{"id":16663,"date":"2021-01-28T01:04:10","date_gmt":"2021-01-28T00:04:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=16663"},"modified":"2021-01-28T01:11:36","modified_gmt":"2021-01-28T00:11:36","slug":"invisibile-imbecille-la-relazione-complessa-tra-lingua-latina-e-tradizione-viva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/invisibile-imbecille-la-relazione-complessa-tra-lingua-latina-e-tradizione-viva\/","title":{"rendered":"\u201cInvisibile imbecille\u201d. La relazione complessa tra lingua latina e tradizione viva"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Translation.jpg.1200x1200_q90_upscale.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-10381\" alt=\"Translation.jpg.1200x1200_q90_upscale\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Translation.jpg.1200x1200_q90_upscale-300x168.jpg\" width=\"300\" height=\"168\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Translation.jpg.1200x1200_q90_upscale-300x168.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Translation.jpg.1200x1200_q90_upscale-1024x575.jpg 1024w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Translation.jpg.1200x1200_q90_upscale.jpg 1200w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il latino, negli ultimi mesi, \u00e8 tornato ad avere un ruolo importante per la definizione della tradizione ecclesiale. Sia pure con la sua lunga storia, ma proprio come ogni lingua di Babele, il latino dice e non dice, apre e chiude, rivela e nasconde. Nessuna lingua pu\u00f2 dire tutto. Per questo ogni lingua esige una paziente elaborazione: con una lingua si lavora e con questo si determina una delicatissima e raffinatissima relazione tra espressione ed esperienza. Per fare esperienza dobbiamo esprimerci e esprimendoci facciamo esperienza. Questo vale anche per la esperienza di fede. Che si sperimenta nelle diverse lingue che ha parlato e che parla. Questo \u201cuso delle lingue\u201d determina l\u2019affermarsi e il mutare delle tradizioni. Cos\u00ec, finch\u00e9 la tradizione del cattolicesimo latino ha parlato e pensato in latino, faceva esperienza nella lingua in cui parlava e parlava la lingua nella quale faceva esperienza. Questa condizione \u2013 che potremmo chiamare equilibrio tra codice espressivo e esperienza di s\u00e9 &#8211; ha avuto una storia complessa, articolata e ricca. Dante Alighieri dichiarava, in latino, a inizio del 1300, che il latino non era pi\u00f9 la lingua della poesia. Lutero apriva radicalmente al tedesco per fare della esperienza del popolo la lingua della fede. In questa relazione con le \u201clingue parlate\u201d non tutto \u00e8 lineare. Cos\u00ec pu\u00f2 accadere che il latino possa essere lingua della resistenza alla \u201cgermanizzazione nazista\u201d del cattolicesimo tedesco degli anni 30 e 40 del XX secolo, oppure alla \u201cnormalizzazione statale dei fedeli\u201d da parte del comunismo cinese nella seconda met\u00e0 del XX secolo.<\/p>\n<p>Certo \u00e8 che il latino non \u00e8 pi\u00f9 lingua parlata, neppure nella Chiesa da almeno 60 anni. Questo non significa che la si debba ignorare o trascurare. Anzi, lo studio del latino resta, nella formazione della competenza sul cristianesimo occidentale, un passaggio obbligato e prezioso. Ma con la consapevolezza che il latino, senza essere una lingua morta, non \u00e8 pi\u00f9 una lingua viva. Non lo \u00e8 non perch\u00e9 i canonisti non debbano conoscerlo e farne un certo uso. Ma perch\u00e9 non la parlano pi\u00f9 i bambini, le mamme e i padri con i figli. Non si parla allo stadio, non si usa per le massime gioie e per i grandi dolori. Una lingua resta viva solo se la parlano i bambini per giocare. Questo uso inerziale di una lingua non pi\u00f9 viva comporta una serie di questioni delicate, che riguardano il modo con cui possiamo lavorare, pensare e agire, oggi, nella Chiesa. Come dicevo all\u2019inizio negli ultimi tempi abbiamo avuto almeno due \u201cepisodi\u201d che rappresentano \u201cluoghi comuni\u201d di relazione con la lingua latina e che meritano una parola di riflessione.