ha scelto la strada dell\u2019unione economica e quindi politica. E non a caso, \u00abdopo decenni in cui aveva smarrito la via, lacerata da divisioni e paralisi politica, l\u2019Unione europea ha innalzato il Green Deal europeo a propria visione normativa, imperativo strategico, strategia di crescita economica e percorso verso un\u2019unione politica\u00bb [Nathalie Tocci, <em>Come l\u2019Europa pu\u00f2 superare la grande crisi<\/em>, Solferino 2023, p. 163]. Ma, c\u2019\u00e8 un ma.<\/p>\n<p>\u00abSe si decarbonizza ma gli altri non la seguono o se il divario di transizione tra l\u2019Unione e il resto del mondo si allarga troppo, le resistenze sia internazionalmente sia all\u2019estero potrebbero rivelarsi eccessive. A livello interno, Bruxelles rischierebbe di subire un contraccolpo dalle imprese e dalle famiglie a basso reddito che si ritroverebbero ad affrontare costi energetici intollerabilmente elevati; a livello internazionale, se la nostra leadership non venisse seguita dal resto del mondo, il rischio sarebbe quello di un disaccoppiamento tra economie verdi e marroni, piuttosto che tra emissioni e crescita. L\u2019Europa si troverebbe in uno splendido isolamento, incapace di navigare nel triangolo tra sicurezza energetica, decarbonizzazione e sostenibilit\u00e0 economica. Se lasciata sola<em>, <\/em>gli europei dovrebbero affrontare gli sconvolgimenti geopolitici che la loro transizione energetica potrebbe scatenare nelle regioni circostanti, sopportando al contempo le conseguenze della crisi climatica stessa, esacerbata da un\u2019azione insufficiente a livello globale\u00bb [pp. 170-1]. Madre delle rivoluzioni, l\u2019Europa \u00e8 al centro di un\u2019ennesima rivoluzione scientifica e tecnologica che diviene politica e economica. Modi e tempi dipendono anzitutto dalle elezioni europee di giugno.<\/p>\n<p>\u00c8 il coerente sviluppo della rivoluzione politico-economica europea, perseguita e attuata nel mercato comune, poi sviluppata nell\u2019UE e nel Parlamento Europeo. Se consolidata nelle prossime elezioni europee, \u00e8 la via di pace per l\u2019Europa \u2013 e il mondo \u2013 mentre si stanno realizzando le fosche, realistiche previsioni di Klaus Dodds, professore di geopolitica alla Royal Holloway University of London, che nel 2021 pubblic\u00f2 <em>Border Wars<\/em> [tr.it. Einaudi, <em>Guerre di confine<\/em>, 2024]: guerre di aggressione a tutela dei regimi interni. Dodds cita <em>Walled States, Waning Sovereignity<\/em> \u2013 stati murati, sovranit\u00e0 in declino \u2013 in cui nel 2010 Wendy Brown ha analizzato \u00abin modo molto convincente il fenomeno in questione, sostenendo che ormai i governi e l\u2019opinione pubblica si stanno via via rendendo conto, sebbene con una certa lentezza e riluttanza, che il controllo esclusivo di un territorio, confini compresi, \u00e8 una pia illusione. L\u2019analisi di Brown parla in ogni caso di \u201cdeclino\u201d e non certo di \u201cscomparsa\u201d\u00bb [p. XVII].<\/p>\n<p>Lo conferma, coi casi di scuola di Putin e Netanyahu, il sovranismo, frutto della globalizzazione neoliberista che Sheldon Wolin, professore di scienze politiche a Berkeley e Princeton, fa risalire agli USA degli anni 1990 [non a caso berlusconiani nel laboratorio Italia, ndr], \u00abquando i neo-conservatori si unirono ai managerialisti liberisti per proclamare il \u2018Nuovo Secolo Americano\u2019 e formulare i piani di espansione del potere americano\u00bb [<em>Democracy Inc.: Managed Democracy and the Specter of Inverted Totalitarianism<\/em>, Princeton University Press 2010,\u00a0 p. 223]. Crearono cos\u00ec una situazione in cui \u00abnon ha senso chiedersi come il cittadino democratico possa \u2018partecipare\u2019 alla politica imperiale\u00bb perch\u00e9 \u00abin questo contesto la democrazia diventa pericolosamente vuota\u00bb e sempre pi\u00f9 ricettiva degli appelli a \u00abcieco patriottismo, paura e demagogia\u00bb [p. 245]. Come constatiamo.