{"id":19189,"date":"2024-04-23T07:39:34","date_gmt":"2024-04-23T05:39:34","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=19189"},"modified":"2024-04-23T07:39:34","modified_gmt":"2024-04-23T05:39:34","slug":"contro-severino-27-anni-dopo-le-obiezioni-di-m-cavaioni-e-le-mie-risposte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/contro-severino-27-anni-dopo-le-obiezioni-di-m-cavaioni-e-le-mie-risposte\/","title":{"rendered":"Contro Severino&#8230;27 anni dopo. Le obiezioni di M. Cavaioni e le mie risposte"},"content":{"rendered":"<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/m.media-amazon.com\/images\/I\/71Q7m7jslNL._SY522_.jpg\" alt=\"Contro Severino. Incanto e incubo del credere\" \/><\/p>\n<p>Con piacere e interesse ho letto le obiezioni che M. Cavaioni muove ad alcune mie affermazioni, contenute nel libro di E. Salmann, <i>Contro Severino. <\/i><i>Incanto e incubo del credere<\/i> del 1996. Riprendo qui le sue considerazioni e aggiungo, a seguire, la mia breve risposta. Mi sembra un modo singolare di scoprire come un libro di quasi 30 anni fa abbia continuato a camminare e a parlare, anche a dispetto del suo titolo \u201cforzato\u201d (redazionalmente, non da parte degli autori). Bisogna ricordare, infatti, che il libro \u00e8 stato scritto come risposta non all\u2019intera e maestosa produzione di Severino, ma solo a \u201cPensieri sul cristianesimo\u201d (Rizzoli, 1995) dove Severino, in modo piuttosto approssimativo, ricostruiva la dottrina cristiana attraverso una riduzioni semplicistica rispetto al suo assunto teoricofondamentale. In questo suo intento sproporzionato e pesantemente riduzionista era giusto delimitarlo e smascherarlo, per quanto potessero farlo allora due teologi e filosofi certamente non appartenenti alla scuola di Severino n\u00e9 iniziati ai suoi dogmi. Se gli autori non hanno saputo fare \u201cneppure il solletico\u201d al sistema severiniano, certamente Severino nel suo libro non ha neppure lambito marginalmente il senso del mistero cristiano, appiattendo anche quella tradizione, di cui ripeteva assunti tratti da un catechismo meno che elementare, a mera \u201cfede nel divenire\u201d. Presento qui le obiezioni di M. Cavaioni, seguite dalle mie risposte.<\/p>\n<p><b>Obiezioni<\/b> (di M. Cavaioni)<\/p>\n<p><i>In un volume intitolato &#8220;Contro Severino&#8221;, Piemme, 1996 (ma che, a mio parere, non riguarda se non pretestuosamente Severino, a cui non fa nemmeno il solletico) firmato con Elmar Salmann, Andrea Grillo a p. 166 \u2013 riferendosi a Severino (a cui obietta una forma di psicologico sospetto per ogni forma di dualit\u00e0, quando, invece, a me pare che l&#8217;intera &#8220;struttura originaria&#8221; severiniana sia la pretesa di tener ferma proprio una dualit\u00e0 impossibile), ma questo non \u00e8 qui importante \u2013 osserva che:<\/i><\/p>\n<p><i>\u00abLa mediazione presuppone due termini da mediare e quindi che vi sia differenza: dove trionfa solo una identit\u00e0, l&#8217;idea stessa di mediazione \u00e8 una bestemmia.\u00bb<\/i><\/p>\n<p><i>A parte il fatto che se &#8220;una&#8221; identit\u00e0 \u00e8 la &#8220;sola&#8221; ad essere, non potr\u00e0 dirsi &#8220;una identit\u00e0&#8221; (dire &#8220;una&#8221; \u00e8, infatti, dire &#8220;pi\u00f9 d&#8217;una&#8221;: ma &#8220;pi\u00f9 d&#8217;una&#8221; significa che ciascuna di esse sar\u00e0 una identit\u00e0 che \u00e8 altrettanto differenza, dunque tali da non riuscire ad essere mai veramente identit\u00e0, appunto perch\u00e9 la differenza entra a costituirle, dunque a dissolverle come &#8220;identit\u00e0&#8221;) non \u00e8, dicevo, &#8220;una&#8221; identit\u00e0, bens\u00ec &#8220;la&#8221; identit\u00e0, se appunto vi \u00e8 solo essa.