{"id":16157,"date":"2020-10-27T11:06:07","date_gmt":"2020-10-27T10:06:07","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=16157"},"modified":"2020-10-27T11:06:07","modified_gmt":"2020-10-27T10:06:07","slug":"una-penitenzieria-senza-penitenza-la-falla-teologica-che-il-card-piacenza-non-sa-riconoscere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/una-penitenzieria-senza-penitenza-la-falla-teologica-che-il-card-piacenza-non-sa-riconoscere\/","title":{"rendered":"Una Penitenzieria senza penitenza? La &#8220;falla teologica&#8221; che il card. Piacenza non sa riconoscere"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/indulgeo.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-16164\" alt=\"indulgeo\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/indulgeo.jpg\" width=\"261\" height=\"193\" \/><\/a><\/p>\n<p>Da un esame oggettivo degli ultimi decreti della Penitenzieria Apostolica, legati alla emergenza della pandemia, e riguardanti le indulgenze e il sacramento della penitenza (si possono vedere i due testi di marzo\u00a0<a href=\"https:\/\/www.vatican.va\/roman_curia\/tribunals\/apost_penit\/documents\/rc_trib_appen_pro_20200319_decreto-speciali-indulgenze_it.html#NOTA\">qui<\/a>, mentre quello di ottobre \u00e8 visibile <a href=\"https:\/\/www.vatican.va\/roman_curia\/tribunals\/apost_penit\/documents\/rc_trib_appen_pro_20201022_decreto-indulgenze_it.html\">qui<\/a>) scaturiscono diversi possibili questioni, sia di forma, sia di opportunit\u00e0, sia di sostanza. Sarebbe sufficiente riferirsi al &#8220;regime delle citazioni&#8221; per notare come, nell&#8217;ultimo documento del 22 ottobre scorso si parli di &#8220;indulgenze&#8221; citando soltanto il Concilio di Trento e un documento di papa Benedetto XV del 1915, Tutta la storia delle penitenze, con tutto il suo sostanziale cambiamento di significato e di uso, viene sostanzialmente ignorato. I tentativi di ripensamento di dottrina e di disciplina prodotti uffialmente da Paolo VI, da Giovanni Paolo II e da Francesco in materia, vengono lasciati cadere dalla sede ufficiale. La ufficialit\u00e0 non \u00e8 riconosciuta e affettivamente &#8211; con affetti che sembrano incontenibili &#8211; si torna al passato idealizzato e nostagicamente ricostruito in provetta. E lo si fa, sia chiaro, per rispondere alle &#8220;non poche suppliche di Sacri Pastori&#8221;!<\/p>\n<p>Ma qui vorrei occuparmi, invece, di una questione pi\u00f9 radicale, interna ai tre documenti, e che dimostra proprio, sul piano sistematico, la mancanza di consapevolezza con cui gli ufficiali-burocrati della curia pretendono di parlare di penitenza, di comunione, di preghiera e di conforto nella malattia e nella morte con parole troppo piccole.<\/p>\n<p><strong>Una premessa di metodo<\/strong><\/p>\n<p>Parlando di antiche istituzione della Chiesa, si corre sempre il rischio di commettere un duplice errore: da un lato di condannare e di escludere ci\u00f2 che non si comprende pi\u00f9; dall&#8217;altro di giustificare in modo irriflesso e rigido ci\u00f2 che viene compreso in astratto, ma non in concreto. Per un buon esercizio della ragione teologica bisogna ogni volta saper &#8220;offrire chiarimenti e salvare i fenomeni&#8221; (Juengel). Il fenomeno \u00e8 sempre diverso dal suo chiarimento. Nel caso delle indulgenze questo duplice errore si nasconde immediatamente dietro l&#8217;angolo: o le si condanna non comprendendole davvero; o le si salva senza offrirne un vero chiarimento in concreto, per la Chiesa non di 700 o 300 o di 100 anni fa, ma per quella di oggi. E&#8217; del tutto evidente che un ufficio come la Penitenzieria Apostolica avrebbe tutto l&#8217;interesse a dare fondamento teologico e pastorale delle prassi cui \u00e8 preposta. Ma non pu\u00f2 farlo soltanto burocraticamente, attribuendosi semplicemente il potere di farlo. la autorit\u00e0 ha le sue ragioni, ma non ha mai tutte le ragioni. Essa deve preoccuparsi anche di giustificare i fenomeni argomentativamente e persuasivamente. E per farlo dovrebbe abbeverarsi alle fonti che pi\u00f9 di recente hanno provato a prendere questa via.