{"id":15384,"date":"2020-04-23T11:24:32","date_gmt":"2020-04-23T09:24:32","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=15384"},"modified":"2020-04-23T11:24:32","modified_gmt":"2020-04-23T09:24:32","slug":"lo-strano-caso-del-signor-vigano-che-cosa-deve-dire-ancora-per-essere-formalmente-censurato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/lo-strano-caso-del-signor-vigano-che-cosa-deve-dire-ancora-per-essere-formalmente-censurato\/","title":{"rendered":"Lo strano caso del signor Vigan\u00f2. Che cosa deve dire ancora per essere formalmente censurato?"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/sanpietro02.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-15010\" alt=\"sanpietro02\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/sanpietro02.jpg\" width=\"256\" height=\"166\" \/><\/a><\/p>\n<p>Se un Vescovo dicesse un centesimo delle cose che Mons. Vigan\u00f2 squaderna in sovrabbondanza (<a href=\"https:\/\/www.aldomariavalli.it\/2020\/04\/22\/monsignor-vigano-il-terzo-segreto-di-fatima-e-stato-insabbiato\/\">qui<\/a>), aiutato dalle domande tendenziose del suo intervistatore portoghese, avrebbe immediatamente conseguenze di carattere disciplinare e dottrinale. Questo non perch\u00e9 nella chiesa non vi sia libert\u00e0 di parola, ma perch\u00e9 nella Chiesa non vi \u00e8 libert\u00e0 di insulto, non vi \u00e8 libert\u00e0 di calunnia, non vi \u00e8 libert\u00e0 di diffamazione, non vi \u00e8 libert\u00e0 di truffa. Nella Chiesa un Arcivescovo non pu\u00f2 insultare personalmente un altro cristiano, magari ironizzando sul suo nome, senza subire le conseguenze di una intemperanza che \u00e8 scandalosamente in contraddizione con ci\u00f2 che dovrebbe essere e rappresentare. Le parole irripetibili con cui un Arcivescovo parla della Chiesa, del papa, dei teologi, della pastorale, della preghiera, del Concilio Vaticano II, della inculturazione, della storia e della cultura contemporanea costituiscono ormai una questione che tocca la struttura del dibattito interno alla Chiesa.<\/p>\n<p>Non \u00e8 inopportuno che anche un pastore possa permettersi una certa libert\u00e0 nei giudizi. Guai a non pretendere da tutti una sana parrhesia. Quello che i teologi fanno per mestiere, i pastori possono farlo per opportunit\u00e0 o per urgenza. Ma ci sono limiti oltre ai quali, sia un teologo, sia un pastore, si colloca obiettivamente al di fuori della comunione ecclesiale. E se non si reagisce, se non si dice nulla, se si lascia correre, se si alzano le spalle, se la si butta sul personale o sul particolare, non si rende un servizio alla affidabilit\u00e0 del discorso comune e condiviso, nella Chiesa.<\/p>\n<p>Come non \u00e8 possibile tollerare ulteriormente che l&#8217;unica Chiesa possa avere &#8220;due forme rituali&#8221; dello stesso rito, cos\u00ec non \u00e8 possibile tollerare che un Arcivescovo possa negare ogni preziosa elaborazione conciliare &#8211; sulla liturgia, sulla Chiesa, sulla Parola di Dio e sull&#8217;esercizio della autorit\u00e0, sulla ministerialit\u00e0, sul sacerdozio comune, sul ruolo della donna &#8211; senza essere richiamato formalmente all&#8217;alveo comune di coscienza e di espressione ecclesiale.<\/p>\n<p>Vorrei anche aggiungere: questi sono i frutti delle forzature che, dopo <em>Summorum Pontificum<\/em>, si sono tentate &#8211; vanamente &#8211; nel dialogo ad oltranza con i lefebvriani. Cercare di &#8220;addolcire&#8221;, di &#8220;annacquare&#8221;, di &#8220;selezionare&#8221; nei documenti del Concilio ci\u00f2 che vincola tutti e ci\u00f2 che vincola solo gli &#8220;appassionati&#8221;, per arrivare a un &#8220;protocollo di intesa&#8221; \u00e8 una operazione che massacra la tradizione comune. E in quelle trattative non era facile capire da che parte della tavola stessero seduti gli uomini pi\u00f9 pericolosi per il cammino comune voluto dal Concilio Vaticano II. E comunque, quella urgenza di &#8220;pace&#8221; con svendita dei gioielli di casa ha avuto come risultato, nei nostri giorni, ufficiali di curia che lavorano per anni su cammini paralleli e contraddittori rispetto alla Riforma Liturgica e Arcivescovi in apparente comunione con Roma, che dicono cose talmente gravi rispetto alle quali Marcel Lefebvre sembra un severo, ma rispettoso padre conciliare. Il chiarimento formale delle acquisizioni comuni che dobbiamo al Concilio Vaticano II esige che si esca dal doppio stato di eccezione, per cui come si pu\u00f2 celebrare con riti che contestano la Riforma, si pu\u00f2 anche essere Arcivescovi pretendendo di imporre alla Chiesa del 2020 un linguaggio degno della Chiesa del 1907, come se la delazione antimodernista fosse l&#8217;orizzonte del futuro. Il tempo non scorre al contrario. N\u00e9 liturgicamente, n\u00e9 pastoralmente, n\u00e9 dottrinalmente. Solo al cinema, questo pu\u00f2 accadere. Lo &#8220;strano caso del Signor Benjamin Button&#8221; non si ripete sulla scena ecclesiale. Su questo caso paradossale il silenzio delle istituzioni preposte alla garanzia del discorso comune sembra quanto meno inopportuno. Non vorrei che l&#8217;assuefazione alle &#8220;doppie forme&#8221; e ai &#8220;dialoghi al ribasso&#8221; avesse fatto rubricare anche i discorsi gravissimi di Mons. Vigan\u00f2 come &#8220;legittime espressioni della Chiesa di sempre&#8221;. Se cos\u00ec fosse dovremmo chiederci: <em>Quis custodiet ipsos custodes<\/em>?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se un Vescovo dicesse un centesimo delle cose che Mons. Vigan\u00f2 squaderna in sovrabbondanza (qui), aiutato dalle domande tendenziose del suo intervistatore portoghese, avrebbe immediatamente conseguenze di carattere disciplinare e dottrinale. 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