{"id":17239,"date":"2021-08-15T17:21:29","date_gmt":"2021-08-15T15:21:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=17239"},"modified":"2021-08-16T10:09:26","modified_gmt":"2021-08-16T08:09:26","slug":"il-sacro-e-immutabile-il-presunto-principio-che-r-sarah-ha-imparato-da-j-ratzinger","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/il-sacro-e-immutabile-il-presunto-principio-che-r-sarah-ha-imparato-da-j-ratzinger\/","title":{"rendered":"Il sacro \u00e8 immutabile? Il presunto principio che R. Sarah ha imparato da J. Ratzinger"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Sarah-10.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-10403\" alt=\"Sarah-10\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Sarah-10.jpg\" width=\"200\" height=\"133\" \/><\/a><\/p>\n<p>La recente reazione del Card. Robert Sarah al MP &#8220;Traditionis Custodes&#8221;, che si pu\u00f2 leggere <a href=\"https:\/\/www.sabinopaciolla.com\/card-sarah-un-padre-non-puo-introdurre-sfiducia-e-divisione-tra-i-suoi-figli-fedeli-non-puo-umiliare-alcuni-mettendoli-contro-altri\/\">qui in italiano<\/a>, al di l\u00e0 degli spunti polemici e delle affermazioni azzardate, mostra in modo assai chiaro come tutto il suo ragionamento ruoti intorno alla pretesa &#8220;evidenza di un principio&#8221; che appare altamente problematico: \u00e8 infatti un principio che non \u00e8 un principio. Ma andiamo per ordine. Riassumo brevemente il testo. Per R. Sarah la Chiesa cattolica deve essere un punto di riferimento a livello mondiale, come principio di unit\u00e0. Per far questo deve restare &#8220;nella catena ininterrotta che la lega a Cristo&#8221;. Questo legame a Cristo \u00e8 &#8220;sviluppo organico, che chiamiamo tradizione vivente&#8221;. Fino a qui, tutto bene. Ma nel secondo passaggio chiama in campo Benedetto XVI e la sua espressione di questa &#8220;tradizione vivente&#8221;, cos\u00ec come appariva nella &#8220;lettera ai Vescovi&#8221; che accompagnava nel 2007 Summorum Pontificum<\/p>\n<p><em>&#8220;Nella storia della liturgia c\u2019\u00e8 crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ci\u00f2 che le generazioni precedenti ritenevano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non pu\u00f2 essere improvvisamente completamente proibito o addirittura considerato dannoso. \u00c8 dovere di tutti noi preservare le ricchezze che si sono sviluppate nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare loro il giusto posto\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Questo \u00e8 il &#8220;principio&#8221;, che potremmo chiamare <em>&#8220;principio di immutabilit\u00e0 del sacro&#8221;<\/em>\u00a0che vorrebbe fondare sistematicamente, nel 2007, una costruzione giuridica assai ardita, che sconfina largamente nella &#8220;finzione&#8221;: da questo principio si pretende di derivare una &#8220;vigenza parallela&#8221; di due &#8220;forme&#8221; o &#8220;usi&#8221; del rito romano, che per\u00f2 si contraddicono, poich\u00e9 la seconda \u00e8 nata per emendare, correggere, integrare e convertire la prima. Il principio, infatti, ricostruisce la &#8220;continuit\u00e0&#8221; come contemporanea vigenza di forme tra loro non coerenti. Qui vi \u00e8 un vizio logico, storico, spirituale e teologico che inficia sia la ricostruzione storica, sia la soluzione pratica:\u00a0 essa pretende di istituire, in vista di una pretesa riconciliazione, un parallelismo rituale tra &#8220;forma ordinaria&#8221; e &#8220;forma straordinaria&#8221;,\u00a0 che in realt\u00e0 mina in radice la pace ecclesiale.