{"id":16668,"date":"2021-01-31T14:45:03","date_gmt":"2021-01-31T13:45:03","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=16668"},"modified":"2021-01-31T15:05:27","modified_gmt":"2021-01-31T14:05:27","slug":"fragilita-rituale-mani-volti-e-spazi-perche-celebrare-e-diventato-cosi-difficile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/fragilita-rituale-mani-volti-e-spazi-perche-celebrare-e-diventato-cosi-difficile\/","title":{"rendered":"Fragilit\u00e0 rituale: mani, volti e spazi.  Perch\u00e9 celebrare \u00e8 diventato cos\u00ec difficile?"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiesavuota.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-15378\" alt=\"chiesavuota\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiesavuota-300x200.jpg\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiesavuota-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/chiesavuota.jpg 720w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mi \u00e8 subito piaciuta la richiesta di riflessione, che mi \u00e8 giunta dalla diocesi di Carpi. Nel Laboratorio che hanno organizzato in quella comunit\u00e0, con un percorso \u201con line\u201d di 4 incontri, hanno voluto affrontare la questione della relazione tra \u201ceucaristia\u201d e \u201cfragilit\u00e0\u201d. Questa prospettiva mi ha spinto, in qualche modo, ad un atto di \u201cripensamento\u201d. Il che significa, in generale, un tipo di azione che la Chiesa dovrebbe essere allenata a fare. Cambiare prospettiva, guardare in un altro orizzonte, convertirsi, esercitare la \u201cmetanoia\u201d, stupirsi per una \u201cdottrina nuova\u201d \u00e8 proprio questa la irruzione della incarnazione e della risurrezione nella vita del fedele, che lo costringe non tanto ad \u201callinearsi\u201d, o ad \u201cadattarsi\u201d, ma a leggere pi\u00f9 in profondit\u00e0.<\/p>\n<p>Il vangelo, in quanto messo alla prova dalla pandemia, non cambia, ma pu\u00f2 essere compreso meglio. E, del vangelo, quello che qui mi sta a cuore chiarire \u00e8 proprio la \u201cprassi liturgica\u201d, se e nella misura in cui tra Vangelo e azione rituale vi \u00e8 una relazione strutturale. Noi ripensiamo la prassi liturgica alla luce del Covid 19. E\u2019 possibile? Ed \u00e8 giusto? Provo ad articolare la mia riflessione in 4 brevi passaggi:<\/p>\n<p>a) anzitutto intendo chiarire che cosa sia questo \u201coggetto\u201d (prassi liturgica) e come dobbiamo cercare di comprenderlo;<\/p>\n<p>b) mi chiedo poi quale sia stato l\u2019impatto fondamentale del Covid 19 sul nostro modo di vivere la chiesa e la liturgia;<\/p>\n<p>c) in terzo luogo mi soffermerei sulla importanza della fragilit\u00e0 non soltanto \u201cfuori\u201d della liturgia, ma proprio al suo interno, quasi come una \u201ccondizione di possibilit\u00e0\u201d dell\u2019atto rituale;<\/p>\n<p>d) infine, tutto il percorso potrebbe farci intravvedere, da lontano, che cosa possiamo progettare per il \u201cdopo\u201d, per quando tutto sar\u00e0 finito, e tutto potr\u00e0 ricominciare.<\/p>\n<p>Ora provo ad affrontare, uno per uno, i 4 punti che mi sono proposto. Con una piccola premessa.<\/p>\n<p><i><b>0. Premessa sulla prospettiva di lettura<\/b><\/i><\/p>\n<p>Non \u00e8 facile comprendere ci\u00f2 che sta accadendo da circa un anno. Possiamo leggerlo a diversi livelli. Ovviamente a livello sanitario, come pandemia. Ma anche a livello economico, come crisi gravissima. A livello personale, come solitudine e lontananza, isolamento e ansia. Ma anche a livello inconscio, psicologico, relazionale, spaziale, temporale&#8230;<\/p>\n<p>Il fenomeno che viviamo, con la sua potenza che ci turba, ci spaventa e ci sollecita, manifesta dinamiche profonde, nasconde alcune cose e altre le porta alla luce. La domanda sulla relazione tra \u201ceucaristia\u201d e \u201cfragilit\u00e0\u201d introduce, tuttavia, una prospettiva singolarmente efficace nel costringerci a guardare diversamente le cose ecclesiali, e quelle liturgiche in particolare. Ci\u00f2 che mi \u00e8 parso interessante ed utile, in questo modo di tematizzare la questione, sta proprio nello scoprire che <i>la liturgia cristiana non sta semplicemente \u201cdi fronte\u201d alla fragilit\u00e0, ma esige una esplicita \u201cforma fragile\u201d, che oggi ci \u00e8 preclusa<\/i>.