<\/p>\n<p><strong>Il problema-chiave degli ultimi documenti<\/strong><\/p>\n<p>In radice, sarebbe interesse della Penitenzieria Apostolica chiarire il rapporto tra indulgenza e penitenza. Proprio questa relazione problematica negli ultimi documenti manca totalmente. Anzi, si vede bene una contraddizione evidente e di cui il Dicastero pare proprio non accorgersi. Vorrei dirlo cos\u00ec: la pratica delle indulgenze \u00e8 nata come &#8220;rimedio eccezionale e festivo&#8221; rispetto al compito di onorare la &#8220;pena temporale&#8221; che i vivi &#8211; e in un secondo momento anche i defunti &#8211; si trovano a dover onorare per rispondere alla grazia del perdono.\u00a0\u00a0Le indulgenze\u00a0 &#8211; non lo si ripeter\u00e0 mai abbastanza &#8211; non riguardano le colpe o i peccati, ma le pene, ossia le &#8220;opere penitenziali&#8221; che scaturiscono dalla assoluzione sacramentale. La cosa paradossale, e su cui vorrei attirare la attenzione ecclesiale, \u00e8 che, invece, leggendo i tre documenti, si coglie con chiarezza una &#8220;drastica scissione&#8221; tra penitenza e indulgenza. Potremmo dire cos\u00ec: la gestione burocratica del &#8220;foro interno&#8221; (questa \u00e8 la competenza specifica del Dicastero) tradisce se stessa, perch\u00e9 non riesce a onorare le forme esterne implicate nel foro interno e perci\u00f2 le formalizza in modo astratto e irrilevante. <em>Ci\u00f2 implica un duplice fatto contraddittorio: la comprensione del sacramento della confessione risulta\u00a0 totalmente priva di attenzione per le opere penitenziali, le quali poi per\u00f2, quando di passa a parlare delle indulgenze, vengono presupposte come il loro orizzonte di significato. Senza opere penitenziali chiaramente evidenti nella esperienza dei soggetti perdonati, parlare di indulgenze \u00e8 solo &#8220;flatus vocis&#8221;.<\/em> E&#8217; come insistere sulla importanza di chiedere la remissione di un debito finanziario a chi non ha alcun debito e il cui conto non \u00e8 in rosso. E non serve dire che &#8220;abbiamo anche debiti che non consciamo&#8221;: perch\u00e9 invece le opere penitenziali non procedono spiritualmente, ma corporalmente. Cos\u00ec le indulgenze possono avere un senso solo a certo condizioni, di cui la Penitenzieria non sembra curarsi. Qui qualcosa di profondo si \u00e8 inceppato nella coscienza ecclesiale e la Penitenzieria trascura questa crisi e alimenta cos\u00ec un discorso sostanzialmente vuoto.<\/p>\n<p><strong>Lo specifico della Penitenzieria \u00e8 disatteso<\/strong><\/p>\n<p>Perch\u00e9 mai, nel suo modo di prendere la parola, la penitenzieria trascura ci\u00f2 che ha di pi\u00f9 specifico? Mi spiego meglio. Se il Dicastero che si occupa del &#8220;foro interno&#8221; utilizza una definizione del sacramento della penitenza che prende dal Codice di Diritto canonico\u00a0 (can 960) &#8211; come fa il documento di marzo &#8211; \u00e8 evidente che in tal modo entra in una insuperabile contraddizione. Perch\u00e9 formalizzando esteriormente il foro interno &#8211; rendendolo assimilato alla unione di &#8220;confessione con assoluzione&#8221; &#8211; perde gli altri due atti del