{"id":18459,"date":"2023-04-09T11:09:46","date_gmt":"2023-04-09T09:09:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=18459"},"modified":"2023-04-09T14:22:30","modified_gmt":"2023-04-09T12:22:30","slug":"sulluso-equivoco-di-due-principi-intorno-al-ministero-femminile-letture-forzate-di-von-balthasar-e-tommaso-daquino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/sulluso-equivoco-di-due-principi-intorno-al-ministero-femminile-letture-forzate-di-von-balthasar-e-tommaso-daquino\/","title":{"rendered":"Sull&#8217;uso equivoco di due principi intorno al ministero femminile. Letture forzate di Von Balthasar e Tommaso d&#8217;Aquino"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne1.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"440\" height=\"260\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-11394\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne1.jpg 440w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne1-300x177.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 440px) 100vw, 440px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 raro che i &#8220;princ\u00ecpi teologici&#8221; siano usati con poca attenzione. Essendo &#8220;proposizioni generali&#8221; essi hanno il vantaggio di orientare verso una sintesi necessaria, ma proprio per questo possono anche dirottare gravemente la interpretazione della tradizione. La cosa pi\u00f9 delicata \u00e8, in questi casi, la relazione tra il principio e i fatti a cui si applica: spesso si pu\u00f2 notare una scarsa considerazione del contesto in cui viene usato un principio. Infatti quando esso manca, ci\u00f2 impedisce l&#8217;uso corretto del medesimo principio. Se i principi entrano in campo in ambiti delicati e in evoluzione, \u00e8 ovvio che il controllo del loro utilizzo deve essere pi\u00f9 accurato. Questo vale in modo speciale quando si affrontano temi nuovi per la tradizione: in questi casi non \u00e8 raro che un principio funzioni da &#8220;copertura&#8221; per altri principi, che non si possono pi\u00f9 ripetere, ma che vengono in qualche modo supportati da un uso diverso del principio invocato. Vorrei presentare qui, molto brevemente, due casi di scuola, che prevedono l&#8217;utilizzo forzato di un principio, per giustificare la tradizionale esclusione delle donne dal ministero ordinato. Si cerca di trasformare il &#8220;fatto&#8221; in un &#8220;dovere&#8221;. E si invoca o un principio ecclesiologico (ossia la dialettica di Von Balthasar tra principio mariano e principio petrino) o un principio di sacramentaria (elaborato da S. Tommaso d&#8217;Aquino). Provo ad esporre alcune perplessit\u00e0 sul modo di impiegare questi &#8220;princ\u00ecpi&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>A. La dialettica tra principio mariano e principio petrino<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Da tempo accade che, per uscire dall&#8217;imbarazzo nel giustificare una tradizione intorno alla rilevanza del sesso nella ordinazione ministeriale, cosa che non trova pi\u00f9 una evidenza nella cultura e nella societ\u00e0, si pretende di desumerla dalla tradizione, utilizzando il ricorso ad un &#8220;duplice principio&#8221; (petrino e mariano) che caratterizzerebbe in modo generale tutta la storia della Chiesa e che dovrebbe perci\u00f2 essere rispettato normativamente anche oggi. Secondo questa lettura nella Chiesa il principio petrino sarebbe riferito al ruolo degli uomini maschi, mentre il principio mariano sarebbe riferito al ruolo esercitato dalle donne. Provo a mostrare la debolezza di questo ragionamento, in cui si mescolano, inavvertitamente, il piano del giudizio con il piano del pregiudizio. Illustro prima di tutto la funzione per cui \u00e8 nata la elaborazione di questi due principi (\u00a7.1), ne presento gli usi coerenti e quelli incoerenti (\u00a7. 2) e verifico alla fine le possibilit\u00e0 di sviluppo del dibattito attuale (\u00a7.3), su basi meno pregiudicate.