{"id":16954,"date":"2021-05-05T09:16:08","date_gmt":"2021-05-05T07:16:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=16954"},"modified":"2021-05-05T12:12:06","modified_gmt":"2021-05-05T10:12:06","slug":"negare-ogni-potere-per-conservare-tutto-il-potere-affetti-ed-effetti-del-dispositivo-di-blocco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/negare-ogni-potere-per-conservare-tutto-il-potere-affetti-ed-effetti-del-dispositivo-di-blocco\/","title":{"rendered":"Negare ogni potere per conservare tutto il potere. Affetti ed effetti del dispositivo di blocco."},"content":{"rendered":"<pre><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/papa-Francesco-3.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-3504\" alt=\"papa-Francesco-3\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/papa-Francesco-3-300x199.jpg\" width=\"300\" height=\"199\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/papa-Francesco-3-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/papa-Francesco-3.jpg 320w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>\r\n<span style=\"font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;font-size: 14px\">\u00a0<\/span><\/pre>\n<p>Anche negli ultimi tempi, una tendenza del magistero ecclesiale a &#8220;bloccare tutto&#8221;, pur conoscendo anche autorevoli eccezioni, soprattutto a livello di magistero papale, continua ad essere manifestazione consistente. Ci\u00f2 che deve sorprendere \u00e8 che questa &#8220;affermazione del potere&#8221; avvenga mediante la reiterata asserzione di &#8220;non avere il potere&#8221;.\u00a0Che la <em>affermazione del potere<\/em> avvenga mediante una <em>negazione del potere<\/em> \u00e8 un modo di argomentare che a partire dagli anni \u201870 si \u00e8 diffuso nel\u00a0discorso\u00a0ecclesiale cattolico e ha assicurato progressivamente una vera e propria \u201cparalisi\u201d di quell\u2019orientamento\u00a0alla riforma e ai processi di aggiornamento, che il Concilio Vaticano II aveva provvidenzialmente reintrodotto nella vita della Chiesa. Altrove ho gi\u00e0 trattato il fenomeno, identificando una sorta di \u201cstile magisteriale\u201d,\u00a0che si\u00a0basa su una strategia paradossale:\u00a0<em>negando la propria autorit\u00e0, esso conserva tutta la sua autorit\u00e0<\/em><em>.<\/em>\u00a0(Cfr.\u00a0il post di 5 anni fa\u00a0<a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/chiesa-in-uscita-e-esercizio-dellautorita-oltre-un-luogo-comune-del-magistero-recente\/\">http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/chiesa-in-uscita-e-esercizio-dellautorita-oltre-un-luogo-comune-del-magistero-recente\/<\/a>\u2026).\u00a0Riprendo brevemente il senso di quel primo ragionamento, per cercare di comprenderne anche i pi\u00f9 recenti sviluppi.<\/p>\n<p><b>1.\u00a0Il problema della autorit\u00e0<\/b><\/p>\n<p>Nel dibattito ecclesiale scaturito dalle parole profetiche di papa Francesco sulla \u201cChiesa in uscita\u201d e sul \u201csuperamento della autoreferenzialit\u00e0\u201d non si \u00e8 ancora chiaramente compreso quanto questa priorit\u00e0, che giustamente il papa ha enunciato fin dai primi giorni del suo ministero \u2013 e che gi\u00e0 era chiaramente presente nel suo testo presentato alla Congregazione dei Cardinali in conclave \u2013\u00a0<i>richied<\/i><i>esse<\/i><i>\u00a0una profonda revisione dello stile con cui la Chiesa pensa e agisce rispetto al tema del \u201cpotere\u201d \u00a0e della \u201cautorit\u00e0\u201d<\/i>.