{"id":18445,"date":"2023-04-01T17:38:45","date_gmt":"2023-04-01T15:38:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=18445"},"modified":"2023-04-01T17:38:46","modified_gmt":"2023-04-01T15:38:46","slug":"potere-di-insegnare-e-di-battezzare-ai-laici-e-alle-donne-dalla-societa-dellonore-alla-societa-della-dignita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/potere-di-insegnare-e-di-battezzare-ai-laici-e-alle-donne-dalla-societa-dellonore-alla-societa-della-dignita\/","title":{"rendered":"&#8220;Potere di insegnare e di battezzare&#8221; ai laici e alle donne? Dalla societ\u00e0 dell&#8217;onore alla societ\u00e0 della dignit\u00e0"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"440\" height=\"260\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-10443\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne.jpg 440w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne-300x177.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 440px) 100vw, 440px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>Tra le richieste emerse dal &#8220;Cammino sinodale tedesco&#8221; vi \u00e8 il completo superamento di una espressione che risale a Tertulliano e che si pu\u00f2 sintetizzare cos\u00ec: possono battezzare (e insegnare) i vescovi, i presbiteri, i diaconi, il laici maschi, non le donne. Si deve dire che questa posizione di Tertulliano, bene conosciuta lungo la tradizione, ha subito nel tempo grandi revisioni. Da un lato la elaborazione di una &#8220;competenza femminile&#8221; sul battesimo, legata al &#8220;caso di necessit\u00e0&#8221; o al &#8220;pericolo di morte&#8221;. Accanto a ci\u00f2 si ammetteva anche un &#8220;insegnamento&#8221; possibile per le donne, purch\u00e9 restasse rigorosamente &#8220;in privato&#8221;. Questa differenziazione valeva a due livelli:<\/p>\n\n\n\n<ul>\n<li>sul piano naturale, la donna era collocata nella sfera privata.<\/li>\n\n\n\n<li>sul piano istituzionale il compito formale era riservato al clero ordinato, non ai laici.   <\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec si \u00e8 creato un sistema per cui la &#8220;funzioni di rappresentanza ecclesiale&#8221; si sono concentrate:<\/p>\n\n\n\n<ul>\n<li>sui maschi piuttosto che sulle donne, per natura<\/li>\n\n\n\n<li>sui chiarici piuttosto che sui laici, per istituzione.<\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p>Questo sistema funzionava non solo per grazia, ma per cultura. E&#8217; la cultura della &#8220;societ\u00e0 dell&#8217;onore&#8221;, che si basa sulla diseguaglianza, e che proprio cos\u00ec annuncia Dio e fa esperienza della trascendenza. La differenza di Dio \u00e8 assicurata dalle &#8220;differenze di onore&#8221;: tra donna e uomo, tra clero e laici e dalle infinite differenze di grado interne ad ognuna di queste categorie. <\/p>\n\n\n\n<p>Molto interessante \u00e8 il fatto che dove vi sia una &#8220;differenza&#8221;, la logica della &#8220;potestas&#8221; funziona sempre: al Concilio di Trento ci sono state sessioni che sono state aperte da discorsi di &#8220;laici&#8221; (che per\u00f2 erano &#8220;nobili&#8221;); in diocesi tedesche nel periodo successivo al Trento ci sono stati vescovi nominati in giovanissima et\u00e0 (ad es. 12 anni),  mai ordinati diaconi o presbiteri, direttamente consacrati vescovi, ma differenti per &#8220;nobile nascita&#8221;. L&#8217;ordine nobiliare (anche senza ordinazione ecclesiale) funzionava perfettamente nella societ\u00e0 dell&#8217;onore. E cos\u00ec garantiva la &#8220;differenza di Dio&#8221;. Lo stesso re di Francia, da nobilissimo tra i nobili, passava la settimana santa sempre in preghiera nella Cappella reale!<\/p>\n\n\n\n<p>La fine della societ\u00e0 dell&#8217;onore e l&#8217;inaugurazione della societ\u00e0 della dignit\u00e0 ha messo a dura prova tutto il sistema ministeriale della Chiesa, che si era modellato in grande sintonia con quell&#8217;archetipo. Se si guarda che cosa era il Cerimoniale dei Vescovi fino al Concilio Vaticano II, si capisce da dove viene il nostro pregiudizio sul potere episcopale. La Chiesa cattolica ha provato prima a difendersi dalla eguaglianza, identificando se stessa come <em>societas inaequalis<\/em>, ma poi ha lentamente accettato di rivedere le proprie categorie. Oggi noi siamo in mezzo al guado di questa grande &#8220;metafora&#8221;: stiamo trasportando le migliori esperienza ecclesiali dal linguaggio della societ\u00e0 dell&#8217;onore al linguaggio della societ\u00e0 della dignit\u00e0. Atto inaugurale di questo passaggio \u00e8 stata la &#8220;entrata della donna nello spazio pubblico&#8221; segnalata come &#8220;segno dei tempi&#8221; da Giovanni XXIII nel 1963. Riconoscere la dignit\u00e0 della donna diventava allora una questione prima per la societ\u00e0, poi anche per la Chiesa.