<i> <\/i><i>Nella liturgia accade una \u201cperdita di controllo di s\u00e9\u201d, che oggi \u00e8 diventata difficile, se non impossibile<\/i>. Questo mi ha colpito, per la sua fecondit\u00e0. Cerco di presentarlo senza ulteriore indugio, secondo i passaggi anticipati.<\/p>\n<p><i><b>1.<\/b><\/i><i><b> La <\/b><\/i><i><b>p<\/b><\/i><i><b>rassi <\/b><\/i><i><b>l<\/b><\/i><i><b>iturgica <\/b><\/i><i><b>senza riduzioni<\/b><\/i><\/p>\n<p>Bisogna anzitutto capirsi bene: la domanda che poniamo sulla \u201cprassi liturgica\u201d si riferisce ad un ambito di fenomeni, di cui uno in particolare svetta a tal punto, da oscurare tutto il resto. Prassi liturgica \u00e8 certamente la \u201ceucaristia\u201d, la messa, il precetto festivo, inteso per\u00f2 non solo come \u201ccontenuto\u201d, ma come forma. Per\u00f2, oltre ad essa, vi sono tutti gli altri sacramenti (iniziazione, guarigione e servizio\/vocazione). Ma vi \u00e8 anche il pregare comunitario nelle forme pi\u00f9 o meno ufficiali, comunitarie o individuali.<\/p>\n<p>Se per\u00f2 cerchiamo di capire ci\u00f2 di cui stiamo parlando, e che talora \u00e8 sembrato sfuggire alle discussioni di questo ultimo anno, dobbiamo riconoscere che la \u201cmessa\u201d ha alcune caratteristiche, che gli ultimi 60 anni hanno fatto emergere con grande rilievo: \u00e8 una azione comune, un raduno comunitario, un incontro corporeo con il Signore, in una logica svincolata dalla necessit\u00e0, nella quale conta l\u2019 azione e la forma, non solo il contenuto. Per questo il ruolo della \u201cactuosa participatio\u201d e la funzione di \u201clinguaggio comune\u201d dei riti diventa il modo ordinario della \u201ccelebrazione\u201d, come atto di Cristo e della Chiesa, che \u00e8 assemblea celebrante e comunit\u00e0 sacerdotale.<\/p>\n<p>Accanto alla celebrazione eucaristica, con tutta la sua inaggirabile rilevanza, vi sono tutte le altre dinamiche sacramentali, nella loro qualit\u00e0 di \u201criti di passaggio\u201d, e quindi modellati da logiche di \u201cnecessit\u00e0\u201d che abbassano inevitabilmente il livello di gratuit\u00e0. Non a caso nel tempo pi\u00f9 duro della pandemia la \u201cscissione\u201d tra esequie, matrimonio, battesimo ed eucaristia segnalava, con evidenza, il prevalere dei \u201cminimi necessari\u201d sui \u201cmassimi gratuiti\u201d.<\/p>\n<p>Ancora, in una terza dimensione, la preghiera comune, nei ritmi del tempo. Che pu\u00f2 diventare preghiera monastica, preghiera parrocchiale, preghiera domestica. La casa, il tempo, lo spazio diventano \u201ccondizioni di preghiera\u201d. Come vedremo, le condizioni imposte dal \u201cprotocollo sanitario\u201d hanno messo a nudo i limiti di una \u201cconcentrazione eucaristica\u201d del culto cristiano che rischia di diventare una forma di \u201cparalisi ecclesiale\u201d, nel momento in cui la celebrazione eucaristica diventa o impossibile o difficile. Il recupero di uno spazio del \u201cculto cristiano\u201d pi\u00f9 ampio \u2013 previo e ulteriore \u2013 rispetto alla eucaristia costituisce un punto obiettivo, che richiede non solo diversa organizzazione, ma la scoperta di pi\u00f9 sottili priorit\u00e0.