{"id":15461,"date":"2020-05-07T11:29:24","date_gmt":"2020-05-07T09:29:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=15461"},"modified":"2020-05-07T11:29:24","modified_gmt":"2020-05-07T09:29:24","slug":"il-sacramento-della-mascherina-forma-e-contenuto-del-culto-cristiano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/il-sacramento-della-mascherina-forma-e-contenuto-del-culto-cristiano\/","title":{"rendered":"Il sacramento della mascherina: forma e contenuto del culto cristiano"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/renatacuneo.jpeg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-15462\" alt=\"renatacuneo\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/renatacuneo-300x283.jpeg\" width=\"300\" height=\"283\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/renatacuneo-300x283.jpeg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/renatacuneo-1024x967.jpeg 1024w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/renatacuneo.jpeg 1060w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Una mia prozia, anziana ma di non indiscutibile saggezza, soleva dire che la prima cosa che faceva la domenica, al ritorno dalla messa, era lavarsi le mani, avendo toccato col segno della pace le mani di diversi sconosciuti. Ogni volta che sento ripetere le &#8220;normative del presidio sanitario&#8221; &#8211; che dai primi di marzo vengono ripetute da tutti i canali della comunicazione civile &#8211; ripenso alla prozia e alla sua profezia della diffidenza. Non solo nella grande Chiesa, ma anche nelle nostre piccole chiese domestiche abbiamo inossidabili profeti di sventura, che da sempre hanno fatto della distanza, della sanificazione e della mascherina un &#8220;sacramento&#8221;.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 inizio dalla prozia &#8220;igienista&#8221;? Perch\u00e9 il ricordo di lei, e delle sue &#8220;fissazioni&#8221;, ci \u00e8 utile per considerare il dissidio nel quale tutti siamo caduti dal momento in cui, a causa del &#8220;distanziamento imposto&#8221; e del &#8220;divieto di assembramento&#8221; che l&#8217;autorit\u00e0 sanitaria e pubblica ha disposto a livello nazionale, ci siamo accorti di essere entrati in un grave dissidio. Tale dissidio investe in pieno il &#8220;culto cristiano&#8221;, perch\u00e9 lo deforma, lo ammutolisce, lo emargina, lo silenzia, lo svilisce. Ma ci \u00e8 utile fermarci un attimo in una riflessione che vorrei proporre in tre momenti. Dopo un passaggio preliminare, di esame della realt\u00e0 che ci ha investito, provo a distinguere le questioni &#8220;formali&#8221; dalle questioni &#8220;sostanziali&#8221;. Perch\u00e9 una cosa \u00e8 la &#8220;garanzia della libert\u00e0 di culto&#8221; e un&#8217;altra cosa \u00e8 &#8220;che cosa fare della libert\u00e0 garantita&#8221;.<\/p>\n<p><strong>1. La condizione di &#8220;confinamento sociale&#8221;<\/strong><\/p>\n<p>Poich\u00e9 la malattia mortale si trasmette &#8220;per contatto&#8221;, e ne vediamo gli effetti devastanti su tanti fratelli e sorelle, tutte le forme del tatto rilevante pubblicamente risultano alterate: nessuna vera vicinanza, la mano protetta dal guanto e sempre &#8220;sanificata&#8221;, il volto coperto dalla mascherina. La prossemica dello spazio, il tatto della mano e lo sguardo del volto e sul volto sono bloccati, censurati, impediti.\u00a0 Questo &#8220;blocco del contatto&#8221; agisce in ogni luogo che non sia &#8220;casa privata&#8221;. La &#8220;clausura&#8221; definisce in modo molto pi\u00f9 netto del solito una differenza tra &#8220;ambito pubblico&#8221; &#8211; sottoposto ad una legge non negoziabile &#8211; e ambito &#8220;privato&#8221;, che continua &#8211; al di qua della soglia &#8211; a gestire prossimit\u00e0, intimit\u00e0, tatto, abbraccio, bacio: si pu\u00f2 riconoscere il volto altrui e si pu\u00f2 mostrare, spudoratamente nudo, il proprio volto. Il fatto culturalmente pi\u00f9 rilevante, almeno per gestire correttamente il problema ecclesiale, \u00e8 che lo &#8220;stato di eccezione&#8221; approfondisce radicalmente la differenza pubblico\/privato, quasi annullando totalmente gli &#8220;spazi intermedi&#8221;, nei quali si coltivava un &#8220;non privato&#8221; che per\u00f2 restava &#8220;non pubblico&#8221;. Sono i luoghi della &#8220;gratuit\u00e0 sociale&#8221;, che oggi vengono tutti risucchiati dalla emergenza pubblica. Per cos\u00ec dire: tutto ci\u00f2 che non \u00e8 privato diventa &#8220;ex lege&#8221; pubblico. E la Chiesa, tutte le chiese, ricadono in questa riduzioni di emergenza e vengono risucchiate in questo vortice dell&#8217;anonimato.