{"id":16899,"date":"2021-04-17T12:20:45","date_gmt":"2021-04-17T10:20:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=16899"},"modified":"2021-04-17T12:21:18","modified_gmt":"2021-04-17T10:21:18","slug":"il-vuoto-e-la-legge-recalcati-e-la-pasqua-di-andrea-ponso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/il-vuoto-e-la-legge-recalcati-e-la-pasqua-di-andrea-ponso\/","title":{"rendered":"IL VUOTO E LA LEGGE: RECALCATI E LA PASQUA (di Andrea Ponso)"},"content":{"rendered":"<p><em>Andrea Ponso interviene nel dibattito sollevato dall&#8217;articolo di Recalcati sulla Pasqua del 3\/4\/2021. Valorizza l&#8217;orizzonte lacaniano in cui si muove il ragionamento di Recalcati, portandone alla luce presupposti e prospettive, insieme ad uno scavo prezioso nelle dinamiche su cui \u00e8 intessuta la comprensione ebraica della Legge.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/sepolcrovuoto.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-16901\" alt=\"sepolcrovuoto\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/sepolcrovuoto-279x300.jpg\" width=\"279\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/sepolcrovuoto-279x300.jpg 279w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/sepolcrovuoto.jpg 800w\" sizes=\"(max-width: 279px) 100vw, 279px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>IL VUOTO E LA LEGGE: RECALCATI E LA PASQUA<\/strong><\/p>\n<p>di Andrea Ponso<br \/>\nL&#8217;articolo che Massimo Recalcati ha dedicato alla Pasqua solleva una serie<br \/>\ndi questioni che riguardano sia i contenuti della sua proposta interpretativa,<br \/>\nsia la &#8220;posizione&#8221; nella quale si pone come analista lacaniano: la<br \/>\n&#8220;posizione dell&#8217;analista&#8221; \u00e8 infatti qualcosa di molto importante, direi<br \/>\ncentrale, nella pratica psicoanalitica, soprattutto quando diventa, ed \u00e8 gi\u00e0<br \/>\nun paradosso, pubblica. Potremmo riassumere tale posizione con un&#8217;altra<br \/>\ncategoria lacaniana che \u00e8 quella del &#8220;soggetto presupposto sapere&#8221; che, pur<br \/>\nessendo necessario all&#8217;instaurazione del transfert analitico, non deve mai<br \/>\nessere assunto se non come &#8220;sembiante&#8221;, poich\u00e9 il &#8220;posto&#8221; dell&#8217;analista \u00e8 in<br \/>\nrealt\u00e0 un posto &#8220;vuoto&#8221;, forse proprio un sepolcro vuoto. Scrive Lacan:<\/p>\n<p>&#8220;Bisognerebbe che l&#8217;analista avesse spogliato l&#8217;immagine narcisistica del suo Io da\u00a0tutte quelle forme del desiderio in cui si \u00e8 costituita per ridurla alla sola figura che,\u00a0sotto le loro maschere, la regge: quella del padrone assoluto, la morte&#8221;. (J. Lacan,\u00a0Varianti della cura-tipo, in Scritti I, p. 342)<\/p>\n<p>E&#8217; proprio nell&#8217;avere, forse volutamente, mancato tale confronto con la<br \/>\nmorte e il vuoto che la sua analisi si muove verso una promessa di<br \/>\npienezza e di positivit\u00e0 della &#8220;vita&#8221; che diventa vaga e facilmente accettata<br \/>\nsia dai lettori comuni che da una certa parte della stessa intelligenza<br \/>\ncattolica. L&#8217;uso di termini come &#8220;desiderio&#8221;, &#8220;godimento&#8221; e &#8220;legge&#8221;<br \/>\naprirebbe invece il campo ad una complessit\u00e0 davvero imponente, mentre<br \/>\nRecalcati, che ben conosce tale complessit\u00e0, sembra approfittare dell&#8217;uso<br \/>\ncorrente e generico di tale terminologia, cos\u00ec come di quella religiosa<br \/>\nebraico-cristiana. Il contributo che segue, quindi, non vuole essere<br \/>\nun&#8217;analisi circostanziale e precisa ma, piuttosto, un rilancio e uno stimolo<br \/>\nall&#8217;interrogazione e all&#8217;immersione in tale complessit\u00e0 armonica e<br \/>\ndisarmonica insieme.