<\/p>\n<p>Occorre essere molto chiari: la pace nella chiesa non si realizza perch\u00e9 a ciascuno \u00e8 accessibile la &#8220;propria&#8221; forma rituale, ma perch\u00e9 tutti si riconoscono nell&#8217;unica forma vigente. R. Sarah, leggendo in modo superficiale le parole di Benedetto XVI, immagina che la &#8220;continuit\u00e0&#8221; possa essere garantita solo dalla &#8220;molteplicit\u00e0 parallela delle forme&#8221;. Egli scrive infatti:<\/p>\n<p><em>&#8220;Se la Chiesa afferma la continuit\u00e0 tra quella che viene comunemente chiamata la Messa di San Pio V e la Messa di Paolo VI, allora la Chiesa deve essere in grado di organizzare la loro coabitazione pacifica e il loro reciproco arricchimento. Se si dovesse escludere radicalmente l\u2019una a favore dell\u2019altra, se si dovesse dichiararle inconciliabili, si riconoscerebbe implicitamente una rottura e un cambiamento di orientamento. Ma allora la Chiesa non potrebbe pi\u00f9 offrire al mondo quella continuit\u00e0 sacra, che sola pu\u00f2 darle pace&#8221;<\/em><\/p>\n<p>Ci\u00f2 che a R. Sarah manca, rispetto alle parole di Benedetto XVI, \u00e8 la categoria di &#8220;ermeneutica della riforma&#8221;. Sarah ragiona secondo la contrapposizione tra &#8220;continuit\u00e0&#8221; e &#8220;rottura&#8221;. E pensa che non vi siate altra mediazione possibile. Nel famoso discorso alla Curia Romana del dicembre del 2005, tuttavia, Benedetto parlava di &#8220;ermeneutica della riforma&#8221; e in essa trovava la mediazione tra assoluta continuit\u00e0 e assoluta discontinuit\u00e0.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 vero che in Summorum Pontificum Benedetto XVI sembra pensare la riforma solo come &#8220;continuit\u00e0 della forma straordinaria&#8221;. E qui c&#8217;\u00e8 il punto cieco di quel documento, la sua fragilit\u00e0 sistematica, e l&#8217;azzardo istituzionale che realizza e che in qualche modo propaga anche nel nostro futuro. Con un principio di immutabilit\u00e0 del sacro che \u00e8 tutt&#8217;altro che evidente si \u00e8 preteso fondare una &#8220;pace&#8221; che in realt\u00e0 era solo una &#8220;guerra fredda&#8221;.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte R. Sarah sembra ignorare un elemento che sarebbe molto utile alla sua riflessione. Il presunto &#8220;principio&#8221; enunciato da Benedetto XVI non ha alcun precedente nella tradizione liturgica, se non nelle parole del Card. Siri, nel 1951, e in quelle di Mons. Lefebvre, nel 1968. Entrambi avevano in qualche modo domandato (il primo a Pio XII e il secondo a Paolo VI) di restare &#8220;immuni&#8221; dalle riforme che quei papi\u00a0 avevano realizzate. Il principio di &#8220;immunizzazione&#8221; dalle riforme, per\u00f2, non pu\u00f2 essere venduto come un principio di pace. E&#8217; piuttosto un elemento di conflitto universale, che mina la unit\u00e0 di ogni chiesa particolare, perch\u00e9 interrompe lo sviluppo organico della tradizione, che sempre procede mediante una continuit\u00e0 che si arricchisce di passaggi discontinui.<\/p>\n<p>Per chiarire meglio le cose vorrei mostrare, <em>a contrario<\/em>, la impraticabilit\u00e0 concreta del &#8220;principio di immutabilit\u00e0 del sacro&#8221;. Nel momento in cui si accettasse che ogni &#8220;forma sacra&#8221; della liturgia cattolica resta valida indipendentemente da ci\u00f2 che Concili, papi o vescovi possano aver deliberato in proposito, saremmo nella concreta impossibilit\u00e0 di orientare un comune cammino di sviluppo del culto. L&#8217;esempio pi\u00f9 lampante \u00e8 emerso proprio dalla &#8220;applicazione&#8221; che la Commissione &#8220;Ecclesia Dei&#8221; ha compiuto del testo di SP. Il &#8220;principio di immutabilit\u00e0 