{"id":15255,"date":"2020-04-18T17:05:37","date_gmt":"2020-04-18T15:05:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=15255"},"modified":"2020-04-18T17:25:38","modified_gmt":"2020-04-18T15:25:38","slug":"riforma-della-chiesa-e-riforma-liturgica-una-questione-teologica-inevasa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/riforma-della-chiesa-e-riforma-liturgica-una-questione-teologica-inevasa\/","title":{"rendered":"Riforma della Chiesa e riforma liturgica: una questione teologica inevasa"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/pandemia.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-15185\" alt=\"pandemia\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/pandemia.jpg\" width=\"279\" height=\"181\" \/><\/a><\/p>\n<p>Dobbiamo ammetterlo: viviamo un tempo singolarmente difficile. Per questo alcuni, anche per buoni motivi, ritengono che non si debbano sollevare questioni di fondo e sia preferibile tacere, curare le ferite, consolare gli afflitti, coltivare la speranza nel silenzio e nella preghiera. Io rispetto questo avviso, e lo considero una scelta seria e di grande dignit\u00e0, ma non sono del tutto convinto che questa scelta risulti opportuna e utile su tutti i fronti. La vicenda tragica, che nelle ultime settimane ha colpito l&#8217;immaginario collettivo e che ha ottenuto la reazione di una parte dei teologi e del popolo di Dio, \u00e8 legata alla &#8220;pandemia&#8221;, alla &#8220;quarantena&#8221; che determina e alla sua &#8220;gestione liturgica&#8221;. Il divieto di assembramento e di raduno, iniziato in Italia ai primi di marzo, ha messo al centro della attenzione la liturgia. <em>Una liturgia divenuta improvvisamente &#8220;impossibile&#8221; ha suscitato un grande dibattito sulla sua &#8220;possibilit\u00e0&#8221;, sulla sua &#8220;necessit\u00e0&#8221; e anche sulla sua &#8220;essenza&#8221;<\/em>. Ma questa domanda nuova, legata alla contingenza epidemica, ha mostrato, in modo insolitamente forte, la connessione tra liturgia e Chiesa, come forse non avevamo mai compreso cos\u00ec bene. Tuttavia, la Chiesa, messa sotto pressione, ha anche evidenziato singolari debolezze, oltre a grandi aperture e a risorse forse prima impensabili. Non da ultimo la situazione ha fatto emergere anche resistenze in campo teologico, legate ad un modo formalistico e algido di interpretare il ruolo della teologia, che non riesce a rispondere alle esigenze di questo tempo. Vorrei provare ad analizzare questi sviluppi recenti in 3 passaggi: esamino la domanda di liturgia (1), scopro le correlazioni con la identit\u00e0 ecclesiale, illustrandone debolezze e le risorse (2), e chiarisco il ruolo che una teologia attrezzata e dinamica potrebbe avere in tutta questa vicenda.<\/p>\n<p><strong>1. La liturgia impossibile e la natura della liturgia<\/strong><\/p>\n<p>Se le Chiese vengono chiuse, non si pu\u00f2 celebrare. Come fare? Tanto pi\u00f9 che il periodo \u00e8 impegnativo: arriva Pasqua e la tradizione non solo celebra la festa, ma a Pasqua ha anche concentrato anche i precetti di confessione e di comunione da almeno 800 anni! La risposta a questo enigma ha percorso alcune strade parallele, che possiamo riassumere in forma breve, quasi a mo&#8217; di slogan:<\/p>\n<p>&#8211; <strong>risposta tecnologica<\/strong>:\u00a0<em>ci\u00f2 che non fa lo spazio fisico, pu\u00f2 fare la &#8220;rete&#8221;:\u00a0<\/em>quindi tutto (o meglio, quasi tutto) si sposta in &#8220;streeming&#8221;. La connessione, o la trasmissione, cominciano ad essere utilizzate come canali della liturgia o sostitutivi di essa.<\/p>\n<p>&#8211; <strong>risposta canonistico-istituzionale<\/strong>:\u00a0<em>il diritto e la teologia possono giustificare quasi tutto<\/em>: \u00e8 sufficiente intervenire normativamente, o recuperare eccezioni dalla lunga tradizione, e tutto torna a posto. Ad es. se la norma dice che una messa non pu\u00f2 essere celebrata senza popolo, \u00e8 sufficiente dire con una norma che invece \u00e8 possibile. E il gioco \u00e8 fatto.<\/p>\n<p>&#8211; <strong>risposta gerarchico-spirituale<\/strong>:\u00a0<em>quello che conta lo pu\u00f2 fare il prete\/vescovo (quasi) da solo.