<br \/>\nLa visione lacaniana del soggetto come determinata dal significante<br \/>\ndell&#8217;Altro e, quindi, come mancanza e continuo rimando e slittamento, fa si<br \/>\nche quest&#8217;ultimo sia &#8220;una propriet\u00e0 del significante&#8221;, &#8220;alla berlina del<br \/>\nsignificante&#8221; &#8211; vale a dire un &#8220;trauma&#8221; del significante e della sua<br \/>\nimprendibile fluidit\u00e0. Eppure non \u00e8 tanto questa fluidit\u00e0 il problema<br \/>\ntraumatico quanto, piuttosto, il suo possibile blocco, che concretizza e<br \/>\nrende corpo la mancanza stessa, paradossalmente, come un grumo<br \/>\ningestibile, continuamente rifiutato, &#8220;sputato fuori&#8221; e differito.<br \/>\nA fare trauma \u00e8 non il rimando e la mancanza, ma quando quest&#8217;ultima si<br \/>\nincarna in quanto mancanza e non pi\u00f9 come rimando ad altri significanti:<br \/>\nin questo caso, non \u00e8 pi\u00f9 possibile quel meccanismo che ci tiene lontani<br \/>\ndal vuoto della non risposta e della stessa morte come passaggio pasquale e<br \/>\ninterrogazione infinita, dal faccia a faccia con la mancanza di una risposta<br \/>\nin termini di significato o di legge definitiva e automatica che risolva la<br \/>\nvita. Lacan sostiene che l&#8217;angoscia si sviluppa &#8220;quando viene a mancare la<br \/>\nmancanza&#8221;: si potrebbe allora parlare di un desiderio divino, nella<br \/>\nrelazione tra l&#8217;uomo e Dio, che sia capace di non cadere n\u00e9 nel rimando<br \/>\ninfinito del significante come risposta sintomatica difensiva, n\u00e9<br \/>\nnell&#8217;angoscia oggettivante del significante che incarna la mancanza<br \/>\nbloccandone lo scorrimento e la ripetizione &#8211; anche se entrambe queste<br \/>\nposizioni devono essere incontrate progressivamente nell&#8217;atto analitico.<br \/>\nDel resto, un Dio (e una Legge) che forniscano risposte principalmente sul<br \/>\npiano dei significati e dei concetti sarebbe un Dio che si limita, che si<br \/>\ndelimita e si riduce alla convenzione del codice linguistico in cui la<br \/>\ncontrattazione dei significati \u00e8 una cosa solamente umana che non riesce<br \/>\nmai a dare conto della singolarit\u00e0 incarnata del soggetto e della<br \/>\ntrascendenza del divino. Eppure, l&#8217;uomo, in prima istanza, cerca questa<br \/>\nrisposta: biblicamente, potremmo dire che si tratta dell&#8217;uomo dell&#8217;esodo<br \/>\nche mantiene la nostalgia dell&#8217;Egitto, di una cattivit\u00e0 e di una schiavit\u00f9 in<br \/>\nfondo comoda e consolatoria, fatta appunto di significati forniti, come<br \/>\ndirebbe Lacan, in forma di &#8220;pappa&#8221; &#8211; contro la fame e il disorientamento<br \/>\ndel deserto esodico. Come nell&#8217;episodio biblico della manna, il pericolo \u00e8<br \/>\nsempre quello di dimenticare l&#8217;apertura dell&#8217;interrogazione che la manna<br \/>\nstessa, nel suo senso ebraico (man&#8217;hu: che cosa \u00e8?) ci ricorda. E tale<br \/>\ninterrogazione \u00e8, nella prospettiva ebraica, il perno vivente della stessa<br \/>\nLegge, come ci insegna il Talmud. Quando tale risposta, in questa forma,<br \/>\nnon viene fornita, allora, come un rammendo al vuoto della non risposta,<br \/>\nsorge il sintomo e la stessa funzione riparatoria e idolatrica dell&#8217;io &#8211;<br \/>\nquesto vitello d&#8217;oro.