{"id":17116,"date":"2021-06-18T14:15:28","date_gmt":"2021-06-18T12:15:28","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=17116"},"modified":"2021-06-18T14:16:09","modified_gmt":"2021-06-18T12:16:09","slug":"in-forma-di-appello-prime-considerazioni-su-salvare-la-fraternita-insieme-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/in-forma-di-appello-prime-considerazioni-su-salvare-la-fraternita-insieme-1\/","title":{"rendered":"In forma di appello. Prime considerazioni su &#8220;Salvare la fraternit\u00e0-Insieme&#8221; (\/1)"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/PontificiaAccademiaVita.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-17118\" alt=\"PontificiaAccademiaVita\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/PontificiaAccademiaVita.jpg\" width=\"295\" height=\"171\" \/><\/a><\/p>\n<p>Un gruppo di 10 teologi e teologhe, coordinati da Mons. Paglia e P. Sequeri, nell&#8217;ambito dei collaboratori della Pontificia Accademia per la Vita e dell&#8217;Istituto Giovanni Paolo II, ha scritto il mese scorso un testo che si intitola<\/p>\n<p><strong>Salvare la Fraternit\u00e0 &#8211; Insieme<\/strong><br \/>\n<strong>Un appello per la fede e il pensiero<\/strong><\/p>\n<p>Il testo (23 pagine, pi\u00f9 4 pagine della Postfazione di Mons. Vincenzo Paglia: si possono leggere integralmente\u00a0<a href=\"http:\/\/www.academyforlife.va\/content\/pav\/it\/salvare-fraternita.html\">qui<\/a>) merita attenzione per diversi motivi. In questo primo commento mi limito ad esaminare il documento sul piano &#8220;formale&#8221;, perch\u00e9 gi\u00e0 su questo livello mi pare che si facciano notare elementi considerevoli e che devono essere esaminati con cura.<\/p>\n<p><strong>a) La forma di &#8220;appello&#8221;<\/strong><\/p>\n<p>Sicuramente molto si \u00e8 riflettuto, nel gruppo che ha steso il documento, sulla &#8220;forma&#8221; da adottare per consentire alle parole di essere comprese, considerate e valutate. Pi\u00f9 volte, lungo le pagine, emerge questa &#8220;coscienza infelice&#8221; di una teologia che rischia di &#8220;parlare solo di s\u00e9 e a se stessa&#8221;. Per questo, credo che si debbano leggere con molta attenzione le parole con cui il testo comincia. Riporto qui integralmente le prime righe:<\/p>\n<p>&#8220;<em>Quello che proponiamo in queste pagine \u00e8 un appello con il quale<\/em><br \/>\n<em>confrontarsi, non semplicemente un\u2019analisi da accogliere o respingere.<\/em><br \/>\n<em>Per essere pi\u00f9 precisi, la descrizione della condizione ecclesiale e<\/em><br \/>\n<em>culturale che sollecita l\u2019appello \u00e8 lo strumento diagnostico che ne sostiene<\/em><br \/>\n<em>la motivazione e l\u2019urgenza: non \u00e8 un \u201cdirettorio\u201d di tesi alle quali \u00e8 chiesto<\/em><br \/>\n<em>di aderire, ma un \u201crepertorio\u201d di temi sui quali ci appare decisivo riflettere<\/em><br \/>\n<em>e discutere<\/em>&#8221; (SF, 1)<\/p>\n<p>Qui emergono alcuni tratti di singolare chiarezza: l&#8217;appello \u00e8 motivato da una &#8220;descrizione della condizione ecclesiale e culturale&#8221; su cui non si chiede di dire &#8220;s\u00ec&#8221; o &#8220;no&#8221; &#8211; di aderire come potrebbe accadere con una serie di tesi o di dichiarazioni\u00a0 &#8211; ma di confrontarsi. Come un repertorio, non come un direttorio. Il gruppo si \u00e8 impegnato in una &#8220;descrizione&#8221; &#8211; allo stesso tempo ecclesiale e culturale &#8211; in cui \u00e8 messa in gioco la &#8220;specifica competenza teologica&#8221;, pensata al servizio di una urgenza, cos\u00ec come posta dalla Enciclica &#8220;Fratelli