{"id":16792,"date":"2021-03-15T13:48:34","date_gmt":"2021-03-15T12:48:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=16792"},"modified":"2021-03-15T13:48:34","modified_gmt":"2021-03-15T12:48:34","slug":"le-parole-e-le-persone-cura-e-vigilanza-variazioni-teologiche-su-un-bel-libro-di-giovanni-grandi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/le-parole-e-le-persone-cura-e-vigilanza-variazioni-teologiche-su-un-bel-libro-di-giovanni-grandi\/","title":{"rendered":"Le parole e le persone: cura e vigilanza. Variazioni teologiche su un bel libro di Giovanni Grandi"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Grandivirtuale.jpeg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-16793\" alt=\"Grandivirtuale\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Grandivirtuale-168x300.jpeg\" width=\"168\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Grandivirtuale-168x300.jpeg 168w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Grandivirtuale.jpeg 540w\" sizes=\"(max-width: 168px) 100vw, 168px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Nelle ultime settimane ho letto ben tre libri, piccoli e preziosi, di Giovanni Grandi, di cui ho dato qualche conto su questo blog. Un libretto sulla &#8220;parola amica&#8221;, 8 lezioni di &#8220;etica pubblica&#8221; e ora questo &#8220;Virtuale \u00e8 reale&#8221; che ha come sottotitolo &#8220;Aver cura delle parole per aver cura delle persone&#8221;. Il libretto non \u00e8 altro che una limpida presentazione dei &#8220;dieci comandamenti&#8221; che si trovano nel &#8220;Manifesto per una comunicazione non ostile&#8221;.\u00a0 E mostra con buoni argomenti la delicatezza della &#8220;comunicazione virtuale&#8221; e dei suoi meccanismi rapidi, cui prestiamo una attenzione spesso scarsa e poco profonda. Ma il libretto \u00e8 anche molto di pi\u00f9. E&#8217; una pacata meditazione sulle &#8220;conseguenze delle parole&#8221;, sulla capacit\u00e0 di configurare, di istituire o di sfigurare e di distruggere che le parole hanno in s\u00e9. Leggendo le pagine del libro mi sono detto: la &#8220;non ostilit\u00e0&#8221; non \u00e8 il vero obiettivo del libro. Il vero scopo \u00e8 la &#8220;responsibilit\u00e0&#8221; nell&#8217;uso delle parole. E questo mi ha fatto subito pensare ad un &#8220;manifesto della comunicazione non\u00a0 ignava&#8221;. Ossia alla esigenza che la comunicazione pubblica, e anche ecclesiale, dica le cose, usi argomenti seri, dia parola all&#8217;esperienza, non si chiuda nelle mille forme in cui si parla di tutto ma si parla solo di s\u00e9 o di nulla. Questo ha un valore alto anche nel mondo ecclesiale e in particolare nel mestiere &#8220;comunicativo&#8221; dei pastori e dei teologi. Proviamo a vedere dunque le &#8220;ricadute&#8221; di alcuni dei principi del Manifesto sul piano della comunicazione ecclesiale.<\/p>\n<p><strong>a) La cura per le parole<\/strong><\/p>\n<p>Anche se di recente, con obiettivi talora illustri, proprio i &#8220;social media&#8221; hanno visto degenerare anche il linguaggio intraecclesiale, con scambi di parole sguaiate, pesanti e irrispettose tra fedeli cattolici e nei confronti di singoli uomini di Chiesa, credo che per il linguaggio ecclesiale la maturazione di una &#8220;cura per le parole&#8221; debba assumere una evidenza nuova. Non si rende ragione della realt\u00e0 citando solo il catechismo, cos\u00ec come non si rende giustizia alla chiesa investita dalla pandemia parlando solo con Decreti di carattere normativo. &#8220;Aver cura delle parole per aver cura delle persone&#8221; non significa anzitutto &#8220;non insultare&#8221;. Significa comprendere che le parole che scelgo, per dire una gioia o un dolore, per raccontare la storia o per confessare la fede, non sono mai scontate. E non sono mai soltanto &#8220;repertorio&#8221;. Una Chiesa che parlasse solo con &#8220;parole di repertorio&#8221; non avrebbe cura per le persone.