{"id":18753,"date":"2023-08-30T15:59:32","date_gmt":"2023-08-30T13:59:32","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=18753"},"modified":"2023-08-30T15:59:36","modified_gmt":"2023-08-30T13:59:36","slug":"la-tentazione-della-societas-inaequalis-e-la-sfida-sinodale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-tentazione-della-societas-inaequalis-e-la-sfida-sinodale\/","title":{"rendered":"<strong>La tentazione della \u201csocietas inaequalis\u201d e la sfida sinodale.<\/strong>"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/image-4.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"600\" height=\"405\" src=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/image-4.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-18754\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/image-4.png 600w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/image-4-300x203.png 300w\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right\">\u201c&#8230;v&#8217;ho detto ch&#8217;era umile,<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right\">non gi\u00e0 che fosse un portento d&#8217;umilt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right\">N&#8217;aveva quanta ne bisognava <em>per mettersi<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right\"><em>al di sotto di quella buona gente,<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right\"><em>ma non per istar loro in pari<\/em>\u201d<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right\">A. Manzoni, <em>I promessi sposi<\/em>, cap. 38<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La chiesa ha vissuto per molti secoli nella convinzione che la \u201cdisuguaglianza\u201d rispondesse all\u2019ordine voluto da Dio, al punto da identificare con Dio la differenza stessa e da percepire che la negazione della diseguaglianza fosse negazione di Dio stesso. La nuova societ\u00e0, originata dalle rivoluzioni industriali e politiche, ha fatto della eguaglianza e della libert\u00e0 il proprio principio, almeno sul piano formale. Questo ha proiettato immediatamente una luce negativa sulla difesa della autorit\u00e0 e della disuguaglianza, che caratterizzava il mondo precedente e al suo interno anche la chiesa. In questo scontro avveniva per\u00f2 un passaggio complesso, che con Ch. Taylor possiamo chiamare trasformazione paradigmatica dalla \u201csociet\u00e0 dell\u2019onore\u201d, basata sulla differenza, alla \u201csociet\u00e0 della dignit\u00e0\u201d, basata sulla eguaglianza.<\/p>\n\n\n\n<p><em>a) Magari sotto, ma non alla pari<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Un testimone che ha vissuto diremmo \u201cin diretta\u201d questo passaggio, e che lo ha fatto con tutta la partecipazione e la passione possibile, \u00e8 stato Alessandro Manzoni. Il suo grande romanzo \u00e8 una riflessione profonda e accorata su questo \u201cpassaggio tra mondi\u201d. Con il vantaggio di un distanziamento costruito con la finzione letteraria, Manzoni delinea il disagio prodotto dalla \u201csociet\u00e0 dell\u2019onore\u201d di fronte al sorgere dei primi segni di una \u201csociet\u00e0 della dignit\u00e0\u201d. Proprio alla fine delle peripezie del romanzo incontriamo la descrizione del nuovo \u201cpotente\u201d, il Marchese, subentrato a Don Rodrigo, del quale Manzoni tratteggia una caratteristica saliente:<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cv&#8217;ho detto ch&#8217;era umile, non gi\u00e0 che fosse un portento d&#8217;umilt\u00e0. N&#8217;aveva quanta ne bisognava per <em>mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari<\/em>\u201d. (cap 38)<\/p>\n\n\n\n<p>Questa impossibile \u201cparit\u00e0\u201d, sottolineata da Manzoni tra il 1825 e il 1847, ancora 60 anni dopo era una preoccupazione centrale per la Chiesa cattolica, che avvertiva la necessit\u00e0 di affermare la propria identit\u00e0 come \u201csocietas inaequalis\u201d, fondata sulla differenza di Dio, che doveva riprodursi nella differenza tra la guida dei chierici e la obbedienza dei laici.