\u00a0Per poter \u201cuscire dalla autoreferenzialit\u00e0\u201d e diventare davvero \u201ceteroreferenziale\u201d \u2013 ossia per non mettere al centro s\u00e9, ma l\u2019Altro Dio e l\u2019altro prossimo \u2013 \u00a0la Chiesa deve anzitutto riconoscere di essere investita di una reale ed efficace autorit\u00e0. In altri termini,\u00a0<em>essa\u00a0<i>deve poter confidare nella possibilit\u00e0 di intervenire autorevolmente sulla propria dottrina e disciplina<\/i><\/em><strong>\u00a0\u2013<\/strong><em>\u00a0su ci\u00f2 che pensa di s\u00e9 e su ci\u00f2 che fa di s\u00e9 -, senza cedere alla tentazione di \u201cimpedirsi un ripensamento\u201d, magari in nome della fedelt\u00e0 alla tradizione<\/em><em>.\u00a0<\/em>La Chiesa da un lato <em>\u00e8 istituita da un messaggio che non pu\u00f2 controllare, e su cui non ha potere<\/em>. Ma questo riguarda la &#8220;sostanza dell&#8217;antica dottrina del depositum fidei&#8221;, non la &#8220;formulazione del suo rivestimento&#8221;, per usare la famosa distinzione con cui Giovanni XXIII, nel grande discorso\u00a0<em>Gaudet mater ecclesia<\/em>, ha inaugurato la stagione conciliare, definendo cos\u00ec la &#8220;indole pastorale&#8221; del Concilio Vaticano II.<\/p>\n<p>Se la Chiesa pensasse che l\u2019unico modo di essere fedele al Vangelo fosse di continuare in tutto e per tutto come prima \u2013 sia dottrinalmente sia disciplinarmente \u2013\u00a0<i>si convincerebbe subito di dover restare assolutamente immobile per essere pienamente se stessa. Far\u00e0 dell\u2019immobilismo la sua ossessione<\/i>. A questa tentazione il Concilio Vaticano II ieri, e Francesco oggi, hanno voluto rispondere con l&#8217;esercizio di una parola profetica, che vuole anzitutto persuadere la Chiesa e il mondo di due cose:<\/p>\n<p>&#8211;\u00a0<em>che la fedelt\u00e0 \u00e8 mediata dal movimento, dalla conversione, dall\u2019uscire per strada, non dalla stasi, dalla paura e dal chiudersi tra le mura;<\/em><\/p>\n<p><em>&#8211; che per muoversi occorre riconoscersi la autorit\u00e0 di stare nella storia della Chiesa e della salvezza in modo partecipe e attivo, non come spettatori muti e passivi o come semplici \u201cnotai\u201d<\/em>.<\/p>\n<p>Questa considerazione, tuttavia, trova pi\u00f9 di una resistenza non soltanto nella inevitabile inerzia del modello da superare, ma anche in alcuni \u201cluoghi comuni\u201d, di cui vorrei considerare quello che possiamo esprimere come\u00a0<i>la riduzione della autorit\u00e0 alla \u201crinuncia alla autorit\u00e0\u201d<\/i>. \u00a0Si tratta di un luogo comune molto affascinante, che assume talvolta una notevole rilevanza nella esperienza ecclesiale e che il magistero pu\u00f2 e deve utilizzare in passaggi complessi. Si traduce, formalmente, in una dichiarazione di \u201cnon possumus\u201d. E\u2019 questo uno dei punti chiave del \u201cmagistero negativo\u201d, che la tradizione antica, medievale e moderna ha coltivato con attenzione e con cura.\u00a0<i>Si tratta, in ultima analisi, di una \u201cautolimitazione del magistero\u201d<\/i><i>.