<\/p>\n<p><strong>b) La giusta domanda di &#8220;parrhesia&#8221;<\/strong><\/p>\n<p>Per questo, come ci insegnano gi\u00e0 i 10 comandamenti di Mos\u00e9, e in modo ancora pi\u00f9 evidente anche le &#8220;10 parole&#8221; di questo libretto,\u00a0 un uso accurato delle parole non \u00e8 fatto anzitutto dai divieti. Se osserviamo, in questo libro le &#8220;norme&#8221; sono quasi tutte &#8220;in positivo&#8221;. Pochissime sono le cose &#8220;vietate&#8221;. Perch\u00e9 la comunicazione, se \u00e8 tale, non si cura semplicemente di &#8220;non offendere&#8221;, ma deve &#8220;dire la cosa&#8221;, senza tanti giri di parole. Questo si pu\u00f2 fare con tutta la cortesia e il garbo, ma la comunicazione non serve soltanto per farsi i complimenti. Come accade nei &#8220;gruppi whatsapp&#8221; dove tutti, all&#8217;inizio, sono tentati di dirsi, a distanza, buon giorno, buon pranzo, buona notte&#8230;Occorre &#8220;parrhesia&#8221;, con tutta la umanit\u00e0 e la discrezione necessaria.\u00a0 Una Chiesa capace di parrhesia \u00e8 messa a rischio di infrangere la &#8220;non ostilit\u00e0&#8221;. L&#8217;arte da imparare, anche con fatica, \u00e8 &#8220;dire la cosa&#8221;, anche quando \u00e8 bruciante, senza offendere, senza sarcasmo, senza discredito. Ma la finezza, l&#8217;ironia e la oggettivit\u00e0 permettono di essere franchi senza essere ostili. Di questo la Chiesa ha non solo la possibilit\u00e0, ma la necessit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>c) Linguaggio tecnico e linguaggio comune<\/strong><\/p>\n<p>Un altro punto qualificante una comunicazione non solo &#8220;non ostile&#8221;, ma &#8220;vera&#8221; \u00e8 la relazione complessa tra linguaggi tecnici e linguaggio comune. Non \u00e8 facile, nemmeno nella Chiesa, assicurare una relazione profonda tra questi due livelli della comunicazione. Questo problema potrebbe avere una soluzione molto semplice: di certe cose, sui Social media, non si deve parlare. Io non credo che questa sia la soluzione. E&#8217; possibile parlare anche delle cose pi\u00f9 difficili, e pi\u00f9 delicate, accettando le regole di un contesto diverso sia dalla omelia, sia dalla accademia, sia dal bar. Anche qui la responsabilit\u00e0 ecclesiale e teologica \u00e8 alta: poter entrare in universi di discorso &#8220;altri&#8221;, senza pretendere che gli altri abbiamo la competenza richiesta, per spezzare il pane della tradizione. Questa \u00e8 una sfida, alla quale non si pu\u00f2 resistere semplicemente &#8220;restando a guardare&#8221;. Ma occorre anche imparare le regole del gioco e lavorarci dentro con creativa mobilit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>d) La vigilanza sulle parole<\/strong><\/p>\n<p>Infine, tra i compiti pi\u00f9 alti del ministro cattolico per eccellenza, del Vescovo, c&#8217;\u00e8 la &#8220;vigilanza sulle parole&#8221;. Questa terminologia viene facilmente fraintesa. Vigilare, in senso evangelico, significa non anzitutto temere che le parole ci vengano sottratte, rubate, sequestrate&#8230;ma che non siamo sorpresi dal Signore che viene nella sua parola. Vigilare sulle parole non \u00e8 un atto &#8220;difensivo&#8221;, ma un &#8220;atto creativo&#8221;. Restituire alla Parola tutto il suo significato esige il nutrimento con l&#8217;esperienza. Cos\u00ec anche nello scambio sui Social Media possiamo &#8220;nutrire di esperienza&#8221; la fede e &#8220;vigilare&#8221; sulle parole. Non come vigili urbani pronti a &#8220;dare la multa&#8221;, ma come vergini sagge e come servi inutili, disponibili ad attendere con creativit\u00e0 e con responsabilit\u00e0 la sorpresa di colui che viene sempre come un ladro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nelle ultime settimane ho letto ben tre libri, piccoli e preziosi, di Giovanni Grandi, di cui ho dato qualche conto su questo blog. 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