{"id":18064,"date":"2022-08-02T17:27:52","date_gmt":"2022-08-02T15:27:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=18064"},"modified":"2023-10-11T17:25:01","modified_gmt":"2023-10-11T15:25:01","slug":"la-favola-del-cavallo-morto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-favola-del-cavallo-morto\/","title":{"rendered":"La favola del cavallo morto"},"content":{"rendered":"<p>\u00abIl cervello di vertebrati e mammiferi ha strutture cerebrali profonde, con al centro un sistema di ricompensa, lo striatum. Da questa struttura nervosa dipendono cinque motivazioni-base tuttora attive in noi: mangiare, riprodursi, acquisire status sociale, minimizzare gli sforzi, avere informazioni. Spinge gli esseri umani a questi comportamenti garanti di sopravvivenza, senza limiti a priori, con il piacere dato dalla molecola dopamina. Gli esseri umani sono arrivati sulla scena evolutiva ereditando queste motivazioni di base\u00bb [S\u00e9bastian Bohler, neurobiologo, intervistato da Elisabeth Berthou, \u00abCrise environnementale: \u201cNotre mat\u00e9riau neuronal nous fait repousser l\u2019id\u00e9e de s\u2019autolimiter\u201d\u00bb, <em>La Revue du Monde<\/em>, 13\/06\/22, online]. \u00abDa cui l\u2019aporia: crescere senza fine in un mondo finito. Per fortuna, abbiamo scienza e coscienza di questo limite. Siamo soggetti a due tensioni contraddittorie: l\u2019arcaica che incita a crescere e la parte pi\u00f9 evoluta del nostro cervello che ci ingiunge di rispettare i limiti del pianeta. Il nostro avvenire sulla Terra dipender\u00e0 dall\u2019esito di questo conflitto\u00bb [Thierry Ripoll, ricercatore di psicologia cognitiva, ibid.].<br \/>\n\u00abDeprediamo gli oceani non perch\u00e9 siamo individui affamati di pesce, ma perch\u00e9 la pesca industriale \u00e8 ampiamente sovvenzionata e i guasti provocati non sono pi\u00f9 inclusi nel costo dei suoi prodotti venduti sul mercato. Aspergiamo i campi di prodotti sintetici non perch\u00e9 mancano i cereali, ma per le politiche d\u2019incentivo a produrre surplus di materie prime agricole autorizzando la distruzione della biodiversit\u00e0. Ricondurre la crisi ambientale ai comportamenti degli individui e questi alle funzioni del cervello non ha a che fare con scienze cognitive o neuroscienze: \u00e8 travestire ideologie politiche da volgarizzazioni scientifiche. \u00c8 eliminare dalla scena le conseguenze delle scelte politiche e occultare le responsabilit\u00e0 nostre e delle nostre \u00e9lite in questa catastrofe\u00bb. \u00abL\u2019hanno scritto Jean-Baptiste Fressoz e Christophe Bonneuil (<em>L\u2019Ev\u00e9nement anthropoc\u00e8ne<\/em>, Seuil 2013): \u00e8 appropriata la radice greca anthropos per dare nome all\u2019era geologica di dominio distruttore dell\u2019uomo? Buschmen o Nambikwara, a pieno titolo della nostra specie, non hanno responsabilit\u00e0 alcuna \u2026 Non \u00e8 pi\u00f9 corretto parlare, suggerivano i due storici, di capitalocene?\u00bb. \u00abAnche qui, nessun fato. Il capitalismo finanziarizzato non \u00e8 l\u2019evoluzione naturale del nostro funzionamento economico e il miglior antidoto all\u2019idea \u00e8 il libro di David Graeber, antropologo, e David Wengrow, archeologo (<em>Au commencement \u00e9tait\u2026 Une nouvelle histoire de l\u2019humanit\u00e8<\/em>, Les Liens qui lib\u00e8rent, 2021)\u00bb. \u00abNon vi sono direzioni obbligate n\u00e9 evoluzioni naturali delle organizzazioni sociali e politiche, ma una moltitudine di percorsi che \u00e8 possibile intraprendere, senza peraltro \u201ctornare alle candele\u201d. Leggetelo, \u00e8 eccellente per il cervello\u00bb [St\u00e9phane Foucart, \u00abClimat: laissez le cerveau en dehors de \u00e7a\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 26-27\/06\/22, online].<br \/>\nPer il cervello che sa distinguere tra la realt\u00e0 e la favola.