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo passaggio, nella Chiesa, non \u00e8 semplice. Perch\u00e9 mentre la societ\u00e0 dell&#8217;onore proietta su Dio le infinite gerarchie del vivere umano, e vive Dio solo della evidenza delle differenze umane, la societ\u00e0 della dignit\u00e0 sposta su Dio la propria eguaglianza: annuncia un Dio &#8220;uguale per tutti&#8221;, ma anche &#8220;diverso per tutti&#8221;, che rende tutti uguali, ma anche tutti diversi, e che perci\u00f2 pu\u00f2 non essere pi\u00f9 n\u00e9  riconosciuto n\u00e9 riconoscibile. <\/p>\n\n\n\n<p>Ecco il punto nodale: tra la societ\u00e0 dell&#8217;onore e la societ\u00e0 della dignit\u00e0 ci\u00f2 che cambia \u00e8 il desiderio di riconoscimento. In un mondo che non vuole differenze strutturali, ma che spera solo nella pi\u00f9 radicale eguaglianza, i legami e le relazioni tendono a non avere pi\u00f9 alcuna evidenza. Se siamo tutti uguali, ma tutti liberamente diversi, il mondo diventa incomprensibile e ingovernabile, disorienta e si smarrisce.<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco allora la sfida: come annunciare la differenza di Dio in questo contesto della &#8220;universale dignit\u00e0&#8221;? Se abbiamo compreso che questo contesto non \u00e8 la negazione di Dio, in che senso pu\u00f2 ancora essere mediazione del Dio di Ges\u00f9 Cristo?<\/p>\n\n\n\n<p>La struttura sociale ed ecclesiale &#8220;per ordini&#8221; non ha pi\u00f9 evidenza. Ma come possiamo dire la differenza di Dio, del suo amore e della sua bont\u00e0, nel mondo della eguaglianza? Ancora pi\u00f9 a fondo: nel mondo della libert\u00e0 e della eguaglianza, a che cosa serve la fraternit\u00e0? Non \u00e8 un caso che, mentre libert\u00e0 e eguaglianza possono essere &#8220;assolute&#8221;, la fraternit\u00e0 \u00e8 invece cura di legami, dei figli col padre e tra figli dello stesso padre. Ci\u00f2 che la libert\u00e0 e la eguaglianza tende a negare, la fratellanza deve presupporre e coltivare! <\/p>\n\n\n\n<p>Annunciare la parola e celebrare il sacramento non sono pi\u00f9 pensate come azioni riservate ad un &#8220;ordo&#8221;. Questo \u00e8 uno dei nuovi luoghi comuni, di ancora parziale evidenza, propri di una Chiesa che sta imparando il linguaggio della societ\u00e0 della dignit\u00e0. Riservare la parola al Vescovo e la eucaristia al prete era la logica della Chiesa dell&#8217;onore. Questo non significa, tuttavia, superare la funzione dell&#8217;episcopato, del presbiterato e del diaconato, ma pensarli come sacramenti con nuove categorie. Nelle quali la differenza non \u00e8 assicurata dall&#8217;onore, ma dalla dignit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Se allora consideriamo in questa luce la questione, possiamo ben vedere che le ragioni che pongono vincoli insuperabili a celebrazioni &#8220;di soglia&#8221;, come sono il battesimo e la omelia, meritano un pensiero meno rigido e drastico, per quanto giustificato dal bisogno di difendere la &#8220;differenza&#8221;, non dell&#8217;onore, ma della dignit\u00e0. La qualit\u00e0 di &#8220;soglia&#8221; del battesimo \u00e8, precisamente, di essere &#8220;porta&#8221; di ingresso nella Chiesa. La qualit\u00e0 di soglia della omelia \u00e8 di essere &#8220;parola diretta&#8221; che pu\u00f2 intercettare ogni vita, ogni storia, ogni domanda, ogni problema. Per questo sta nel cuore della celebrazione di una intimit\u00e0, ma \u00e8 anche forma liminare di annuncio. <\/p>\n\n\n\n<p>Mi spiego meglio. E&#8217; del tutto evidente che nella chiesa di oggi non \u00e8 cos\u00ec impensabile n\u00e9 che la celebrazione del battesimo possa essere presieduta da un semplice battezzato, n\u00e9 che la presa di parola omiletica venga affidata a un uomo o una donna sapienti della comunit\u00e0. Questo non deve scandalizzare. Piuttosto potrebbe essere scandaloso che queste opportunit\u00e0 non siano rivestite di &#8220;forme istituzionali&#8221;, ossia che non vengano lette come occasioni per rinnovare l&#8217;esperienza ecclesiale, in modo pieno e formale.