<\/p>\n<p>a) <b>La libert\u00e0 dello Spirito tra <\/b><i><b>venerabilis<\/b><\/i><b> e <\/b><i><b>veneranda<\/b><\/i><\/p>\n<p>In uno degli ultimi documenti di papa Francesco \u2013 la lettera alla Congregazione per la dottrina della fede a commento del Motu proprio <i>Spiritus Dominus <\/i>&#8211; appare una \u201cesegesi\u201d del testo latino del Motu Proprio <i>Ministeria quaedam<\/i> di Paolo VI che costituisce una piccola perla di \u201cvitalit\u00e0\u201d del latino. Ma \u00e8 anche segno della delicata procedura di \u201ctraduzione\u201d del latino, che apre o chiude possibilit\u00e0. Nel caso specifico si affida ad un aggettivo latino \u2013 <i>venerabilis<\/i> \u2013 la qualit\u00e0 di una prassi ecclesiale che riservava gli \u201cordini minori\u201d soltanto ai fedeli di sesso maschile. Il ragionamento, di per s\u00e9 del tutto plausibile, osserva che una prassi \u201cvenerabile\u201d non \u00e8 necessariamente da venerare. Potremmo dire che se Paolo VI avesse voluto dire questa necessit\u00e0, avrebbe usato l\u2019aggettivo \u201c<i>veneranda<\/i>\u201d, che esprime appunto la doverosit\u00e0. In tal caso dalla necessit\u00e0 non si sarebbe potuto deflettere. Mentre ci\u00f2 che \u00e8 possibile, non essendo necessario, consente di fare altrimenti. La cosa interessante, in tutto questo, \u00e8 che la autorizzazione ad una prassi inclusiva \u00e8 in qualche modo richiesta alla analisi grammaticale del testo latino. Ci\u00f2 evidentemente non esaurisce le buone ragioni del provvedimento, che cos\u00ec anche grammaticalmente sembra inappuntabile. Non altrettanto, per\u00f2, si deve dire della traduzione ufficiale del testo di Paolo VI in italiano, che traduce \u201cvenerabilis\u201d con l\u2019aggettivo italiano \u201cveneranda\u201d. Ed ecco che una traduzione non esattamente letterale impedisce di cogliere questa sfumatura non secondaria di una \u201ctraduzione della tradizione\u201d che con quel documento si stava realizzando, gi\u00e0 negli anni 70, e che solo ora si \u00e8 fatta del tutto chiara.<\/p>\n<p><b>b) Chi osa dire che per tradurre non si deve interpretare?<\/b><\/p>\n<p>Un secondo caso, altrettanto recente, riguarda l\u2019entrata nell\u2019uso della Chiesa Italiana della traduzione della terza edizione del Messale Romano italiano. Qui interessa osservare alcune particolarit\u00e0 del modo di tradurre il latino (o il greco) del testo originale. Ovviamente non si pu\u00f2 mai assumere un unico criterio, per assicurare una buona traduzione e le oscillazioni tra \u201ctraslitterazione\u201d, \u201ctraduzione letterale\u201d e \u201ctraduzione a senso\u201d sono sempre inevitabili. Ma la cosa pi\u00f9 significativa, di cui si \u00e8 tenuto conto in una misura non troppo cospicua, \u00e8 che la traduzione \u201cdal latino\u201d si innestava su una tradizione italiana gi\u00e0 esistente. Ossia, la fonte del tradurre non pu\u00f2 essere solo il testo latino del 2002, ma anche la tradizione italiana dal 1970 in poi. Cos\u00ec le variazioni sembrano aver seguito, almeno in parte, un criterio rigido di \u201ccalco del latino del 2002\u201d, senza tener conto della tradizione italiana vigente e vivente. E questo non solo nella scelta dei termini, ma persino nelle scelte delle figure retoriche. Con alcuni effetti paradossali: il chiasmo latino non sempre pu\u00f2 essere chiasmo italiano. Le metafore latine non corrispondono alle metafore italiane. Cos\u00ec, almeno in alcuni casi, il nuovo messale sembra pi\u00f9 un latino italianizzato che una traduzione in italiano. Dietro queste scelte improvvide si manifestano, abbastanza chiaramente, due presunti principi, che la stagione degli ultimi tre decenni ha visto ripetere con una certa insistenza da parte di autorit\u00e0 considerevoli. Ossia l\u2019idea che la migliore traduzione sia sempre quella letterale, e che tradurre non significa interpretare. Anche se affermati da soggetti autorevoli, tuttavia, questi pretesi principi si rivelano, alla prova dei fatti, senza una vera efficacia. Le lingue non funzionano secondo i desiderata del magistero. Sono, a modo loro, \u201csegni dei tempi\u201d e vanno ascoltate, non sostituite.<\/p>\n<p>c) <b>Come si traduce bene dall\u2019italiano al latino?<\/b><\/p>\n<p>Da ultimo, come non ricordare che, all\u2019inizio di tutta questa storia della \u201ctraduzione della tradizione\u201d \u2013 ossia proprio nel testo che ha aperto questa riconsiderazione delle culture moderne per la tradizione ecclesiale \u2013 c\u2019\u00e8 un caso di traduzione capovolta, non dal latino all\u2019italiano, ma dall\u2019italiano al latino, che risulta assolutamente problematica. Torniamo all\u2019ottobre del 1962: Giovanni XXIII deve aprire il Concilio Vaticano II e scrive, in italiano, il testo di <i>Gaudet mater ecclesia<\/i>. In quel testo uno dei passaggi pi\u00f9 delicati \u00e8 il seguente:<\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">\u201d<span style=\"font-family: Arial, sans-serif\"><span style=\"font-size: medium\">Altra \u00e8 la sostanza dell\u2019antica dottrina del <\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000\"><span><span style=\"font-size: medium\"><i>depositum fidei<\/i><\/span><\/span><span><span style=\"font-size: medium\">, ed altra \u00e8 la formulazione del suo rivestimento: ed \u00e8 di questo che devesi \u2013 con pazienza se occorre \u2013 tener gran conto, tutto misurando nelle forme e proporzioni di un magistero a carattere prevalentemente pastorale\u201d.