<\/i>\u00a0Ma tale autolimitazione, che di per s\u00e9 \u00e8 a garanzia di \u201caltro\u201d, e che dunque dovrebbe arginare e ostacolare le forme della autoreferenzialit\u00e0 ecclesiale, \u00e8 entrata con grande forza nella esperienza ecclesiale degli ultimi decenni, in particolare a partire dalla fine degli\u00a0anni\u00a070. Pur venendo da lontano, questo modo di argomentazione magisteriale ha conosciuto, proprio dopo il Concilio Vaticano II, una nuova e insperata fortuna.<\/p>\n<p><b>2. Il \u201cdispositivo di blocco\u201d<\/b><\/p>\n<p>Ora vorrei identificare con maggior chiarezza il cuore di tale argomentazione in un ragionamento artificioso \u2013 che per certi versi appare come una sorta di \u201csofisma\u201d \u2013 e che non \u00e8 difficile attribuire ad uno sviluppo integrale del magistero, in una parabola temporale di almeno 50 anni, che va dagli anni 70 fino ai nostri giorni. Si tratta di un \u201cdispositivo teorico\u201d che realizza, mediante una indiscutibile finezza retorica, un risultato prestabilito: blocca ogni cambiamento e fa prevale, affettivamente prima che concettualmente, un primato dell\u2019antico sul moderno. E\u2019 un \u201cdispositivo di blocco\u201d, che paralizza affettivamente, \u201cper attaccamento\u201d, ogni progetto di riforma.<\/p>\n<p>Prima di analizzare le tappe principali di questo interessante fenomeno, che per brevit\u00e0 chiamer\u00f2 \u201cdispositivo di blocco\u201d, vorrei chiarire meglio la peculiarit\u00e0 del mio approccio:<\/p>\n<p>a) L\u2019apporto di questo \u201cmodello di pensiero\u201d \u00e8 assai significativo ed \u00e8 stato messo a punto in modo specifico dalla elaborazione teorica di J. Ratzinger: riguarda prima il Ratzinger Arcivescovo, poi il Ratzinger Prefetto e infine il Razinger papa: \u00e8 cio\u00e8 il frutto non del \u201cprimo Ratzinger\u201d, libero da impegni pastorali, ma del \u201csecondo e ultimo Ratzinger\u201d, impegnato con responsabilit\u00e0 crescenti a livello di Chiesa diocesana e poi, ben presto, di Chiesa universale.<\/p>\n<p>b) Il cuore della argomentazione \u00e8 il frutto non soltanto di una indiscutibile competenza teologica, ma anche della abdicazione dalla ragione, in una forma piuttosto marcata, per dar spazio ad un \u201caffetto\u201d, o, ancora meglio, ad un \u201cattachement\u201d\/\u201cattaccamento\u201d irrinunciabile, che viene assunto come <em>auctoritas<\/em> indiscutibile: la\u00a0<i>ratio<\/i>\u00a0cede ad una\u00a0<i>auctoritas<\/i>\u00a0affettivamente sovradeterminata, e per questo incontrollabile.<\/p>\n<p>c) Per tale motivo \u00e8 possibile attribuire al ragionamento la qualificazione di \u201cdispositivo\u201d: esso non spiega razionalmente, ma avvalora retoricamente e impone giuridicamente una soluzione che non ha solide basi se non in un affetto. Ci\u00f2 determina l\u2019effetto di far \u201cevaporare\u201d ogni legittima istanza di cambiamento, che trasforma immediatamente, e direi quasi violentemente, in una contraddizione con gli affetti e perci\u00f2 in una negazione e in una minaccia per la tradizione.<\/p>\n<p>d) Funziona, infine o forse anzitutto, da supporto teorico perfetto, quasi da assioma indiscutibile, per affermare un assetto resistente e immobile della Chiesa, di fronte ad un mondo minaccioso ed infido, al quale la Chiesa non deve piegarsi. Recuperando temi e motivi dell\u2019antimodernismo di un secolo prima, il \u201cdispositivo\u201d funziona perfettamente da \u201cblocco\u201d anzitutto contro lo spirito di un Concilio Vaticano II percepito, sempre meno come risorsa e sempre pi\u00f9 come \u201cderiva\u201d.