{"id":17766,"date":"2022-03-28T21:49:10","date_gmt":"2022-03-28T19:49:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=17766"},"modified":"2022-03-28T21:49:21","modified_gmt":"2022-03-28T19:49:21","slug":"la-nuda-verita-negli-spazi-di-vita-dei-popoli-perche-distruggere-edifici-citta-territori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-nuda-verita-negli-spazi-di-vita-dei-popoli-perche-distruggere-edifici-citta-territori\/","title":{"rendered":"La nuda verit\u00e0 negli spazi di vita dei popoli: perch\u00e9 distruggere edifici, citt\u00e0, territori?"},"content":{"rendered":"<p>Ho scritto tempo fa per Munera un breve saggio sulle citt\u00e0 martiri (n. 2\/2018, Citt\u00e0 martiri nel mondo). Oggi dovrei ampliare l\u2019elenco al quale accennavo allora aggiungendo Marioupol, Kiev e molte altre citt\u00e0 ucraine e comprendervi inoltre vasti contesti abitati. Forse non basterebbe neppure un ampliamento dal punto di vista di conflitti o guerre di aggressione. \u00c8 divenuto infatti ormai evidente che il martirio dei popoli, tutt\u2019uno con la distruzione dei loro contesti abitativi, \u00e8 molto pi\u00f9 diffuso di quanto si \u00e8 supposto finora. Anche nel dramma ecologico in corso, nella sua qualificazione sociale a pi\u00f9 riprese richiamata da papa Francesco, si possono riconoscere territori e citt\u00e0 martiri. Di grande rilievo, bench\u00e9 sottaciuto per indifferenza \u00e8, a questo proposito, il caso dell\u2019Amazzonia.<\/p>\n<p>Credo sia importante non lasciarsi ingannare dall\u2019idea, terribilmente cinica, che possa esistere una \u2018distruzione creatrice\u2019, ipotesi offerta da un ossimoro che si svela in tutta la sua ambiguit\u00e0 ora che la furia distruttiva ci investe sempre pi\u00f9 da vicino. Non ci si pu\u00f2 neppure nascondere il dato di fatto che tale furia ha avuto nel corso di tutto il XX secolo, come contraltare alle distruzioni causate da guerre o da duri presupposti ideologici, progetti di altisonante positivit\u00e0 inventiva e di brillante luminosit\u00e0 estetica. Essi hanno saputo oscurare, nel campo dell\u2019architettura, la nuda realt\u00e0 di un secolo segnato da due guerre mondali e da altre innumerevoli guerre geograficamente pi\u00f9 circoscritte fino ad oggi.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 si distrugge? Perch\u00e9 al contrario, come mostrano le molte immagini di questi giorni, gli abitanti di Mariupol proteggono le statue delle loro citt\u00e0 con molti sacchi di sabbia, affinch\u00e9 esse resistano alle scosse dei bombardamenti e siano protette dalle bombe? Risulta certo pi\u00f9 facile proteggere una statua che non un condominio o un ospedale. Ma a che serve comunque quest\u2019impegno, se la citt\u00e0 viene distrutta e i suoi abitanti sono costretti a fuggire? In un\u2019altra foto straordinaria, pubblicata in questi giorni, le finestre di un\u2019abitazione risultano completamente oscurate da un gran mucchio di libri, l\u00ec collocati nella speranza che l\u2019edificio resista meglio alle scosse causate dai bombardamenti. Esattamente qui, in questa speranza di resistenza nel tempo fino all\u2019aprirsi di un futuro migliore, sta la ragione di ogni attenzione possibile per le case, i monumenti e le citt\u00e0 devastate da incursioni violente. Anche la sabbia del mare o i molti libri di un deposito diventano strumenti preziosi di difesa, in attesa che sia consentito, ai cittadini di quelle citt\u00e0, di ritrovare le coordinate fondamentali dei propri habitat.