<\/p>\n<p><strong>2. La forma: libert\u00e0 di culto come diritto<\/strong><\/p>\n<p>Notevole \u00e8 il fatto che, almeno in prima battuta, una parte della Chiesa abbia saputo rispondere a questa sfida restando rigorosamente sullo stesso piano. Se infatti contrappongo alla logica di emergenza, che elimina la mediazione comunitaria tra privato e pubblico, il &#8220;mio diritto di libert\u00e0 di culto&#8221;, accetto di restare sul piano formale. Sollevo una questione che riguarda &#8220;soggetti singoli&#8221;, i cui diritti sarebbero (eventualmente) violati. Di me, prete, che non posso esercitare il &#8220;diritto di dire messa&#8221;. Di me, non prete, che non posso esercitare il diritto di &#8220;andare a messa&#8221;. La risposta \u00e8 di &#8220;privati&#8221; di fronte alla &#8220;legge pubblica&#8221;. Non importa se a questo proposito anche uomini politici, la cui fede \u00e8 ben nota da secoli, si siano prestati a difendere i diritti conculcati dal tiranno. Resta il fatto che la risposta in termini di &#8220;libert\u00e0 di culto&#8221; &#8211; per quanto possa essere giustificata &#8211; implica una considerazione meramente formale del culto stesso. E rischia di ridurre la questione alla possibilit\u00e0 che al soggetto individuale &#8211; ministro o semplice fedele &#8211; possa essere riservata di esercitare un &#8220;diritto&#8221; che fa capo al soggetto stesso. Difendiamo la fede privatizzandola e pubblicizzandola, ma trascurando il profilo comunitario, di cui vive.<\/p>\n<p><strong>3. La sostanza: il culto cristiano \u00e8 azione comune<\/strong><\/p>\n<p>La questione vera riguarda non soltanto la forma, ma la sostanza del culto cristiano. Infatti, se accettiamo di ridurre la questione del culto ai diritti dei soggetti che lo pongono o che ne fruiscono, restiamo immediatamente imbrigliati in una cattiva teologia: una considerazione meramente &#8220;formale&#8221; &#8211; giuridica o amministrativa &#8211; del culto cristiano rischia di falsarlo irrimediabilmente. Proviamo ad esaminare meglio questo profilo, in una serie di punti:<\/p>\n<p>a) Se la messa \u00e8 riconosciuta come &#8220;azione della comunit\u00e0 sacerdotale&#8221; &#8211; composta da tutti i battezzati che si riuniscono, sotto la presidenza del presbitero\/parroco &#8211; essa ha costitutivamente carattere comunitario e per questo rientra nell&#8217;ambito delle normative comuni a tutti gli spazi pubblici. Solo se la pensiamo come &#8220;atto del prete&#8221; al quale &#8220;assistono&#8221; &#8211; opportunamente distanziati e isolati e protetti &#8211; un numero massimo di fedeli, possiamo cavarcela e porre atti che inevitabilmente contraddicono ci\u00f2 che si fa. Lo stato ha tutto il diritto di considerare la messa una &#8220;cerimonia pubblica&#8221;; ma la comunit\u00e0 cristiana dovrebbe anzitutto custodire la qualit\u00e0 comunitaria del proprio raduno.<\/p>\n<p>b) La messa \u00e8 luogo di contatto, di riconoscimento, di prossimit\u00e0: la mano inguantata, il volto coperto e la distanza &#8220;di sicurezza&#8221; sono forme corporee di controtestimonianza simbolica, poich\u00e9 dicono diffidenza, non confidenza. Possono essere sopportate, anche con fatica, solo per &#8220;riti di passaggio&#8221;, non per &#8220;riti di strutturazione comunitaria&#8221;. Non a caso i funerali, o eventualmente i matrimoni, possono sopportare le limitazioni formali, perch\u00e9 sono inseriti in percorsi vitali irreversibili e tendenzialmente non procrastinabili.\u00a0 Altro sono le esequie e altro \u00e8 la celebrazione eucaristica: la chiara differenza tra un rito necessario in vista di altro (come il funerale) e un rito gratuito, che \u00e8 fine a se stesso (come la messa), dovrebbe aiutare non solo a comprendere, ma anche a provvedere alle soluzioni pi\u00f9 equilibrate.<\/p>\n<p>c) La Chiesa cattolica sa che nel culto trova, allo stesso tempo, il culmine e la fonte di tutta la sua azione. In un lungo percorso di riflessione e di esperienza, che comincia nei primi anni del XX secolo, la tradizione ecclesiale ha iniziato a recuperare la &#8220;dimensione comunitaria&#8221; del culto. Questo \u00e8 il frutto anche dei traumi che due guerre mondiali hanno recato alle vite. Ma tutto questo \u00e8 avvenuto assai lentamente, contro due &#8220;nemici&#8221;, che restano sempre in agguato, e che sono la cattura privata e la cattura pubblica del culto. Se riduciamo il culto a devozione privata o a &#8220;funzione istituzionale&#8221; cadiamo in contraddizione con la nostra storia pi\u00f9 alta degli ultimi 100 anni. E qui dovremmo dire: 100 anni fa iniziavamo a vedere meglio ci\u00f2 che oggi possiamo custodire! Il culto sta prima sia della sua versione privata, sia della sua versione pubblica: vive della comunione comunitaria, della intimit\u00e0 del contatto, del riconoscimento dello sguardo, del contatto diretto &#8211; di parole e di pasto &#8211; della Chiesa con il suo Signore.