{"id":17208,"date":"2021-07-29T08:06:42","date_gmt":"2021-07-29T06:06:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=17208"},"modified":"2021-07-29T09:41:24","modified_gmt":"2021-07-29T07:41:24","slug":"caro-padre-abate-costruiamo-ponti-tra-persone-non-tra-riti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/caro-padre-abate-costruiamo-ponti-tra-persone-non-tra-riti\/","title":{"rendered":"Caro Padre Abate, costruiamo ponti tra persone, non tra riti"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Notre-Dame-Fontgombault-francia.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-15648\" alt=\"Notre-Dame-Fontgombault-francia\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Notre-Dame-Fontgombault-francia-300x197.png\" width=\"300\" height=\"197\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Notre-Dame-Fontgombault-francia-300x197.png 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Notre-Dame-Fontgombault-francia.png 787w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>La stanchezza per la &#8220;battaglia liturgica&#8221; trapela con chiarezza dalle <a href=\"http:\/\/blog.messainlatino.it\/2021\/07\/dom-pateau-osb-dobbiamo-uscire-da.html\">parole dell&#8217;Abate Pateau OSB, di Fontgombault<\/a>. Ed \u00e8 assai curioso trovare, nello stesso testo, la pi\u00f9 evidente sollecitudine per la pace e per la riconciliazione ecclesiale, mescolata in profondit\u00e0 con i pregiudizi pi\u00f9 radicati, che invece alimentano il sospetto, la diffidenza e il conflitto. Poich\u00e9 il padre Abate ha avuto la avventura di citarmi nel suo testo, in modo non proprio lusinghiero, anche se con rispetto, ho pensato che fosse giusto rispondergli, di tutto cuore, in nome di quella &#8220;comunit\u00e0 benedettina&#8221; dalla quale discendono tanto le sue preoccupazioni di pacificazione, quanto i miei rilievi di metodo e di stile sul progetto di riconciliazione. Lo faccio in forma epistolare, inviandogli una &#8220;lettera di pace&#8221;, in cui tento di parlargli di ci\u00f2 che mi convince e di ci\u00f2 che non mi persuade del suo testo.<\/em><\/p>\n<p>&#8220;Caro Padre Abate,<\/p>\n<p>nella intervista pubblicata da &#8220;Famille Chr\u00e9tienne&#8221; il 19\/7,\u00a0 ripresa l&#8217;altro ieri dal blog Messainlatino in traduzione italiana, ho trovato anzitutto uno spirito benedettino di riconciliazione e di pace. Questo mi trova pienamente d&#8217;acc0rdo con lei. L&#8217;anno scorso, con un gruppo di teologi europei e americani, abbiamo scritto un <a href=\"https:\/\/www.dehoniane.it\/9788810976241-oltre-summorum-pontificum\">ebook<\/a> sul tema della &#8220;riconciliazione liturgica&#8221;, cosa che anche lei ritiene assolutamente decisivo. Le sue parole sono anche molto chiare nell&#8217;indicare il compito di &#8220;non rigettare&#8221; il testo del nuovo MP di papa Francesco, che abroga &#8220;Summorum Pontificum&#8221;. Lei \u00e8 stato coraggioso nel pronunciare questa parola forte, forte anzitutto per i suoi ambienti, e in questo trovo un segno della grande tradizione benedettina che caratterizza non solo la sua Abbazia, ma anche le Abbazie nelle quali ho imparato a conoscere e a riconoscere la forza della liturgia: S. Giustina a Padova, S. Anselmo a Roma, Camaldoli nel Casentino, Dominus tecum a Pra d Mil, insieme alle tante abbazie femminili (Grandate, Fabriano, Tarquinia&#8230;).