{"id":19050,"date":"2024-03-08T06:00:13","date_gmt":"2024-03-08T05:00:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=19050"},"modified":"2024-03-07T19:42:10","modified_gmt":"2024-03-07T18:42:10","slug":"8-marzo-dignita-della-donna-e-dignita-della-teologia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/8-marzo-dignita-della-donna-e-dignita-della-teologia\/","title":{"rendered":"8 marzo: dignit\u00e0 della donna e dignit\u00e0 della teologia"},"content":{"rendered":"<p><del><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/mulieris.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-19051\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/mulieris-204x300.jpg\" alt=\"\" width=\"204\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/mulieris-204x300.jpg 204w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/mulieris.jpg 611w\" sizes=\"(max-width: 204px) 100vw, 204px\" \/><\/a><\/del><\/p>\n<p>La &#8220;festa della donna&#8221; segnala, a partire dagli anni 10 del XX secolo, un cambiamento profondo nella comprensione della dignit\u00e0 pubblica delle donne. La chiesa cattolica ha registrato nel 1963 questo dato, con la profezia di Giovanni XXIII nella Enciclica <em>Pacem in terris<\/em>, ma poi non \u00e8 riuscita a cambiare a fondo il linguaggio con cui parla della donna. Anche la teologia del magistero \u00e8 rimasta molto spesso al di sotto del minimo necessario per onorare la dignit\u00e0 della donna. Un esempio triste e impressionante di questo tentativo non riuscito si legge nel testo di GPII che si intitola <em>Mulieris dignitatem (1988)<\/em>, appunto &#8220;La dignit\u00e0 della donna&#8221;.\u00a0 Proviamo a leggere solo un breve passo, assai esemplare di un particolare stile argomentativo, che si trova alla fine del n. 26<\/p>\n<p><em>&#8220;Se Cristo, istituendo l&#8217;Eucaristia, l&#8217;ha collegata in modo cos\u00ec esplicito al servizio sacerdotale degli apostoli, \u00e8 lecito pensare che in tal modo egli voleva esprimere la relazione tra uomo e donna, tra ci\u00f2 che \u00e8 \u00abfemminile\u00bb e ci\u00f2 che \u00e8 \u00abmaschile\u00bb, voluta da Dio sia nel mistero della creazione che in quello della redenzione. Prima di tutto nell&#8217;Eucaristia si esprime in modo sacramentale l&#8217;atto redentore di Cristo Sposo nei riguardi della Chiesa Sposa. Ci\u00f2 diventa trasparente ed univoco, quando il servizio sacramentale dell&#8217;Eucaristia, in cui il sacerdote agisce \u00abin persona Christi\u00bb, viene compiuto dall&#8217;uomo. E&#8217; una spiegazione che conferma l&#8217;insegnamento della Dichiarazione Inter insigniores,pubblicata per incarico di Paolo VI per rispondere all&#8217;interrogativo circa la questione dell&#8217;ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale[ <\/em>Mulieris Dignitatem<em> n. 26]].<\/em><\/p>\n<p>Qui si sovrappongono, in modo piuttosto arbitrario e confuso, 3 livelli della questione che dovrebbero restare distinti: la istituzione della eucaristia, la missione degli apostoli, la relazione tra Cristo sposo e Chiesa sposa. La armonizzazione dei tre piani, in modo diretto e senza alcuna vera giustificazione, permette di arrivare ad una triplice conclusione incongrua e gravemente ideologica:<\/p>\n<p>&#8211; che nella istituzione della eucaristia Cristo volesse &#8220;esprimere la relazione tra uomo e donna&#8221;;<\/p>\n<p>&#8211; che agire <em>in persona Christi<\/em> pretenda il sesso maschile;<\/p>\n<p>&#8211; che questa ricostruzione possa costituire una &#8220;spiegazione&#8221; della riserva maschile affermata da <em>Inter Insigniores<\/em>.