{"id":18865,"date":"2023-12-04T10:28:44","date_gmt":"2023-12-04T09:28:44","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=18865"},"modified":"2023-12-04T10:28:46","modified_gmt":"2023-12-04T09:28:46","slug":"4-dicembre-1963-2023-i-60-anni-di-sacrosanctum-concilium","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/4-dicembre-1963-2023-i-60-anni-di-sacrosanctum-concilium\/","title":{"rendered":"<strong>4 dicembre 1963-2023: i 60 anni di <em>Sacrosanctum Concilium<\/em><\/strong>"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio012.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"273\" height=\"204\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio012.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4508\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p><em>Il primo documento pubblicato dal Concilio Vaticano II \u2013 che porta il suo stesso nome \u2013 compie sessant\u2019anni. Al bilancio del fenomeno che da quel documento \u00e8 scaturito, la Riforma Liturgica, dedica un numero la <\/em>Rivista di Pastorale Liturgica<em> ( 5\/2023) che porta il titolo: <\/em>La riforma liturgica verso la \u201cterza et\u00e0\u201d.<em> Pubblico uno stralcio del mio contributo (pp.4-9).<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Riforma liturgica: un punto fermo o uno stile?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La domanda con cui \u00e8 formulato il titolo ci aiuta ad entrare in sintonia con un tema complesso e nel quale la polarizzazione eccessiva, pur comprensibile, non aiuta a capire il fenomeno di cui stiamo parlando. Ecco allora una prima avvertenza necessaria. Capire in che senso la Riforma liturgica \u00e8 e deve restare un punto fermo, ma comprendere allo stesso tempo che lo \u201cstile\u201d di cui si fa carico viene da prima di essa e va ben oltre se stessa, resta un compito difficile per la Chiesa contemporanea. Essa deve imparare una <em>diversa narrazione della Riforma liturgica<\/em>: solo cos\u00ec potr\u00e0 comprendere il passato e progettare presente e futuro. Per cercare di entrare correttamente nella domanda proposta dal titolo mi propongo di procedere il pi\u00f9 possibile ordinatamente. Per iniziare dall\u2019inizio, cerco di riconoscere che la Riforma liturgica \u00e8 la risposta ad una \u201cquestione liturgica\u201d, che nasce nella prima met\u00e0 del XIX secolo (\u00a7.1). Da tale questione sorge il Movimento Liturgico, il cui andamento prepara e poi realizza la Riforma Liturgica (\u00a7.2). Tale movimento non \u00e8 isolato, ma cresce insieme agli altri 3 movimenti che preparano il Concilio Vaticano II (\u00a7.3). Cos\u00ec la Riforma liturgica diventa il passaggio verso una nuova concezione dell\u2019azione rituale, da cerimonia clericale ad azione comune di tutto il popolo di Dio insieme con il suo Signore (\u00a7.4). Il versante ecclesiologico della Riforma liturgica, all\u2019inizio non troppo definito, ha scatenato progressive resistenze, che hanno assunto la forma di una serie di documenti, tra la fine degli anni 90 e l\u2019inizio del II decennio del nuovo millennio (\u00a7.5). Il coraggio di papa Francesco ha aperto una fase nuova, recuperando anzitutto la intenzione originaria del Vaticano II: si tratta per\u00f2 di passare dalla Riforma alla Formazione (\u00a7.6): anche se gli equivoci non mancano, la strada di rilettura e di valorizzazione della Riforma \u00e8 segnata (\u00a7.7).<\/p>\n\n\n\n<p><strong>1. Si stava meglio prima?