<\/p>\n<p>Siamo d&#8217;accordo su due esigenze del tutto centrali: costruire ponti \u00e8 ormai diventato un imperativo e far cessare le battaglie liturgiche si rivela una priorit\u00e0 inaggirabile, per tutti. Lei cerca di trovare i toni pi\u00f9 adeguati per dare del nuovo testo una visione non lacerante, non intollerante, non frontale. Questo \u00e8 un intento nobile e che le fa onore.<\/p>\n<p>Nello stesso tempo, tuttavia, il suo testo sembra restare del tutto sordo al contenuto del MP &#8220;Traditiones Custodes&#8221; (=TC), e questo mi sorprende alquanto. Fin dal titolo, che forse lei non ha determinato, ma che comunque appare fedele ai contenuti delle sua parole, viene posta male la relazione tra il testo di Francesco e la costruzione dei ponti: <em>ci\u00f2 che Francesco chiede, con TC, \u00e8 di costruire ponti &#8220;tra le persone&#8221; nell&#8217;unico rito comune e ordinario, non &#8220;ponti tra due forme del rito romano&#8221;<\/em>. Questo equivoco iniziale, che trova tante conferme lungo tutta la sua articolata intervista, manifesta una sorta di &#8220;punto cieco&#8221; che cerco di chiarire, in una serie di brevi osservazioni, che le sottopongo volentieri:<\/p>\n<p>a) In linea generale, la sua opzione di &#8220;non rigettare il testo di Francesco&#8221;, se osservata con attenzione, appare piuttosto singolare. Per il fatto che, nel valutare il testo di TC, lei continuamente lo riempie dei contenuti di SP. Ma TC ha abrogato SP e la logica con cui SP pretendeva di fare pace. Se la intenzione \u00e8 quella di &#8220;fare pace&#8221;, occorre dare alle parole il loro vero significato. Lei continua, nel suo discorso, a riferirsi a &#8220;due forme dello stesso rito&#8221;, alle quali i battezzati &#8220;avrebbero diritto&#8221;. Ma questa \u00e8 la visione che SP ha tentato di introdurre in modo non lineare e mediante principi di cui la tradizione non ha mai saputo nulla. Il gioco di parole sul &#8220;messale tridentino&#8221; &#8211; che lei non \u00e8 il primo a ripetere e che ha avuto il suo inizio in affermazioni del Card. Giuseppe Siri nel 1951 e di M. Lefebvre dopo il Concilio Vaticano II &#8211; secondo cui non avrebbe eliminato &#8220;altre forme&#8221; del rito romano, \u00e8 una elucubrazione senza fondamento: lei dovrebbe sapere bene che le &#8220;altre forme&#8221;, con cui Trento si confronta, avevano determinazioni o geografiche o personali del tutto particolari. N\u00e9 il rito ambrosiano n\u00e9 il rito domenicano sono &#8220;riti universali&#8221;, ma sono <em>ordines<\/em> condizionati da dimensioni geografiche o personali che ne delimitano strutturalmente l&#8217;impatto. Trento non ha mai neppure lontanamente concepito &#8220;due forme&#8221; del medesimo rito vigenti nella stessa unit\u00e0 di spazio, di tempo e di persone. Solo SP ha provato ad ipotizzare una contemporanea vigenza di due forme diverse e conflittuali della stesso rito romano. Questo &#8220;trucco&#8221; &#8211; perch\u00e9 di trucco sistematico si tratta &#8211; ha portato &#8220;battaglia&#8221;, non &#8220;pace&#8221;. Per questo TC ha abrogato SP: perch\u00e9 non \u00e8 possibile costruire &#8220;ponti&#8221; tra forme diverse del rito romano, ma solo ponti tra persone diverse che usano tutte la stessa forma comune di rito romano.