{"id":17190,"date":"2021-07-19T06:19:10","date_gmt":"2021-07-19T04:19:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=17190"},"modified":"2021-07-19T06:19:10","modified_gmt":"2021-07-19T04:19:10","slug":"anarchia-dallalto-il-motivo-sistematico-della-abrogazione-di-summorum-pontificum","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/anarchia-dallalto-il-motivo-sistematico-della-abrogazione-di-summorum-pontificum\/","title":{"rendered":"\u201cAnarchia dall\u2019alto\u201d: il motivo sistematico della abrogazione di Summorum Pontificum"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/burke.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-12153\" alt=\"burke\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/burke-300x198.jpg\" width=\"300\" height=\"198\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/burke-300x198.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/burke.jpg 320w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Con una fulminante definizione, 14 anni fa Gianfranco Zizola aveva colto con singolare lucidit\u00e0 l\u2019effetto che SP avrebbe prodotto nel corpo ecclesiale: \u201canarchia dall\u2019alto\u201d. Nel momento in cui una istituzione assolutizza la relazione soggettiva con il \u201csacro\u201d, ponendola al di fuori della storia, finisce con il disgregare se stessa. Non \u00e8 difficile identificare il \u201cprincipio sistematico\u201d di questa decisione: esso appare con chiarezza non dal MP del 2007, ma dalla \u201clettera ai vescovi\u201d che lo accompagnava. Vi si diceva infatti: \u201c<i>ci\u00f2 che <\/i><i>per <\/i><i>le generazioni <\/i><i>anteriori era sacro<\/i><i>, <\/i><i>anche per noi resta<\/i><i> sacro e grande, e non pu\u00f2 essere improvvisamente <\/i><i>del tutto proibito<\/i><i> o <\/i><i>addirittura giudic<\/i><i>ato <\/i><i>dannos<\/i><i>o<\/i>\u201d.<\/p>\n<p>Vorrei tentare di chiarire la fragilit\u00e0 sistematica di questo principio, che qualcuno oggi richiama per criticare la saggia decisione con cui papa Francesco ha posto fine a questa tendenza anarchica. Procedo in tre passaggi: chiarisco per sommi capi la vicenda, ne illustro alcuni effetti \u201cimprevisti\u201d e ne traggo alcune conclusioni sistematiche in prospettiva.<\/p>\n<p><b>1. Un equivoco tra rito e forma<\/b><\/p>\n<p>Riepilogo per punti l\u2019essenziale di questa storia recente:<\/p>\n<p>a) Papa Giovanni XXIII, nel 1960, valutando il da farsi, aveva esitato: doveva dar corso alle riforme che Pio XII aveva gi\u00e0 preparato, oppure doveva aspettare lo svolgersi del Concilio, che aveva gi\u00e0 convocato? Decise di procedere alla revisione del Messale tridentino, ma in forma provvisoria. Il Concilio avrebbe fissato gli <i>altiora principia<\/i> sulla base dei quali si sarebbe fatta la riforma. E cos\u00ec nacque il testo provvisorio del Messale Romano del 1962.<\/p>\n<p>b) Il Concilio, ai nn. 47-58 di <em>Sacrosanctum concilium<\/em>, fissa esplicitamente le linee fondamentali della riforma dell\u2019<em>ordo missae<\/em>, che verr\u00e0 realizzato e approvato nel 1969. E chiede, per questo, di modificare profondamente, di integrare largamente, di implementare e arricchire strutturalmente il rito del 1962.<\/p>\n<p>c) Paolo VI, all\u2019entrata in vigore nel <i>novus ordo<\/i>, ribadisce quello che il suo predecessore e il Concilio avevano detto: il nuovo testo sostituisce il precedente, a causa dei limiti rituali, teologici, pastorali e spirituali del testo precedente.