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Come talvolta accade non solo ai giornalisti, ma anche a bravi teologi, la Riforma liturgica si presta ad essere letta \u201cal contrario\u201d: non come la risposta ad una crisi, ma come la causa della crisi. Scambiare la causa per l\u2019effetto non \u00e8 frutto di una grande teologia, piuttosto scaturisce da un giudizio emotivo, da affetti turbati e da nostalgie crescenti. Se si pensa che Gu\u00e9ranger lamentava gi\u00e0 nel 1830 la irrilevanza della liturgia, che Rosmini negli stessi anni vedeva nell\u2019esercizio del culto la \u201cpiaga della mano sinistra\u201d della Chiesa e che Festugi\u00e8re, ai primi del 900, lamentava la perdita di ogni competenza celebrativa nel mondo cattolico, come si pu\u00f2 dire oggi che \u00e8 colpa della riforma liturgica e dei liturgisti se vi \u00e8 una disaffezione verso la liturgia? E che della liturgia non bisogna parlare, ma bisogna celebrarla? Queste ingenuit\u00e0, che talvolta diventano insolenze, dipendono da memoria corta. Da circa 200 anni viviamo una lunga transizione verso una nuova comprensione della azione rituale in rapporto alla fede. Di questa transizione fa parte anche l\u2019atto di riforma dei riti, che assume una rilevanza maggiore a partire dal pontificato di Pio XII e poi diventa una cura del Concilio Vaticano II e della successiva messa in opera, tra gli anni 60 e 70. Alla questione liturgica si prova a rispondere \u201criformando i riti\u201d. Come vedremo, si tratta di un passaggio necessario, ma non sufficiente.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>2. Il Movimento Liturgico \u00e8 il contenitore della riforma liturgica<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Con la scoperta della \u201cquestione liturgica\u201d, ossia del problema di rifondare teologicamente quelle che la tradizione medievale e moderna tendeva a comprendere come \u201ccerimonie sacre\u201d, nasce quello che verr\u00e0 chiamato \u201cmovimento liturgico\u201d (=ML). Nascono una serie di formulazioni teoriche e di esperienze pratiche, legate prevalentemente ma non esclusivamente al mondo monastico benedettino, che cercavano di riscoprire la \u201cliturgia\u201d come \u201cfonte e culmine\u201d di tutta la azione della Chiesa. E\u2019 invalso l\u2019uso, per comodit\u00e0, di pensare il ML come la \u201cpreparazione della riforma liturgica\u201d. Questa visione \u00e8 semplicistica. Il ML deve essere diviso almeno in tre grandi momenti, che \u201ccontengono\u201d la RL al loro interno, ma che non si esauriscono in essa. Per brevit\u00e0 possiamo cos\u00ec suddividere questa visione articolata del ML:<\/p>\n\n\n\n<p>a) In primo luogo vi \u00e8 una fase iniziale, che inizia gi\u00e0 con grandi premesse del XIX secolo e che si struttura a partire dal papato di Pio X, fino ad arrivare alla enciclica Mediator Dei (1947). Questa fase si concentra prevalentemente su una nuova lettura della liturgia nella economia della salvezza;<\/p>\n\n\n\n<p>b) Una seconda fase, che inizia subito dopo Mediator Dei, sotto Pio XII e che si conclude con la prima fase del papato di Giovanni Paolo II, e che \u00e8 caratterizzata dalla \u201criforma liturgica\u201d come tono dominante. La chiesa riforma i propri riti, in modo integrale.<\/p>\n\n\n\n<p>c) Una terza fase, che convenzionalmente si pu\u00f2 far iniziare nel 1988 (a 25 anni da SC) e che dovrebbe caratterizzarsi la recezione della riforma liturgica, con la esperienza, conseguente alla riforma ma diversa da essa, di una Chiesa che si lascia trasformare dai propri riti (riformati).<\/p>\n\n\n\n<p>In questa ricostruzione una cosa \u00e8 evidente: la riforma liturgica non \u00e8 il punto di arrivo, ma un necessario punto di passaggio: \u00e8 passaggio ad altro. D\u2019altra parte non c\u2019\u00e8 alcun bisogno di \u201cnuovi movimenti liturgici\u201d, perch\u00e9 il ML continua necessariamente anche dopo la riforma liturgica.<\/p>\n\n\n\n<p>[\u2026]<\/p>\n\n\n\n<p><strong>6. Affermare un punto fermo o realizzare uno stile?