<\/p>\n<p>Questo \u201cdispositivo di blocco\u201d si presenta in numerosi esempi, storicamente progressivi, quasi come una \u201cmessa a punto\u201d sempre pi\u00f9 affinata e acuta di esso. La presentazione riguarder\u00e0, in ordine, 4 documenti ecclesiali del tutto caratteristici di questo approccio: la \u201cLettera sulla prima confessione\u201d dell\u2019Arcivescovo di Monaco, del 1977, la lettera apostolica\u00a0<i>Ordinatio sacerdotalis<\/i>\u00a0del 1994, la Istruzione\u00a0<i>Liturgiam authenticam<\/i>\u00a0del 2001, il Motu Proprio\u00a0<i>Summorum Pontificum<\/i>, del 2007, a cui va aggiunta la \u201clettera ai Vescovi tedeschi\u201d sulla questione del \u201cpro multis\u201d, del 2012. Al cuore di ognuno di questi documenti, in un arco di ben 35 anni, si trova lo stesso meccanismo argomentativo, chiaramente riconoscibile, affascinante e distraente, limpido e insieme oscuro, in cui attaccamento e ragione si fondono e si confondono. Una breve indagine sar\u00e0 in grado di portarne alla luce il punto cieco, ma anche il debito che tutti abbiamo verso questo modo di ragionare e di impostare la riflessione sulla tradizione ecclesiale e dal quale, se vogliamo rileggere significativamente il Concilio Vaticano II, dovremmo prima o poi liberarci.<\/p>\n<p><b>3. Quattro esempi del \u201cdispositivo di blocco\u201d<\/b><\/p>\n<p>Presento qui solo 4 esempi di un modo di argomentare che oggi pu\u00f2 essere ripetuto quasi ad ogni livello: in un testo di una Congregazione, in una lezione universitaria o\u00a0 in una intervista sui giornali e pu\u00f2 avere, come oggetto, qualsiasi &#8220;dottrina o disciplina ecclesiale&#8221;, su cui si afferma di &#8220;non avere potere&#8221;.<\/p>\n<p><b>3.1. La Lettera sulla prima confessione (1977)<\/b><\/p>\n<p>Il primo \u201cluogo dottrinale\u201d in cui \u00e8 messo in opera il \u201cdispositivo di blocco\u201d \u00e8 il rapporto tra prima confessione e prima comunione, che J. Ratzinger, allora Arcivescovo di Monaco, reimposta \u201ccontro\u201d la svolta impressa dal suo predecessore, card. J. Doepfner, il quale aveva spostato la prima confessione dopo la prima comunione. La pretesa \u00e8 di contrastare un \u201cuso pedagogico\u201d della tradizione, ma la teologia che dovrebbe guidare il nuovo avviso si identifica, semplicemente, con la \u201cevidenza affettiva\u201d del principio di autorit\u00e0. Nel testo della lettera pastorale \u201cPrima confessione e prima comunione dei fanciulli\u201d (1977) Ratzinger arriva a capovolgere il senso della tradizione, pur di garantire la sopravvivenza della prassi (per lui) pi\u00f9 tradizionale, affermando un primato di un sacramento di guarigione rispetto ad un sacramento di iniziazione, in grave tensione addirittura con il Concilio di Trento e con la differenza \u201cdi dignit\u00e0\u201d che esso esige sia riconosciuta tra i sacramenti. Egli afferma infatti: \u201csolo con la confessione personale diventano vere le invocazioni di perdono della liturgia eucaristica e questa liturgia eucaristica della Chiesa conserva la sua grande profondit\u00e0 personale che per altro \u00e8 il presupposto della vera comunione\u201d (9). Giunge cos\u00ec a subordinare la comunione eucaristica alla confessione personale, come regola di approccio originario al senso della comunione stessa, con una