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<ol>\n<li><strong>La funzione ecclesiale dei due principi<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n\n\n\n<p>Legato alla difesa apologetica del &#8220;primato petrino&#8221; nel contesto del dialogo ecumenico (per superare il &#8220;complesso antiromano&#8221;) la coppia di principi serviva alla teologia di Von Balthasar per sottolineare due approcci alla tradizione non incompatibili, e nei quali la sovraordinazione del rapporto spirituale al rapporto istituzionale permetteva di alimentare la speranza di capovolgere la percezione di un cattolicesimo ridotto alla difesa del &#8220;primato di Pietro&#8221;. La dialettica tra Maria e Pietro, tra principio spirituale e principio istituzionale, assumeva i nomi, metaforici, di principio mariano e di principio petrino. Perci\u00f2 \u00e8 evidente che in origine la differenza tra principio petrino e principio mariano era stata escogitata da Von Balthasar per mettere in luce una tensione originaria tra logica istituzionale petrina e logica carismatica mariana. Questo non ha niente a che fare, in partenza, con la differenza tra maschile e femminile. Se poi anche von Balthasar ha usato il doppio principio come sostegno al pregiudizio di un &#8220;essenzialismo&#8221; maschile e femminile, addirittura di una &#8220;permanente gerarchia dei sessi&#8221;, questo resta un elemento secondario. Del principio mariano partecipano sicuramente anche i maschi. Non si vede perch\u00e9 mai del principio petrino non dovrebbero partecipare anche le donne. I due principi non spiegano affatto questo pregiudizio culturale e antropologico.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>2. <strong>Lo scivolamento del ragionamento sul piano del sesso<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La grande metafora escogitata da Von Balthasar, con la forza del suo pensiero sistematico, correva per\u00f2 fin dal principio un grave rischio: di spostarsi da una argomentazione squisitamente ecclesiologica, ad una forma di antropologia normativa (biblica o magisteriale) del soggetto e del ministero. Come se il principio si spostasse dal piano di una &#8220;metafora biblica&#8221; della differenza tra chiesa istituzionale e chiesa spirituale ad una logica di genere che uniformava tutte le donne a Maria e tutti gli uomini a Pietro. Qui, come \u00e8 evidente, \u00e8 potuto accadere uno scivolamento grave dal piano del legittimo giudizio sistematico al piano dell&#8217;illegittimo pregiudizio culturale. Per dirlo meglio: il principio petrino veniva riferito in origine alla mediazione istituzionale del discepolato e dell&#8217;apostolato, a differenza del principio mariano, che era riferito invece alla mediazione carismatica e affettiva del discepolato e dell&#8217;apostolato. E&#8217; chiaro che decisivo qui non \u00e8 il sesso di Pietro e di Maria, ma la forma differenziata della relazione con il Signore e con la tradizione. Un esempio pu\u00f2 essere utile per capire meglio questa differenza. Possiamo chiederci: in che senso Pietro \u00e8 autorevole sul piano del perdono e della misericordia? Se ragioniamo secondo il principio petrino, la risposta \u00e8 perch\u00e9 ha ricevuto il potere delle chiavi. Se invece pensiamo secondo il principio mariano, dobbiamo rispondere perch\u00e9 ha pianto amaramente dopo aver rinnegato il Signore. I due principi non dipendono dal sesso di chi li incarna, ma dalla forma del rapporto con cui si pongono nella tradizione del discepolato cristiano.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>3. La ripresa della questione in prospettiva<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La domanda sul ministero femminile non pu\u00f2 essere affrontata soltanto rinviando a questa distinzione tra i due principi. Piuttosto, sarebbe utile riferirsi ai due principi per scoprire come, per gli uomini e per le donne, non vi sia soltanto una relazione istituzionale con la tradizione. La differenza tra principio petrino e principio mariano non riguarda, perci\u00f2, la legittimit\u00e0 con cui un uomo pu\u00f2 incarnare il principio mariano o una donna il principio petrino. Riguarda, invece, la capacit\u00e0 di non esaurire n\u00e9 gli uomini n\u00e9 le donne sul piano della loro &#8220;prestazione istituzionale&#8221;. Per questa importante distinzione, la elaborazione del duplice principio risulta ancora preziosa. Se invece si pretendesse di usare i due principi, per delimitare lo spazio del maschile e del femminile nella mediazione della salvezza, questa sarebbe una operazione poco lungimirante, perch\u00e9 subordinerebbe il giudizio sistematico sulla chiesa ad un pregiudizio antropologico sulle persone. Si pu\u00f2 dire, perci\u00f2, che la distinzione tra principio petrino e principio mariano non ha la intenzione originaria, e non \u00e8 in grado neppure a posteriori, di trasformare un pregiudizio culturale contingente in un giudizio sistematico vincolante.  <\/p>\n\n\n\n<p><strong>B. La donna ridotta allo schiavo: una fonte imbarazzante di &#8220;Inter insigniores&#8221;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Altrettanto interessante \u00e8 esaminare come, gi\u00e0 quasi 50 anni fa, l&#8217;uso dei &#8220;principi&#8221; fosse assunto in modo molto disinvolto dal magistero ecclesiale. Ecco una citazione tratta da <em>Inter insigniores<\/em> (1976), documento che interviene sul tema della &#8220;ordinazione della donna&#8221; e che trae il titolo dalla nota espressione formulata da Giovanni XXIII che scopre &#8220;tra le note pi\u00f9 importanti&#8221; del mondo moderno la nuova dignit\u00e0 della donna nello spazio pubblico. Sar\u00e0 paradossale, ma esemplare, scoprire lo stridente contrasto tra il titolo del documento e il contenuto della argomentazione che vado a presentare. Ecco il testo da esaminare:<\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201c\u00ab I segni sacramentali \u2013 dice S. Tommaso \u2013 rappresentano ci\u00f2 che significano per una naturale rassomiglianza \u00bb.Ora, questo criterio di rassomiglianza vale, come per le cose, cos\u00ec per le persone: allorch\u00e9 occorre esprimere sacramentalmente il ruolo del Cristo nell\u2019Eucaristia, non si avrebbe questa \u00ab naturale rassomiglianza \u00bb, che deve esistere tra il Cristo e il suo ministro, se il ruolo del Cristo non fosse tenuto da un uomo: in caso contrario, si vedrebbe difficilmente in chi \u00e8 ministro l\u2019immagine di Cristo. In effetti, il Cristo stesso fu e resta un uomo.\u201d<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Bisogna per lo&nbsp;pi\u00f9&nbsp;diffidare dell\u2019assunzione di un \u201cprincipio\u201d tratto da un\u2019opera di S. Tommaso, perch\u00e9&nbsp;frequentemente si&nbsp;tratta di una apparenza di principio, che non corrisponde alla intenzione dell\u2019autore. In questo caso, il documento<em>&nbsp;Inter insigniores<\/em>&nbsp;utilizza un testo di Tommaso, senza&nbsp;approfondirne&nbsp;n\u00e9 la fonte n\u00e9 il contesto. Ad un esame pi\u00f9 attento,&nbsp;infatti,&nbsp;risulta facile riconoscere la debolezza della argomentazione magisteriale, che&nbsp;ricorre ad un testo il cui contenuto reale,di&nbsp;fatto, smentisce le premesse stesse del documento magisteriale. Cerco di esporre con semplicit\u00e0 il frutto della mia breve ricerca.<\/p>\n\n\n\n<ol>\n<li><strong>La donna e lo schiavo<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n\n\n\n<p>La espressione di Tommaso citata da<em>&nbsp;Inter insigniores<\/em>&nbsp;appare nel<em>&nbsp;Commentario alle sentenze di Pietro Lombardo<\/em>&nbsp;(<em>Super Sent., lib. 4 d. 25 q. 2 a. 2 qc. 1 ad 4<\/em>) ed \u00e8 parte di una risposta alla discussione, che&nbsp;<strong>non riguarda la ordinazione della donna, ma quella dello schiavo<\/strong>&nbsp;(l\u2019articolo 2 si intitola infatti \u201cSe la schiavit\u00f9 sia impedimento alla ricezione dell\u2019ordine\u201d)! Il testo della citazione integrale, che \u00e8 molto breve, suona cos\u00ec:<\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201c&nbsp;Ad quartum dicendum, quod signa sacramentalia ex naturali similitudine repraesentant; mulier autem ex natura habet subjectionem, et non servus; et ideo non est simile.