<\/p>\n<p>b) Sempre all&#8217;inizio, e poi molte volte nelle molto sue risposte, lei sottolinea la &#8220;durezza&#8221; e la &#8220;severit\u00e0&#8221; di TC, che si riassume nella percezione che lei cos\u00ec esprime: &#8220;<em>Il testo del Papa suggerisce che si deve fare di tutto perch\u00e9 la modalit\u00e0 di celebrazione nella Forma Straordinaria scompaia al pi\u00f9 presto. Questo preoccupa giustamente i fedeli attaccati a questo modulo<\/em>&#8220;. In un certo senso lei sembra valutare questa storia da un angolo privilegiato. Alcuni monasteri benedettini, tra cui il suo, avevano in qualche modo anticipato, in una forma particolare e non senza elementi di rigidit\u00e0 e di ostinazione, la soluzione che nel 2007 si \u00e8 pensato di trasformare in &#8220;legge generale&#8221;. Dura e severa \u00e8 stata la accelerazione voluta nel 2007, che ha creato illusioni, distorsioni di prospettive, miraggi ed incubi. La invenzione &#8211; che sconfina nella mistificazione &#8211; di una &#8220;forma straordinaria&#8221; che si affiancava 50 anni dopo alla forma ordinaria elaborata su indicazione del Concilio e la rende &#8220;opzionale&#8221; \u00e8 una mossa troppo dura e troppo severa. Di fronte a questa &#8220;dura accelerazione della nostalgia&#8221;,\u00a0 TC appare invece come un atto di moderazione e di ripresa organica della vera storia comune. Non \u00e8 una &#8220;pretesa assurda di Francesco&#8221; che il VO scompaia: \u00e8 tutta la tradizione a sapere da sempre &#8211; almeno fino alla amnesia istituzionale del 2007 &#8211; che una riforma generale del rito romano sostituisce il nuovo rito al rito precedente. E il rito romano si trova nel risultato della riforma. Come \u00e8 sempre stato, nei secoli dei secoli.<\/p>\n<p>c) Lei ritiene che alcuni liturgisti &#8220;disprezzino&#8221; la forma straordinaria del rito romano e che l&#8217;unica via per la pace sarebbe il mutuo riconoscimento tra le due &#8220;forme&#8221;: coloro che celebrano il NO dovrebbero riconoscere il VO e quelli che celebrano il VO dovrebbero riconoscere il NO. Anche qui, tuttavia, le cose non possono funzionare cos\u00ec n\u00e9 sul piano teologico, n\u00e9 sul piano spirituale, n\u00e9 sul piano pastorale. Circa i liturgisti posso parlare solo di me e non mi permetto di esprimermi in nome di terzi. Ma per quanto mi riguarda io non nutro alcun disprezzo per il VO: semplicemente non lo conosco e non posso conoscerlo: \u00e8 il Concilio Vaticano II a volere cos\u00ec. Perch\u00e9 \u00e8 la forma del rito romano che il Concilio ha voluto riformare e che mi \u00e8 giunta nell&#8217;unica forma che ho sempre celebrato: quella successiva al 1969. Trovo curioso che io, che sono nato nel 1961, possa dire con piena coscienza questa cosa, mentre lei, che \u00e8 nato ben 5 anni dopo di me, possa celebrare ordinariamente con la forma straordinaria. Certo, so bene che qui parla la sua identit\u00e0 francese, la sua origine nella Vandea, la storia della Chiesa di Francia, che ha recepito la riforma liturgica in modo molto pi\u00f9 lento e meno capillare di quanto non sia avvenuto in Italia. In Italia, con tutte i suoi limiti, abbiamo davvero recepito e applicato la riforma. L&#8217;accesso al rito romano \u00e8 avvenuto nella forma nuova che \u00e8 divenuta presto ordinaria e unica, come \u00e8 sempre accaduto nella storia della Chiesa. E&#8217; la mia esperienza, fin dall&#8217;origine, a parlarmi del rito romano nell&#8217;unica forma vigente, da quando ho et\u00e0 di ragione. Non per disprezzo personale, ma per estraneit\u00e0 tradizionale.<\/p>\n<p>d) Lei parla, nello stesso tempo, di &#8220;non respingere il testo di Francesco&#8221; e di &#8220;attaccamento alla forma straordinaria&#8221;. La prima \u00e8 una &#8220;norma&#8221;, il secondo un &#8220;affetto&#8221;. Qui credo che vi sia il lato pi\u00f9 delicato della questione, che non si pu\u00f2 risolvere n\u00e9 con &#8220;decreti dal vertice&#8221; n\u00e9 come &#8220;populismi dal basso&#8221;.