evidente e grave forzatura della tradizione. Tutto questo, oltretutto, argomentato con una motivazione davvero sorprendente: il nuovo Arcivescovo chiede agli operatori pastorali di \u201clasciare le proprie idee pi\u00f9 care per il bene della comunit\u00e0\u201d, ma di fatto, con questa lettera, egli impone le proprie idee pi\u00f9 care \u2013 quelle per lui affettivamente pi\u00f9 urgenti \u2013 a scapito del cammino di maturazione della comunit\u00e0. Usare la\u00a0<i>Didach\u00e9\u00a0<\/i>come testo-chiave per affermare il primato della confessione individuale sulla comunione eucaristica \u00e8 una argomentazione dottrinalmente audace, che manifesta un uso della \u201cauctoritas\u201d del tutto anacronistico e privo di riscontro. Ma qui, per la prima volta, appare il \u201cdispositivo di blocco\u201d: argomentando in modo vago, puramente affettivo, egli ottiene soltanto una \u201cconformazione autoritaria\u201d del comportamento, senza una motivazione teologica consistente.<\/p>\n<p><b>3.2. La argomentazione di Ordinatio Sacerdotalis (1994)<\/b><\/p>\n<p>Molti anni dopo,\u00a0nel 1994,\u00a0con\u00a0<em>Ordinatio sacerdotalis,\u00a0<\/em>di cui Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, fu il grande ispiratore,\u00a0sul tema della \u201cordinazione delle donne al sacerdozio\u201d,\u00a0riprende\u00a0con forza questo stile, dichiarando che \u201cla Chiesa non ha in alcun modo la facolt\u00e0 di conferire alle donne l\u2019ordinazione sacerdotale\u201d. Con una dichiarazione di \u201cnon autorit\u00e0\u201d,\u00a0e di cui egli stesso chiarisce pi\u00f9 tardi, la natura \u201cnon infallibile\u201d,\u00a0si vuole chiudere la questione, pur non escludendo che \u201caltre ordinazioni\u201d siano percorribili. La negazione della autorit\u00e0 determina la conferma della forma classica del potere ecclesiale\u00a0e addirittura pretende di riconoscere, non infallibilmente, una tradizione infallibile.\u00a0Sposta la infallibilit\u00e0 dal documento alla tradizione, con un salto mortale argomentativo assai azzardato.\u00a0Senza assumere alcuna\u00a0nuova\u00a0autorit\u00e0, si riconosce autorit\u00e0 soltanto al passato, senza tematizzazione\u00a0alcuna\u00a0delle novit\u00e0 culturali, antropologiche ed ecclesiali che l\u2019ultimo secolo aveva recato,\u00a0come se la storia non fosse.\u00a0Nel cuore del documento, e della sua esplicazione successiva, appare con chiarezza, di nuovo, il \u201cdispositivo di blocco\u201d: affetto, attaccamento e autorit\u00e0 sostituiscono la ragione teologica. Sentimento e potere, al posto della ragione. Anzi, la ragione dovrebbe, a posteriori,\u00a0limitarsi a\u00a0giustificare il sentimento di attaccamento e il principio di autorit\u00e0.<\/p>\n<p><b>3.3 Liturgiam Authenticam (2001) e la lettera sul \u201cpro multis\u201d (2012)<\/b><\/p>\n<p>Alcuni anni dopo, nel 2001, fu ancora J. Ratzinger l\u2019ispiratore della V Istruzione sulla Riforma Liturgica\u00a0<i>Liturgiam authenticam<\/i>, dalla quale scaturiva una nuova versione del \u201cdispositivo di blocco\u201d, con la assoluta affermazione del \u201cprimato del latino\u201d sulle \u201clingue vernacole\u201d. L\u2019effetto di questa teoria priva di alcun fondamento storico \u2013 nella quale si arrivava a stabilire la irrilevanza della lingua dei destinatari e la pretesa di \u201ctraslitterare le figure retoriche