{"id":15758,"date":"2020-07-31T11:36:39","date_gmt":"2020-07-31T09:36:39","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=15758"},"modified":"2020-07-31T11:45:54","modified_gmt":"2020-07-31T09:45:54","slug":"paura-liturgica-riforma-della-chiesa-non-semplice-amministrazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/paura-liturgica-riforma-della-chiesa-non-semplice-amministrazione\/","title":{"rendered":"Paura liturgica: riforma della Chiesa, non &#8220;semplice amministrazione&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/leereecclesia.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-15484\" alt=\"leereecclesia\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/leereecclesia-200x300.jpg\" width=\"200\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/leereecclesia-200x300.jpg 200w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/leereecclesia.jpg 350w\" sizes=\"(max-width: 200px) 100vw, 200px\" \/><\/a><\/p>\n<p>L&#8217;apertura della Chiesa al mondo e alla dimensione comunitaria, cos\u00ec come pensata e realizzata dal Concilio Vaticano II, ha trovato nella liturgia la sua prima espressione compiuta. Potremmo dire che questo &#8220;destino&#8221; \u00e8 scritto nel DNA delle espressioni conciliari. Non deve stupire, infatti, che la &#8220;costituzione liturgica&#8221; abbia un &#8220;titolo&#8221; cos\u00ec &#8220;generico&#8221; come\u00a0<em>Sacrosanctum Concilium<\/em>. In effetti essa contiene un &#8220;proemio&#8221; che \u00e8 inaugurale non solo per il discorso sulla liturgia, ma per l&#8217;intero evento conciliare. Riascoltiamo dunque il testo di SC1:<\/p>\n<pre>\" Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno pi\u00f9 la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ci\u00f2 che pu\u00f2 contribuire all'unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ci\u00f2 che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia.\"<\/pre>\n<p>Qui \u00e8 evidente che la riforma (come crescita di vita cristiana, suo aggiornamento e adattamento, dialogo verso l&#8217;unit\u00e0 delle confessioni e del genere umano) \u00e8 l&#8217;orizzonte generale nel quale viene incastonata, in modo inaugurale, la azione liturgica della Chiesa.<\/p>\n<p>Ora non si tratta semplicemente di &#8220;iniziare dalla liturgia&#8221;, ma di considerare il rito cristiano come il punto delicatissimo di mediazione della tradizione. Recuperando una nozione pi\u00f9 profonda di liturgia e di partecipazione, proponendo una accurata riforma della liturgia eucaristica e di tutti i sacramenti, rinnovando la dimensione temporale dell&#8217;anno liturgico e della liturgia delle ore come &#8220;esperienza comune&#8221; a tutto il corpo ecclesiale, vengono poste le basi per una ricomprensione della chiesa e della parola, delle altre confessioni e delle altre religioni. Il nuovo paradigma \u00e8 tutto implicito nel nuovo rito.<\/p>\n<p>Come la Riforma della Chiesa si &#8220;attiva&#8221; sul piano liturgico, cos\u00ec la medesima riforma di &#8220;blocca&#8221; sullo stesso piano. Proprio in questo tempo pandemico, a partire dai giorni di marzo in cui abbiamo iniziato a prendere coscienza della gravit\u00e0 e della potenza del fenomeno, abbiamo visto apparire una serie di fenomeni che rivelano, al di l\u00e0 di tutto, una grave forma di incomprensione della riforma liturgica e della sua stessa ragion d&#8217;essere. Proviamo a farne un breve elenco.