{"id":19063,"date":"2024-03-12T08:15:18","date_gmt":"2024-03-12T07:15:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=19063"},"modified":"2024-03-12T08:26:06","modified_gmt":"2024-03-12T07:26:06","slug":"il-chiodo-e-la-catena-deculturazione-cattolicesimo-e-lavoro-teologico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/il-chiodo-e-la-catena-deculturazione-cattolicesimo-e-lavoro-teologico\/","title":{"rendered":"Il chiodo e la catena. Deculturazione, cattolicesimo e lavoro teologico"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiodo.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-19066\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiodo-300x188.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"188\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiodo-300x188.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiodo.jpg 512w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Nel dibattito che si \u00e8 aperto sul &#8220;deficit culturale&#8221; del cattolicesimo, non mi pare inopportuno ricondurre la questione a radici piuttosto antiche, risalenti a pi\u00f9 di un secolo fa. Il cattolicesimo pu\u00f2 fare cultura solo se si interessa in modo strutturale della cultura. Altrimenti entra in una deculturazione che non solo \u00e8 subita, ma \u00e8 prodotta dal cattolicesimo stesso. Solo un cenno per ricordare qui la lucidit\u00e0 del C. M. Martini e la sua denuncia &#8220;estrema&#8221; sul ritardo di 200 anni della Chiesa cattolica. Per approfondire la questione vorrei richiamare gli sviluppi che l&#8217;antimodernismo ha determinato all&#8217;interno del corpo ecclesiale cattolico. La irrilevanza cultura del cattolicesimo \u00e8 stata voluta, non \u00e8 soltanto il frutto di un destino. Ed \u00e8 stata voluta non solo dal &#8220;nemico&#8221;, ma dalle decisioni ecclesiali del magistero. La presa di distanza dall&#8217;intera cultura contemporanea ha convinto la Chiesa cattolica della possibilit\u00e0 di poter continuare ad essere fedele alla tradizione utilizzando esclusivamente il sapere &#8220;interno&#8221;. L&#8217;annuncio del Vangelo, la ricerca del bene, la formazione dei ministri e la struttura della istituzione si potevano immaginare autonomamente, nella convinzione illusoria di aver raggiunto la autosufficienza e di poter guardare la cultura &#8220;esterna&#8221; dall&#8217;alto e da fuori. Questa idea, del tutto nuova, \u00e8 sorta nel magistero tra la fine del 1800 e inizi del 1900. E ha trasformato in modo profondo il modo con cui la Chiesa parla di s\u00e9 e fa esperienza di s\u00e9. Il XX secolo \u00e8 stato segnato a fondo da questa idea, non solo prima del Concilio Vaticano II, ma anche dopo. Potremmo identificare dapprima i 50 anni anteriori al Concilio, ma poi anche i 30 anni successivi agli anni 70 come segnati a fondo da questo orientamento. Tutto questo periodo \u00e8 stato largamente dominato da quella forma di antimodernismo che sospetta della cultura, in modo veramente radicale. Non vi \u00e8 stato soltanto l&#8217;antimodernismo del Decreto <em>Lamentabili<\/em> (1907), della enciclica <em>Pascendi (1907)<\/em> o di <em>Humani generis <\/em>(1950), ma anche quello di <em>Veritatis Splendor<\/em> (1993) , <em>Ordinatio sacerdotalis <\/em>(1994), dei Motu Proprio <em>Ad tuendam fidem<\/em> (1998) e <em>Summorum Pontificum<\/em> (2007). Sia prima, sia dopo il Concilio Vaticano II, che costituisce una sorta di &#8220;isola&#8221; negli anni 60-70, i teologi non sempre hanno potuto o hanno voluto far valere ragioni diverse, sul piano spirituale e culturale. Non si pu\u00f2 tacere di fronte a\u00a0<em>Veritatis Splendor<\/em> e a <em>Summorum Pontificum<\/em> e poi stracciarsi le vesti perch\u00e9 il cattolicesimo non si nutre di cultura. La sottocultura di cui si nutrono quei documenti \u00e8 ancora viva e la sua impostazione condiziona la povera produzione culturale cattolica ancora oggi. Se si imposta il cattolicesimo solo in difesa, non ci si pu\u00f2 lamentare se non si riesce pi\u00f9 ad impostare un gioco interessante. D&#8217;altra parte, considerando l&#8217;antimodernismo di inizio XX secolo e quello del post concilio, bisogna riconoscere il fatto che le condizioni istituzionali e giuridiche di esercizio della teologia sono molto peggiorate nel 1983 rispetto al 1917. Tra le cose che normalmente si trascurano c \u00e8 la differenza di libert\u00e0 di espressione teologica tra il cjc 1917 e quello del 1983. Il codice sorto nel pieno