<\/p>\n<p><em><strong>La favola del cavallo morto<\/strong><\/em> [David S. Landes, tr.it. Donzelli 1994] sarebbe la portata rivoluzionaria della rivoluzione industriale, contestata da economisti quantitativi come \u00abun cavallo morto che non si \u00e8 rassegnato del tutto a tirare le cuoia\u00bb [E.L. Jones, ivi, p. 32]. Ma \u00abnessun storico serio dell\u2019Europa e del mondo sar\u00e0 in grado di comprendere il nostro tempo senza considerare la Rivoluzione industriale e le sue conseguenze come i progenitori di un nuovo tipo di modernit\u00e0\u00bb [p. 64]. Nella rivoluzione industriale, \u00abl\u2019economia non \u00e8 localizzabile e le politiche che lo dimenticano sono nocive\u00bb [Fran\u00e7ois Perroux, <em>L\u2019economia del XX Secolo<\/em>, tr.it. Il Saggiatore, 1967, p. 143]. Come vediamo.<br \/>\n\u00abQuello che va sottolineato, per\u00f2, \u00e8 la rapidit\u00e0 con cui il mutamento tecnologico si riflett\u00e8 sui mezzi di sostentamento dei lavoratori e si tradusse in protesta, in molti casi violenta\u00bb [Landes, cit., p. 49].<br \/>\n\u00abL\u2019unica cosa che fece funzionare l\u2019industrializzazione fu che le societ\u00e0, nell\u2019arco di alcuni decenni, riscrissero completamente il proprio contratto sociale. Chiedete al primo venuto di dirvi quali sono state le grandi innovazioni nella storia umana: la risposta sar\u00e0 probabilmente una tecnologia come la ruota, l\u2019orologio, il motore a vapore o il microprocessore. Ma altrettanto significative sono state le innovazioni che hanno ristrutturato l\u2019umanit\u00e0 quanto la tecnologia ristrutturava l\u2019economia. Parlo di pensioni di lavoro, istruzione pubblica gratuita e salario minimo, tutto spuntato dal turbinio dell\u2019industrializzazione ottocentesca. Gli operai e i cittadini si mobilitarono affinch\u00e9 i governi e le imprese in grande espansione riscrivessero il contratto sociale in modo che l\u2019industrializzazione non avvantaggiasse soltanto i padroni. Con il passaggio al Ventesimo secolo, continuarono a emergere nuovi pesi e contrappesi, le leggi antitrust, la tassazione dei redditi, la proibizione del lavoro minorile, una rete di protezione e previdenza sociale, parametri ambientali. Queste revisioni del contratto sociale permisero alle societ\u00e0 di sfruttare il rapido ritmo delle innovazioni industriali in modo che facesse crescere anche il livello di vita dei cittadini. Dal bailamme della Rivoluzione industriale abbiamo ricavato un equilibrio fondamentale tra governo, popolazione e grandi aziende. Ora le imprese potevano influenzare la nostra vita quotidiana in senso sia positivo sia negativo, mentre lo Stato aveva il potere di tenerle in riga, e la popolazione aveva il potere di scegliere i propri capi. Tuttavia in questo Ventunesimo secolo l\u2019equilibrio si \u00e8 disassato in gran parte del mondo occidentale, e i danni dilagano anche nelle economie asiatiche e del mondo in via di sviluppo. Negli ultimi decenni \u00e8 emersa una stordente combinazione di fattori che scuotono il pianeta: la rivoluzione digitale, la globalizzazione, la deregulation, il populismo, l\u2019arrivo di una crisi climatica globale. Tutto ci\u00f2 ha ristrutturato radicalmente il rapporto tra governo, cittadini e imprese, in ogni nazione del pianeta e nell\u2019arena internazionale. Per\u00f2 troppe nostre societ\u00e0 non hanno ancora messo a punto un nuovo contratto sociale che sia all\u2019altezza di questi cambiamenti\u00bb. \u00abSe il livello di disuguaglianza negli Stati Uniti fosse rimasto costante negli ultimi quarant\u2019anni invece di ampliarsi fino a questa condizione attuale in stile film Mad Max, ai lavoratori con un reddito inferiore al 90\u00b0 percentile sarebbero andati 50.000 miliardi di dollari. Significa 1100 dollari in pi\u00f9 ogni singolo mese per ogni singolo lavoratore\u00bb. \u00abIl contratto sociale che era stato rivisto e riequilibrato con successo \u00e8 di nuovo disassato\u00bb [ibid]. [Alec Ross, <em>I furiosi Anni Venti. La guerra fra aziende, stati e persone per un nuovo contratto sociale<\/em>, tr.it. Feltrinelli 2021, pp. 24-25].