<\/p>\n<p><strong>Una sofferenza liturgica<\/strong><\/p>\n<p>Le categorie con cui abbiamo cercato di &#8220;far fronte&#8221; alla pandemia, sul piano liturgico, non raramente sono state rudimentali, arretrate, talora apertamente non conciliari. La paura del contagio ha riattivato, in modo singolarmente esplicito, la paura della liturgia:<\/p>\n<p>&#8211; alcuni vescovi hanno scritto o brevi documenti, o lunghe lettere, al cui centro stava il prete che celebra da solo;<\/p>\n<p>&#8211; le normative sulle &#8220;celebrazioni pasquali&#8221; &#8211; sia al centro sia in periferia &#8211; non raramente hanno avuto come interlocutori soltanto i preti, non il popolo di Dio, lasciato in fondo, come categoria residuale;<\/p>\n<p>&#8211; la lettura del ministero ordinato in relazione alla liturgia \u00e8 stato spesso inteso come &#8220;privilegio&#8221; o addirittura come &#8220;esclusiva&#8221; sulla azione rituale.<\/p>\n<p>&#8211; il modo stesso di affrontare le singole &#8220;normative sanitarie&#8221; &#8211; a parte la tentazione di leggerle come &#8220;indebita limitazione della libert\u00e0 di culto&#8221; &#8211; ha faticato ad assumere la forza interna delle categorie introdotte da SC e dalla riforma liturgica.<\/p>\n<p><strong>Excursus: Corpus Domini in pandemia<\/strong><\/p>\n<p>Del tutto singolare, ma anche assai istruttiva, \u00e8 stata la &#8220;traduzione&#8221; della festa del Corpus Domini in condizione di &#8220;presidio sanitario&#8221;. Questo passaggio \u00e8 stato rivelatore. Essendo impossibile compiere la &#8220;processione esterna alla Chiesa&#8221;, si \u00e8 adattata la &#8220;festa&#8221; alla situazione, introducendo una sorta di momento di adorazione alla fine del rito di comunione, rinunciando al congedo della assemblea. Questa soluzione \u00e8 frutto di un equivoco. La festa \u00e8 festa di comunione. Nell&#8217;atto istitutivo della festa, nel 1264, Onorio IV dice esplicitamente che quel giorno &#8220;tutti si comunicano&#8221;. E lo pensa a rimedio della &#8220;dispersione del gioved\u00ec santo&#8221;. E&#8217; assai istruttivo che questo contenuto originario si sia, nei secoli, tramutato in un primato della adorazione sulla comunione. Da questo punto di vista la pandemia ha favorito, ancora pi\u00f9 del solito e per motivi pratici, questo primato della stasi sulla dinamica, che tuttavia non \u00e8 n\u00e9 nelle corde originarie della festa, n\u00e9 nella rilettura della esperienza eucaristica promossa dalla Riforma Liturgica.<\/p>\n<p><strong>La relazione tra riforma liturgica e riforma della chiesa<\/strong><\/p>\n<p>Del tutto evidente, inoltre, \u00e8 la correlazione tra ripensamento delle forme rituali, e le forme ecclesiali e ministeriali da rinnovare. Una interpretazione &#8220;tridentina&#8221; dell&#8217;eucaristia torna sempre comoda quando non si vuole cambiare di una virgola l&#8217;assetto del ministero ordinato e delle forme disciplinari della vita ecclesiale (come, ad es. la parrocchia). E&#8217; sufficiente disinserire il valore originariamente comunitario della eucaristia, e degradarla ad &#8220;azione del prete&#8221;, per ottenere, in un sol colpo, un duplice risultato. Nulla cambia nel ministero del prete e nulla cambia nella organizzazione della parrocchia. Ma il presupposto di questa immobilit\u00e0 \u00e8 la sordit\u00e0 nei confronti del Concilio e della Riforma liturgica. Questi eventi, la cui eredit\u00e0 sta a tutti valorizzare, hanno cambiato profondamente la cose, poich\u00e9 hanno riletto la figura del prete, aiutandoci a capire la differenza tra &#8220;colui che celebra&#8221; e &#8220;colui che presiede&#8221;. Questa differenza \u00e8 ancora piuttosto sconosciuta.<\/p>\n<p><strong>Celebrare e presiedere<\/strong><\/p>\n<p>Qualcuno mi dice: &#8220;ma dicendo cos\u00ec tu neghi che la messa sia valida anche se la celebra solo il prete&#8221;. E io rispondo: &#8220;No. Io non nego affatto che la messa celebrata da un prete da solo sia valida. Ma so due cose. Che la sua validit\u00e0 non impedisce che sia &#8220;illecita&#8221;, perch\u00e9 la normativa sulla messa prevede imperativamente che ci sia almeno un altro ministrante oltre al prete. E questo \u00e8 gi\u00e0 un segnale importante. Ma poi vi \u00e8 un secondo punto, ancora pi\u00f9 importante. La messa celebrata da un prete