della crisi antomodernista era pi\u00f9 liberale del codice del 1983, come ha ricordato lucidamente W. Boeckenfoerde gi\u00e0 20 anni fa. La recezione distorta del Concilio ha illuso il magistero di poter essere autosufficiente. E dopo il 1983 su questo punto ogni intervento \u00e8 stato ancora pi\u00f9 restrittivo. Un dialogo vero con la cultura \u00e8 compatibile per la teologia solo con una riforma del CJC, circa le norme che attengono al rapporto tra magistero e teologia. La libert\u00e0 garantita al teologo &#8220;in comunione&#8221; si \u00e8 ridotta vistosamente, anche dal punto di vista della sanzione canonica, e chi si rapporta alla cultura in modo troppo esplicito, rischia di compromettere il proprio nome e il proprio lavoro. Che il silenzio custodisca la comunione \u00e8 una verit\u00e0 che non pu\u00f2 valere sempre e comunque. Questa pretesa \u00e8 degna dei regimi totalitari, non della comunione ecclesiale. Se diciamo che il rapporto con la cultura \u00e8 di nuovo ritenuto importante, dobbiamo anzitutto creare le condizioni di esercizio di questo rapporto. Il dialogo con la cultura ha pur sempre un prezzo, anche molto alto. Ma se il sistema dissuade in ogni modo da un approccio critico e censura pesantemente il dialogo con la cultura comune, occorre intervenire sul piano istituzionale. Se anche i vescovi rischiano di essere censurati, quando fanno riferimento alla cultura, ad es. sul tema dell&#8217;insegnamento della religione, per favorire un adeguamento della normativa e della prassi alle condizioni reali della cultura della scuola e dei giovani contemporanei, nel pluralismo religioso che oggi viviamo di fatto, e vengono ricondotti sostanzialmente alla logica del concordato del 1929 (dove antimodernismo e modernismo potevano tranquillamente baciarsi e darsi la mano) allora la questione \u00e8 pi\u00f9 seria di quanto sembri. Diceva Blondel, nel 1904, nel suo piccolo capolavoro &#8220;Storia e dogma&#8221;, scritto proprio all&#8217;inizio del conflitto pi\u00f9 duro: &#8220;ad un chiodo dipinto, si pu\u00f2 appendere solo una catena dipinta&#8221;. Dipingiamo una immagine di donna e di uomo e le facciamo concordare con la immagine di Chiesa. Tutto bene, ma \u00e8 tutto finto. Il coraggio di una teologia che faccia dialogare seriamente la tradizione cristiana e cattolica con la cultura contemporanea non permette di correlare solo dei &#8220;dipinti&#8221;: veri chiodi e vere catene chiedono apertura, riflessione, critica sincera, veri apprezzamenti e nuovi paradigmi. Non si pu\u00f2 domandare in generale e in astratto un dialogo con la cultura, e poi rifugiarsi, in concreto, solo nelle soluzioni del passato; non si possono magnificare le diverse culture, e difenderne solo una; non si pu\u00f2 osannare la presenza della donna, e tenerla come carta da parati; non si pu\u00f2 lodare apertamente la vocazione matrimoniale, ma confinarla in un angolo rispetto al ministero.\u00a0 O sui singoli nodi pi\u00f9 brucianti si aprono nuove strade concrete e determinate, con deliberazioni responsabili, o si contribuisce solo alle chiacchiere da salotto. Un cattolicesimo capace di &#8220;fare cultura&#8221; non ha solo molto da insegnare, ma anche molto da imparare, dopo un secolo di pesante sordit\u00e0, segnata da grandi pregiudizi. Anche nel contribuire ad una scuola che sappia onorare tutte le tradizioni religiose, e non solo una. La lungimiranza culturale non corrisponde, sempre, all&#8217;immediato tornaconto. Ma non \u00e8 detto che essere magnanimi non paghi pi\u00f9 che essere semplicemente schierati alla difesa di s\u00e9, di quel s\u00e9 che ci sembra non avere alternative. Se sapremo dialogare con la cultura comune, potremo appendere le nostre catene ai chiodi altrui, e le altrui catene ai nostri chiodi. Cos\u00ec, nel passato, si sono costruite le chiese e le piazze, le case e i ponti. Se non correremo questi rischi di novit\u00e0, se non entreremo in nuovi paradigmi, se non ci lasceremo ammonire dalla bella immagine di Blondel del chiodo dipinto e della catena dipinta, produrremo, quasi inavvertitamente, ma inesorabilmente, un cattolicesimo inchiodato e una tradizione incatenata.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel dibattito che si \u00e8 aperto sul &#8220;deficit culturale&#8221; del cattolicesimo, non mi pare inopportuno ricondurre la questione a radici piuttosto antiche, risalenti a pi\u00f9 di un secolo fa. 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