<\/p>\n<p>d) I nostri linguaggi sono vecchi: e la loro arretratezza emerge proprio &#8220;in extremis&#8221;. Appena \u00e8 arrivata la &#8220;pandemia&#8221; la comunicazione ecclesiale \u00e8 come impazzita. Abbiamo comunicato &#8220;ufficialmente&#8221; che il papa avrebbe &#8220;celebrato in forma privata&#8221; (quale contraddizione in termini peggiore si potrebbe escogitare?). Abbiamo sottolineato la autosufficienza del prete nei confronti della messa; abbiamo fatto normative &#8220;sul culto&#8221; che riguardavano solo i ministri, non il popolo. Cos\u00ec scopriamo di avere, proprio nel cuore delle nostre istituzioni, ci\u00f2 che ci immunizza da una lettura vera e comunitaria del culto. Da un lato \u00e8 facile pensare, ancora oggi, che tutta la liturgia sia ancora semplicemente &#8220;ufficio ecclesiastico&#8221;. Dall&#8217;altro si pu\u00f2 leggere, alla fine del Codice di Diritto canonico, che tutta la struttura giuridica ha, come &#8220;lex suprema&#8221;, la &#8220;salus animarum&#8221;. Proprio qui, in questo &#8220;salto mortale&#8221; tra pubblico e privato, sta il cortocircuito che oggi viviamo in modo traumatico. Il soggetto della salvezza &#8211; come ha detto Guardini gi\u00e0 nel 1918 &#8211; non \u00e8 l&#8217;anima, ma l&#8217;uomo. Almeno nel culto non possiamo cavarcela &#8220;saltando&#8221; da pubblico a privato, dalla cerimonia all&#8217;anima. O elaboriamo una strategia &#8220;di comunit\u00e0&#8221; o non ne veniamo fuori.<\/p>\n<p>e) Perci\u00f2 una liturgia &#8220;a numero chiuso&#8221; resta una contraddizione in termini: pu\u00f2 essere sopportabile solo se un &#8220;rito di passaggio&#8221; ha fuori di s\u00e9 la propria ragione. Ma quando la Chiesa si raduna per celebrare la propria intimit\u00e0 con il Signore pu\u00f2 farlo solo a certe condizioni. Se le condizioni non si danno, la Chiesa deve parlare e fare esperienza negli unici luoghi in cui si d\u00e0 ancora una intimit\u00e0 e una gratuit\u00e0 della esperienza e della espressione: ossia nelle case. Che, con i loro limiti &#8220;privati&#8221;, soddisfano solo alcune delle condizioni di vita della Chiesa, ma almeno non la contraddicono.<\/p>\n<p>f) Qui aggiungo, infine, un&#8217;ultima questione delicata, che riguarda la vita &#8220;celibataria&#8221; dei ministri ordinati. La clausura civile mette in luce un aspetto di questa vita che \u00e8 oggi \u00e8 diventato molto rilevante. La vita celibataria \u00e8 una vita &#8220;senza casa&#8221;. Una vita che fa, profeticamente, della comunit\u00e0 cristiana la propria casa. Ma le condizioni di pandemia violentano in profondit\u00e0 questa vocazione: poich\u00e9 trasformano la comunit\u00e0 in spazio pubblico, sottraendo ai preti la loro casa. Questo giustifica, almeno in parte, alcune reazioni &#8220;affettive&#8221; proiettate sulla vita &#8220;confinata&#8221;. Ovviamente questo appare diverso per quei preti che, con una logica nuova, hanno accettato da tempo di &#8220;vivere insieme&#8221;. Per loro c&#8217;\u00e8 anche la casa\u00a0 della comunit\u00e0 presbiterale. Anche in queste case pu\u00f2 essere una possibilit\u00e0 che il digiuno eucaristico della Chiesa corrisponda ad una scelta dei ministri stessi. Che possono essere consolati dalla parola proclamata e dalla parola pregata. Luogo di presenza e luogo di <em>salus animarum et corporum<\/em>, su cui la comunit\u00e0 pu\u00f2 fiorire. Per ora potr\u00e0 farlo nelle &#8220;case&#8221;, per tornare presto alla &#8220;casa del Signore&#8221;, con nuovo e pi\u00f9 esplicito desiderio di parola e di pasto, perch\u00e8 il cuore arda e gli occhi riconoscano. E il corpo risorto del Signore si renda visibile nella comunit\u00e0 di coloro che fanno dell&#8217;amore la loro legge.<\/p>\n<p>(immagine: disegno di Renata Cuneo)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una mia prozia, anziana ma di non indiscutibile saggezza, soleva dire che la prima cosa che faceva la domenica, al ritorno dalla messa, era lavarsi le mani, avendo toccato col segno della pace le mani&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/15461"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=15461"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/15461\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":15466,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/15461\/revisions\/15466"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=15461"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=15461"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=15461"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}