latine\u201d \u2013 era duplice: la paralisi del rapporto tra periferia e centro nella gestione delle traduzioni liturgiche e la dimenticanza che la \u201cvita ecclesiale\u201d non pulsava pi\u00f9 nelle vene del latino, ma in quelle delle lingue nazionali, che non erano pi\u00f9, ormai da 50 anni, lingue di traduzione, ma lingue di esperienza e di creazione. Una ripresa successiva, nella Pasqua del 2012, da parte di papa Benedetto, di una lettera ai Vescovi tedeschi, sulla questione del \u201cpro multis\u201d metteva in luce, ancora una volta, la forza del \u201cdispositivo di blocco\u201d: la traduzione letterale \u201cfuer viele\u201d doveva imporsi \u201caffettivamente\u201d e \u201cautoritativamente\u201d, poich\u00e9 sul piano concettuale doveva essere smentita da una catechesi accurata, che spiegasse come \u201cper molti\u201d significhi \u201cper tutti\u201d. Una immagine di singolare evidenza della contraddizione interna al \u201cdispositivo di blocco\u201d, con cui, in questo caso si afferma la &#8220;mancanza di potere&#8221; della Chiesa di parlare altre lingue diverse dal latino.<\/p>\n<p><b>3.4. Parallelismo rituale, con effetto anarchico:\u00a0<i>Summorum Pontificum (2007)<\/i><br \/>\n<\/b><\/p>\n<p>L\u2019ultima tappa di questo percorso efficace del \u201cdispositivo\u201d si incontra\u00a0nel 2007,\u00a0con\u00a0il\u00a0<em><i>Motu Proprio \u201cSummorum Pontificum\u201d,\u00a0<\/i><\/em><em>mediante il quale,\u00a0<\/em>mentre\u00a0si creava\u00a0un parallelismo di forme rituali del medesimo \u201crito romano\u201d, ci si spogliava\u00a0della autorit\u00e0 di orientare la liturgia ecclesiale lungo le linee della Riforma Liturgica e si rimettevano\u00a0in pieno vigore i riti che la Riforma stessa aveva voluto superare,\u00a0denunciandone i limiti e le distorsioni. Anche in questo caso il Magistero \u201csi autolimita\u201d poich\u00e9 non avrebbe la autorit\u00e0 di orientare la tradizione e le scelte dei singoli ministri ordinati, ma in tal modo restituisce autorit\u00e0 a forme di esperienza preconciliare.\u00a0Il \u201cdispositivo di blocco\u201d qui argomenta di nuovo in modo astorico: \u201cci\u00f2 che \u00e8 stato santo una volta, deve poterlo essere sempre\u201d. Dunque la Chiesa non si riconosce alcun potere di Riforma. Ci\u00f2 che \u00e8 stato di per s\u00e9 si perpetua senza alcuna possibilit\u00e0 di orientamento o conversione. E un principio argomentativo,\u00a0di per s\u00e9\u00a0negativo\u00a0e\u00a0puramente astorico, d\u00e0 causa ad effetti storici assai gravi: perdita di controllo dei Vescovi diocesani, accentramento del controllo\u00a0in\u00a0un organo \u201caffettivamente condizionato\u201d \u2013 la Commissione\u00a0<i>Ecclesia Dei<\/i>\u00a0-, il diffondersi di una rilevanza \u201cpolitica\u201d \u2013 in senso ecclesiale e in senso mondano \u2013 della \u201cforma straordinaria\u201d come \u201cforma reazionaria\u201d. Il dispositivo di blocco non ha fermato le cose: ha sicuramente bloccato lo sviluppo della Riforma e ha generato un\u00a0vero e proprio\u00a0\u201cmonstrum\u201d,\u00a0con conseguenze laceranti che gi\u00e0 allora erano facilmente prevedibili.<\/p>\n<p>4.