<\/em>\u00a0D&#8217;altra parte l&#8217;idea che la messa sia &#8220;cosa del prete&#8221; si rafforza in regime di clausura, e questa condizione aiuta a recuperare il tema della &#8220;sostituzione&#8221;: non\u00a0<em>supplet ecclesia<\/em>, bens\u00ec\u00a0<em>supplet ecclesiam sacerdos.\u00a0<\/em><\/p>\n<p>&#8211; <strong>risposta dalla base della piramide rovesciata<\/strong>:\u00a0\u00a0<em>famiglie e singoli possono celebrare la Pasqua. S<\/em>i riscopre che i battezzati possono celebrare, l\u00ec dove sono. Di qui nasce un grande creativit\u00e0 e iniziativa, poco o nulla organizzata. Perch\u00e9, in regime di contenimento, alcuni preti per lo pi\u00f9 si contengono e pensano alla &#8220;loro&#8221; Pasqua. Al massimo possono &#8220;trasmettere&#8221; la loro agli altri assenti.<\/p>\n<p>Si sono messi in moto questi 4 registri, contemporaneamente, utilizzando linguaggi, immaginari, riferimenti, attenzioni e orizzonti diversissimi. Qui, a mio avviso, alcune cose sono apparse chiare. E riguardano come viene pensata\/vissuta\/annunciata la Chiesa nel momento in cui, per necessit\u00e0, si \u00e8 costretti a &#8220;metter mano&#8221; alla liturgia. Siccome la liturgia, in questo frangente, non poteva &#8220;andare da s\u00e8&#8221;, ha costretto tutti a posizionarsi, a esporsi, a dire, a mostrare. E questo ha rivelato molte cose. Provo a dirne solo alcune.<\/p>\n<p><strong>2. La Chiesa che celebra e la sua identit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>Che cosa celebrare? Quale identit\u00e0 manifestare? Qui, su ognuno dei 4 versanti che ho considerato, emergono identit\u00e0 nascoste, si confermano virt\u00f9 e vizi, pi\u00f9 o meno amplificati. Ovviamente, le cose si sono presentate mescolate e con straordinaria complessit\u00e0. Modelli e stili di Chiesa si sono esposti: \u00e8 stata quasi una &#8220;ostensione&#8221;, indiretta e perci\u00f2 tanto pi\u00f9 interessante, del sacramento della Chiesa. Vediamone alcune:<\/p>\n<p><em>a. Le &#8220;dirette&#8221; spensierate.\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Pensare che la liturgia possa essere &#8220;rappresentata&#8221; semplicemente cos\u00ec, mettendo una telecamera che riprende &#8220;dalla parte del popolo&#8221; la scena, tradisce una certa ingenuit\u00e0. L&#8217;effetto di spettacolarizzazione \u00e8 inevitabile e rischiosissimo. Il modello di chiesa, implicito, \u00e8 quello dei &#8220;muti spettatori&#8221;. Questo non significa che, mettendosi di impegno, non si possa cambiare registro. La tecnologia non \u00e8 solo &#8220;ripresa televisiva&#8221;. E&#8217; l&#8217;uso del mezzo a mostrare una Chiesa troppo piatta e unidirezionale. Ma non sono mancati usi pi\u00f9 virtuosi.<\/p>\n<p><em>b. La rinuncia alla liturgia e la difficile tematizzazione del &#8220;popolo necessario&#8221;\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Qualcuno, non molti, ha preferito rinunciare. Se la assemblea non si raduna, io parroco non posso celebrare. Non mi sogno di celebrare davanti ad una telecamera e nemmeno da solo. Prego, ascolto, consolo, ma non celebro. Debbo per\u00f2 cambiare codici, spostarmi su altri piani. E questa \u00e8 gi\u00e0 fatica. Ma fatico anche di pi\u00f9 ad argomentare, perch\u00e9 l&#8217;idea che la assemblea sia necessaria non ha forza. Anzi, anche alcuni Vescovi sembrano esserne sostanzialmente estranei.<\/p>\n<p><em>c. La rassicurazione minimalista e &#8220;classica&#8221;<\/em><\/p>\n<p>Una via molto praticata e trasversale \u00e8 quella offerta da schemi classici di riflessione, che si presentano come &#8220;argomenti risolutivi&#8221;:\u00a0la liturgia vera \u00e8 quella della vita;\u00a0Dio \u00e8 libero di dare la grazia senza sacramenti;\u00a0la parola \u00e8 pi\u00f9 importante del sacramento;\u00a0\u00a0il sacramento decisivo \u00e8 quello del prossimo. Insieme a questi, sul fronte opposto, un&#8217;altra serie di &#8220;evidenze&#8221; per tempi eccezionali:\u00a0il <em>votum sacramenti<\/em> ottiene l&#8217;effetto del sacramento;\u00a0la comunione spirituale soppianta quella sacramentale; la\u00a0sospensione del precetto domenicale libera dai sensi di colpa. Riducendo alla essenza il sacramento e sfrondandolo di ogni uso, ecco risolto ogni imbarazzo. <em>Sublato corpore<\/em>, la epidemia non spaventa pi\u00f9. E poi, se nel frattempo gli uffici romani riescono, nel pieno della pandemia, a fare la riforma del rito del 1962 e riattivare la macchina della rianimazione anche per le indulgenze, trionfa il &#8220;cattolicesimo garantito&#8221;. Il fine \u00e8 di rassicurare, ma forse si aggiunge solo sgomento a spavento.