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\"><span style=\"font-family: 'Liberation Serif', serif\"><span style=\"font-size: medium\">O<\/span><\/span><\/span><span style=\"color: #000000\"><span style=\"font-family: 'Liberation Serif', serif\"><span style=\"font-size: medium\">vviamente, nel 1962, un papa pu\u00f2 aprire un Concilio solo parlando in latino. Cos\u00ec la Segreteria di Stato provvede a tradurre il testo come segue:<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">\u201c<span style=\"font-family: Arial, sans-serif\"><span style=\"font-size: medium\">Est enim aliud ipsum depositum Fidei, seu veritates, quae veneranda doctrina nostra continentur, aliud modus, quo eaedem enuntiantur, eodem tamen sensu eademque sententia. Huic quippe modo plurimum tribuendum erit et patienter, si opus fuerit, in eo elaborandum; scilicet eae inducendae erunt rationes res exponendi, quae cum magisterio, cuius indoles praesertim pastoralis est, magis congruant.\u201d<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Ed ecco la versione italiana ufficiale suona oggi come opera di un \u201ctraduttor dei traduttor\u201d del papa:<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">\u201c<span style=\"font-size: medium\"><span style=\"font-family: Tahoma, Verdana, Segoe, sans-serif\">Altro \u00e8 infatti il deposito della Fede, cio\u00e8 le verit\u00e0 che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro \u00e8 il modo con il quale esse sono annunziate, sempre per\u00f2 nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se \u00e8 necessario, applicato con pazienza; si dovr\u00e0 cio\u00e8 adottare quella forma di esposizione che pi\u00f9 corrisponda al magistero, la cui indole \u00e8 prevalentemente pastorale.\u201d<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Questa rapida ricostruzione mostra come il passaggio dalla prima alla terza formulazione sia una sorta di sfiguramento e di imbalsamatura del testo originale: il rapporto tra le lingue esige pazienza e fedelt\u00e0. Quando si procede con troppa libert\u00e0 o con troppa rigidit\u00e0, si perde il senso delle parole e lo spessore dei testi. La pretesa che sia la \u201cmens\u201d latina a guidare lo sviluppo della tradizione in altre lingue \u00e8 qui un chiarissimo elemento di blocco della tradizione. La colpa non \u00e8 del latino, ma dell\u2019uso ideologico che se ne fa.<\/span><\/p>\n<p>Come raccont\u00f2 Rita Levi Montalcini, in una gustosa storiella sullo smascheramento dei limiti delle \u201ctraduzioni meccaniche\u201d, se si chiede ad un computer di tradurre da una lingua nota ad una lingua sconosciuta, per tornare infine da questa ad un\u2019altra lingua conosciuta, si pu\u00f2 ottenere che il proverbio inglese \u201cout of sight, out of mind\u201d (che in italiano suona come \u201cocchio non vede, cuore non duole\u201d), passando attraverso la lingua cinese, possa infine essere tradotto dal cinese in italiano con la locuzione \u201cinvisibile imbecille\u201d: quando la <i>mens<\/i> della traduzione letterale prende la mano e pretende di controllare tutto, perde ogni vero controllo e smarrisce ogni senso traslato. Non si pu\u00f2 mai tradurre senza interpretare. Le lingue moderne non sono mai semplici traduzioni del latino, ma atti di interpretazione della tradizione nella cultura di arrivo. Una Chiesa che si ostinasse a non tradurre, e ad illudersi di non aver bisogno di interpretare per restare se stessa, davvero rischierebbe di scomparire per debolezza. Senza volerlo, e persino in totale buona fede, diventerebbe anch\u2019essa <i>invisibile imbecille<\/i>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Il latino, negli ultimi mesi, \u00e8 tornato ad avere un ruolo importante per la definizione della tradizione ecclesiale. 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