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 anche un legame tra speranza e memoria da riscoprire. Nel Parco del Memoriale della pace a Hiroshima, nell\u2019isola giapponese Honshu, si alzano isolate le rovine, non abbattute dalla bomba atomica del 1945, del Genbaku Dome, uno dei pochi edifici non crollati nell&#8217;epicentro dell&#8217;esplosione. Quel frammento \u00e8 segno di memoria, ma di una memoria che testimonia, nella sua nudit\u00e0 di rudere, una volont\u00e0 di speranza proposta senza abbellimenti a tutti, perch\u00e9 tutti possano essere risparmiati dalla tragedia che invest\u00ec l\u2019ignara popolazione giapponese. Di fronte a questa \u2018reliquia\u2019 \u00e8 invitabile chiedersi: cosa accadr\u00e0 il giorno in cui le armi riusciranno a distruggere tutto e a eliminare tutti, senza lasciare alcun segno di vita, in vaste parti del pianeta terra? Quali luoghi di memoria e quali occasioni di speranza potranno essere allora disponibili? Saranno necessarie enormi ondate migratorie a chi sar\u00e0 colpito in questo modo e a chi dovr\u00e0 cercarsi una nuova patria.<\/p>\n<p>Un geniale critico fiorentino d\u2019architettura, Giovanni Klaus Koenig (1924-1989) ha affermato nei suoi libri che nelle ricostruzioni successive alle guerre mondiali &#8211; si riferiva in particolare alla seconda \u2013 \u00e8 riconoscibile una sotterranea tensione tra angoscia e speranza umane. Le forme stesse delle architetture costruite in queste fasi, nel vitalismo della loro esuberanza e nelle loro configurazioni razionali o di plastiche modellazioni, se rettamente intese ne sarebbero testimonianza. Non si tratta dunque di genesi per ottimismo, nell\u2019originario e febbrile stimolo costruttivo che ha percorso il XX secolo. L\u2019ottimismo sarebbe emerso per la presa di distanza dai moti originari e solo per un annebbiamento delle coscienze, per una fatale distrazione, dal senso del vivere solidale, dell\u2019umanit\u00e0 intera sulla terra.<\/p>\n<p>Un amico architetto che coltiva da tempo un interesse di studio per le azioni di guerra, quelle del secolo scorso in particolare, mi dava ragione qualche tempo fa delle sue esplorazioni dicendomi che tale curiosit\u00e0 era emersa in lui per il desiderio di comprendere fino in fondo chi \u00e8 l\u2019uomo. La sua nuda verit\u00e0 infatti, egli riteneva, non pu\u00f2 non venire allo scoperto in situazioni estreme, quando non si pu\u00f2 fingere, non ci si pu\u00f2 distrarre n\u00e9 dimenticare. Oggi siamo tutti invitati a riscoprire questa nuda verit\u00e0 della condizione umana e a ritrovare in essa le coordinate vere della speranza per il futuro nostro e dei nostri luoghi di vita. Perch\u00e9 la guerra? Perch\u00e9 riemerge di continuo la bellicosa volont\u00e0 di sopraffazione dei popoli? Perch\u00e9 si \u00e8 riaperto il vaso di Pandora che l\u2019Occidente, che noi occidentali ritenevamo di aver chiuso?<\/p>\n<p>Da queste domande emerge lo struggente desiderio che torni la pace pi\u00f9 che mai auspicata e attesa. Se e quando essa verr\u00e0, in modo da ricomporre un pi\u00f9 placato ordine planetario, occorrer\u00e0 riprendere a progettare nuovi luoghi di vita, a tutelare o trasformare quelli esistenti rinsaldandone il valore memoriale. Sar\u00e0 necessario un racconto dell\u2019abitare moderno diverso da quello scritto oggi nei libri di storia dell\u2019architettura, diverso nelle intenzioni e nella definizione di quel rapporto di contiguit\u00e0, quasi di identit\u00e0 fra uomini e habitat, che d\u00e0 forma riconoscibile ai luoghi cari ad ognuno. Si aprir\u00e0 allora alle nuove generazioni il difficile compito del vaglio storico di un secolo intero di progetti, osservati nella traiettoria che comprenda la loro genesi, la loro attuazione e la verifica invece degli esiti conseguenti.