penitente, che sostanziano precisamente le &#8220;opere penitenziali&#8221;. Se pu\u00f2 essere comprensibile che il codice &#8220;formalizzi il sacramento&#8221; semplificandolo in modo indebito, molto pi\u00f9 incomprensibile \u00e8 che lo faccia la Penitenzieria. In tal modo, usando una definizione formalistica del sacramento della confessione, che di fatto elimina la rilevanza del dolore e della penitenza, la Penitenzieria taglia il ramo su cui \u00e8 seduta. Una Penitenzieria che non comprende pi\u00f9 il ruolo decisivo della opera penitenziale nella vita dei cristiani &#8211; inteso come complessa elaborazione verbale e corporea del lutto e della memoria &#8211; rende inutile la propria funzione.<\/p>\n<p><strong>Una aggravante: la condizione di pandemia<\/strong><\/p>\n<p>Se un dicastero parla di esperienze che le sue parole contraddicono, deve porre anche grande attenzione al contesto in cui lo fa. Sarebbe gi\u00e0 grave un uso retorico dei discorsi su &#8220;perdono del peccato&#8221; e &#8220;remissione della pena&#8221; in un contesto ordinario. Nella pressione degli eventi di pandemia ogni uso retorico della tradizione \u00e8 tanto pi\u00f9 preoccupante. Tematizzare la &#8220;remissione delle pene&#8221; e alimentare nello stesso tempo una comprensione &#8220;meccanica&#8221; della confessione, che non elabora alcuna pena, \u00e8 non solo un atto vuoto, mera retorica ecclesiale, ma perde un ulteriore livello di contatto con la vita reale, nel rapporto con i vivi e con i defunti. La coscienza del peccato perdonato e della conseguente elaborazione della memoria e del lutto sono cose serissime, ancor pi\u00f9 in tempi complessi come questi. Ma chiedono un rapporto fine e articolato col mondo reale, non con la proiezione che se ne ha in un palazzo romano. Su queste esperienze a nessuno, neppure ad un Ufficio romano, \u00e8 permesso di parlare con una retorica sacra vecchia di secoli e svuotata della sua incidenza e pertinenza originaria. <em>Parlare, nello stesso tempo, di remissione di pene che non si sono n\u00e9 fissate n\u00e9 elaborate e di perdono del peccato che non produce alcuna elaborazione n\u00e9 formale n\u00e9 sostanziale della sofferenza del cambiamento<\/em> non \u00e8 un servizio n\u00e9 alla tradizione ecclesiale, n\u00e9 a quel mondo che al cardinale Piacenza piace chiamare &#8220;mondo-mondo&#8221;, perch\u00e9 fin dall&#8217;inizio possa risultare irrimediabilmente frainteso. Il linguaggio elaborato dall&#8217;antimodernismo di 100 anni fa non pu\u00f2 servire pi\u00f9, tanto meno alla Chiesa segnata dalla pandemia, dove la insistenza cieca sulla disciplina del &#8220;numero delle preghiere&#8221; e del &#8220;numero delle messe&#8221; diventa solo o un alibi dell&#8217;imbarazzo o il segno di una non nuova incapacit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da un esame oggettivo degli ultimi decreti della Penitenzieria Apostolica, legati alla emergenza della pandemia, e riguardanti le indulgenze e il sacramento della penitenza (si possono vedere i due testi di marzo\u00a0qui, mentre quello di&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16157"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=16157"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16157\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":16166,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16157\/revisions\/16166"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=16157"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=16157"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=16157"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}