<\/i><\/p>\n<p><i>La quale, quindi, non avendo alterit\u00e0 non potr\u00e0 essere determinata e, pertanto, sar\u00e0 l&#8217;assoluto stesso, il quale \u00e8, in verit\u00e0, l&#8217;unica identit\u00e0 e del quale, in effetti, \u00e8 insensato parlare di mediazione (tanto estrinseca quanto intrinseca).<\/i><\/p>\n<p><i>Su questo si conviene.<\/i><\/p>\n<p><i>Nondimeno, non mi sembra che sia questo ci\u00f2 che dice Severino, il quale parla appunto di &#8220;identit\u00e0&#8221; al plurale ovvero parla (e non dimostra, ma solo mostra) della presunta originariet\u00e0 di una strutturazione (differenziazione) intrinseca dell&#8217;identico, dell&#8217;essere: il che equivale ad una contraddittoria &#8220;unit\u00e0 molteplice&#8221;, &#8220;unit\u00e0 duale&#8221;: &#8220;unit\u00e0 non-unit\u00e0&#8221; \u2013 ma, ripeto, non \u00e8 questo ora il punto.<\/i><\/p>\n<p><i>* * *<\/i><\/p>\n<p><i>Il punto \u00e8 un altro.<\/i><\/p>\n<p><i>Cosa vuol dire, chiederei al Prof. <\/i><i><a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/grilloreba?__cft__[0]=AZX254u_65b5FQEAhVt8UePPHUxM7GXQAZyzd8WeVmu85kPj5eHMRTnrAgT_YW8DpsfaWmR4wmpQb1UlPLm956559tGSyBMfvuBHqEuO8f2xGi6WqoZCTq2pQ-bGiol-YK0&amp;__tn__=-]K-R\">Andrea Grillo<\/a><\/i><i> , &#8220;la mediazione presuppone i due termini da mediare&#8221;?<\/i><\/p>\n<p><i>Se essi sono presupposti alla ( = posti prima della) mediazione, essi saranno immediati. Bene, chiedo: come sorgerebbe la mediazione dalla immediatezza? come sorge il movimento da ci\u00f2 che si postula come statico?<\/i><\/p>\n<p><i>In quanto essenzialmente statici (immediati), rispetto ad essi il movimento (mediazione) sopraggiunge come estrinseco, cio\u00e8 non li riguarder\u00e0 essenzialmente mai.<\/i><\/p>\n<p><i>In realt\u00e0, gi\u00e0 parlare di &#8220;immediati&#8221; al plurale \u00e8 un controsenso, una contraddizione.<\/i><\/p>\n<p><i>In quanto, infatti, si parli di &#8220;due&#8221; si \u00e8 gi\u00e0 in piena mediazione (che \u00e8 la stessa relazione o distinzione); altrimenti, si tratterebbe di &#8220;due&#8221; unici ovvero, pi\u00f9 propriamente, della reiterazione, pratico-operativa e non teoretica (ch\u00e9 teoreticamente non ha alcuna ragion d&#8217;essere) dell&#8217;unico.<\/i><\/p>\n<p><i>Ebbene, in quanto &#8220;due&#8221;, essi sono gi\u00e0 distinti. Ma saranno concretamente, non astrattamente, distinti \u2013 lo insegna Gentile \u2013 solo in virt\u00f9 della distinzione (dell&#8217;atto di distinguersi).<\/i><\/p>\n<p><i>Sicch\u00e9, presupporre i distinti all&#8217;atto in ragione del quale essi sono tali (appunto &#8220;distinti&#8221;: participio passato del verbo ossia dell&#8217;atto del distinguersi) \u00e8 pretendere che siano gi\u00e0 distinti senza esserlo ancora, cio\u00e8 mai.<\/i><\/p>\n<p><i>Equivale a presupporli a se stessi.<\/i><\/p>\n<p><i>E, difatti, gli immediati (al plurale) sono lo stesso presupposto: la pretesa di porsi prima di porsi effettivamente (porsi che \u00e8 mediazione, come tale \u00e8 il non esserci mai degli immediati, se mediazione \u00e8 negazione in atto della pretesa immediatezza dei dati, dei termini).