tutti&#8221;. Potremmo dire allora: un dato di emergenza, posto autorevolmente dalla Enciclica di papa Francesco sulla Fraternit\u00e0 e l&#8217;amicizia sociale, impone alla teologia una pi\u00f9 precisa descrizione della condizione culturale ed ecclesiale e sollecita (anzitutto i teologi) ad un compito comune che attraversa l&#8217;intero spettro dei soggetti possibili: quelli interni e quelli esterni alla tradizione ecclesiale. Di qui, come vedremo subito dopo, la necessit\u00e0 di identificare gli interlocutori dell&#8217;appello. Se un gruppo di teologi decide di &#8220;cambiare forma&#8221;\u00a0 &#8211; non scrivere trattati o saggi, ma un appello &#8211; diventa decisivo identificare bene i destinatari dell&#8217;appello.<\/p>\n<p><strong>b) I due &#8220;messaggi&#8221; con diversi destinatari<\/strong><\/p>\n<p>Il testo indentifica, a partire da p. 14, i suoi destinatari. L&#8217;<em>appello<\/em> \u00e8 per i Discepoli (14-19), mentre ai Saggi \u00e8 inviata una &#8220;Lettera aperta&#8221; (19-23). Le forme vengono differenziate e gli interlocutori sono pensati in modo non generico. Qui, evidentemente, il testo si differenzia in modo pi\u00f9 netto. L&#8217;appello, in senso proprio, quello volto ai discepoli, \u00e8 centrato su un ripensamento del rapporto tra Chiesa e mondo. Una cosa molto importante \u00e8 che il testo punti sia ecclesialmente sia teologicamente su un &#8220;nuovo paradigma&#8221; di relazione con il mondo, che sappia uscire dai &#8220;dualismi tra comunit\u00e0 credente e comunit\u00e0 secolare, tra mondo creato e mondo salvato&#8221;. Sia il credente, sia il teologo professionale,\u00a0 sono rimandati alla sfida di una relazione nuova, diretta, con il mondo e con i suoi linguaggi, che occorre imparare a parlare. Questa \u00e8 la sfida &#8211; grande ed esplicita- interna all&#8217;appello.<\/p>\n<p>La <em>lettera aperta<\/em>, destinata invece ai Saggi (ossia agli intellettuali non credenti) compie alcune scelte nette: usa un &#8220;noi&#8221; che ricorda i discorsi del Concilio Vaticano II e di Paolo VI e entra subito &#8220;in medias res&#8221; con una richiesta diretta: quella di &#8220;purificare la cultura dominante dalla tentazione del relativismo e della demoralizzazione&#8221;. Forse, sul piano della forma, non \u00e8 l&#8217;inizio pi\u00f9 consigliabile per favorire una interlocuzione senza pregiudizi. Proprio perch\u00e9, <em>formaliter<\/em>, la domanda di verit\u00e0 e di valori, a cui &#8220;Fratelli tutti&#8221; da voce con grande potenza, scaturisce da una tensione tra fratellanza, libert\u00e0 ed eguaglianza, \u00e8 interessante che l&#8217;appello ai discepoli appaia impostato in modo pi\u00f9 dialogico di quanto non sia la lettera ai Saggi. Nella quale, emergono, con maggiore forza, quelle letture &#8220;in contumacia&#8221; del mondo contemporaneo, che l&#8217;appello ai discepoli aveva giustamente indicato come una via senza uscita. Se della &#8220;scoperta del soggetto&#8221; moderna si parla, almeno inizialmente, solo in modo catastrofico, si seleziona e si predispone l&#8217;interlocutore in modo troppo drastico. Ci sar\u00e0 modo di discutere meglio sul piano dei contenuti i singoli passaggi, ma anche solo formalmente questa scelta appare meno convincente rispetto all&#8217;impianto generale del documento.