<\/p>\n\n\n\n<p><em>b) La capanna dello zio Tom e il \u201cdiritto divino\u201d sugli schiavi<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>In singolare consonanza con questa passione per la \u201cdisuguaglianza\u201d, ancora nel 1853, su \u201cLa civilt\u00e0 cattolica\u201d, apparve una recensione ad un libro che rischiava di essere \u201cmesso all\u2019indice\u201d in quegli anni,&nbsp;<em>La capanna dello zio Tom<\/em><em>(<\/em>\u201cLa schiavit\u00f9 in America e la Capanna dello zio Tom\u201d, <em>La<\/em><em> <\/em><em>Civilt\u00e0 Cattolica<\/em>, 1853, IV, 2, 2, 481-499), dove si leggono una serie di pesanti considerazioni a proposito della \u201cservitudine\u201d. Il libro, pur essendo giudicato \u201cnon cattivo\u201d, sollecitava questi giudizi terribili:<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLo schiavo negro o di altra tinta che non sia bianco \u00e8, come il mancipio presso i pagani, strettamente non persona ma cosa, bench\u00e9 (si capisce) cosa viva e semovente\u2026 una razza, diciamo, che, collocata nell\u2019infimo grado dell\u2019umana specie, nella carnagione nera da disgradarne l\u2019ebano, nel crine lanoso e velluto, nella faccia schiacciata e stranamente ottusa, nell\u2019occhio che, quando non \u00e8 stupido, o \u00e8 feroce o ti rivela un\u2019astuzia volpina, nelle facolt\u00e0 intellettuali lente, circoscritte, inertissime\u2026 Cos\u00ec in essi la condizione di schiavi pare venuta a confermare ci\u00f2 che avea disposto la natura; e la ripugnanza che le altre razze trovano ad avvicinarlesi sembra condannarli ad un eterno servaggio.&nbsp;<em>Or vede ognuno che somiglianti differenze non si tolgono via cogli articoli dei codici<\/em>. Sia in uno Stato della Confederazione ammessa o no legalmente la schiavit\u00f9, sar\u00e0 sempre vero che&nbsp;<em>un Bianco non si assider\u00e0 in eterno alla stessa mensa con un uom di colore<\/em>, non vorr\u00e0 con essolui entrare nel medesimo cocchio od avere comune il banco, non che nel teatro, ma fino nel tempio\u2026\u201d. La <em>societas inaequalis<\/em> non faceva sconti!<\/p>\n\n\n\n<p>Allo stesso modo, un\u2019istruzione della Congregazione per il Sant\u2019Uffizio di tredici anni dopo (1866), stabiliva quanto segue:<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNonostante che i Pontefici Romani non abbiano nulla lasciato di intentato per abolire la schiavit\u00f9 presso tutte le genti, e a questo si debba principalmente il fatto che gi\u00e0 da diversi secoli non si trovino pi\u00f9 schiavi presso molti popoli cristiani, tuttavia [\u2026]&nbsp;<em>la schiavit\u00f9, di per s\u00e9, non ripugna affatto n\u00e9 al diritto naturale n\u00e9 al diritto divino, e possono esserci molti giusti motivi di essa, secondo l\u2019opinione di provati teologi e interpreti dei sacri canoni<\/em>. Infatti, il possesso del padrone sullo schiavo, non \u00e8 altro che il diritto di disporre in perpetuo dell\u2019opera del servo, per le proprie comodit\u00e0, le quali \u00e8 giusto che un uomo fornisca ad un altro uomo. Ne consegue che&nbsp;<em>non ripugna al diritto naturale n\u00e9 al diritto divino che il servo sia venduto, comprato, donato<\/em>. Pertanto&nbsp;<em>i cristiani\u2026 possono lecitamente comprare schiavi, o darli in pagamento di debiti o riceverli in dono<\/em>, ogni volta che siano moralmente certi che quei servi non siano n\u00e9 stati sottratti al loro legittimo padrone n\u00e9 trascinati ingiustamente in schiavit\u00f9\u2026 perch\u00e9 non \u00e8 lecito comprare, senza il permesso del proprietario, la roba altrui, sottratta con il furto\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>c) <em>La salvezza dalla \u201csocietas inaequalis\u201d?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Pio X la afferma ancora nel 1906 (<em>Vehementer nos<\/em>), ma anche oggi molti fedeli sono convinti che la chiesa cattolica possa esistere solo come \u201csocietas inaequalis\u201d. Tuttavia la chiesa cattolica, quando si \u00e8 interpretata come societ\u00e0 <em>inaequalis,<\/em> ha creduto di salvare la differenza di Dio mediante la salvaguardia di due differenze strutturali per la societ\u00e0 dell\u2019onore: quella tra chierici e laici e quella tra maschi e femmine. \u00c8 interessante notare che sulle soglie della ordinazione, ossia tra la acquisizione di autorit\u00e0 e la condizione di obbedienza, stavano, per la tradizione, una serie di impedimenti, che impedivano al soggetto di accedere alla autorit\u00e0. Ma se alla incapacit\u00e0, alla schiavit\u00f9, all\u2019omicidio, alla condizione di figlio naturale o di disabile vi era rimedio o emancipazione, di fronte al sesso femminile no. La <em>societas inaequalis<\/em> vive di due differenze incontestabili: quella tra maschio e femmina e quella tra laici e