solo \u00e8 certo valida, ma \u00e8 &#8220;soltanto valida&#8221;. Se il suo valore viene pensato come l&#8217;insieme di tutte le parole e di tutti i linguaggi, in una comunit\u00e0 ricca e articolata, una messa valida \u00e8 solo valida. Le manca tutta quella gratuit\u00e0 di cui ha bisogno in modo vitale, per essere pienamente se stessa. Per questo \u00e8 giusto parlare del prete come colui che &#8220;presiede&#8221; un atto nel quale \u00e8 tutta la Chiesa a &#8220;celebrare&#8221;. Ed \u00e8 tutta la Chiesa che \u00e8 chiamata, in relazione al pane e vino come corpo e sangue di Cristo, a diventare essa stessa quel corpo e quel sangue. L&#8217;atto non si chiude mai nel circolo ristretto e vizioso tra prete ed elementi, mediato dalla &#8220;formula&#8221;, ma nel circolo ampio e virtuoso che si istituisce tra comunit\u00e0, ministri, presidenza, liturgia della parola e liturgia eucaristica.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;equivoco sulla liturgia e il blocco della riforma della chiesa<\/strong><\/p>\n<p>E&#8217; evidente che, se tutto questo non \u00e8 chiaro, se ci sono ancora preti, e persino alcuni Vescovi e Cardinali, che hanno paura del Concilio e della Riforma Liturgica, e continuano a parlare in modo unilaterale del &#8220;potere del prete di rendere presente il Signore sotto le specie del pane e del vino&#8221; &#8211; come se fosse un atto solitario e una peculiarit\u00e0 personale e non ecclesiale e comunitaria &#8211;\u00a0 allora non ci sono ragioni n\u00e9 per promuovere la riforma della liturgia, n\u00e9 per trovarne riscontro nella riforma della Chiesa. Una ministerialit\u00e0 bloccata e isterilita dipende da una visione della onnipotenza del prete, che tutto l&#8217;essenziale lo fa da solo, diremmo &#8220;di per s\u00e9&#8221;. E la parrocchia &#8211; o la diocesi &#8211; viene pensata a immagine e somiglianza di questo modello di sacramento e di prete. D&#8217;altra parte tutti sanno bene che, se si assume davvero fino in fondo la Chiesa eucaristica che il Concilio e la Riforma Liturgica hanno pur sempre disegnato, allora occorre mettere mano ad un grande ripensamento delle forme ministeriali e delle istituzioni in cui queste forme si esprimono. L&#8217;equivoco che grava su tutta questa materia \u00e8, in fin dei conti, un equivoco liturgico. Finch\u00e9 avremo, sia pure a certe condizioni, una duplice forma del rito romano, potremo sempre pensare che la Riforma della liturgia, come quella della Chiesa, sia soltanto un optional. E cos\u00ec potremo pensare che la vita ecclesiale possa garantirsi una sostanziale continuit\u00e0 senza alcuna fatica, per &#8220;pura amministrazione&#8221;. E potremmo persino illuderci di annunciare la &#8220;conversione missionaria della parrocchia&#8221; citando soltanto articoli del Codice di Diritto Canonico. Ma se ascoltiamo le parole del Concilio, cos\u00ec come papa Francesco ha saputo tradurle in EG, troviamo un monito che \u00e8 una sorta di &#8220;sintesi&#8221;: &#8220;Ora non ci serve una semplice amministrazione&#8221; (EG 25). Ma per garantirci un futuro di &#8220;semplice amministrazione&#8221; &#8211; e vincere cos\u00ec la paura di una liturgia che ha la Chiesa intera come soggetto &#8211; \u00e8 sufficiente promuovere &#8211; anche inconsapevolmente &#8211; una definizione tridentina di eucaristia. Che solo il prete &#8211; e il prete solo &#8211; pu\u00f2 &#8220;celebrare&#8221; e &#8220;amministrare&#8221;. In questo immaginario &#8211; cos\u00ec facile e quasi scontato &#8211; sta il difetto da superare, ormai da 60 anni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;apertura della Chiesa al mondo e alla dimensione comunitaria, cos\u00ec come pensata e realizzata dal Concilio Vaticano II, ha trovato nella liturgia la sua prima espressione compiuta. 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