<\/p>\n<p>d) Nel 2007, con il motu proprio <i>Summorum Pontificum<\/i>, Benedetto XVI cerca di favorire la \u201criconciliazione\u201d nella Chiesa e concede un pi\u00f9 largo uso del \u00abMessale del 1962\u00bb, costruendo una ipotesi sistematicamente assai discutibile e argomentata con il sofisma della \u201ccovigenza\u201d di un rito ordinario e di un rito straordinario. Come ebbe a dire il cardinal Camillo Ruini, alla uscita di <i>Summorum Pontificum<\/i>: \u00abSperiamo che un gesto di riconciliazione non diventi un principio di divisione\u00bb<a href=\"#sdfootnote1sym\" name=\"sdfootnote1anc\"><sup>1<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>e) Negli ultimi quattrodici anni la presenza ufficiale di una \u201cforma straordinaria\u201d, con la sua equivoca ufficialit\u00e0, ha dato forza a tutte le forme di Chiesa \u201canticonciliare\u201d. Non era certo questa la intenzione di Benedetto XVI, ma questo \u00e8 stato uno dei suoi effetti principali. Questo rito \u201cantico\u201d ha coagulato intorno a s\u00e9, accanto ad attaccamenti convinti e ad intenzioni sincere di custodia della tradizione, interessi della reazione ecclesiale e civile, passatisti di varia stoffa, aristocratici decaduti, insieme a qualche soggetto poco equilibrato. Nel frattempo, la Commissione <i>Ecclesia Dei<\/i> conduceva trattative di accordo con i lefebvriani in cui non si capiva mai del tutto da quale parte del tavolo ci fossero i nemici del Concilio Vaticano II. Di amici, del Concilio, se ne vedevano sempre pochi.<\/p>\n<p>f) Da ultimo, la Commissione, avendo in molti casi superato gravemente i limiti delle proprie competenze, \u00e8 stata soppressa. Tuttavia, le sue competenze sono state trasferite ad una sezione della Congregazione per la dottrina della fede.<\/p>\n<p><b>2. L\u2019eccesso anarchico sta nel principio<\/b><\/p>\n<p>Voglio soffermarmi brevemente su questo ultimo punto. Perch\u00e9 la Commissione <em>Ecclesia Dei<\/em> \u00e8 arrivata spesso a travalicare rispetto a quanto previsto da SP? Perch\u00e9 ne ha applicato con zelo non solo il dettato, ma il principio radicale: ossia la \u201cautorit\u00e0 intoccabile\u201d di ogni forma storica del rito romano. In particolare questo \u00e8 accaduto a proposito del \u201cTriduo Pasquale\u201d, che \u00e8 un ambito su cui la riforma liturgica si \u00e8 messa in moto prima del 1962. Ci\u00f2 ha generato una situazione paradossale. Infatti, se per quanto riguarda il Messale nella sua generalit\u00e0, il testo del 1962 risulta \u201cantico\u201d rispetto al testo del 1969, per quanto riguarda il Triduo il testo del 1962 recepisce gi\u00e0 le riforme compiute da Pio XII nel 1951 e nel 1958 sulla Veglia Pasquale e sulla Settimana Santa. Se vale il principio \u201cci\u00f2 che \u00e8 stato sacro per le generazioni anteriori\u2026\u201d, allora diventa possibile, per non dire necessario, concedere la facolt\u00e0 di celebrare il Triduo con le forme \u201cprecedenti\u201d le riforme di Pio XII. Ma questo, come \u00e8 evidente, pu\u00f2 non aver mai fine. Perch\u00e9 si trova sempre una \u201cforma precedente\u201d, che \u00e8 stata \u201critenuta sacra\u201d e che come tale si impone come alternativa alla forma successiva. In questo modo l\u2019intera tradizione cattolica diventa il banco di un incontrollabile \u201cself-service liturgico\u201d. E\u2019 quindi evidente come il principio che giustifica la \u201cduplice forma\u201d in realt\u00e0 introduce una \u201cmoltiplicazione infinita delle forme possibili\u201d, e quindi una \u201cdeformazione\u201d, perch\u00e9 tutto ci\u00f2 che storicamente \u00e8 stato prima si impone su ci\u00f2 che \u00e8 vigente e il passato esercita un paternalismo ad oltranza sul presente e sul futuro.<\/p>\n<p><b>3. La lacerazione della \u201cdoppia forma\u201d<\/b><\/p>\n<p>Sul piano della teologia sistematica questa impostazione della \u201criconciliazione liturgica\u201d introduce alcune astrazioni pericolose, che di fatto ampliano piuttosto che ridurre il conflitto. Dire che sono vigenti contemporaneamente due forme dello stesso rito, di cui la seconda \u00e8 nata per correggere, emendare e rinnovare la prima, \u00e8 una argomentazione debole e fallace, che fin dall\u2019inizio ha gravemente alterato le competenze liturgiche nella Chiesa cattolica. Tanto che, dal 2007, non solo i vescovi delle diocesi non potevano sovrintendere alla liturgia nella loro diocesi, ma anche la Congregazione del culto divino non poteva esercitare il proprio discernimento in materia liturgica, perch\u00e9 una \u201cforma straordinaria\u201d veniva controllata e modificata prima dalla Commissione <i>Ecclesia Dei <\/i>e poi dalla Congregazione per la dottrina della fede. Questo \u201cstato di eccezione\u201d non costituiva causa di riconciliazione, ma di lacerazione.