<br \/>\nNell\u2019era della rivoluzione industriale, \u00abnon ci si pu\u00f2 aspettare di cambiare una economia come fosse un regime \u2013 come stanno scoprendo le nazioni dell\u2019Europa dell\u2019Est\u00bb [Landes, cit., p. 64]. \u00abLa Russia di Eltsin cadde senza transizione nel capitalismo selvaggio. Un piano di privatizzazioni rapido e massiccio permise a un piccolo gruppo di individui di appropriarsi delle risorse del paese e ammassare fortune indicibili in condizioni discutibili. Ma alcuni oligarchi commisero l\u2019errore di usare la ricchezza per estendere la loro influenza politica, dando al Cremlino l\u2019alibi ideale per riprendere in mano il sistema. Al periodo di caos post-sovietico segu\u00ec sotto Putin una riorganizzazione sistematica dell\u2019apparato dello Stato e dell\u2019economia\u00bb. \u00abIl messaggio agli oligarchi fu molto chiaro: condividere potere e ricchezza e continuare una vita dorata tra Londra, Saint-Tropez, Gstaad; o rifiutare e rischiare di finire in una cella-dormitorio con altri duecento detenuti in una colonia penitenziaria nelle pianure innevate della Carelia. Non tardarono a scegliere. Il controllo dello Stato passa anzitutto nelle societ\u00e0 dei settori strategici di energia (Gazprom, Rosneft), banca (Sberbank, VT Bank) e difesa (Sukhoi). I ministri pi\u00f9 importanti sono in consiglio di amministrazione di questi gruppi, spesso rinazionalizzati\u00bb [Daniel Pinto, <em>Le Choc des capitalismes<\/em>, Odile Jacob 2013, pp. 116-7].<br \/>\nPure se straordinariamente ricca nel sottosuolo, \u00abla Russia ha handicap pesanti. Anzitutto i problemi demografici del paese paiono insormontabili. Gli altri ostacoli al decollo della Russia sono ben noti: un sistema giudiziario sotto controllo politico e soprattutto una endemica corruzione a ogni livello sociale che finisce per minare l\u2019energia creativa del paese. Alcuni think tank attenti a queste questioni hanno stimato che le tangenti distribuite ogni anno in Russia siano sui 300 miliardi di dollari, quasi il 20% del prodotto interno lordo del paese\u00bb [p. 121]. Anche dopo la conquista della Crimea nel 2014 la demografia russa \u00e8 in crisi [Orietta Moscatelli, \u00abMontagne russe\u00bb, <em>Limes<\/em>, 03\/03\/2021, online].<br \/>\nMa il mix pubblico-privato \u00ab\u00e8 spaventosamente efficace. Se i Cinesi hanno favorito la creazione di campioni nazionali in pratica in ogni settore, la Russia ha preferito focalizzarsi su alcuni settori-chiave. Ma in questi settori lo Stato mobilita tutta la forza finanziaria e influenza politica per sostenere i campioni ufficiali o ufficiosi\u00bb. \u00abA fronte di queste potenze stato-imprese, sar\u00e0 impossibile vincere la battaglia economica se si resta nell\u2019illusione che le sole forze del mercato basteranno ai nostri grandi gruppi per prevalere\u00bb [Pinto, cit., p. 121]. Eppure, \u00abmito maggiore dei due ultimi decenni in Occidente \u00e8 che il sistema capitalista moderno deve tutto il successo all\u2019iniziativa imprenditoriale e alla ritirata dello Stato\u00bb. \u00abSi scorda che l\u2019Occidente ha costruito non sul liberalismo senza briglie ma sul triangolo imprenditore-Stato-mercato in cui l\u2019imprenditore ha un ruolo centrale, ma missione dello Stato \u00e8 incoraggiare l\u2019iniziativa e sostenere l\u2019attivit\u00e0 economica\u00bb [ivi, p. 147]. \u00abSi sarebbe tentati di pensare che l\u2019industria informatica sia nata nel garage di qualche illuminato californiano, ma \u00e8 una immagine popolare che non corrisponde ai fatti. I primi supercomputer furono realizzati per l\u2019esercito, poi utilizzati dalla Sicurezza Sociale. Il governo americano ebbe un ruolo chiave nello sviluppo della industria dei pc creando negli anni \u201970 l\u2019Advanced Research Project Agency (ARPA) con universit\u00e0 quali Stanford, Carnegie Mellon, MIT\u00bb. \u00abL\u2019idea stessa di Internet nacque in istituti di ricerca pubblici in risposta al bisogno delle forze armate di comunicare senza interferenze del nemico sovietico\u00bb. E \u00abl\u2019industria delle biotecnologie negli USA non sarebbe quella che \u00e8, se lo Stato federale non l\u2019avesse finanziata a colpi di miliardi di dollari di sovvenzioni\u00bb [ivi, pp. 148-9].