<\/p>\n<p>La prima affermazione \u00e8 un salto argomentativo cos\u00ec vistoso e cosi infondato, da risultare imbarazzante: che nella ultima cena e nella missione degli apostoli appaia come una evidenza la &#8220;riserva maschile&#8221; \u00e8 il frutto di una proiezione sul testo delle nostre visioni e soprattutto deriva dalla interpretazione di un silenzio come se fosse una parola, di una omissione come se fosse un divieto. Questo introduce un elemento pesantemente arbitrario nella interpretazione dei testi.<\/p>\n<p>Il seguito del discorso non spiega perch\u00e9 il &#8216;sacerdote&#8217; sia riconosciuto, dalla tradizione, non solo come colui che agisce &#8220;in persona Christi, ma anche come colui che agisce <em>in persona ecclesiae<\/em>, cosa che, secondo il ragionamento proposto mediante un uso &#8220;letterale&#8221; della analogia Sposo\/Sposa, chiederebbe il sesso femminile. Agendo <em>in persona Christi, <\/em>ma anche\u00a0<em>in persona ecclesiae,<\/em> il ministro dovrebbe essere, contemporaneamente e paradossalmente, e maschio e femmina.<\/p>\n<p>Questo non spiega neppure perch\u00e9 nella tradizione si usi la terminologia del Cristo Sposo in relazione alla Chiesa Gerarchica come Sposa, la quale, nella sua femminilit\u00e0 costitutiva, pu\u00f2 per\u00f2 essere rappresentata solo da uomini maschi. La metafora vacilla non in s\u00e9, ma per l&#8217;uso che il nostro tempo pretende di farne. Questo uso classico, utilizzato ad esempio da Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi spirituali, viene allora indirizzato chiaramente a confermare il potere gerarchico [maschile]: la gerarchia, essendo &#8220;sposa&#8221; di Cristo, da lui riceve la medesima autorit\u00e0 dello Sposo. Nel caso attuale, invece, si usa la terminologia sponsale per negare l&#8217;autorit\u00e0 femminile: perch\u00e9 non pu\u00f2 accedere alla rappresentanza dello Sposo e come chiesa Sposa non riceve autorit\u00e0. Per gli uomini Sposo e Sposa sono figure e analogie, per le donne sono &#8220;ruoli sessuati&#8221;.<br \/>\nEcco allora il paradosso: se l&#8217;uomo maschio pu\u00f2 rappresentare sia lo Sposo, sia la Sposa, e in un caso come nell&#8217;altro vede confermata la propria autorit\u00e0, la donna si trova di fronte ad un duplice ostacolo: pu\u00f2 rappresentare solo la sposa, ma senza autorit\u00e0, e non lo sposo, perch\u00e9 \u00e8 priva di autorit\u00e0:\u00a0 vi \u00e8 qui un uso distorto della analogia, che viene piegata ad un uso esplicitamente ideologico. Con la analogia sponsale, nel suo uso allo stesso tempo figurato e letterale, si pu\u00f2 attribuire all&#8217;uomo ogni autorit\u00e0, sia dal lato dello sposo, sia dal lato della sposa, mentre alla donna si attribuisce solo un lato della relazione, ma rigorosamente sprovvisto di autorit\u00e0, diremmo per anatomia. Per l&#8217;uomo la determinazione sessuale risulta ininfluente, mentre per la donna risulta totalizzante.<br \/>\nUna teologia arbitraria, che usa in modo non controllato il linguaggio elaborato dalla tradizione con altre intenzioni, non sa riconoscere fino in fondo la dignit\u00e0 della donna, perch\u00e9 non valorizza in modo adeguato le parole che impiega, lasciando che il pregiudizio modelli la argomentazione a proprio piacimento. Un difetto di linguaggio cos\u00ec vistoso di fronte alla dignit\u00e0 della donna chiede una teologia meno arbitraria e perci\u00f2 dotata di maggiore dignit\u00e0. Il riconoscimento della dignit\u00e0 della donna impone alla teologia di recuperare la propria dignit\u00e0. Un &#8220;segno dei tempi&#8221; ha precisamente questa funzione: insegnare qualcosa di nuovo alla teologia e al suo linguaggio, permettendole di svolgere in modo pi\u00f9 adeguato il proprio servizio ecclesiale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La &#8220;festa della donna&#8221; segnala, a partire dagli anni 10 del XX secolo, un cambiamento profondo nella comprensione della dignit\u00e0 pubblica delle donne. 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