\u00a0<b>Francesco e il superamento del \u201cdispositivo di blocco\u201d<\/b><\/p>\n<p>Come \u00e8 evidente, tutti questi impieghi del \u201cdispositivo\u201d, sia pure nella loro diversit\u00e0 di contesti e di effetti, fanno ricorso ad un \u201cluogo comune\u201d secolare del magistero. Hanno tutti in comune una sottile dialettica tra \u201cperdita di potere\u201d e \u201cassunzione di potere\u201d: nel momento in cui il magistero dice di \u201cnon avere autorit\u00e0\u201d, lascia nella autorevolezza lo \u201cstatus quo\u201d che tende ad identificare con il &#8220;revelatum&#8221;. Cos\u00ec inclina a sovrapporre ci\u00f2 che \u00e8 con ci\u00f2 che deve essere. E pertanto <em>opera un blocco il dibattito sulla relazione tra iniziazione e guarigione, sul\u00a0ruolo ministeriale delle donne, sulle forme della inculturazione liturgica e sul cammino organico della riforma liturgica<\/em>. Non \u00e8 difficile notare come questo \u201cnon riconoscimento di autorit\u00e0\u201d si identifichi con una conservazione del potere acquisito,\u00a0spesso diventando principio e alimento di una rischiosa inclinazione alla autoreferenzialit\u00e0.\u00a0E, come abbiamo visto, nel \u201cdispositivo di blocco\u201d questo risultato \u00e8 ottenuto mediante una originale sintesi tra \u201cattaccamento affettivo\u201d e \u201cragione teologica ridotta al principio di autorit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>In paragone a ci\u00f2, il\u00a0\u201critorno al Concilio\u201d di papa Francesco appare segnato dalla esigenza di \u201cridare autorit\u00e0\u201d all\u2019azione ecclesiale. Solo cos\u00ec essa potr\u00e0 uscire dalla \u201ctentazione della autoreferenzialit\u00e0\u201d. Ma per farlo deve assumere un\u00a0diverso\u00a0approccio alla tradizione. La Chiesa non si riconosce come una \u201cstoria chiusa\u201d, come un \u201cmuseo di verit\u00e0 da custodire\u201d, ma come un \u201cgiardino da coltivare\u201d.\u00a0Per questo sarebbe molto utile rileggere il pontificato di Francesco, a otto anni dal suo inizio, non come una forma incerta e \u201csoft\u201d di ministero pastorale, ma come un ripensamento della forma con cui la Chiesa non rinuncia ad esercitare la autorit\u00e0\u00a0e supera il \u201cdispositivo di blocco\u201d che J. Ratzinger aveva messo a punto con tanta finezza\u00a0per 40 anni<em>.<\/em>\u00a0Francesco assume la esigenza di esercizio della autorit\u00e0 che i suoi predecessori avevano come sospeso, determinando sempre degli esiti caratterizzati da\u00a0\u201cparalisi\u201d.\u00a0Francesco ha disinserito il dispositivo, cambiando sia il ruolo dell\u2019attaccamento affettivo, sia il ruolo della ragione teologica. Qui, a me pare, si colloca un elemento di profonda continuit\u00e0 con il Concilio Vaticano II e di inevitabile discontinuit\u00e0 rispetto al \u201cdispositivo di blocco\u201d.\u00a0La cui incidenza, tuttavia, non \u00e8 ancora tramontata.<\/p>\n<p>5. <strong>Il dispositivo sospeso, ma non disinnescato<\/strong><\/p>\n<p>Sbaglia chi pensa ad un &#8220;destino irreformabile&#8221; collegato alla struttura stessa della Chiesa cattolica. Identificare il &#8220;dispositivo di blocco&#8221; significa distinguere, precisamente, un modo di argomentare, che si \u00e8 diffuso progressivamente a partire dagli anni 70, da elementi che continuano ad agire in modo vitale nel corpo della Chiesa. In questi 8 anni di pontificato di Francesco sarebbe sufficiente citare 3 documenti, che esplicitamente smentiscono il dispositivo di blocco:<\/p>\n<p>&#8211; Esortazione apostolica post-sinodale\u00a0<em>Amoris Laetitia<\/em> (2016), che supera il primato insuperabile della &#8220;legge oggettiva&#8221; in materia matrimoniale, su cui, fino a\u00a0<em>Familiaris Consortio\u00a0<\/em> si ripeteva che &#8220;la Chiesa non aveva potere&#8221;.