del sacro&#8221; si rivela in questo caso, appunto, come un principio &#8220;anarchico&#8221;: una volta che si sia affermato quel principio, nessuna forma \u00e8 davvero &#8220;ultima&#8221; e &#8220;certa&#8221;. Lo si \u00e8 visto bene per il Triduo pasquale: alla Commissione <em>Ecclesia Dei<\/em> diversi Istituti e Vescovi (soprattutto nordamericani) avevano chiesto la facolt\u00e0 di poter celebrare con i riti non del 1962, ma con quelli precedenti le riforme del 1951-1956, operate da Pio XII. Di per s\u00e9 il <em>principio di immutabilit\u00e0 del sacro<\/em> permette un &#8220;regresso&#8221; senza fine: anzi, lo rende quasi normativo! Cos\u00ec quasi ogni parrocchia, per non dire ogni prete, avrebbe potuto avere il suo rito differente e &#8220;pi\u00f9 sacro&#8221;!<\/p>\n<p>Alla luce di questo esempio, appare davvero sorprendente il modo sgarbato e ingiustificato con cui R. Sarah chiude il suo intervento, alimentando una polemica diretta non solo infondata, ma paradossale nei confronti di Papa Francesco:<\/p>\n<p>&#8220;Un padre non pu\u00f2 introdurre sfiducia e divisione tra i suoi figli fedeli. Non pu\u00f2 umiliare alcuni mettendoli contro altri. Non pu\u00f2 ostracizzare alcuni dei suoi sacerdoti. La pace e l\u2019unit\u00e0 che la Chiesa pretende di offrire al mondo devono prima essere vissute all\u2019interno della Chiesa. In materia liturgica, n\u00e9 la violenza pastorale n\u00e9 l\u2019ideologia di parte hanno mai prodotto frutti di unit\u00e0. La sofferenza dei fedeli e le aspettative del mondo sono troppo grandi per impegnarsi in queste strade senza uscita.&#8221;<\/p>\n<p>Per restituire le cose alla loro verit\u00e0 occorre dire, con grande chiarezza: da sempre lo &#8220;sviluppo organico&#8221; del rito romano ha trovato continuit\u00e0 dopo una riforma nella assunzione comune della nuova forma, non nella conservazione della nuova insieme alla vecchia. La pace si fa nella comune accettazione del percorso di riforma, non nel contrapporre il vecchio rito al nuovo. Con TC nessuno \u00e8 stato umiliato o contrapposto. Diciamo invece che alcuni erano stati illusi che la pace potesse essere favorita &#8220;ibernando&#8221; il Concilio Vaticano II e le sue conseguenze. Non \u00e8 garantendo ad una parte della Chiesa di poter essere cattolica facendo a meno di entrare nelle logiche del Vaticano II che si pu\u00f2 pretendere di assicurare una vera pace. Il gesto veramente cattolico non \u00e8 il principio equivoco della immutabilit\u00e0 del sacro e la finzione giuridica delle doppia forma inventata da papa Benedetto, ma il realismo ragionevole di Francesco: egli restituisce al Concilio Vaticano II\u00a0 e ai vescovi la loro autorit\u00e0, ristabilisce quale sia l&#8217;unica forma vivente del rito romano e permette cos\u00ec alla Chiesa di diventare autorevole in modo unitario. La grande tradizione da custodire non \u00e8 quella del parallelismo tra due forme del rito romano &#8211; che \u00e8 una geniale ma fragile invenzione di papa Benedetto sulla scia di Siri e Lefebvre &#8211; ma quella dello &#8220;sviluppo organico&#8221; che la riforma liturgica ha assicurato e ancora pu\u00f2 assicurare. Guai a chi chiama bene il male e male il bene. Non sono i teologi che vogliono alimentare le &#8220;guerre liturgiche&#8221;, ma quei pastori che usano le parole in modo poco responsabile, poco fondato e poco ponderato, illudendo i fedeli che si possa fare pace &#8220;immunizzando&#8221; una parte della Chiesa dalla storia comune.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La recente reazione del Card. 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