<\/i><\/p>\n<p><i>Pi\u00f9 chiaramente: la mediazione \u00e8, in realt\u00e0, intrinseca ai (presunti) immediati, i quali pertanto sono tali solo negandosi (negando la loro presunta, solo presupposta, ma inessente immediatezza).<\/i><\/p>\n<p><i>Con questa conclusione, che \u00e8 gi\u00e0 stata detta ben pi\u00f9 autorevolmente, a voler e saper leggere le opere fondamentali della teoresi italiana: l&#8217;immediato &#8220;\u00e8&#8221; la sua negazione (mediazione), cio\u00e8 il suo originario mediarsi o risolversi nell&#8217;atto del mediarsi (che \u00e8 nichilismo solo per chi crede alla immediatezza dell&#8217;essere dei dati, dei fatti, impropriamente detti &#8220;essenti&#8221;).<\/i><\/p>\n<p><i>Questo a dispetto dell&#8217;apparenza empirica (della illogicit\u00e0 del piano fenomenologico) che presenta per l&#8217;appunto dati immediati, accolti come immediati solo se non si pensa<\/i><\/p>\n<p><b>Risposte<\/b> (di Andrea Grillo)<\/p>\n<p>Il punto di resistenza dell\u2019immediato, sia prima, sia dopo, rispetto alla mediazione, deriva dal dissenso rispetto al pensiero centrale nel sistema di Severino: ossia la univocit\u00e0 dell\u2019essere. Perch\u00e9 la struttura originaria della necessit\u00e0 non mi sembra altro che un sofisma, che pretende di svelare una contraddizione interna all\u2019intera cultura, non salvando nessuno, nemmeno Parmenide. Il garbo ostinato e la forza argomentativa con cui Severino ha ripetuto per quasi 70 anni questa tesi, in mille variazioni del medesimo, non gli ha mai impedito di restare nobilmente superiore ad ogni critica, con una rara signorilit\u00e0. La sua, d\u2019altra parte, non \u00e8 una conoscenza, ma una fede, come tale indiscutibile: \u00e8 un dogma che pretende di smascherare il nichilismo e la contraddizione in ogni pretesa di giustificare o di ammettere il divenire. Se capisco bene M. Cavaioni (ma ho letto solo questa sua breve pagina), nella sua distanza da E. Severino, egli sostiene la impossibilit\u00e0 di ammettere un \u201cdato\u201d se non \u00e8 pensato e mediato. Non esiste pensiero recettivo, ma spontaneit\u00e0 originaria di essere e pensiero. Perci\u00f2 un \u201cdato\u201d, negando il pensiero, crea una alterit\u00e0 insostenibile e contraddittoria.<\/p>\n<p>Il punto che mi convince a difendere la correlazione tra la mediazione e la immediatezza iniziale e finale \u2013 ossia la funzione \u201cmediana\u201d dell\u2019atto del mediare tra due estremi, in cui da una immediatezza si produce una nuova immediatezza \u2013 viene per\u00f2 da una accezione non solo filosofica, ma anche teologica e giuridica del mediare. La funzione del \u201cmediatore\u201d, dei \u201cmedia salutis\u201d, del \u201ccontratto di mediazione\u201d o della \u201cmediazione penale\u201d consiste, precisamente, nel mettere in contatto due estremi, che da una immediatezza giungono ad una nuova e diversa immediatezza. Che cosa sono nell\u2019uomo \u201cparola e mano\u201d (non solo pensiero, ma anche azione e operazione) se non mediazioni che permettono una nuova immediatezza? Qui, evidentemente, non posso utilizzare \u201cmediazione\u201d soltanto nella accezione filosofica, che diventa perci\u00f2 una accezione troppo unilaterale, anche se articolata (come \u00e8 per lo pi\u00f9 anche tra i filosofi, ma non in Severino). Non a caso deriva da una tendenza all\u2019attualismo, che toglie ogni fenomeno e risolve ogni immediato in una mediazione che occupa l\u2019intero orizzonte e toglie il respiro. Non diversa da questa ispirazione \u00e8 la posizione del pensiero di Severino e della sua pretesa senza