<\/p>\n<p>Con le conseguenze analizzate nel 2015 da Stephen J. Rosow, professore di scienza politica alla State University di New York, e Jim George, lecturer alla Australian National University. \u00abAll\u2019inizio del ventunesimo secolo, con George W. Bush alla Casa Bianca e crescenti influenze neoconservatrici negli ambienti di impresa e di politica estera, negli Stati Uniti una concezione sempre pi\u00f9 ristretta di democrazia fin\u00ec per dominare, cos\u00ec come i suoi classici valori di libert\u00e0, uguaglianza, libert\u00e0, giustizia sociale furono ridicolizzati come \u201cutopici\u201d, impregnati di un significato economicista e\/o usati come retorica di guerra e di \u2018cambio di regime\u2019. In un contesto culturale come questo, sono divenuti sempre pi\u00f9 evidenti un totalitarismo rovesciato e, insieme, una poliarchia. Tutto ci\u00f2 ha portato all\u2019attuale disprezzo per una democrazia in cui i governi mentono regolarmente e sistematicamente ai propri cittadini\u00bb. Alcuni dei critici della democrazia neoliberale lo fanno risalire alla \u00ab\u201dpromozione della democrazia\u201d e\/o alla strategia \u201ca bassa intensit\u00e0\u201d al centro della politica estera USA fin dall\u2019era di Reagan negli anni 1980 e intrinseca al progetto di guerra al terrorismo dell\u2019amministrazione Bush dopo l\u201911 settembre 2001\u00bb [<em>Globalization &amp; Democracy<\/em>, Rowman &amp; Littlefield 2015, p. 51].<\/p>\n<p>Come quotidianamente siamo costretti a constatare e <em>Il Sole 24 Ore<\/em> documenta, il risultato \u00e8 una economia sempre pi\u00f9 \u201cdi carta\u201d: beni, servizi, imprese e mercati sempre pi\u00f9 privi di valore concreto per una crescente maggioranza della popolazione \u2013 italiana e mondiale. Come a Bazelon sessant\u2019anni fa, ci \u00ab\u00e8 infatti manifesto che gli interessi economici non sono controrivoluzionari, bens\u00ec decisi a sabotare risolutamente un ragionevole adattamento alla trasformazione\u00bb. Oggi pi\u00f9 di allora \u00abl\u2019alleato pi\u00f9 forte degli\u00a0<em>animal spirits<\/em>\u00a0\u00e8 una politica economica attiva\u00bb [J.M.Keynes, cit.,] perch\u00e9 senza di essa subiremo passivamente le conseguenze devastanti del cambiamento climatico.<\/p>\n<p>Gli <em>animal spirits<\/em> che disprezzano le politiche attive e nella loro esaltazione accumulano carta, sono fantasmi [\u00abimmagine non corrispondente a realt\u00e0, cosa inesistente, illusoria, fantasia\u00bb, <em>Vocabolario Treccani, <\/em>online]. Fantasmi che provocano sofferenze enormi e, peggio, non necessarie. Nella sua ennesima rivoluzione, l\u2019Europa ne \u00e8 (a fatica) consapevole e (a fatica) lavora per un\u2019economia di beni e servizi (anche ambientali) reali, prodotti per i cittadini europei e, nella crisi ambientale, del mondo.<\/p>\n<p>Con questo vantaggio strategico in politica e negli <em>animal spirits<\/em>, non sorprende abbia dei nemici.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abBorse, un rally da 20mila miliardi\u00bb, titola su cinque colonne in prima pagina Il Sole 24ORE del 24 marzo 2024. 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