<\/p>\n<p><strong>c) La pluralit\u00e0 di voci<\/strong><\/p>\n<p>Senza entrare per ora nella considerazione dei contenuti, \u00e8 per\u00f2 evidente che nel testo parlano &#8220;diverse scuole&#8221;. E questo \u00e8 un ulteriore dato significativo. Quanto \u00e8 difficile non usare del tutto il proprio gergo. Quanto \u00e8 difficile imparare il gergo altrui e farlo fruttificare nel proprio, cos\u00ec come arduo risulta ascoltare il proprio gergo &#8220;riespresso&#8221; in altro contesto, con altra intezione, con diverse accezioni. Il controllo delle parole, che \u00e8 l&#8217;ideale di ogni linguaggio tecnico, nella teologia smentisce la pi\u00f9 bella delle esperienze: quella di lasciar parlare il linguaggio della tradizione. Se siamo teologi \u00e8 perch\u00e9 abbiamo elaborato un linguaggio tecnico, che dovrebbe restare &#8220;servo&#8221;, ma qualche volta diventa &#8220;padrone&#8221;. Non \u00e8 difficile cogliere questa fatica, questo travaglio, questo sforzo su tutte le pagine di questo appello. Questo \u00e8 un suo pregio rilevante. Mostra la fatica di uscire da un gergo. La prevalenza del &#8220;gergo milanese&#8221; &#8211; che \u00e8 sulla pagina \u00e8 evidente ed arricchisce di terminologie fini il periodare e il respirare delle frasi &#8211; \u00e8 certo dovuta al fatto che almeno la met\u00e0 del gruppo proviene da quella scuola, da quelle forme di pensiero e da quelle figure di esperienza. Ma, diversamente dai testi dei singoli autori, l&#8217;appello risuona anche di altri toni, di altri immaginari, di altre figure di parola e di pensiero. Questo permette un confronto molto pi\u00f9 ampio e abbassa il livello di lettura pregiudiziale riduce i casi di &#8220;tecnicismo&#8221;. Per un appello, che voglia parlare a tutti, questo \u00e8 un elemento decisivo, che ne garantisce la possibile fecondit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>d) L&#8217;apertura di un dialogo fecondo<\/strong><\/p>\n<p>Questi rilievi di carattere solo formale sono evidentemente una &#8220;premessa&#8221; a contenuti tanto urgenti quanto ricchi. La conoscenza diretta di molti membri del gruppo di teologi e la lettura del loro testo mi fa dire che sono poste le basi per un dialogo veramente fecondo e produttivo. Senza evitare la &#8220;confusione delle lingue&#8221;, ma accettando la pluralit\u00e0 dei registri, questo &#8220;appello a salvare la fraternit\u00e0&#8221; pu\u00f2 raggiungere diversi risultati, grazie alla sua impostazione formale. Pu\u00f2 suscitare dialogo e confronto perch\u00e9 \u00e8 gi\u00e0 in s\u00e9 frutto di questo dialogo e di questo confronto. Credo si possano individuare due obiettivi espliciti di un tale sviluppo, che mi sembrano del tutto condivisibili:<\/p>\n<p>&#8211; da un lato favorire un &#8220;lavoro teologico&#8221; chiaro, audace e paziente, &#8220;creativo e ospitale&#8221;, che sappia dialogare in modo davvero radicale con la cultura contemporanea, per rileggere la tradizione con un atto audace e paziente di &#8220;traduzione&#8221;;<\/p>\n<p>&#8211; dall&#8217;altro che abbia una incidenza ecclesiale capace di pensare e realizzare quelle riforme di cui la Chiesa confessa il bisogno da almeno 60 anni e la cui esecuzione non pu\u00f2 non essere preparata da un &#8220;pensiero della fede&#8221; alla altezza della sfida.<\/p>\n<p>Per raggiungere questi due obiettivi, occorre aprire un dibattito, nella libert\u00e0 e con rispetto, sulle tre parti qualificanti di questo testo, ossia sulla &#8220;descrizione della condizione ecclesiale e culturale&#8221; (SF 1-14), sull&#8217;appello ai Discepoli (SF 14-19) e sulla Lettera aperta ai Saggi (SF 19-23). A ciascuna di queste parti vorrei dedicare un commento specifico nei prossimi giorni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un gruppo di 10 teologi e teologhe, coordinati da Mons. Paglia e P. 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