misura di negare ogni divenire. La contraddizione in cui cade Severino mi sembra patente: se l\u2019essere e ogni essente \u00e8 eterno, ogni divenire \u00e8 mera apparenza. Ma se la apparenza, che prima appariva, ora non appare pi\u00f9, almeno per l\u2019apparire il divenire risulta necessario. Un esito \u201cmistico\u201d e direi quasi \u201csommosacerdotale\u201d del pensiero di Severino \u2013 la affermazione della eternit\u00e0 di ogni essente &#8211; costituisce una sorta di assunto dogmatico, una dimostrazione senza alcuna evidenza, se non controfattuale. E nella misura in cui viene definita la \u201ccredenza\u201d nel divenire come una \u201cfollia\u201d, la difesa di una relazione tra immediato e un mediato non irreversibile costituisce la risposta alla difficolt\u00e0 fondamentale: pensiero ed essere non sono n\u00e9 contraddittori, n\u00e9 univoci. Sono piuttosto forme della immediatezza e della mediazione. L\u2019essere \u00e8 immediatezza del pensiero, il pensiero \u00e8 mediazione dell\u2019essere. Ma anche l\u2019essere \u00e8 mediazione del pensiero e il pensiero immediatezza dell\u2019essere. La dogmatica severiniana \u00e8 fondata su pochi assunti fondamentali, che girano sempre su se stessi e a s\u00e9 riducono tutti i fenomeni. La ammirazione per un sistema tanto raffinato non pu\u00f2 nascondere la radicale negazione di ogni spazio sia per la rivelazione sia per la fede, sostituite da una visione fondata su una credenza che si immunizza da ogni esperienza, riducendola a mera apparenza. Ogni pretesa di uscire da questo dogma \u00e8 bollata come follia. Il massimo del garbo si sposa perci\u00f2 con il massimo della incomunicabilit\u00e0 e con la pretesa di confutare come \u201cinfondata\u201d l\u2019intera storia della cultura, d\u2019oriente come di occidente. La correlazione tra mediazione e immediatezza vuole resistere a questo riduzionismo monista, che eternizza ogni essente, ma non spiega pi\u00f9 alcun fenomeno. Poich\u00e9 la mediazione, come l\u2019essere, \u201csi dice in molti modi\u201d, la pretesa di ridurre tutto ad una unica accezione dell\u2019essere, distorce tanto l\u2019essere quanto la mediazione. La univocit\u00e0 dell\u2019essere \u00e8 la carenza centrale del pensiero di Severino, cos\u00ec come la univocit\u00e0 della mediazione, che passa facilmente dal tutto al nulla. Una mediazione che non sta \u201cin medio\u201d nega se stessa. Forse non \u00e8 assenza di pensiero il fatto di partire da e di arrivare ad un immediato, ma soltanto la traccia della resistenza ad un pensiero univoco, che dice l\u2019essere in un modo solo e perci\u00f2 \u00e8 costretto ad infiniti giochi di prestigio logici per giustificare come quella evidenza logica non appaia n\u00e9 nella vita di un uomo n\u00e9 in quella di una foglia. L\u2019eternit\u00e0 di ogni uomo, come la eternit\u00e0 di ogni foglia non si lasciano dimostrare solo logicamente. La immediatezza del vivere e del morire, \u201cci\u00f2 che non muore e ci\u00f2 che pu\u00f2 morire\u201d non sono \u201cfedi\u201d cristiane, dantesche o semplicemente umane, ma sono \u201cdati\u201d ed evidenze comuni, che chiedono una mediazione diversa da un principio logico.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con piacere e interesse ho letto le obiezioni che M. Cavaioni muove ad alcune mie affermazioni, contenute nel libro di E. Salmann, Contro Severino. Incanto e incubo del credere del 1996. 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