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che comunque qualifica questa dimensione nella sua integralit\u00e0 \u2013 appunto di \u201cazione rituale\u201d \u2013 \u00e8 la relazione intima tra il Signore e la sua comunit\u00e0. Questo nucleo attraversa trasversalmente tutta la liturgia rendendola luogo di interruzione e di trasgressione delle forme private e pubbliche della relazione. Irrompe una parola e una azione che non lascia nessuno n\u00e9 in privato n\u00e9 in pubblico. Ma vediamo perch\u00e9 questo oggi \u00e8 diventato tanto difficile.<\/p>\n<p>2. <i><b>L\u2019i<\/b><\/i><i><b>mpatto fondamentale del COVID-<\/b><\/i><i><b>19<\/b><\/i><i><b> sulla <\/b><\/i><i><b>vita civile, sulla comunit\u00e0 ecclesiale e sulla <\/b><\/i><i><b>prassi liturgica<\/b><\/i><\/p>\n<p>Come era inevitabile, questo fenomeno macroscopico della pandemia, che ha modificato le forme di vita, di produzione, di sviluppo e di percezione, essendo stata \u201cverbalizzata all\u2019eccesso\u201d, \u00e8 divenuta piena di \u201cluoghi comuni\u201d. Capirne la natura e l\u2019effetto non \u00e8 semplice. Quando ad aprile abbiamo visto camminare per le strade dei paesi cervi dalle alte corna, lunghe file di papere attraversare sulle striscie; quando abbiamo scorto i delfini farsi prossimi alla riva e gli uccelli beccare le nostre briciole ben dentro le nostre finestre, abbiamo capito che era accaduto un fatto ben pi\u00f9 grande di una emergenza sanitaria.<\/p>\n<p>Provo qui a proporre una interpretazione socio-liturgica del Covid19. Lo faccio in tre passaggi:<\/p>\n<p>2.1. <i>La scomparsa della espressione comunitaria<\/i><\/p>\n<p>La emergenza sanitaria, dal punto di vista dell\u2019ordine pubblico, ha determinato un fenomeno impressionante. Riconoscendo \u201csicure\u201d solo le case private, ha appiattito sostanzialmente sullo stesso modello di \u201cprotocollo\u201d sia gli spazi pubblici sia gli spazi comunitari. Rispetto alla struttura della societ\u00e0 che prevede tre livelli di esperienza e di espressione (la casa privata, la piazza pubblica e i luoghi comunitari come le chiese, le associazioni, i bar, le palestre, le piscine, i circoli ricreativi) ha drasticamente diviso tra la sfera \u201cprivata\u201d e tutto il resto, che \u00e8 stato ricondotto alla normativa pubblica.<\/p>\n<p>2.2. <i>La privatizzazione della relazione<\/i><\/p>\n<p>Questo ha di fatto eroso totalmente (a marzo-maggio) o parzialmente (da giugno in poi) gli spazi comunitari, che si sono ridotti o agli spazi privati, o alle logiche \u201cda remoto\u201d, o si sono \u201cadattati\u201d alle norme vincolanti sul piano pubblico. La privatizzazione di tutte le forme comunitarie, o la loro trasmigrazione \u201con line\u201d \u00e8 stato un evento che rester\u00e0 nella storia. I segni di questo evento dirompente non sono ancora superati. Oggi, sebbene in una versione attenuata rispetto al periodo marzo-maggio, ne abbiamo ancora una larga esperienza.<\/p>\n<p>2.3. <i>Esposizione pubblica della liturgia<\/i><\/p>\n<p>Questa condizione \u201cstrutturale\u201d ha di fatto profondamente inciso sul versante \u201cespressivo-esperienziale\u201d della nostra chiesa delle nostre liturgie. Perch\u00e9 la Chiesa, appunto, si colloca anzitutto sul versante comunitario. Ha certamente relazioni sia con la dimensione privata, sia con quella pubblica, ma la sua verit\u00e0 \u00e8 di essere \u201cluogo di comunione\u201d, luogo di riconoscimento, luogo di contatto, luogo di prossimit\u00e0. La sottrazione dello spazio comunitario e la sua assimilazione allo spazio pubblico ha rimosso il luogo e il linguaggio elementare della vita ecclesiale.<\/p>\n<p>A questa condizione paradossale giova l\u2019interrogativo che ho sollevato all\u2019inizio: in quale rapporto sta tutto questo con la \u201cfragilit\u00e0\u201d?