{"id":18372,"date":"2023-02-09T12:06:03","date_gmt":"2023-02-09T11:06:03","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=18372"},"modified":"2023-02-10T09:20:59","modified_gmt":"2023-02-10T08:20:59","slug":"parlare-di-liturgia-ha-senso-la-via-mistagogica-secondo-pierangelo-sequeri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/parlare-di-liturgia-ha-senso-la-via-mistagogica-secondo-pierangelo-sequeri\/","title":{"rendered":"Parlare di liturgia ha senso? La via mistagogica secondo Pierangelo Sequeri"},"content":{"rendered":"<p><img decoding=\"async\" alt=\"\" src=\"https:\/\/www.recensionedilibri.it\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/COP-Celebrare.-Bibbia-e-liturgia-in-dialogo-e1667665757264.jpeg\" \/><\/p>\n<p>In un volumetto scritto a quattro mani, (R. De Zan \u2013 P. Sequeri, <i>Celebrare. Bibbia e liturgia in <\/i>dialogo, Roma, GBP, 2022) mentre R. De Zan presenta il culto nel AT e NT, P. Sequeri dedica circa 70 pagine al tema cos\u00ec formulato: <i>Ha ancora senso oggi parlare di liturgia? Riabilitazione dell\u2019asse mistagogico della celebrazione ecclesiale<\/i> (71-153). Vorrei soffermarmi brevemente sul testo di Sequeri.<\/p>\n<p><b>Alcune affermazioni azzardate<\/b><\/p>\n<p>Tutto il testo \u00e8 pervaso da una tesi che viene formulata fin dall\u2019inizio in modo piuttosto drastico. Eccone la prima formulazione.<\/p>\n<p>\u201cDa quando i teologi hanno ripreso a parlare di liturgia, e i liturgisti di teologia, la pratica della liturgia ha dolcemente incominciato a perdere la sua potenza e il suo incanto. Il tempo del cosiddetto <i>rubricismo<\/i> liturgico aveva un incanto infinitamente superiore a quello prodotto dallo <i>strutturalismo<\/i> semiologico che l\u2019ha sostituito\u201d (73)<\/p>\n<p>La frase lascia intendere, forse anche al di l\u00e0 delle intenzioni di chi l\u2019ha scritta, che la perdita di potenza e di incanto sia uno dei prodotti della \u201cverbalizzazione\u201d della liturgia.<\/p>\n<p>Di fronte a questa diagnosi troppo semplicistica l\u2019auspicio (giusto) \u00e8 \u201cche la liturgia riprenda a parlare da s\u00e9 (e non di s\u00e9)\u201d (74).<\/p>\n<p>Pur riconoscendo (75-76) il grande progresso fatto dalla teologia sia riguardo al rapporto tra sacramento e celebrazione, sia riguardo alla ricomposizione antropologica dell\u2019azione rituale, questo arricchimento non ha inciso sulla esperienza: \u201cnei toni e nei ritmi che erano abituali nella mia infanzia preconciliare\u201d (76).<\/p>\n<p>Di qui una seconda affermazione molto azzardata:<\/p>\n<p>\u201cL\u2019arricchimento del senso teologico del sacramento, nella lingua ecclesiastica, ha moltiplicato i misteri senza necessit\u00e0\u201d (79)<\/p>\n<p>Al contrario, centrale dovrebbe restare quella \u201ccomunit\u00e0 dell\u2019altare\u201d che \u00e8 luogo in cui la Chiesa si \u201cferma\u201d e si \u201cfa\u201d.<\/p>\n<p>Una lunga e appassionata illustrazione di questa qualit\u00e0 \u201cinoperosa\u201d della comunit\u00e0 eucaristica (80-103) arriva per\u00f2 ad una terza affermazione estremizzata:<\/p>\n<p>\u201cLa Chiesa post-tridentina, che si vuole blindata dogmaticamente, ha riempito l\u2019Europa di meraviglie (architettoniche, pittoriche, musicali, poetiche), che ancora adesso vengono esibite come l\u2019argenteria di famiglia che nobilita una pratica non pi\u00f9 frequentata con altrettanto entusiasmo. La Chiesa del dialogo con la cultura e l\u2019arte continua ad essere mortificata da risultati pi\u00f9 che modesti.\u201d(104-105)<\/p>\n<p>Sequeri denuncia le \u201cpatetiche forme di nostalgia devota\u201d e di \u201capologetica anacronistica\u201d (105), ma alcune volte ne adotta anche il linguaggio. Pi\u00f9 serene e piene di intensit\u00e0 positiva sono le pagine della seconda parte (108-144) che esordiscono con una rilettura illuminante del pensiero di Ugo di S. Vittore sulla differenza tra immagine e sacramento e che permettono a Sequeri di costruire un interessante e originale percorso di riavvicinamento tra sacramento e celebrazione.