<br \/>\nEppure, non possiamo nemmeno dire che il divino, da un punto di vista<br \/>\ncristiano, non si auto-limiti e non si doni come &#8220;risposta&#8221;. Ma che tipo di<br \/>\nrisposta \u00e8 questa? \u00c8 una risposta che non risponde primariamente sul piano<br \/>\ndei significati e dei concetti: \u00e8 una carne e un corpo, \u00e8 l&#8217;incarnazione di<br \/>\nCristo, sono i suoi gesti, i suoi movimenti, le sue azioni e anche il suo<br \/>\nsilenzio &#8211; il suo essere in-fans la risposta che, proprio per questo, non<br \/>\ncade nel piano dei significati e nemmeno nel rimando continuo della<br \/>\ncatena significante: mai &#8211; dalla culla della nascita (in cui il Verbo \u00e8 senza<br \/>\nparola)al corpo post-pasquale in cui la carne non \u00e8 contenibile e<br \/>\nriconoscibile in alcuna immagine, in alcun significato perch\u00e9 li travalica<br \/>\ngloriosamente, cos\u00ec come, ad un tempo, attraversa i muri pur non essendo<br \/>\nuno spirito e chiede da mangiare e si fa toccare come un corpo.<br \/>\nQuesto passaggio somatico \u00e8 il divenire stesso del godimento che, come<br \/>\nben sa lo stesso Recalcati, non \u00e8 la sfrenatezza del piacere ma quasi il suo<br \/>\nopposto:\u00a0il corpo \u00e8 anche ci\u00f2 che patisce di \u201cquello che non va\u201d e che Lacan chiama \u201cil reale\u201d.<br \/>\n&#8220;\u00c8 questo reale che si manifesta nel sintomo e che insiste rendendo sofferente il corpo\u00a0come un impossibile da sopportare ma di cui per\u00f2 non si riesce a fare a meno:\u00a0\u201cgodimento\u201d, lo chiama Lacan&#8221; Jaques Alain-Miller, Pezzi staccati. (Introduzione al\u00a0seminario XXIII \u201cIl sintomo\u201d, Roma 2006, Astrolabio, p. 8)<\/p>\n<p>Dal punto di vista cristiano certamente questo pu\u00f2 essere problematico, ma<br \/>\nmi pare possa rimettere in questione qualsiasi metafisica dell&#8217;essenza,<br \/>\nqualsiasi idolatrizzazione della &#8220;vita in s\u00e9&#8221;, qualsiasi riduzione, insomma,<br \/>\na concetto, a cancellazione di quel &#8220;qualcosa che non va&#8221; che \u00e8 il reale<br \/>\ndell&#8217;esistenza nella sua concreta pratica incarnata.<br \/>\nIl cristianesimo si fonda letteralmente su qualcosa che &#8220;non va&#8221;, su di una<br \/>\n&#8220;mancanza&#8221; che prende consistenza nella tomba vuota e che,<br \/>\ncontinuamente, lotta contro se stesso nel momento in cui rischia di passare<br \/>\nda fede a religione, per non nascondere il vuoto, il &#8220;non va&#8221; che lo<br \/>\nistituisce, il suo sabato pasquale. La stessa &#8220;morte di Dio&#8221; \u00e8 la fine del<br \/>\nsoggetto supposto sapere lacaniano, cos\u00ec come lo \u00e8 l&#8217;incarnazione per certi<br \/>\naspetti, poich\u00e9 ci insegna a vivere la castrazione e il godimento per quello<br \/>\nche sono, cercando di evitare la difesa fantasmatica e dell&#8217;immaginario,<br \/>\nrichiamandoci al somatico con tutte le sue contraddizioni, con tutte le sue<br \/>\nincoerenze e debolezze, senza cadere nella mera nuda vita biologica.