{"id":15837,"date":"2020-09-06T11:21:55","date_gmt":"2020-09-06T09:21:55","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=15837"},"modified":"2020-09-06T11:21:55","modified_gmt":"2020-09-06T09:21:55","slug":"riforma-della-chiesa-e-diverse-tradizioni-spirituali-parole-opere-e-omissioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/riforma-della-chiesa-e-diverse-tradizioni-spirituali-parole-opere-e-omissioni\/","title":{"rendered":"Riforma della Chiesa e diverse tradizioni spirituali: parole, opere e omissioni"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/missavetus.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-15419\" alt=\"missavetus\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/missavetus-300x218.jpg\" width=\"300\" height=\"218\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/missavetus-300x218.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/missavetus.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Esattamente 100 anni prima della elezione di papa Francesco, nel 1913, usciva in Belgio \u201cLa liturgie catholique\u201d, il libro che inaugur\u00f2 la \u201cfase accademica\u201d del Movimento Liturgico (Br\u00e9mond). In quel libro il suo autore, Maurice Festugi\u00e8re, faceva due operazioni parallele e profondamente correlate: poneva le basi per la riscoperta della liturgia come \u201cfonte e culmine\u201d di tutta la azione della Chiesa e riprendeva una dura polemica con Ignazio di Loyola e con la spiritualit\u00e0 gesuita del suo tempo.<\/p>\n<p>Per il primo motivo fu un profeta, per il secondo sub\u00ec, dal 1919, fino alla sua morte, il divieto di scrivere una sola ulteriore riga sulla liturgia, proibizione che osserv\u00f2 scrupolosamente fino alla sua morte, nel 1950.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 oggi \u00e8 importante rievocare questo episodio di pi\u00f9 di un secolo fa? Non certo per alimentare nuove polemiche, ma per recuperare il tessuto complesso con cui \u00e8 nata e si \u00e8 sviluppata la rilettura teologica della liturgia nel XX secolo, che con il Concilio Vaticano II \u00e8 diventata addirittura paradigma della riforma della Chiesa.<\/p>\n<p>Che cosa rimane attuale, di quella vicenda traumatica? Non solo una certa idea di liturgia, ma anche un certo modo di concepire la riforma della Chiesa. Proviamo a scoprirne brevemente le caratteristiche<\/p>\n<p><b>1. Lettura gesuita e lettura benedettina della tradizione<\/b><\/p>\n<p>Se guardiamo al di sotto della polemica tra un teologo benedettino e i discepoli di S. Ignazio, che Festugi\u00e8re con durezza scaten\u00f2 attraverso il suo scritto, troviamo una antica differenza tra spiritualit\u00e0 della interiorit\u00e0 e spiritualit\u00e0 della mediazione esteriore. In fondo, la grande differenza tra benedettini e gesuiti \u2013 che si \u00e8 articolata con forza tra XVII e XIX secolo e che perdura, sottotraccia, non tanto come polemica, ma come differenza di stile e di vita &#8211; sta nella valorizzazione della mediazione corporea dei primi e nel primato del cuore e dello spirito dei secondi. Forse dovremmo parlare di uno \u201cstile antico\u201d &#8211; regolato e istituzionale &#8211; che nel medioevo mendicante (soprattutto francescano) e poi nella modernit\u00e0 gesuita viene riletto in modo immediato, sentimentale, spirituale. Anche la pretesa attuale di intendere la riforma della Chiesa al di qua (e al di l\u00e0) della sua portata istituzionale deriva da questa lunga e complessa tradizione. Dentro la quale \u00e8 bene comprenderla, nei suoi meriti e anche nei suoi limiti.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che Festugi\u00e8re diceva, sia pure a suo modo, pi\u00f9 di 100 anni fa \u00e8: <i>la mediazione liturgica non si lascia ridurre al suo contenuto interiore<\/i>. Lo stesso potremmo dire oggi della riforma della Chiesa: essa non si lascia del tutto includere nella \u201cconversione dei cuori\u201d. Che resta una passaggio del tutto necessario, ma non sufficiente.<\/p>\n<p><b>2. La liturgia e la Chiesa da riformare<\/b><\/p>\n<p>La incomprensione della riforma liturgica, anche da parte di chi la difende, avviene per lo pi\u00f9 nel modo di comprendere (o di fraintendere) le sue logiche corporee, sensibili e istituzionali. Ci\u00f2 appare del tutto evidente, proprio come proiezione di questa \u201csemplificazione\u201d della questione. Un esempio dell\u2019altro ieri mi pare del tutto chiarificatore dei rischi di una lettura \u201cimmediata\u201d della liturgia e , <i>mutatis mutandis<\/i>, della Chiesa. Anzi, vorrei dire che proprio su questo punto la tensione tra intenzione e realt\u00e0 di fa grande e talora drammatica.<\/p>\n<p>E\u2019 infatti dell\u2019altro ieri la notizia di un Vescovo USA (Diocesi di Madison) che ha celebrato il 27 agosto scorso ben 102 cresime \u201cin rito antico\u201d. La possibilit\u00e0 di \u201ciniziare\u201d pi\u00f9 di centro giovani fedeli prescindendo totalmente sia dalla riforma liturgica, sia, per conseguenza, dalla riforma della Chiesa diventa principio di scandalo, direi quasi \u201cstruttura di peccato\u201d, che \u00e8 frutto di \u201cparole, opere e omissioni\u201d. Proviamo ad identificarle, nella loro imbarazzante esteriorit\u00e0, mai riducibili soltanto alle intenzioni del cuore.