<br \/>\nLa rivoluzione industriale non si ferma e oggi impone un contratto sociale globale, inconcepibile per i capi-trib\u00f9, sperimentati nel laboratorio Italia (Berlusconi, avatar-Salvini, Grillo \u2026) e in questi primi furiosi anni Venti del Duemila a caccia di bottino ovunque a tutti i costi con ogni mezzo (Putin, Trump, Musk \u2026). Ma in Italia gi\u00e0 \u00abil bisnonno protettivo di ogni economista italiano, Luigi Einaudi scriveva nel 1956 che \u201cTutti, salvo gli imprevidenti e gli innocenti, fanno piani\u201d e di piani avremmo molto bisogno, dai problemi dell\u2019ambiente a quelli della povert\u00e0 e delle disuguaglianze\u00bb. \u00ab\u00c8 indispensabile allora un vero \u201cconcerto politico\u201d sovranazionale per la pianificazione. L\u2019immagine del concerto porta a un esempio: immaginiamo di ascoltare il Bolero di Ravel, con la sua cellula melodica che via via si arricchisce di strumenti. Una metafora della societ\u00e0 sempre pi\u00f9 complessa. Chi esegue quel pezzo ha la volont\u00e0 di giungere al grande risultato del \u201ctutti\u201d. Usiamolo come metafora di ci\u00f2 che vogliamo\u00bb [Pietro Terna, \u00abPunture di Spillo: \u201cPianificazione morta e sepolta?\u201d. Forse no\u00bb, <em>La Porta di Vetro<\/em>, 07\/07\/2022, online].<br \/>\nL\u2019UE, per dire, non a caso al centro dell\u2019attuale crisi (ambientale, pandemica, bellica) globale.<br \/>\nSe l\u2019aggredita Ucraina vuole aderirvi, \u00abla Polonia pensa invece al rafforzamento della NATO (e perci\u00f2 dell\u2019America), garante della sicurezza dei confini europei. L\u2019hanno detto il presidente polacco, Andrzej Duda, e il suo primo ministro, Mateusz Morawiecki\u00bb. \u00abUn governo pi\u00f9 saggio avrebbe usato la sua nuova centralit\u00e0 per divenire un attore pi\u00f9 influente in UE, non solo un gigante locale\u00bb. \u00abMa nel curriculum del governo PiS c\u2019\u00e8 lite, non cooperazione\u00bb [\u00abPoland is being given an opportunity to matter in Europe\u00bb, The Economist Today, 05\/07\/2022, online]. E in Ungheria \u00abnel suo copione anti-occidentale Orban sembra recitare soprattutto la politica dei veti a soddisfare un elettorato nettamente pi\u00f9 filorusso dopo il 2010, spinto dalla propaganda oltranzista dei media agli ordini di Orban. Per questo, pronto a rinunciare ai suoi sogni di grandezza europea a fronte del rigetto da lui provocato ormai in pressoch\u00e9 tutto il Vecchio Continente\u00bb [Jean-Baptiste Chastand e Virginia Malingre, \u00abIsol\u00e8, Viktor Orban joue la politique du veto\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 13\/07\/22, online].<br \/>\nL\u2019UE \u00e8 la punta di diamante dell\u2019indispensabile patto sociale globale nella rivoluzione industriale pi\u00f9 viva che mai. <em>Libera nos a Malo<\/em>, diciamo con Luigi Meneghello [1969], che nel 1964 annotava: \u00abAndrea: \u201cD\u00e0 fastidio che la forza trionfi nelle faccende del mondo, ma \u00e8 lei che trionfa. Giustizia, onest\u00e0, buone intenzioni, sono belle cose, ma quando incappano nella forza restano sempre perdenti\u201d. Suona bene, ma non del tutto: come anticamente le colombine d\u2019argento da cinque lire, un suono sottile, vagamente irreale\u00bb [<em>Le Carte<\/em>, vol. I, Rizzoli 1999, pp. 71-2]. \u00abTutto ci\u00f2 che siamo e che abbiamo non \u00e8 cascato dal cielo: \u00e8 stato fatto qui. Questo si poteva dire con un certo orgoglio al mio paese, esagerando un po&#8217;: oggi si pu\u00f2 ripetere per l\u2019intero globo abitato con un senso di inquietante verit\u00e0 letterale. Come dire, colpa nostra\u00bb [ivi, p. 101]. Come dire, responsabilit\u00e0 nostra.<br \/>\nQui e ora al nostro paese, l\u2019Europa, proiettata verso l\u2019Africa e le sue enormi potenzialit\u00e0 di crescita culturale, demografica, civile, politica, economica, nella perdurante rivoluzione industriale portatrice di un patto sociale globale e, anzitutto, tra i vicini di sempre nel Mediterraneo, non pi\u00f9 per escludersi ma per lavorare insieme. Quanto a noi, sulla via tracciata da Mattei e Moro. E Draghi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abIl cervello di vertebrati e mammiferi ha strutture cerebrali profonde, con al centro un sistema di ricompensa, lo striatum. 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