<\/p>\n<p>3. <i><b>La domand<\/b><\/i><i><b>a<\/b><\/i><i><b> specifica che viene da<\/b><\/i><i><b>l <\/b><\/i><i><b>laboratorio di Carpi<\/b><\/i><i><b>: <\/b><\/i><i><b>che ne \u00e8 della<\/b><\/i><i><b> fragilit\u00e0?<\/b><\/i><\/p>\n<p>Ecco, qui io vorrei dire una cosa che la domanda proveniente da Carpi mi ha fatto scoprire. Ed \u00e8 proprio il \u201cbisogno viscerale\u201d di una liturgia \u201cfragile\u201d, che la pandemia rende molto difficile per tutti noi. Sembrer\u00e0 un paradosso, ma con la pandemia e il suo giustificato \u201cprotocollo sanitario\u201d, le nostre liturgie hanno perso la loro naturale e necessaria fragilit\u00e0. Proprio perch\u00e9 siamo tutti \u201cvulnerabili\u201d, ci difendiamo reciprocamente. Ma questo accorgimento sanitario prezioso, ci impedisce di abitare pienamente la regione comunitaria della esperienza. Cerco di chiarirlo in questi sei brevi passaggi.<\/p>\n<p>3.1. <i>Liturgie \u201cpubbliche\u201d<\/i><\/p>\n<p>Come dicevo prima, la pandemia ha \u201creso pubbliche\u201d le nostre liturgie. Nel senso che ha sottratto loro quella differenza \u201ccomunitaria\u201d che si esprime in modo elementare, con i pi\u00f9 immediati linguaggi del corpo, dello spazio, del tatto, del volto, del movimento. Lo scivolamento \u201cin pubblico\u201d dell\u2019azione rituale le fa smarrire il suo linguaggio proprio e la irrigidisce in una serie di \u201cosservanze\u201d che si sovrappongono e interferiscono pesantemente sul registro simbolico-rituale.<\/p>\n<p>3.2. <i>Tre parole: hands, face, space<\/i><\/p>\n<p>Proviamo a capirlo meglio attraverso le parole inglesi con cui, in un primo momento (oggi sono diverse) \u00e8 stato reso uniforme il comportamento dovuto in contesti pubblici e comunitari. Nel Regno Unito si vedeva scritto, in ogni dove:<\/p>\n<p>HANDS \u2013 FACE \u2013 SPACE<\/p>\n<p>ossia<\/p>\n<p>MANI -VOLTO \u2013 SPAZIO<\/p>\n<p>Il presidio sanitario viene cos\u00ec sintetizzato in tre \u201cluoghi corporei\u201d come le mani, il volto e lo spazio. Il contagio si vince lavorando accuratamente e minuziosamente sul tatto.<\/p>\n<p>3.3. <i>Deserto corporeo<\/i><\/p>\n<p>L\u2019attenzione a \u201csanificare le mani\u201d, talora coprendole anche con guanti, la puntuale copertura di bocca e naso con mascherine e il distanziamento di almeno un metro che si interpone tra i soggetti sottraggono ai luoghi pubblici e comunitari ogni corporalit\u00e0 della relazione. Lo fanno, sia ben inteso, per giusti motivi sanitari. Ma desertificano lo spazio pubblico e comunitario della relazione, spostandola integralmente e decisamente sul piano della vita privata. Uno spazio pubblico, e soprattutto un luogo comunitario, cui \u00e8 sottratta molta parte del suo potenziale comunicativo, risulta sempre meno vivibile. Cos\u00ec il privato, sicuro, diventa rifugio e quasi tentazione.<\/p>\n<p>3.4. <i>Gli emoticon senza volto<\/i><\/p>\n<p>L\u2019organo del tatto, dell\u2019olfatto, della parola e il linguaggio delicatissimo dello spazio, cos\u00ec alterati, incidono profondamente sulla possibilit\u00e0 di \u201cespressione\u201d e di \u201cesperienza\u201d della relazione. La mascherina impedisce di essere riconosciuti e di esprimersi con la mimica facciale. Gli \u201cemoticon\u201d sono muti, se hanno la mascherina! Se di un volto vedi solo gli occhi e se solo gli occhi possono esprimere le parole, la espressione della propria esperienza e la esperienza della altrui espressione risultano pesantemente ridotte, confinate, mutilate.