<\/p>\n<p>&#8211; Motu proprio <em>Magnum principium <\/em>(2017) che supera il primato della lingua latina sulle lingue parlate e restituisce alle lingue vive, e alle Conferenze episcopali che le parlano, una autorit\u00e0 originaria.<\/p>\n<p>&#8211; Motu proprio <em>Spiritus Domini <\/em>(2021) che supera la riserva maschile sulla ministerialit\u00e0 ecclesiale e per la prima volta in modo esplicito rende possibile la attribuzione formale a donne di &#8220;ministeri ecclesiali&#8221;.<\/p>\n<p>In tre ambiti su cui la tradizione aveva tentato di identificarsi in forme storiche autorevoli, ma contingenti, la Chiesa, con la autorit\u00e0 del Sinodo e di atti papali, si \u00e8 riconosciuta il potere di modificare e di aggiornare la disciplina e, in una certa misura, la stessa dottrina. La tentazione di estendere la sostanza immutabile a tutta la dottrina e a tutta la disciplina \u00e8 sempre stata forte nella storia della Chiesa moderna e contemporanea. Gli antichi e i medievali erano, da questo punto di vista, molto pi\u00f9 liberi. Oggi la sfida consiste nel ritrovare la libert\u00e0 degli antichi e dei medievali e superare le rigidit\u00e0 che la vicenda moderna e tardo-moderna hanno imposto alla tradizione. Il colpo di reni del Concilio Vaticano II resta una eredit\u00e0 insuperata. Nonostante questo grande apporto offerto dal magistero di Francesco, vediamo negli ultimi tempi che il dispositivo di blocco continua ad essere una &#8220;risorsa a poco prezzo&#8221;, facilmente utilizzabile per bloccare ogni cammino di riforma, indifferentemente applicabile ai ministeri o alla sessualit\u00e0, ai progetti sinodali o alle forme della celebrazione. Il dispositivo oggi appare talora &#8220;autorevolmente sospeso&#8221;, ma non &#8220;ecclesialmente disinnescato&#8221;. A 60 anni da quel Concilio abbiamo oggi la urgenza di andare oltre, con serenit\u00e0 e lungimiranza,\u00a0 ogni tentazione di cedere ancora al &#8220;dispositivo di blocco&#8221;. E&#8217; vero: <em>la Chiesa non ha potere su ci\u00f2 che la istituisce e al cui servizio presta tutta la sua opera. Ma identificare con troppa immediatezza aspetti contingenti della tradizione con questa &#8220;sostanza intoccabile&#8221; non \u00e8 segno di fedelt\u00e0, ma di paura<\/em>. La Chiesa, per custodire ci\u00f2 su cui non ha potere, e che solo pu\u00f2 giustificarla, deve riconoscersi apertamente il potere di cambiare e di adattare <em>tutto il resto<\/em>, se vuole restare capace di &#8220;uscire da s\u00e9&#8221; e di incontrare, nel mondo, il rivelarsi del suo Signore. Una chiesa che invece fosse &#8220;bloccata su tutto&#8221; e che mostrasse di saper cambiare solo le &#8220;invocazioni a S. Giuseppe&#8221; offrirebbe di s\u00e9 un volto allo stesso tempo spaventato e autocentrato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00a0 Anche negli ultimi tempi, una tendenza del magistero ecclesiale a &#8220;bloccare tutto&#8221;, pur conoscendo anche autorevoli eccezioni, soprattutto a livello di magistero papale, continua ad essere manifestazione consistente. 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