<\/p>\n<p>La \u201cinvenzione della duplice forma\u201d introdotta dal motu proprio <i>Summorum Pontificum<\/i> era orientata ad una riconciliazione: una riconciliazione con il \u201ctradizionalismo\u201d, sia esterno alla Chiesa cattolica, sia interno alla comunione cattolica. Ma il nobile fine di una Chiesa liturgicamente riconciliata \u00e8 stato perseguito mediante uno strumento troppo fragile, troppo astratto e non poco insidioso: ossia attraverso un \u201cparallelismo rituale generalizzato\u201d. Ci si era convinti, nel 2007, che la presenza parallela di una \u201cforma straordinaria\u201d accanto alla \u201cforma ordinaria\u201d avrebbe riportato la pace nella Chiesa. L\u2019esito dell\u2019esperimento di questi quattordici anni ha per\u00f2 mostrato ampiamente che il mezzo della \u201cdoppia forma dell\u2019unico rito romano\u201d \u00e8 non soltanto <i>una costruzione teologicamente astratta e senza solido fondamento teorico<\/i>, ma \u00e8 anche<i> un rimedio istituzionalmente incontrollabile, ecclesialmente alquanto lacerante e spiritualmente insidioso<\/i>. Non alimenta la riconciliazione, ma la divisione e la sedizione, su entrambi i versanti: <i>rende il rito antico sempre pi\u00f9 oscurantista e il rito riformato sempre pi\u00f9 intellettualistico<\/i>. Ed \u00e8 singolare che, sul piano strettamente teologico, non pochi teologi si siano semplicemente \u201cadattati\u201d \u2013 con scarsa responsabilit\u00e0 \u2013 a sostenere in modo acritico una tesi tanto debole sul piano teologico, quando pericolosa sul piano pratico<a href=\"#sdfootnote2sym\" name=\"sdfootnote2anc\"><sup>2<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p>Nell\u2019individuare la impossibile coesistenza di due forme diverse del medesimo rito romano, la via della riconciliazione \u2013 questa sorta di \u201cecumenismo intracattolico\u201d \u2013 non deve essere pi\u00f9 pensata a livello di \u201cforme parallele\u201d, ma come evoluzione dell\u2019unica forma celebrativa, da assumere proprio nella seriet\u00e0 della sua natura di \u201cforma rituale\u201d. Il bisogno di una riconciliazione liturgica, dal Concilio Vaticano II potentemente introdotta nella coscienza e nel corpo ecclesiale, deve abbandonare la strategia dello \u201cstato di eccezione\u201d, che ha caratterizzato la Chiesa dal 2007 fino ad oggi, e deve imboccare e riprendere il cammino di un\u2019unica forma rituale, che assuma in pieno tutti i linguaggi della celebrazione. Proprio questo cammino risulta chiaramente dischiuso dal MP<i> Traditionis custodes<\/i> nonch\u00e9 dalle chiare parole con cui la<i> Lettera ai Vescovi<\/i> di papa Francesco ne precisa intenzioni e motivazioni, per superare ogni tentazione di \u201canarchia dall\u2019alto\u201d e restituire la esperienza liturgica alla ricchezza della sua tradizione comune e popolare, cos\u00ec come voluta dal Concilio Vaticano II.<\/p>\n<p><a style=\"font-style: italic\" href=\"#sdfootnote1anc\" name=\"sdfootnote1sym\">1<\/a><span style=\"font-style: italic\"> Cos\u00ec su <\/span><i>Avvenire<\/i><span style=\"font-style: italic\">, 8 luglio 2007, 1.<\/span><\/p>\n<div id=\"sdfootnote2\">\n<p><a href=\"#sdfootnote2anc\" name=\"sdfootnote2sym\">2<\/a> Cfr. H. Hoping, <i>Il mio corpo dato per voi. Storia e teologia dell\u2019eucaristia<\/i>, Queriniana, Brescia 2015 (ed. orig. 2011). Non sono mancati anche in Italia imprudenti valutazioni sulla qualit\u00e0 di \u201cstile cattolico\u201d del provvedimento.<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con una fulminante definizione, 14 anni fa Gianfranco Zizola aveva colto con singolare lucidit\u00e0 l\u2019effetto che SP avrebbe prodotto nel corpo ecclesiale: \u201canarchia dall\u2019alto\u201d. 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