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il punto fermo della riforma dei riti e lo stile di formazione liturgica non sono in contraddizione. Questa mi sembra oggi la questione centrale, per offrire una lezione equilibrata di che cosa \u00e8 capitato in questi 60 anni. Il punto fermo da affermare, e che nessuna nostalgia o elucubrazione pu\u00f2 mettere in questione, \u00e8 che il Vaticano II prima e la sua recezione del primo decennio poi, hanno ritenuto la riforma del rito romano una necessit\u00e0 per la Chiesa. Questa affermazione, che non pu\u00f2 giustificare alcuna idealizzazione del passato, deve per\u00f2 comporsi con una seconda affermazione, per certi versi pi\u00f9 difficile. Il principio di riforma non si giustifica da s\u00e9, ma solo se fonda una esperienza di fede e una forma ecclesiale con uno \u201cstile\u201d di comunione e di partecipazione, che non si genera semplicemente \u201cdifendendo la riforma\u201d. Anzi, l\u2019unico modo per difendere la riforma \u00e8 permetterle di essere \u201cstrumento per altro\u201d, per una \u201cforma ecclesiae\u201d pi\u00f9 ricca e pi\u00f9 profonda. Il fatto che la liturgia tridentina abbia per secoli saputo \u201cformare\u201d la esperienza di fede potrebbe farla apparire come passaggio obbligato e nutrire cos\u00ec \u201cnostalgie rubricistiche\u201d. Ma questa via \u00e8 chiusa. Resta invece aperta la provocazione di un \u201csapere pratico e corporeo\u201d che la rubrica moderna ha spesso ridotto a normativa clericale, ma che dice invece trasgressione del verbale in una non verbalit\u00e0 pi\u00f9 originaria e pi\u00f9 ricca. Si tratta di imparare lo stile di formazione a partire dal punto fermo della riforma. Solo cos\u00ec si esce dall\u2019imbarazzo e si cammina secondo ci\u00f2 che il Concilio ha anticipato, come si poteva fare allora, ormai 60 anni fa.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>7. Le sfide antiche e nuove<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nel momento di maggiore polarizzazione, favorita paradossalmente da un atto che voleva essere di \u201criconciliazione\u201d, la prospettiva magisterialmente dominante in <em>Summorum Pontificum<\/em> sosteneva questa teoria: se si fosse tornato a celebrare anche con il rito preconciliare, si sarebbe trovato un equilibrio per l\u2019influsso reciproco che il NO avrebbe esercitato sul VO e il VO sul NO. La realt\u00e0 ha smentito clamorosamente questa ipotesi, che assomigliava sempre di pi\u00f9 ad un sofisma. La sfida, che si \u00e8 aperta immediatamente dopo il MP <em>Traditionis Custodes <\/em>(2021), e che abbiamo visto chiaramente prospettata in <em>Desiderio desideravi<\/em> (2022) consiste nel ricalibrare in modo adeguato il rapporto tra Riforma e Formazione. Se \u00e8 vero, infatti, che la Riforma dei riti \u00e8 stato un atto necessario e un punto fermo, dal quale non si pu\u00f2 sfuggire, altrettanto vero \u00e8 che non si tratta di un fine, ma di un mezzo. La riforma liturgica \u00e8 lo strumento con cui la Chiesa, riformando i propri riti secondo scienza e coscienza, consegna ai riti la possibilit\u00e0 di essere riformata. Tornerei qui, in conclusione, ad una idea che ha formulato alcuni anni fa il collega Roberto Tagliaferri e che mi pare molto adeguata. L\u2019espressione \u201criforma liturgica\u201d significa due cose diverse: la riforma che la chiesa fa dei riti e la riforma che i riti fanno della chiesa. La polarizzazione del postconcilio deriva dall\u2019aver opposto queste due prospettive. Con la sua lettera<em> Desiderio desideravi<\/em> papa Francesco richiama la necessaria integrazione di una \u201cformazione\/iniziazione\u201d accanto alla difesa della riforma. I riti riformati sono il terreno comune, ed unico per tutti, su cui le diverse sensibilit\u00e0 ecclesiali sono chiamate e confrontarsi, per crescere a partire dai nuovi riti: lasciando loro la parola, nella forma specifica con cui le azioni rituali esercitano la loro autorit\u00e0, e cos\u00ec parlando non solo all\u2019uomo adulto, ma anche al bambino, al primitivo, al pazzo e all\u2019animale che \u00e8 in noi. Quasi una \u201cecologia integrale\u201d della riforma liturgica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il primo documento pubblicato dal Concilio Vaticano II \u2013 che porta il suo stesso nome \u2013 compie sessant\u2019anni. 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