<br \/>\nSi potrebbe forse dire che si tratta di una sorta di incarnazione della<br \/>\nkenosis, che distrugge ogni via di fuga, che impedisce ogni soggetto<br \/>\npresupposto sapere, anche il pi\u00f9 alto e intoccabile, vale a dire quello di<br \/>\nDio Padre. \u00c8 la discesa agli inferi, la distruzione di ogni forma idolatrica, \u00e8<br \/>\nla presa di coscienza della propria mancanza come costitutivo passaggio<br \/>\nverso la &#8220;guarigione&#8221;. Il puro significante che si incarna come mancanza e<br \/>\nvuoto &#8211; significante senza significati perch\u00e9, da un lato, mette in crisi e in<br \/>\nmovimento critico ogni concetto e, dall&#8217;altro, si rende disponibile alla<br \/>\npossibilit\u00e0 dell&#8217;inesauribilit\u00e0 del senso &#8211; \u00e8 il Cristo del Triduo, dal silenzio<br \/>\ndel sabato alla croce, all&#8217;urlo appena articolato dell&#8217;abbandono da parte del<br \/>\nPadre che non riceve immediata risposta &#8211; che non rientra, insomma,<br \/>\nnella dinamica del rimando dei significanti n\u00e9 in quella dei significati<br \/>\nmeramente dottrinali.<\/p>\n<p>Si potrebbe leggere, mi chiedo, questa proposta, anche come una forma<br \/>\nprofonda di discernimento spirituale, capace di disinnescare non tanto la<br \/>\ndipendenza relazionale con l&#8217;altro ma, pi\u00f9 propriamente, il bisogno di<br \/>\nrisposte legate alle rappresentazioni mentali e ai significati che, in<br \/>\ndefinitiva, ci distanziano da noi stessi e da Dio? Non potrebbe essere un<br \/>\npositivo campanello d&#8217;allarme contro il pericolo di &#8220;usare&#8221; il bene fatto<br \/>\nall&#8217;altro come sostegno alla propria fondazione egoica e al rischio del<br \/>\nvuoto del Sepolcro? Non sarebbe allora, finalmente, il cristianesimo<br \/>\nsvelato nella sua realt\u00e0 pi\u00f9 profonda, vale a dire nella sua non consolatoria<br \/>\no anestetica dinamica di risposte fornite dalla Legge &#8211; il pi\u00f9 delle volte in<br \/>\nmaniera bassamente dottrinale o pietistica &#8211; per arrivare a conciliarci con<br \/>\nun tipo del tutto particolare di finitezza, senza che quest&#8217;ultima, a sua volta,<br \/>\ndiventi qualcosa di fisso, appropriabile e amministrabile, ma invece<br \/>\ncontinuamente ferita, aperta e rivitalizzata dalla trascendenza e dal<br \/>\ndesiderio?<\/p>\n<p>Nella tradizione ebraica, tanto biblica quanto rabbinica, l&#8217;uomo \u00e8 una<br \/>\ninterrogazione, una domanda continua, un desiderio e la sua infinita<br \/>\ntensione. Allo stesso modo, le <em>mitzvot<\/em> sono lo spazio che trasmette non<br \/>\nsolamente e non primariamente le regole e le leggi del comportamento, ma<br \/>\nanche e soprattutto l&#8217;interrogazione stessa. Il desiderio, quindi, non si<br \/>\nferma mai, non si conclude mai nel fantasma del suo &#8220;oggetto\/referente&#8221;,<br \/>\nma \u00e8 un continuo richiamo al qui e ora concreto, circostanziale,<br \/>\ndell&#8217;interrogazione e dell&#8217;etica: le prescrizioni pratiche vengono certo<br \/>\nfornite, ma non hanno mai un carattere definitivo e dogmatico.<br \/>\nIn termini lacaniani potremmo allora dire che il significante della Legge<br \/>\nnon viene mai completamente delimitato dal suo significato, pena<br \/>\nl&#8217;idolatria e la fissazione: la dinamica tra Legge Orale e Legge Scritta \u00e8<br \/>\ninesauribile e, proprio per questo, il desiderio \u00e8 ad essa consustanziale.