<\/p>\n<p><b>a) Parole che perdono le evidenze di comunione<\/b><\/p>\n<p>Negli ultimi decenni abbiamo permesso a parole ambigue e prive di chiarezza di alimentare l\u2019idea che \u201clo stesso rito romano\u201d possa essere mediato indifferentemente dalle forme nuove o dalle forme vecchie della liturgia. La comunione ecclesiale viene ferita da simili parole, che aprono uno spazio di indifferenza liturgica, di autoreferenzialit\u00e0 comunitaria, e di deriva settaria. Se un Vescovo, oggi, pu\u00f2 celebrare le cresime in rito antico, cui poi far seguire la Santa Messa secondo lo stesso \u201cordo\u201d, di fatto colloca se stesso, e tutti i neofiti, dentro uno spazio di pericolosa ambiguit\u00e0, che parole irresponsabili hanno dischiuso e continuano oggi a confermare. Siamo responsabili tutti di queste parole poco chiare.<\/p>\n<p><b>b) Opere che alimentano le divisioni<\/b><\/p>\n<p>Non solo le parole, ma anche le opere\/azioni hanno dato a questo un ulteriore contributo. Se esistono normative che chiamano \u201ccomunione\u201d la divisione, allora \u00e8 evidente che la confusione diventa massima. Soprattutto quando il cammino con cui la Chiesa si \u00e8 data nuovi stili celebrativi viene apertamente smentito e ci\u00f2 disorienta il cammino comune. La comunione viene subordinata alla ideologia e la deriva settaria (per non dire scismatica) si lascia confortare da normative che la \u201cderubricano\u201d a semplice \u201cpluralismo di forme dello stesso rito\u201d. Qui ci sono \u201cpratiche ecclesiali\u201d che lavorano contro la comunione e che devono essere esplicitamente corrette.<\/p>\n<p><b>c) Omissioni che creano indifferenza verso la mancanza di comunione<\/b><\/p>\n<p>Ma non ci sono solo parole e opere, ci sono anche omissioni. E sono di due tipi: sia di chi \u201cfa finta di niente\u201d e gira la testa dall\u2019altra parte, sperando che il fenomeno si esaurisca da s\u00e9. Sia di chi ha tutta la autorit\u00e0 per intervenire, e non lo fa. La degenerazione della comunione \u00e8 qui il frutto di una duplice omissione. Di chi non parla, pur avendo il potere di parlare e di chi non agisce, pur avendo la autorit\u00e0 di agire. Per questo occorre che, ad ogni livello, la cura per la riforma della Chiesa, che passa attraverso la riforma della liturgia, non sia lasciata da parte. Il discernimento di cui abbiamo bisogno, per questo obiettivo, attraversa non solo il cuore e la mente, ma anche il corpo e le istituzioni.<\/p>\n<p><b>3. La riforma, il cuore e le istituzioni<\/b><\/p>\n<p>Come era chiaro gi\u00e0 un secolo fa, la riscoperta della liturgia come \u201cazione comune di Cristo e di tutta la Chiesa\u201d sarebbe diventato principio di una rilettura che la Chiesa dava di s\u00e9 e della propria missione. La riforma della Chiesa non si riduce mai alla conversione del cuore, che ne \u00e8 una parte necessaria, insostituibile, ma non sufficiente. Ci\u00f2 \u00e8 evidente anzitutto sul piano liturgico, dove non c\u2019\u00e8 in gioco soltanto un\u2019 \u201canima\u201d o un \u201ccuore\u201d capaci di culto, ma un \u201cuomo\/donna\u201d, un \u201ccorpo\u201d, \u201cmani\u201d, \u201cocchi\u201d, \u201csuoni\u201d, \u201cspazi\u201d capaci di entrare in una azione liturgica. Se trascuriamo l\u2019aspetto corporeo, sensibile e istituzionale della Riforma liturgica, riducendolo a \u201coptional\u201d, perdiamo in un colpo non solo il senso della riforma liturgica, ma anche quello della riforma della Chiesa. Le parole forti con cui Festugi\u00e8re, pi\u00f9 di 100 anni fa, metteva in guardia dalle \u201csoluzioni immediate\u201d al problema del culto cristiano, valgono anche oggi, ma in un campo molto pi\u00f9 vasto. Non per alimentare una polemica che \u00e8 ormai obiettivamente datata e superata, ma per mettere a fuoco una intelligenza della questione della riforma, che deve mediare tra interiorit\u00e0 e esteriorit\u00e0, con una sapienza tanto antica quanto nuova. Se non cambia il cuore, le istituzioni non cambieranno mai. Ma senza una disciplina rinnovata dei corpi e delle forme istituzionali, i cuori possono girare a vuoto e chiudersi. Perch\u00e9 l\u2019uomo non \u00e8 mai soltanto la sua ragione e il suo cuore, ma anche il suo corpo, la sua bocca e le sue mani. Una riforma liturgica e una riforma ecclesiale che dimenticasse questa meravigliosa complessit\u00e0 sarebbe condannata a restare al di qua del proprio compito.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Esattamente 100 anni prima della elezione di papa Francesco, nel 1913, usciva in Belgio \u201cLa liturgie catholique\u201d, il libro che inaugur\u00f2 la \u201cfase accademica\u201d del Movimento Liturgico (Br\u00e9mond). 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