<\/p>\n<p>Il testo si chiude con un capitolo dal titolo forte: \u201cL\u2019invenzione di una nuova cultura del culto\u201d che mira a mettere insieme il \u201cminimalismo del sacramento e la esuberanza dell\u2019arte\u201d (149).<\/p>\n<p>Questo progetto, come sarebbe evidente se lo si volesse vedere, corrisponde in modo forte con le migliori voci che hanno accompagnato da almeno un secolo le \u201cparole sulla liturgia\u201d. Proprio di questo filone di riflessione, cos\u00ec importante e per certi versi decisivo, non vi \u00e8 traccia alcuna nel grande testo di Sequeri. Cerco di chiarire meglio questa grave perplessit\u00e0.<\/p>\n<p><b>Le parole sulla liturgia e la parola della liturgia<\/b><\/p>\n<p>La prima osservazione che scaturisce dalla lettura del testo deriva da una carenza che gi\u00e0 avevo notato in altri testi liturgici di Sequeri: manca completamente un confronto con quella storia di \u201cverbalizzazione\u201d della liturgia che inizia prima della met\u00e0 del XIX secolo e che poi prende le forme di atti magisteriali e conciliari e si traduce in una grande riforma liturgica. Di tutto questo, nel testo di Sequeri, non vi \u00e8 traccia alcuna. Questo porta ad alcune esagerazioni piuttosto rilevanti:<\/p>\n<p>a) Da un lato sembra che il \u201csacramento\u201d, e la \u201cliturgia\u201d siano un \u201cente di ragione\u201d (o di fede) che non dipende da condizioni storiche, culturali, ecclesiali, ma che si genera da s\u00e9, sempre uguale a se stesso e di fronte al quale si pu\u00f2 \u201cparlare a sproposito\u201d o \u201clasciargli la parola\u201d. Sono state le \u201cparole sulla liturgia\u201d a permettere, in un percorso di due secoli, di elaborare una esperienza della \u201cforma rituale\u201d che ha chiesto una \u201criforma complessiva\u201d del culto cristiano. Per fare una riforma non si pu\u00f2 semplicemente \u201clasciare la parola al rito\u201d, ma bisogna \u201cristrutturarne la logica\u201d. Quella scoperta della \u201cpartecipazione attiva\u201d non \u00e8 una\u201denfasi post-conciliare\u201d, ma il frutto di una rielaborazione teorica finissima, che non si pu\u00f2 far passare per un abbaglio. Purch\u00e9 si voglia ancora riconoscere che la \u201cmessa tridentina\u201d ha avuto bisogno di una profonda riforma per diventare (anche ritualmente e non solo teologicamente) \u201ccomunit\u00e0 eucaristica\u201d e non soltanto \u201csacramento dell\u2019altare\u201d.<\/p>\n<p>b) Una certa indifferenza verso le forme rituali, che non acquisiscono mai lo spessore concreto di un \u201cordo\u201d (storicamente differenziato), rende difficile per Sequeri distinguere la reazione nostalgica dall\u2019analisi storica. Provo a identificare due punti fragili di questa sua analisi. Da un lato, come sempre ho notato nei testi di autori pi\u00f9 o meno tradizionalisti, \u00e8 facile invertire la correlazione tra causa ed effetto, nei discorsi sulla liturgia. Posso perdonare a Messori di dire che i problemi della liturgia iniziano con la Riforma del Vaticano II, ma pi\u00f9 difficile \u00e8 accettarlo da un teologo come Sequeri. La presa di parola sulla liturgia, che ufficialmente inizia almeno pi\u00f9 di un secolo fa, \u00e8 giustificata precisamente da ci\u00f2 che per Sequeri sarebbe l\u2019effetto! Una crisi liturgica appare gi\u00e0 nel XIX secolo e suscita in Rosmini, Gu\u00e9ranger, Guardini, Casel, e poi in Vagaggini, in Chauvet, in Lafont, in Bonaccorso, risposte preoccupate di \u201crestituire la parola ai riti\u201d. Mi chiedo: perch\u00e9 mai Sequeri non ha riconosciuto in questi autori la medesima intenzione, che ha cercato di formulare, 100, 50 o 20 anni dopo di loro, senza fare il minimo riferimento ad essi? D\u2019altra parte, proprio qui si nasconde anche la seconda svista: la produzione di arte da parte della Chiesa posttridentina e la afasia dell\u2019ultimo secolo non sono semplicemente il frutto di una \u201cverbalizzazione liturgica\u201d, ma di un passaggio di paradigmi culturali che meritano una analisi meno drastica e meno polarizzata.