{"id":17479,"date":"2022-01-12T07:35:53","date_gmt":"2022-01-12T06:35:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=17479"},"modified":"2022-01-12T08:09:33","modified_gmt":"2022-01-12T07:09:33","slug":"il-vetus-ordo-dellepiscopato-storia-e-vulnus","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/il-vetus-ordo-dellepiscopato-storia-e-vulnus\/","title":{"rendered":"Il Vetus Ordo dell&#8217;episcopato: storia e vulnus"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/vescovi-sinodo.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-9223\" alt=\"vescovi-sinodo\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/vescovi-sinodo-300x184.png\" width=\"300\" height=\"184\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/vescovi-sinodo-300x184.png 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/vescovi-sinodo-1024x630.png 1024w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/vescovi-sinodo.png 1141w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il ragionamento teologico, che valuta la storia della Chiesa cattolica dell&#8217;ultimo secolo, non fatica ad identificare diversi motivi di aggiornamento e di rilettura della tradizione nel Concilio Vaticano II. Di esso, tuttavia, molto spesso si dimentica che, tra le pi\u00f9 grandi novit\u00e0 che ci vengono offerte dai documenti conciliari, vi \u00e8 non soltanto una &#8220;nuova figura di chiesa&#8221;, ma una potentissima rilettura del ministero episcopale. Tra coloro che con maggiore lucidit\u00e0 hanno contribuito a chiarire questa grande novit\u00e0 vi \u00e8 senza dubbio il compianto Ghislain Lafont, fine maestro di pensiero teologico a S. Anselmo e alla Gregoriana per tanti anni. Molte volte lo abbiamo ascoltato dire con grande enfasi questa cosa: dal Vaticano II riceviamo una nuova teologia dell&#8217;episcopato. Anche su questo blog, quasi 4 anni fa, egli aveva scritto un testo luminosissimo proprio su questo punto (che si pu\u00f2 leggere <a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/nuova-teologia-eucaristica-23-il-ministero-nella-chiesa-problematica-gh-lafont-9\/\">qui<\/a>) e\u00a0dal quale vorrei trarre due passi preziosi.<\/p>\n<p><strong>Due concezioni del vescovo<\/strong><\/p>\n<p>Ecco un primo testo di Lafont:<\/p>\n<p>&#8220;il Concilio Vaticano II ha operato una trasformazione importante della teologia affermata dalla Scolastica medievale e dal Concilio di Trento. Il Vaticano II ha un concetto unificato di autorit\u00e0 episcopale e parla del prete nella stessa prospettiva: \u201c\u2026il vescovo, assistito dai suoi preti\u201d: anche per il prete, a sostegno del vescovo, l\u2019autorit\u00e0 \u00e8 globale e riguarda l\u2019insieme del ministero di \u201csorveglianza\u201d (<i>episcop\u00e9<\/i>). La teologia precedente, invece, prima di parlare del vescovo, si interessava al prete e stabiliva in lui una separazione tra ci\u00f2 che gli derivava dal sacramento, ossia il potere liturgico, e ci\u00f2 che gli derivava per delega dal vescovo o dal papa, ossia il potere sulla comunit\u00e0. Il carattere (&#8230;) lo qualificava soltanto per le azioni rituali, ossia quelle in cui tanto il significato quanto l\u2019efficacia sfuggono al controllo dell\u2019uomo: egli le esercita solo rispettando un programma del quale pu\u00f2 essere soltanto strumento. La competenza pastorale, che deriva dal personale discernimento evangelico, non era considerata di origine sacramentale n\u00e9 era collegata al carattere: la si vedeva discendere dall\u2019alto, per mezzo di determinazioni giuridiche che si strutturano in gradi. Questa origine, pi\u00f9 o meno immediatamente divina, conferisce alla parola di colui che la detiene, non una autorit\u00e0 rituale, ma una garanzia di verit\u00e0: <em>\u201cmagistero\u201d e \u201cgiurisdizione\u201d sono termini che qualificano la parola del vescovo, e, sopra di lui, del papa, o, sotto di lui, del prete<\/em>. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 sacralit\u00e0 ma potere, non pi\u00f9 validit\u00e0 per fedelt\u00e0 al programma rituale, ma esercizio prudente della autorit\u00e0. Prendiamo dei termini coloriti: <em>il titolare della pi\u00f9 alta funzione \u00e8 Sommo Sacerdote (per sacramento) e Imperatore (per elezione divina), cosa che si declina con sfumature diverse presso diversi gradi gerarchici<\/em>.