\u201d<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Come \u00e8 evidente, il riferimento alla \u201csimilitudo\u201d non riguarda di per s\u00e9 la \u201csomiglianza maschile\/femminile\u201d&nbsp;rispetto al Signore, ma la&nbsp;somiglianza nella&nbsp;\u201ccondizione di schiavit\u00f9\u201d, che lo schiavo ha per contratto o per convenzione, mentre la donna ha \u201cper natura\u201d. Per capire meglio questa risposta, tuttavia, bisogna leggere la obiezione cui risponde, che si trova qualche pagina prima;<\/p>\n\n\n\n<p>La posizione che viene confutata nel \u201cad quartum\u201d citato \u00e8 la seguente, che sostiene la non ordinabilit\u00e0 dello schiavo,&nbsp;che sarebbe caso&nbsp;\u201cpi\u00f9 grave\u201d rispetto alla donna:<\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201cSed contra, videtur quod (servitus) impediat quantum ad necessitatem sacramenti. Quia mulier non potest suscipere sacramentum ratione subjectionis. Sed major subjectio est in servo; quia mulier non datur viro in ancillam, propter quod non est de pedibus sumpta. Ergo et servus sacramentum non suscipit.\u201d<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>2. <strong>Di quale &#8220;somiglianza&#8221; parla Tommaso?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Possiamo dunque scoprire che la \u201csimilitudo\u201d di cui si parla, nel testo di Tommaso&nbsp;<strong>riguarda non il rapporto tra Cristo e il suo ministro ordinato, come la intende&nbsp;<em>Inter&nbsp;<\/em>insigniores, ma la somiglianza&nbsp;tra la condizione di schiavo e la condizione di donna<\/strong>. La \u201csimilitudo\u201d negata da Tommaso \u00e8 la relazione tra lo schiavo e la donna circa il \u201cdefectus eminentiae gradus\u201d. E viene contestata proprio per il fatto che la \u201ccarenza di autorit\u00e0\u201d per lo schiavo \u00e8 reversibile, mentre per la donna non lo \u00e8. <em>La natura, per Tommaso, pone la donna in una soggezione insuperabile.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>La controprova della non pertinenza del presunto principio tomista invocato da&nbsp;<em>Inter Insigniores<\/em>&nbsp;si ha leggendo i testi, che precedono quelli a cui abbiamo fatto riferimento, ossia quelli dell\u2019articolo 1, dedicato specificamente alla questione \u201cSe il sesso femminile sia un impedimento alla ricezione dell\u2019ordine\u201d. In questa parte del commento il principio invocato da&nbsp;<em>Inter insigniores&nbsp;<\/em>appare in forma&nbsp;diversa<em>, ossia con un rag<\/em>i<em>onamento le<\/em>g<em>germente pi\u00f9 ampio, ma che chiarisce ancora meglio la \u201cmens\u201d di Tommaso e la sua profonda differenza dalla intenzione con cui Int<\/em>er in<em>signiores lo a<\/em>ssume, in una&nbsp;<em>pr<\/em>ospettiva profon<em>damen<\/em>te diver<em>s<\/em>a.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche in questo caso la citazione utilizza la logica della \u201csimilitudo\u201d, allegando anche un esempio, tratto dal sacramento della unzione degli infermi. Leggiamo il passo<\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201cUnde etsi mulieri exhibeantur omnia quae in ordinibus fiunt, ordinem non suscipit: quia cum sacramentum sit signum, in his quae in sacramento aguntur, requiritur non solum res, sed significatio rei; sicut dictum est, quod in extrema unctione exigitur quod sit infirmus, ut significetur curatione indigens. Cum ergo in sexu femineo non possit significari aliqua eminentia gradus, quia mulier statum subjectionis habet; ideo non potest ordinis sacramentum suscipere.\u201d (Super Sent., lib. 4 d. 25 q. 2 a. 1 qc. 1 co.)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Come \u00e8 evidente dal ragionamento proposto da Tommaso, la domanda non solo della \u201cres\u201d, ma della \u201csignificatio rei\u201d, che in qualche modo equivale a quanto sostenuto a proposito della \u201csimilitudo\u201d nel caso precedente, viene argomentata esclusivamente in rapporto alla \u201csignificatio\u201d della \u201ceminentia gradus\u201d: il sesso femminile \u00e8 escluso dalla ordinazione perch\u00e9 incapace di \u201csignificare ed esercitare la autorit\u00e0\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>3. <strong>Le note pi\u00f9 importanti&#8230;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 chiaro che la citazione utilizzata da&nbsp;<em>Inter insigniores<\/em>&nbsp;riconduce la argomentazione di Tommaso non alla somiglianza maschile tra il ministro e il Signore, nel suo lato oggettivo e formale, ma alla somiglianza tra rappresentanza della autorit\u00e0 e assenza di schiavit\u00f9. Cos\u00ec pare evidente la debolezza della argomentazione, che non fa altro che ribadire, con una petizione di principio, proprio quella impostazione classica che assume la relazione tra uomo e donna segnata non solo da una legittima differenza, ma da una strutturale subordinazione della seconda al primo.