<\/p>\n\n\n\n<p> E&#8217; ben comprensibile che vi siano &#8220;ministri ordinari&#8221; che si identificano, per lo pi\u00f9, con ministri ordinati. Guai se non fosse cos\u00ec. Ma non sarebbe saggio giudicare scandaloso che, secondo le circostanze e non solo &#8220;in pericolo di morte&#8221; si potesse ricorrere a &#8220;ministri straordinari&#8221; per celebrare battesimi e per tenere omelie. Perch\u00e9 mai nella &#8220;distribuzione della comunione&#8221; dovrebbe essere possibile ci\u00f2 che si ritiene impossibile per il battesimo o per l&#8217;omelia? Ordinariamente distribuisce chi presiede o chi concelebra, ma nulla impedisce che&#8230;ordinariamente battezza il ministro ordinato, ma nulla impedisce che&#8230;normalmente tiene la omelia colui che presiede l&#8217;eucaristia, ma nulla impedisce che&#8230; <\/p>\n\n\n\n<p>Qui non si tratta di opporre principi opposti, ma di integrare visioni differenziate. Non sono le legittime domande tedesche a negare le istanze centrali, n\u00e9 le giustificate istanze centrali a spiazzare definitivamente i nuovi spazi invocati. Riservare il battesimo e la omelia a colui che presiede una comunit\u00e0 \u00e8 normale e anche vitale. Ma sono proprio le forme della autorevolezza ecclesiale a non poter essere pi\u00f9 n\u00e9 pensate n\u00e9 amministrate con le logiche arcaiche dell'&#8221;ordo&#8221;. Qui noi siamo proprio al centro di una nuova visione: possiamo annunciare la differenza di Dio avendo misericordia per le infinite distinzioni di dubbio gusto con cui abbiamo, per secoli, discriminato le donne di fronte agli uomini, i laici di fronte ai chierici. Quello che prima pensavamo, in buona fede, fosse voluto da Dio, ora sappiamo che era solo un nostro punto cieco, una nostra forma di orgoglio e una mancanza di umilt\u00e0, che ci ha fatto scambiare la differenza di Dio con la gerarchia tra gli umani. Non perdere la differenza di Dio in una cultura della eguaglianza e della libert\u00e0 pu\u00f2 indurci a pensare non come un abuso un battesimo presieduto da un non chierico o una omelia tenuta da una laica o da un laico. D&#8217;altra parte, se da decenni abbiamo acconsentito a riconoscere il dottorato in teologia, in S. Scrittura, in pastorale o in spiritualit\u00e0 a laiche e laici, penseremmo forse che possano spenderlo soltanto &#8220;in privato&#8221;, tenendolo incorniciato nel loro studio?  Il munus docendi e il munus sanctificandi non sono pi\u00f9 compresi in (e garantiti da) un &#8220;ordo&#8221; separato (rispettivamente dall&#8217;episcopato e dal presbiterato), ma insieme al &#8220;munus regendi&#8221; sono entrati nella possobile esperienza di ogni battezzato, maschio o femmina che sia. Questo cambio di paradigma ha certo bisogno di criteri di riconoscibilit\u00e0 e di attendibilit\u00e0, sui quali per\u00f2 si deve ragionare pacatamente, ma non secondo le regole della societ\u00e0 dell&#8217;onore, bens\u00ec secondo quelle della societ\u00e0 della dignit\u00e0. Per rispetto della tradizione, che non sopporta mai riduzioni troppo smaccate. Una chiesa in uscita non si barrica dietro le norme contingenti di un regolamento giuridico o liturgico, che  invece possono essere adattate alle nuove urgenze del popolo di Dio. Se si parte sempre da differenze incolmabili, si resta nello stile del mondo che passa e non si fa spazio alla vera differenza che conta.    <\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tra le richieste emerse dal &#8220;Cammino sinodale tedesco&#8221; vi \u00e8 il completo superamento di una espressione che risale a Tertulliano e che si pu\u00f2 sintetizzare cos\u00ec: possono battezzare (e insegnare) i vescovi, i presbiteri, i&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/18445"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=18445"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/18445\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":18447,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/18445\/revisions\/18447"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=18445"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=18445"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=18445"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}