<\/p>\n<p><em>d. Il chierico senza ruolo e le comunit\u00e0 presbiterali<\/em><\/p>\n<p>Infine, molti preti lo confessano apertamente: non ho mai pregato tanto come in questa Quaresima-Pasqua. Oppure: la veglia con i confratelli in parrocchia &#8211; noi da soli &#8211; \u00e8 stata bellissima. La identit\u00e0 presbiterale ed episcopale pensa la Chiesa con schemi molto partecipati, ma soprattutto partecipati interiormente. Inconsapevolmente, tende ad identificarsi con la Chiesa a tal punto da pensare, in assoluta buona fede: &#8220;L&#8217;\u00e9glise c&#8217;est moi&#8221;.<\/p>\n<p><strong>3. I teologi, la liturgia e la riforma della Chiesa<\/strong><\/p>\n<p>In questo tempo e di fronte a queste sfide, la teologia non pu\u00f2 n\u00e9 stare a guardare, n\u00e9 preoccuparsi soltanto di non turbare. Deve offrire criteri di intelligenza della realt\u00e0 e mostrare che cosa ci sta accadendo. I teologi, nella Chiesa, ci sono solo per questo: il loro ministero, che \u00e8 &#8220;magistero della cattedra magistrale&#8221;, \u00e8 di esercitare una parola pi\u00f9 libera, perch\u00e9 non immediatamente operativa, al servizio della parola pi\u00f9 autorevole, perch\u00e9 immediatamente operativa, del &#8220;magistero della cattedra pastorale&#8221;. Detto in forma di battuta: &#8220;i teologi sono pagati per non fare i pesci in barile&#8221;. Il loro mestiere \u00e8 di non nascondersi, di non sgusciare via, di dire la verit\u00e0, anche quando \u00e8 scomoda. Ora il tema liturgico appartiene al DNA della riforma della Chiesa. E lo \u00e8 in una forma molto particolare. Perch\u00e9 il Concilio Vaticano II, quando ha cominciato a incidere, ha cominciato di l\u00ec. Dalla riforma liturgica. E chi ha paura della riforma della Chiesa, se deve difendersene, sa che il primo punto da bloccare \u00e8 proprio la liturgia. Pertanto \u00e8 importante notare come, per il teologo che abbia a cuore la riforma della Chiesa, comprendere il fenomeno liturgia \u00e8 assolutamente decisivo. Il linguaggio elementare del rito chiede ai teologi un supplemento d&#8217;anima, uno scatto di reni, un colpo d&#8217;ala. Lo chiede proprio ora:<\/p>\n<p>a) Infatti, proprio in ambito liturgico, da 13 anni, abbiamo una &#8220;questione sistematica&#8221; che molti teologi non affrontano con tutta la chiarezza e la urgenza necessaria. Preferiscono non parlarne, o accennarvi da lontano, magari anche lamentarsi, ma non esercitano su di essa il loro mestiere, che consiste nell&#8217; &#8220;offrire chiarimenti e salvare i fenomeni&#8221; (Juengel).<\/p>\n<p>b) Il chiarimento necessario \u00e8 questo: se in una Chiesa, che ha celebrato un Concilio, e che come primo atto di questo Concilio, ha realizzato una &#8220;riforma complessiva&#8221; della azione rituale, all&#8217;improvviso si pretende di riconoscere come parimenti vigenti i riti che quel Concilio ha voluto riformare e superare, in questo modo si compromette in radice la riforma della liturgia <em>et quidem<\/em> la riforma della Chiesa. Il fenomeno da salvare \u00e8 il cammino coerente della Chiesa nel mondo contemporaneo. Di fronte ad una tale questione una teologia che ragioni solo &#8220;ex auctoritate&#8221;, che dica &#8220;c&#8217;\u00e8 una legge che lo prescrive&#8221;, non \u00e8 una teologia degna di questo nome.