<\/p>\n\n\n\n<p>Come accade non raramente, anche in questo caso un testo di Tommaso, sganciato dal suo contesto&nbsp;originario, serve a dare autorevolezza ad una posizione obiettivamente assai debole,&nbsp;e comunque molto diversa da quella sostenuta dal Dottore angelico.Tommaso non utilizza mai nella discussione sugli impedimenti alla ordinazione&nbsp;l\u2019argomento della somiglianza, se non riferendola al \u201cdifetto di autorit\u00e0\u201d. In altri termini, lo schiavo non pu\u00f2 essere ordinato perch\u00e9 privo di autorit\u00e0. Ma lo schiavo pu\u00f2 superare questo impedimento, che non gli deriva dalla natura, ma dalla tradizione. Invece la donna \u201cha la schiavit\u00f9 per natura\u201d e per questo non pu\u00f2 essere ordinata. La ragione della dissomiglianza non \u00e8 la \u201cforma\u201d o la \u201cstruttura\u201d femminile, ma il \u201cdefectus eminentiae gradus\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Se letta nel suo contesto,&nbsp;quindi,&nbsp;la affermazione sulla \u201csomiglianza\u201d \u2013&nbsp;riproposta dal documento del 1976 &#8211; &nbsp;riafferma soltanto la&nbsp;prospettiva&nbsp;che per Tommaso&nbsp;risultava&nbsp;decisiva: ossia la \u201cmancanza di autorit\u00e0 della donna\u201d come principio antropologico e sociologico del suo tempo&nbsp;e che si imponeva anche alla discussione teologica, che si lascia istruire da questa evidenza culturale. Che per\u00f2 noi abbiamo superato persino nel titolo di <em>Inter insigniores<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Essendo&nbsp;<em>Inter insigniores<\/em>&nbsp;introdotto dalla citazione con cui Papa Giovanni segnala in&nbsp;<em>Pacem in terris<\/em>&nbsp;la acquisizione della \u201cdonna nello spazio pubblico\u201d come \u201csegno dei tempi, sembra davvero paradossale che per dar seguito a questa nuova affermazione, si&nbsp;fondi la soluzione su&nbsp;un testo medievale che conferma precisamente ci\u00f2 di cui dobbiamo oggi liberarci.&nbsp;Se si ribadisce in premessa che \u201cper natura la donna non pu\u00f2 comandare\u201d, ogni discussione teologica risulta superata e senza alcuno spazio. <\/p>\n\n\n\n<p>Una semplice esegesi tomista,&nbsp;condotta nel contesto da cui<em>&nbsp;Inter insigniores<\/em>&nbsp;trae la affermazione di Tommaso, libera il campo per argomentazioni davvero convincenti, che debbono essere&nbsp;nuove, giacch\u00e9 scaturiscono da un mondo trasformato dalla libert\u00e0 e dalla eguaglianza. La debolezza&nbsp;obiettiva&nbsp;delle argomentazioni del magistero, di cui il teologo deve fare accurata rassegna, liberano il campo per una ricerca di argomentazioni pi\u00f9 forti e pi\u00f9 convincenti, che rispondano davvero alla questione sollevata da Giovanni XXIII e accettino che, in rapporto al femminile, qualcosa di decisivo \u00e8 accaduto tra XIX e XX secolo, di cui il XXI secolo deve dar conto, senza ambiguit\u00e0. La somiglianza richiesta da Tommaso \u00e8 la \u201cassenza di schiavit\u00f9\u201d:&nbsp;possibile per lo schiavo, ma impossibile per la donna. Il suo testo, dunque, assume un orizzonte che non \u00e8 pi\u00f9 il nostro.&nbsp;Le \u201cinsigniores notas\u201d che il mondo da 60 anni ci offre,&nbsp;dalle quali la Chiesa dovrebbe disporsi ad imparare qualcosa, e&nbsp;tra&nbsp;le quali sta&nbsp;la partecipazione delle donne alla \u201ccosa pubblica\u201d, esigono&nbsp;dal magistero e dai teologi&nbsp;\u201cinsigniores&nbsp;cogitationes\u201d. Non \u00e8 l&#8217;uso equivoco dei principi classici a poter aggirare il compito di elaborare nuovi principi, perch\u00e9 la tradizione rimanga sana.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non \u00e8 raro che i &#8220;princ\u00ecpi teologici&#8221; siano usati con poca attenzione. 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