<\/p>\n<p>3.5. <i>La corazza contro il contagio\/contatto<\/i><\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 un altro aspetto che deve essere considerato: le misure di prevenzione, che giustamente prendiamo a causa della nostra fragilit\u00e0 rispetto al contagio sanitario, paralizzano proprio il \u201clinguaggio della fragilit\u00e0\u201d! Ossia quel linguaggio che esprime il bisogno di mani accolte, accoglienti, riconcilianti e riconciliate, di corpi vicini e che si accolgono, di volti che chiedono riconoscimento e che hanno bisogni da esprimere. Uomini e donne con \u201cmani pulite\u201d (senza peccato), anaffettivi e inespressivi (senza ascolto e senza parola), che tengono sempre le distanze (autosufficienti) sono \u201ctroppo forti\u201d, troppo poco capaci di confessare la loro fragilit\u00e0. La giusta corazza contro la pandemia ottunde i sensi, allontana il prossimo, impedisce la espressione, limita la esperienza. Le relazioni soffocano, la fede non respira. Non si pu\u00f2 accarezzare con l\u2019armatura.<\/p>\n<p>3.6. <i>Una prassi senza grammatica<\/i><\/p>\n<p>Cos\u00ec, inevitabilmente, il protocollo sanitario ha in certa misura \u201cbloccato\u201d e \u201cridotto\u201d le nostre liturgie, che vivono di linguaggi corporei, di forme, di raduni, di canti, di festa comune. Se la parentesi non \u00e8 una parentesi, ma \u00e8 un lungo periodo, possiamo pensare, progettare, sperare che, quando tutto sar\u00e0 finito, ritroveremo la forza di \u201cdesiderare\u201d mani sensibili, volti espressivi e riconoscibili, distanze accorciate, prossimit\u00e0 promettenti? Potremo tornare ad essere \u201cfragili\u201d nel nostro celebrare? Potremo essere ancora capaci di non \u201cdifenderci\u201d nell\u2019atto di culto? E\u2019 questo il punto di speranza, per il quale occorre una profezia di avventura e non di sventura.<\/p>\n<p>4. <i><b>E per il dopo? Che cosa possiamo custodire di tutto questo?<\/b><\/i><\/p>\n<p>Forse questo tempo ci pu\u00f2 consegnare un compito: recepire davvero, fino in fondo, la parola buona del Concilio Vaticano II e della sua riforma. Nella luce di quell\u2019evento, che ci ha insegnato in modo nuovo la \u201cfragilit\u00e0 liturgica\u201d e ci ha liberato da \u201cprotocolli\u201d troppo rigidi e troppo individualistici, possiamo provare a immaginare quello che sar\u00e0 a partire da quanto abbiamo sotto gli occhi. Quello che vediamo pu\u00f2 farci scorgere, da lontano, ci\u00f2 che non vediamo, ma speriamo.<\/p>\n<p>a) <i>Effetto \u201cdiapositiva\u201d: la Chiesa in controluce<\/i><\/p>\n<p>Esasperando i contrasti, costringendoci a fare \u201cper forza\u201d quello che spesso facevamo gi\u00e0 per scelta (tenere le distanze, non riconoscere e non essere riconosciuti\u2026) la pandemia porta alla luce, in una forma altrimenti difficile da immaginare, il bisogno di \u201cespressione\u201d e di \u201cesperienza\u201d della fragilit\u00e0. Cos\u00ec, proprio nel momento in cui siamo pi\u00f9 fragili, non riusciamo a esprimere col corpo la fragilit\u00e0. E possiamo cos\u00ec sperare di prendere congedo da quei \u201cprotocolli impliciti\u201d che imperversavano \u2013 gi\u00e0 prima &#8211; sulle nostre mani, sui nostri volti e sui nostri spazi.<\/p>\n<p>b) <i>La gratuit\u00e0 corporea della messa<\/i><\/p>\n<p>Paralizzando il corpo che celebra, la pandemia ci fa sentire il bisogno di uscire dai \u201cprotocolli\u201d che ci eravamo cuciti addosso senza bisogno di un \u201cgoverno\u201d che ce li imponesse. Radunarsi con gusto, avvicinarci all\u2019altare, cantare insieme, scambiarsi la pace, comunicare al pane e al calice, processionalmente approssimarsi gli uni agli altri in Cristo: ecco quello che mancava gi\u00e0 prima \u2013 almeno nella intenzione di pienezza \u2013 e che ora sar\u00e0 di nuovo possibile, desiderabile, augurabile.