<\/p>\n<p>c) In terzo luogo, sono molto colpito da un fatto: la teologia dei liturgisti (di tutti i continenti), da almeno 30 anni, ha compreso che il recupero della \u201cmistagogia\u201d, ossia la restituzione della autorit\u00e0 alla azione rituale, \u00e8 la grande sfida anche per la Riforma Liturgica. D\u2019altra parte, il succedersi delle generazioni di coloro che \u201cparlano di liturgia\u201d ha scandito anche il passaggio di compiti diversi. Abbiamo avuto bisogno, tra gli anni 40 e gli anni 80, di studiosi che ricostruissero la logica di tutti i riti cristiani. Senza questo lavoro non si sarebbe prodotta alcuna Riforma della liturgia. Questo Sequeri lo sa bene. La seriet\u00e0 del lavoro compiuto non impedisce, oggi, agli stessi liturgisti, di aver individuato, da tempo, un compito diverso, che si pu\u00f2 chiamare appunto \u201cmistagogico\u201d e che consiste nel liberare i riti da \u201cfunzioni\u201d, restituendo loro il carattere di \u201cfonte\u201d. E\u2019 vero che il lavoro pastorale \u00e8 ancora in difficolt\u00e0 su questo punto, ma \u00e8 anche vero che, almeno sul piano teorico, le proposte di qualit\u00e0 non mancano e non possono essere ridotte al nulla, con un gesto troppo sbrigativo.<\/p>\n<p><b>Mistagogia di quale liturgia?<\/b><\/p>\n<p>Un ultimo punto deve essere annotato. Al di l\u00e0 di alcune affermazioni avventate e di una forte assenza di dinamica storica, molte delle cose che Sequeri scrive sull\u2019 \u201dasse mistagogico\u201d sono del tutto fondate. Ma pagano cara una certa \u201cindistinzione\u201d di concetti, che si riferiscono a Battesimo, a Eucaristia o ad altare in un linguaggio atemporale. La domanda \u00e8 questa: l\u2019asse mistagogico da recuperare e del quale abbiamo davvero urgente bisogno, su quale liturgia deve operare, a quale liturgia deve lasciare la parola? A questa domanda il testo di Sequeri non d\u00e0 risposta alcuna e lascia intendere, in modo indiretto, quasi la irrilevanza della questione. Per rispondere a questa domanda occorre mettere a tema la liturgia come \u201coggetto di parola\u201d.<\/p>\n<p>Poich\u00e9 negli ultimi anni Sequeri aveva avuto modo di apprezzare il \u201cparallelismo rituale\u201d tra Vetus Ordo e Novus Ordo come \u201cuna lezione di stile cattolico\u201d prodotta da papa Benedetto XVI, ma poi ha anche molto lodato il superamento del parallelismo rituale, recentemente realizzato da papa Francesco, sarei curioso di chiedergli se il suo \u201casse mistagogico\u201d pu\u00f2 confidare a tal punto nella \u201cparola della liturgia\u201d da rendere indifferente quale sia la liturgia che deve o pu\u00f2 prendere la parola. Per questo, nell\u2019apprezzamento per molte delle speranze che Sequeri delinea sul piano di una lettura misterica, mistagogica ed estetica del culto, mi sembra che per restare in equilibrio nella grande tradizione cattolica, siamo costretti ad un lavoro fine, in cui lo scopo condiviso di \u201crestituire la parola alla liturgia\u201d passa sempre e inevitabilmente attraverso una \u201caccurata parola sulla liturgia\u201d in cui le coordinate storiche, teologiche, antropologiche ed ecclesiali di una visione del culto non devono mai rischiare di essere catturate, una volta per tutte, in quella rete di affezioni e di attaccamenti che non sempre risultano guide affidabili.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In un volumetto scritto a quattro mani, (R. De Zan \u2013 P. Sequeri, Celebrare. Bibbia e liturgia in dialogo, Roma, GBP, 2022) mentre R. De Zan presenta il culto nel AT e NT, P. 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