<br \/>\nSi tratta di un &#8220;cammino&#8221; desiderante: il termine <em>halakha<\/em> deriva infatti<br \/>\ndalla radice <em>halakh<\/em> che significa &#8220;mettersi in marcia&#8221;; essa non \u00e8 quindi la<br \/>\nmera legge concreta da applicare al caso specifico, ma anche il cammino<br \/>\nche ad essa conduce. La positiva tensione tra halakha e aggada produce lo<br \/>\nspazio vuoto dell&#8217;inter-detto, di quella riserva inesauribile e propositiva<br \/>\nche \u00e8 un riflesso del divino in atto; e quello spazio \u00e8 il passaggio\/pasquale<br \/>\ninsito nel nome stesso di &#8220;ebreo&#8221;, nella sua radice <em>ivrt<\/em> che \u00e8 origine sia di<br \/>\nquesto attraversamento, sia della rottura o trasgressione, sia del feto nel<br \/>\nsuo formarsi e nascere &#8211; rifiuto e impossibilit\u00e0 dell&#8217;essere come ontologia<br \/>\nin senso greco, di quell&#8217;io sono che la stessa psicoanalisi ha messo<br \/>\nradicalmente in crisi e che la grammatica ebraica non contempla nelle sue<br \/>\nregole.<\/p>\n<p>Al centro della Legge c&#8217;\u00e8 quindi un vuoto costitutivo, cos\u00ec come al centro<br \/>\ndella sua concretizzazione comunitaria: \u00e8 il taglio &#8211; espressione anche<br \/>\nlacaniana in relazione alla cura &#8211; della <em>berit<\/em>, dell&#8217;Alleanza; ed \u00e8 il Santo<br \/>\ndei Santi del Tempio. Questo spazio vuoto, questa distanza, questo ritirarsi<br \/>\nche \u00e8 per\u00f2 qualcosa di positivo e che impegna eticamente l&#8217;uomo &#8211; questo<br \/>\n&#8220;meno&#8221; che \u00e8 un &#8220;di pi\u00f9&#8221;, una eterogeneit\u00e0 all&#8217;interno del pericolo<br \/>\nomogeneizzante e omologante &#8211; \u00e8 letteralmente un buco nei linguaggi e<br \/>\nnei codici umani: certo un problema e una interrogazione continui, ma<br \/>\nanche il Luogo in cui la vita pu\u00f2 avvenire. Il problema non \u00e8 allora quello,<br \/>\npur presente inevitabilmente, relativo all&#8217;<em>horror vacui<\/em> ma, al contrario,<br \/>\nquello del &#8220;Tutto&#8221;: il rischio della totalizzazione paranoica e della<br \/>\nmassificazione, della mancanza di un &#8220;fuori&#8221; all&#8217;interno dello spazio<br \/>\ncondiviso. La tradizione ebraica ha da sempre combattuto contro tale<br \/>\ntentazione: il taglio dell&#8217;Alleanza, infatti, non \u00e8 altro che il creare una<br \/>\ndistanza da se stessi come pienezza chiusa e autocentrata e<br \/>\ndall&#8217;assimilazione dell&#8217;A\/altro e nell&#8217;A\/altro.<br \/>\n&#8220;Non cedere di fronte al proprio desiderio&#8221;, come dice Lacan, non \u00e8 quindi<br \/>\nuna generica proposta di &#8220;vita piena&#8221; o di rifiuto dell&#8217;incontro con la Legge<br \/>\ne la castrazione ma, al contrario, un non cedere alla riduzione a oggetto<br \/>\ndell&#8217;orientamento infinito del proprio desiderio, lasciare uno spazio vuoto<br \/>\nnel quale il desiderio possa fluire e, di conseguenza, sentirsi sempre<br \/>\nmancanti, circoncisi, attraversati dalla Parola mentre la attraversiamo e in<br \/>\nessa, nelle sue leggi, nasciamo ogni giorno con la fatica e le contraddizioni<br \/>\ndel &#8220;non va&#8221;, del &#8220;non ancora&#8221; del &#8220;non-tutto&#8221; insiti nel sintomo singolare<br \/>\ne unico che tutti siamo. In una modalit\u00e0 davvero pasquale.<br \/>\nBisogna anche sottolineare che il continuo rimando all&#8217;Altro, nel nostro<br \/>\ncaso inteso come &#8220;Legge del Padre&#8221; con tutto il suo corollario edipico,<br \/>\nrischia di diventare una vera e propria rimozione in senso psicoanalitico,<br \/>\nfacendoci dimenticare che il fondamento biblico della stessa civilt\u00e0 trova il<br \/>\nsuo punto pi\u00f9 problematico non tanto nella relazione con il Padre come<br \/>\nvorrebbe Freud, ma in quella tra fratelli, da Caino e Abele fino a Giuseppe<br \/>\ne a molti altri episodi. Questo ci dice che il &#8220;ritiro&#8221; del Creatore \u00e8 uno<br \/>\nspazio etico di libert\u00e0 pericolosa che l&#8217;uomo deve prendere