chierici. La prima \u00e8 considerata \u201cnaturale\u201d, mentre la seconda \u00e8 \u201cistituzionale\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La resistenza su queste differenze non \u00e8 terminata con la fine della <em>societas inaequalis, <\/em>col superamento della schiavit\u00f9 e della societ\u00e0 classista. Non \u00e8 un caso che il progetto di riscoperta di una dimensione \u201csinodale\u201d della Chiesa cozzi proprio contro queste due resistenze strutturali: da un lato la differenza tra chierici e laici, e dall\u2019altro quella tra maschi e femmine. Il progresso in una chiesa, che condivida in modo pi\u00f9 strutturale una compartecipazione al governo della Chiesa, implica una profonda revisione delle due opposizioni che hanno caratterizzato teologicamente almeno l\u2019ultimo millennio. Questa non \u00e8 affatto una impresa semplice. Perch\u00e9 da un lato i \u201claici\u201d sono caratterizzati precisamente per il fatto di \u201cnon avere la autorit\u00e0 dei chierici\u201d; e dall\u2019altro le \u201cdonne\u201d sono caratterizzate per il fatto di \u201cnon avere la autorit\u00e0 dei maschi\u201d. Se lasciamo in piedi questa duplice differenza \u201contologica\u201d, ogni parola sul Sinodo risulta mera retorica e chiacchiera senza frutto.<\/p>\n\n\n\n<p><em>d) Servizio e fraternit\u00e0 nella societ\u00e0 della dignit\u00e0<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Una duplice curiosa conseguenza discende da questo presupposto: da un lato la pretesa che, per comprendere e giustificare queste differenze, non si ragioni in termini di autorit\u00e0 o potere, ma in termini di \u201cservizio\u201d. Dall\u2019altro che la riscoperta, urgentissima, della fraternit\u00e0, possa in qualche modo contestare la libert\u00e0 e la eguaglianza. Esaminiamo brevemente questo duplice e istruttivo paradosso.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Da un lato la sostituzione del \u201cservizio\u201d al \u201cpotere\u201d non risolve molto, n\u00e9 nel modo di pensare la differenza tra laici e chierici, n\u00e9 nel modo di concepire la differenza tra uomini e donne. L\u2019esercizio della autorit\u00e0 nel servizio \u00e8 una discriminante che esclude ancor oggi, di fatto, una gran parte di soggetti dalle decisioni ecclesiali. In ordine a questa prospettiva dire autorit\u00e0, potere, ministero o servizio cambia poco.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Non dobbiamo dimenticare che la \u201cfraternit\u00e0\u201d ha potuto integrare in senso positivo la ingiustizia prodotta dalla illibert\u00e0 e dalla diseguaglianza. Non \u00e8 sorprendente che un mondo che ha scoperto la universale dignit\u00e0 e libert\u00e0 di tutti gli uomini e di tutte le donne, abbia per un certo tempo messo come tra parentesi la logica fraterna. Sebbene questa, come<em> Fratelli tutti<\/em> denuncia apertamente, sia una illusione, si deve riconoscere che la fraternit\u00e0 nella societ\u00e0 della dignit\u00e0 non \u00e8 pi\u00f9 una valvola di scarico per le ingiustizie prodotte dalle differenze, ma deve trovare nuove ragioni e nuovi ideali perch\u00e9 la societ\u00e0 non cada nella indifferenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra le maggiori sfide che il cammino sinodale ci chiede di affrontare c\u2019\u00e8 proprio quella di un superamento convinto e non ideologico della struttura \u201cdi onore\u201d della <em>ecclesia<\/em>, per scoprire come, nella \u201csociet\u00e0 della dignit\u00e0\u201d, sia possibile riconoscere la grandezza della libert\u00e0 e della eguaglianza di tutti gli uomini e le donne, guadagnando una nuova evidenza dell\u2019essere \u201cfratelli e sorelle\u201d, non come il correttivo delle ingiustizie sociali, ma come la fonte pi\u00f9 autentica, e umanamente meno rischiosa, dell\u2019essere liberi grazie alla diversit\u00e0 e dell\u2019essere uguali grazie alla differenza.<em> <\/em>Come il marchese successore di Don Rodrigo, poter star sopra o poter star sotto, ma mai alla pari: questa resta una questione decisiva anche per l\u2019autointerpretazione che la Chiesa d\u00e0 di s\u00e9 e per superare la pretesa e\/o presunzione di potersi identificare come \u201csocietas inaequalis\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201c&#8230;v&#8217;ho detto ch&#8217;era umile, non gi\u00e0 che fosse un portento d&#8217;umilt\u00e0. 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