\u00a0 Con TC \u00e8 cambiato il modo di considerare la questione. Non esiste pi\u00f9 una &#8220;forma straordinaria&#8221; del rito romano (cosa che \u00e8 stata inventata nel 2007 da SP e che non ha alcun riscontro nel passato ecclesiale) , ma un&#8217;unica forma del rito (quella cosiddetta &#8220;ordinaria&#8221;) e alcune concessioni all&#8217; uso del rito &#8220;non vigente&#8221;, destinate con il tempo a ridursi al nulla. Questa \u00e8 la fisiologia ecclesiale, non la patologia di Francesco. Cos\u00ec la sfida per fare pace passa dai &#8220;ponti tra due forme rituali&#8221; ai ponti &#8220;tra fedeli che usano l&#8217;unica forma comune&#8221;. Molte delle cose che lei indica come &#8220;irrinunciabili&#8221; del VO devono essere scoperte, introdotte o riconosciute nell&#8217;Ordo voluto dal Concilio Vaticano II. E non sarebbe un piccolo segno di pace se una Abbazia benedettina come la sua, che ha alimentato non poco la ostilit\u00e0 al Vaticano II, si desse gradualmente alla scoperta dei tesori liturgici del NO e li mettesse in comune, nella esperienza monastica e nella esperienza ecclesiale. E aiutasse la Chiesa intera a vivere la continuit\u00e0 della sostanza del <em>depositum fidei<\/em> nella nuova formulazione del suo rivestimento.<\/p>\n<p>e) Le parole dei giovani che dicono &#8220;la riforma non \u00e8 completa&#8221; sono importanti e del tutto vere. La riforma \u00e8 appena iniziata. Questo per\u00f2 non giustifica una risposta deludente: o perch\u00e9 li illude di poter stare al di qua della riforma, in un rito artificiale che non ha pi\u00f9 fondamento; o perch\u00e9 li delude in una mancanza di stile e nella sciatteria di una routine senza cura e senza viva esperienza. Il lavoro comune, transgenerazionale, sull&#8217;unico rito comune \u00e8 l&#8217;orizzonte che papa Francesco ha voluto autorevolmente rimettere al centro della attenzione. Contro la distrazione introdotta nella chiesa dalla teoria della &#8220;doppia forma&#8221;, che ha illuso e amareggiato tutti. Sul piano strettamente teologico vi \u00e8 stata, in questi 14 anni, una sorta di &#8220;follia collettiva&#8221; dalla quale Francesco ci ha risvegliati, con parole di grande chiarezza, in vista di una vera riconciliazione. A questo lavoro di riconciliazione non pu\u00f2 contribuire la invenzione di una &#8220;concorrenza&#8221; tra due forme rituali, di cui la seconda \u00e8 nata per correggere ed emendare la prima.<\/p>\n<p>Caro P. Abate, lei dice bene: &#8220;E&#8217; tempo di costruire ponti&#8221;, rimuovendo le letture ideologiche. Anzitutto quelle che creano artificialmente un regime di &#8220;concorrenza sleale&#8221; tra forme rituali che non sono nate per questo scopo e che non possono convivere se non eccezionalmente, solo per indulto. Capisco il travaglio di chi si era illuso di poter vivere &#8220;universalmente&#8221; con questa imbarazzante contraddizione. Ma per consolare i delusi e gli illusi bisogna usare le parole di TC, non quelle di SP: altrimenti la ferita non sar\u00e0 curata e i ponti saranno solo la denominazione opportunistica con cui continueremo a chiamare e a costruire nuovi muri invalicabili&#8221;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La stanchezza per la &#8220;battaglia liturgica&#8221; trapela con chiarezza dalle parole dell&#8217;Abate Pateau OSB, di Fontgombault. 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