su di s\u00e9 nel<br \/>\nrischio e nella possibilit\u00e0. I commenti rabbinici, non a caso, ci dicono che<br \/>\nla Legge \u00e8 quella sinaitica ma che le leggi sono fatte dagli uomini in una<br \/>\nmodalit\u00e0 dinamica e non idolatrica della stessa istanza nomica. Certo Dio \u00e8<br \/>\nal centro della comunit\u00e0 ebraica, ma come vuoto, come &#8220;resto&#8221; che \u00e8 un di<br \/>\npi\u00f9 e non uno scarto, come &#8220;primizia&#8221;: <em>Be-reshit<\/em>. E anche al centro del<br \/>\ncristianesimo dovrebbe esserci questo vuoto, quello del sepolcro che<br \/>\nraduna intorno al Mistero in atto senza ridursi all&#8217;automatismo burocratico<br \/>\ndella Resurrezione come qualcosa di garantito una volta per tutte.<\/p>\n<p>Si potrebbe allora forse sostenere che la Legge di Dio \u00e8 lo spartito, il ritmo<br \/>\ne la possibile e difficile melodia che pu\u00f2 incarnare desiderio e mancanza in<br \/>\nsenso positivo, la capacit\u00e0 di essere attenti al proprio desiderio singolare e<br \/>\nal singolare desiderio dell&#8217;altro e di Dio stesso come essere desiderante. Il<br \/>\ncaso di Caino e Abele, ma non abbiamo il tempo di svilupparlo qui, legato<br \/>\nalla <em>mitzvot<\/em> sulla lana e il lino, ci mostra proprio la mancata armonia di<br \/>\nquesta mancanza e di questo desiderio: Caino offre molto, praticamente<br \/>\ntutto in abbondanza, di fatto cercando di colmare il vuoto, di tappare e fare<br \/>\nquindi proprio il buco vivente del desiderio di Dio (che non riguarda certo<br \/>\nl&#8217;offerta in se stessa ma i modi della relazione) per padroneggiarlo e<br \/>\nrendersene proprietario; mentre Abele guarda, pi\u00f9 che alla quantit\u00e0 che<br \/>\nsoffoca l&#8217;Altro e il suo desiderio, alla qualit\u00e0 singolare di tale vuoto<br \/>\ndesiderante che \u00e8 Dio, offrendo le &#8220;primizie&#8221;.<br \/>\nNiente viene detto del desiderio di Dio, perch\u00e9 non \u00e8 una legge e Dio non<br \/>\nha certo bisogno delle offerte degli uomini: \u00e8 appunto un vuoto desiderante<br \/>\na cui accostarsi. In questo accostarsi relazionale Caino \u00e8 la lana grezza,<br \/>\nmentre Abele \u00e8 il lavorio ricco di attenzione del lino. Per questo motivo,<br \/>\nlana e lino non possono essere mischiati nell&#8217;abbigliamento; per questo<br \/>\nmotivo non \u00e8 possibile chiudere il vuoto ma solo porsi di fronte ad esso in<br \/>\nuna modalit\u00e0 di ascolto che non lo richiuda con le &#8220;buone azioni&#8221; e<br \/>\nnemmeno con l&#8217;automatismo assicurato della Resurrezione &#8211; ma con il<br \/>\ntentativo di scoprirne ogni volta di nuovo la nota singolare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Andrea Ponso interviene nel dibattito sollevato dall&#8217;articolo di Recalcati sulla Pasqua del 3\/4\/2021. Valorizza l&#8217;orizzonte lacaniano in cui si muove il ragionamento di Recalcati, portandone alla luce presupposti e prospettive, insieme ad uno scavo prezioso&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16899"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=16899"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16899\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":16902,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16899\/revisions\/16902"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=16899"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=16899"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=16899"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}