<\/p>\n<p>c) <i>Le altre forme di \u201clode, rendimento di grazie, benedizione\u201d<\/i><\/p>\n<p>La messa vive di luce propria, certo, ma risplende anche di luce riflessa. Se intorno alla messa c\u2019\u00e8 poco o niente \u2013 dal punto di vista rituale e orante \u2013 la messa soffre. Se poi la messa subisce limitazioni, allora senza la alimentazione di ci\u00f2 che \u201critualmente\u201d sta prima e dopo di lei, non riesce a fiorire. Prendersi cura della liturgia \u201cextra-eucaristica\u201d \u00e8 fondamentale. Quando la chiusura \u00e8 calata su di noi, lo abbiamo fatto: abbiamo dovuto improvvisare, spesso. Domani non dovremo essere pronti a una nuova pandemia, ma disposti ad alimentare la messa con la preghiera di comunit\u00e0 e di individui nelle case, con la preghiera di comunit\u00e0 e individui nel tempo, con la preghiera di comunit\u00e0 e individui nello spazio. Il resto del culto cristiano emerge con forza nel reclamare uno spazio, uno stile e tempi propri.<\/p>\n<p>d) <i>Il fare penitenza <\/i><i>e le sue forme diverse<\/i><\/p>\n<p>Anzich\u00e9 tirar fuori dall\u2019armadio il vestito vecchio, logoro e fuori taglia delle \u201cindulgenze\u201d \u2013 come abbiamo fatto senza vere ragioni anche durante la pandemia &#8211; potremo imparare, sulla nostra pelle di questi mesi, che la penitenza che c\u2019\u00e8, la pena temporale non ha bisogno di essere \u201crimessa\u201d, chiede solo di essere riconosciuta. Attivare percorsi di \u201criconoscimento\u201d della penitenza che il popolo di Dio compie \u2013 per malattia, per perdita del lavoro, per solitudine, per esasperazione &#8211; chiede percorsi di \u201criconciliazione ecclesiale\u201d che non trovano pi\u00f9 solo nel confessionale la loro forma-chiave. E che possono trovare vie comunitarie e vie individuali diverse, come abbiamo visto in questi mesi. La penitenza non s\u00e9 mai stata tutta nel confessionale. E\u2019 il protocollo moderno ad averci persuaso di questo. La penitenza \u00e8 pi\u00f9 grande del sacramento: questo \u00e8 stato vero sempre. Ora lo \u00e8 molto di pi\u00f9 e in un modo assolutamente nuovo. Assumere la penitenza esistente e darle parola e orientamento: questo \u00e8 gi\u00e0 oggi, e di certo domani, una bella sfida per la chiesa.<\/p>\n<p>e) <i>Una nuova relazione alla fragilit\u00e0 <\/i><i>e all\u2019intreccio tra fragilit\u00e0 sperimentata e fragilit\u00e0 espressa<\/i><\/p>\n<p>In conclusione, per correlare eucaristia e fragilit\u00e0 si deve agire a diversi livelli. Si deve riconoscere che il rito ha una esteriorit\u00e0 vitale e non simbolica, a cui risponde e che serve: una fragile esteriorit\u00e0 sofferente, che deve essere onorata, ricordata e resa soggetto. Ma il rito ha anche una fragilit\u00e0 che gli \u00e8 costitutiva e che alimenta la attenzione all\u2019essere fragile degli altri. La nostra fragilit\u00e0 rituale \u00e8 connaturata all\u2019atto di fede. Esige mani consapevoli di dover gestire un tatto rischioso e benedetto, prossimit\u00e0 diverse, di cui abbiamo bisogno, per essere capaci di riconoscere il volto dell\u2019altro e di esprimere all\u2019altro, anche nel volto, la nostra fraternit\u00e0.<\/p>\n<p>Prendersi cura della fragilit\u00e0 \u00e8 anche avere luoghi in cui poterla esprimere davvero. Questi luoghi simbolici e rituali sono decisivi per sviluppare una \u201ccura dell\u2019altro\u201d, avendo sviluppato una ecclesiale cura di s\u00e9. La fragilit\u00e0 riscattata della vita chiede di diventare evidente nelle delicate simboliche del tatto, dei volti e della vicinanza. Perdere il controllo delle mani, dei volti e delle distanze \u00e8 apparsa in questo ultimo anno quasi come la precondizione per tornare a celebrare davvero.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Mi \u00e8 subito piaciuta la richiesta di riflessione, che mi \u00e8 giunta dalla diocesi di Carpi. 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