&#8221;<\/p>\n<p>Questa lettura medievale e moderna, che arriva fino al Vaticano II, ha prodotto un effetto sorprendente, almeno ai nostri occhi: ha escluso l&#8217;episcopato dal &#8220;sacramento dell&#8217;ordine&#8221;. Cos\u00ec \u00e8 stato per quasi un millennio, fino all&#8217;altro ieri. Ma la nuova inclusione del Vescovo all&#8217;interno del &#8220;sacramento dell&#8217;ordine&#8221; &#8211; come grado pi\u00f9 alto e di pienezza &#8211; che cosa significa? Anche qui Lafont aggiunge parole di grande chiarezza.<\/p>\n<p>Bisogna infatti chiedersi se\u00a0&#8220;questa unificazione dell\u2019origine delle funzioni e delle missioni del vescovo nel sacramento implichi o meno un cambiamento della fisionomia generale del ministero cristiano. E, dato che sembra difficile negare che qualcosa sia cambiato, ci si chiede se si possa dire in che cosa consista il cambiamento. In altri termini, questa autorit\u00e0 pastorale globale conferita dal sacramento dell\u2019Ordine, inclina in direzione rituale o piuttosto in direzione della autorit\u00e0? Si estende a tutte le parole del Vescovo il carattere sacro della ritualit\u00e0 liturgica oppure si riconducono le parole liturgiche alla sola condizione di parole d\u2019autorit\u00e0, senza efficacia specifica? Riprendo le parole utilizzate prima: il vescovo sar\u00e0 pi\u00f9 un Pontefice o pi\u00f9 un Re? Oppure: categorie di questo genere sono ormai obsolete e allora che cosa dobbiamo proporre per definire il ministero cristiano?&#8221;<\/p>\n<p><strong>I &#8220;gradi gerarchici&#8221; dell&#8217;episcopato<\/strong><\/p>\n<p>Nel momento in cui, per molti secoli, il Vescovo non aveva direttamente a che fare con il sacramento dell&#8217;ordine, ma si limitava soltanto al &#8220;magistero&#8221; e alla &#8220;giurisdizione&#8221;, poteva essere trattato, sostanzialmente, nelle logiche del &#8220;re&#8221; e della sua corte. E cos\u00ec si \u00e8 potuto usare per secoli un &#8220;Caerimoniale Episcoporum&#8221;, un cerimoniale di corte che faceva concorrenza a quello dei conti, dei baroni e dei marchesi.\u00a0 D&#8217;altra parte la teologia giustificava con molti argomenti questa condizione &#8220;funzionale&#8221; dell&#8217;episcopato. Dovendo gestire il controllo della dottrina e l&#8217;esercizio del potere, esso non dipendeva da una &#8220;ordinazione sacramentale&#8221;, ma da una &#8220;consacrazione&#8221; che aveva i caratteri non del sacramento, ma del &#8220;sacramentale&#8221;, vale a dire di ci\u00f2 che ha una efficacia come &#8220;azione della Chiesa&#8221;, non come &#8220;azione di Dio&#8221;. Questa lettura &#8220;burocratica&#8221; dell&#8217;episcopato non si faceva troppe illusioni. E perci\u00f2 poteva moltiplicare le &#8220;dignit\u00e0&#8221; e i &#8220;privilegi&#8221;, sapendo di lavorare con una dimensione seconda e penultima. In un tale mondo era ben possibile che il titolo di &#8220;arcivescovo&#8221;, ottenuto per un incarico a cui non corrispondeva alcuna diocesi da amministrare, potesse essere &#8220;personalizzato&#8221; e attribuito al funzionario ecclesiale come un mero &#8220;titolo&#8221;, come una &#8220;onorificenza&#8221;. Non si deve dimenticare che, in una tale logica, era addirittura possibile che il Vescovo non risiedesse nella Diocesi in cui doveva esercitare il suo potere di giurisdizione. Il Concilio di Trento cerc\u00f2 di rimediare a questa pecca secolare, senza avere immediato successo.<\/p>\n<p><strong>La rilettura sacramentale e le sue smentite giuridiche<\/strong><\/p>\n<p>Oggi le cose non stanno pi\u00f9 cos\u00ec. O, meglio, non dovrebbero stare pi\u00f9 cos\u00ec. Perch\u00e9 l&#8217;inerzia della storia, con cui sempre la Chiesa e ogni istituzione fa i conti, ci riserva, accanto al sopravvivere delle forme vecchie, una nuova comprensione dell&#8217;episcopato, che in una nuova fedelt\u00e0 con i primi secoli, legge il ministero episcopale con una logica diversa da quella medievale e moderna. Tutti e tre i munera battesimali (sacerdotale, profetico e regale) trovano una &#8220;forma ministeriale&#8221; a livello di diaconato, di presbiterato e di