<\/p>\n<p>La radicale trasformazione ambientale emersa nel secolo XX ci appare oggi inscritta invece, per casi esemplari o \u2018capolavori\u2019, nella linea di un pervasivo progresso tecnologico di qualit\u00e0 abitativa esteso, in linea di principio, a tutto il pianeta. Dall\u2019inizio di questo secolo e in una concatenazione di generazioni che fa capo a pochissime figure europee protagoniste di un radicale rinnovamento \u2013 Gropius, Le Corbusier, Mies van der Rohe, Alvar Aalto e pochi altri -, i maestri dell\u2019architettura, divenuti nel prosieguo molto pi\u00f9 numerosi, hanno inseguito e inseguono una qualit\u00e0 di immagine simbolica del senso del presente nei loro progetti. Tuttavia essi appaiono ancora orientati a celebrare di volta in volta innovazione tecnologica continua e solidariet\u00e0 sociale oscillando tra azzeramento di precedenti culture e ricerca di una loro continuit\u00e0, in una tensione tra globalizzazione e regionalismo non ben identificabile, forse pi\u00f9 intenzionale che reale.<\/p>\n<p>Difficile, spesso impossibile, \u00e8 risultato fino ad oggi un efficace governo del territorio abitato, sia in chiave di urbanizzazione che di pianificazione. Nei progetti pi\u00f9 recenti, realizzati con l\u2019ausilio ormai indispensabile dei sistemi informatici, gli spazi, circoscritti tra muri o tendenzialmente riprogettati in paesaggi, presentano un carattere di fluidit\u00e0 lontano dalla rigorosa funzionalit\u00e0 a scacchiere della prima architettura moderna. Vi si potrebbe scorgere la profezia di un divenire meno rigido, meno socialmente selettivo, meno \u2018demiurgico\u2019 o, se si vuole, pi\u00f9 democratico di quello della prima modernit\u00e0 emersa tra le due guerre mondiali. Ma sta forse qui il punto di leva per una storia dell\u2019abitare del XX secolo che ristabilisca una connessione del presente col passato e con futuro?<\/p>\n<p>La storia dell\u2019architettura del XX secolo, quella delle citt\u00e0 e dei territori \u00e8 per ora una storia \u2018patinata\u2019 documentata nei manuali e nelle riviste pi\u00f9 pregiate, ricche di fotografie che fermano il tempo fissando i loro oggetti e i loro contesti in uno stato di novit\u00e0 fuori dal suo scorrere. Vi si scorge la pi\u00f9 o meno sapiente realizzazione di un\u2019intenzione, mentre non vi \u00e8 leggibile la loro abitabilit\u00e0 e la loro verifica come luoghi, la loro densit\u00e0 antropologica dei processi di socializzazione e di trasformazione che li hanno investiti.<\/p>\n<p>L\u2019avventura di chi spera e opera, attraversando anche l\u2019angoscia dei pericoli che incombono, non \u00e8 facilmente pre-configurabile; forse non \u00e8 neppure progettabile, poich\u00e9 non pu\u00f2 essere generata dalle intenzioni buone di chi sa immaginare figure di grande caratura estetica. L\u2019interrogativo da porsi sta su un altro piano. Occorre cio\u00e8 chiedersi: come si pu\u00f2 ritrovare coralmente la nuda realt\u00e0 di quello che siamo, come uomini che si impegnano a non fare violenza al loro pianeta e agli altri uomini? Anche questo \u00e8 un interrogativo difficile ma da non bloccare per superficialit\u00e0. Ritengo infatti che sia necessario essere abitati e modellati, come per uno scavo, da questa domanda pi\u00f9 che mettere in moto da subito le risposte tramite progetti carichi di nuove profezie figurative.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Occorre un grande silenzio e una lunga attesa di un lampo di luce che investa uomini e cose, architetture e paesaggi per il rinnovarsi della vita<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho scritto tempo fa per Munera un breve saggio sulle citt\u00e0 martiri (n. 2\/2018, Citt\u00e0 martiri nel mondo). 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