episcopato, che costituiscono i tre gradi del ministero ordinato. Perci\u00f2 l&#8217;intera Chiesa \u00e8 accomunata da una competenza sul culto, sulla parola e sul governo. In una chiesa cos\u00ec concepita e vissuta, i concetti giuridici di &#8220;vescovo titolare&#8221; e di &#8220;arcivescovo ad personam&#8221; risultano scandalosi, perch\u00e9 pretendono di imporre, nel nuovo assetto, le categorie vecchie. In un certo senso sono &#8220;dispositivi di blocco&#8221;, che impediscono la trasformazione del ministero ecclesiale, perch\u00e9 lo paralizzano in una concezione &#8220;personale&#8221;, &#8220;burocratica&#8221;, senza legame con il popolo di Dio.\u00a0 Utilizzano la parola &#8220;Vescovo&#8221; e &#8220;Arcivescovo&#8221; con un significato che non \u00e8 pi\u00f9 compatibile con la comprensione ecclesiale e personale del ministero episcopale. Perch\u00e9 si \u00e8 Vescovi &#8220;ad populum&#8221;, eventualmente &#8220;ad officium&#8221;, ma mai &#8220;ad personam&#8221;. Questo \u00e8, teologicamente, un concetto che il Concilio Vaticano II ha reso aberrante. La teologia dell&#8217;episcopato lo esclude e se \u00e8 nelle normative, deve essere cancellato, prendendo congedo da una aberrazione.<\/p>\n<p><strong>Un &#8220;vetus ordo&#8221; nel modo di essere e di fare il vescovo?<\/strong><\/p>\n<p>Nel mondo di prima, dove la figura del Vescovo poteva essere ridotta &#8220;teologicamente&#8221; ad essere funzionario del papa, non era affatto scandaloso che si fosse consacrati Vescovi per fare lavoro d&#8217;ufficio.\u00a0 Anzi, la riduzione a funzionari era, in fondo, una possibilit\u00e0 di tutti i Vescovi, che potevano essere soddisfatti di una buona amministrazione del personale e di un efficace controllo della dottrina. Questo, allora, poteva essere compatibile anche con una dimensione di &#8220;sacramento dell&#8217;ordine&#8221; ridotta a celebrare messe ed eventualmente assolvere dai peccati. Lo stesso vescovo poteva limitare la sua &#8220;vita sacramentale&#8221; alla messa privata del mattino, in una cappella privata, da solo. Questo era un mondo coerente e efficiente, al quale il Concilio Vaticano II ha detto: &#8220;sei inadeguato e autoreferenziale&#8221;!<\/p>\n<p>Ma se oggi, grazie a categorie giuridiche antiquate, a teologie da farmacisti e a prassi compiacenti, in una Chiesa che del sacramento dell&#8217;episcopato dovrebbe fare il suo fiore all&#8217;occhiello, noi continuiamo a ordinare Vescovi senza diocesi, che forse anche oggi, a Roma e anche altrove, celebrano messa da soli prima di dedicarsi ai doveri di ufficio, restiamo nel modello vecchio: ogni episcopato &#8220;ad personam&#8221; \u00e8 uno scandalo dal quale dobbiamo liberarci. Diciamo meglio: \u00e8 un Vetus Ordo che resta come un &#8220;basso continuo&#8221; almeno a livello di Curia Romana. E anche un papa che come segno limpido di autorit\u00e0 del Concilio Vaticano II, celebra ogni mattina col popolo a S. Marta, e che in Argentina, da Arcivescovo non &#8220;ad personam&#8221;, con la Metropolitana raggiungeva le comunit\u00e0 con cui celebrare, nei meandri della Curia romana, pu\u00f2 arrivare a celebrare &#8220;privatamente&#8221; la Messa in Coena Domini nella cappella privata di un cardinale o\u00a0 a consentire che sia trasferito in periferia un Ufficiale forse sgradito, o stanco, o ingombrante, conservandogli per\u00f2 il titolo &#8220;ad personam&#8221;. Qui la periferia non \u00e8 un concetto teologico nuovo, ma la vecchia nozione residuale e marginale: \u00e8 allontanamento dalla corte, forse per scrivere nuovi\u00a0<em>Tristia.<\/em>\u00a0Ma triste \u00e8 anzitutto vedere la Chiesa cattolica ridursi nel 2022 a questi mezzucci da &#8220;ancien r\u00e9gime&#8221;. Anche contro questo <em>Vetus Ordo episcopale<\/em> abbiamo bisogno di &#8220;traditionis custodes&#8221;, di forti e coraggiosi custodi della tradizione sana, non di quella malata.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il ragionamento teologico, che valuta la storia della Chiesa cattolica dell&#8217;ultimo secolo, non fatica ad identificare diversi motivi di aggiornamento e di rilettura della tradizione nel Concilio Vaticano II. 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