<\/p>\n<p>c) Ci\u00f2 \u00e8 divenuto particolarmente chiaro in queste settimane di &#8220;contenimento&#8221;. La confusione dei registri, per certi versi inevitabile, mostra che la tentazione di una liturgia &#8220;autoimmune&#8221; \u00e8 ancora fortissima. E lo \u00e8 su entrambi i versanti. Perch\u00e9 tende a &#8220;chiudere&#8221; le parti nelle proprie autoevidenze: con i preti che si dicono messa da soli e i non preti che da soli fanno spesso solo ci\u00f2 che avrebbero fatto 60 anni fa. Se, in questa condizione, i vescovi non riescono a dire una parola veramente chiara sulla liturgia come atto ecclesiale, la teologia deve dirlo con preoccupazione e svolgere la funzione profetica di mettere in guardia tutti, vescovi compresi, da un errore colossale.<\/p>\n<p>d) In tutto questo ognuno porta solo le proprie responsabilit\u00e0. Se un pastore non sa parlare adeguatamente dell&#8217;eucaristia proprio quando non pu\u00f2 celebrarla con il suo popolo, questo \u00e8 un problema. Come lo \u00e8 un popolo che se non ha la chiesa accessibile, si attacca al telecomando. Ma ci sono anche le responsabilit\u00e0 dei teologi: di quelli che parlano, per come parlano; e di quelli che non parlano, che preferiscono non avere problemi, che girano la testa dall&#8217;altra parte e lasciano cadere le questioni.<\/p>\n<p>e) Soprattutto in campo liturgico, certamente dal 2007, ma direi gi\u00e0 dalla fine degli anni 90, dire la verit\u00e0 sembra diventato un problema. Anche nel recente dibattito su\u00a0<em>Summorum Pontificum<\/em> si nota una sorprendente tendenza, interessante sul piano strettamente ecclesiale. A notare e ad esprimere come problema la ipotesi di una &#8220;doppia forma del rito romano&#8221; &#8211; che \u00e8 scandalo liturgico, ecclesiologico e dogmatico &#8211; sono stati finora soltanto &#8220;non chierici&#8221;. I chierici, per il momento, o sono intervenuti per negare che questo sia un problema, o non sono intervenuti affatto. Si potrebbe dire che i chierici o non si accorgono del problema, o se ne accorgono, ma ritengono di non poterlo dire, per obbedienza, per opportunit\u00e0, per discrezione o per forse timore. Ma questo \u00e8 uno strano modo di fare i teologi.<\/p>\n<p>f) Ci\u00f2 ha sicuramente a che fare con la forma di vita. La forma di vita clericale, di per s\u00e9, dovrebbe essere fatta per garantire maggiore libert\u00e0. Il prete non pu\u00f2 scusarsi dicendo: &#8220;non posso parlare, tengo famiglia&#8221;. Almeno finch\u00e9 il celibato sar\u00e0 la norma ecclesiale, questa giustificazione non regge. Ci\u00f2 non toglie che questa loro maggiore libert\u00e0 in astratto, risulti bloccata,congelata, paralizzata, soprattutto sul piano liturgico. Ma una cosa molto simile vale anche sul piano del dibattito sui ministeri o sul ruolo della donna nella Chiesa: per lo pi\u00f9 si sceglie di tacere, di non pronunciarsi, di sorvolare.<\/p>\n<p>Ma se i chierici non vedono nella &#8220;doppia forma rituale&#8221; un problema per la vita della Chiesa, devono sapere che non si potr\u00e0 fare granch\u00e9 n\u00e9 sul piano liturgico, n\u00e9 sul piano ecclesiale. Se resta sempre valido anche ci\u00f2 che abbiamo rinnovato solennemente da 50 anni, anche tutto il resto sar\u00e0 trattato cos\u00ec. E per quanto ancora dovremo insistere per segnalare che domani \u00e8 la Domenica in Albis, l&#8217;Ottava di Pasqua, e che tutti i temi devozionali, spirituali, penitenziali non possono che collocarsi dietro a questo, e non davanti, come un&#8217;altra forma rituale? Che \u00e8 solo la pretesa di una &#8220;doppia forma rituale&#8221; a permettere di celebrare persino il Venerd\u00ec e il Sabato santo come il primo giorno e il secondo giorno di una novena di devozione?<\/p>\n<p>Il rapporto tra riforma della liturgia e riforma della Chiesa non \u00e8 mai stato tanto chiaro come in questi giorni. Chi lo capisce, e svolge nella Chiesa il mestiere di teologo, non deve tacere, deve dirlo, nel modo pi\u00f9 chiaro e pi\u00f9 limpido possibile. Questa non sar\u00e0 e non potr\u00e0 mai essere la soluzione di ogni problema. Ma \u00e8 la difesa ecclesiale e formale, piena e convinta, di un progetto comune e di un orientamento chiaro, dal quale non si pu\u00f2 e non si deve deflettere. Per la Chiesa del futuro non sarebbe una piccola cosa.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 se una Chiesa \u00e8 unita, \u00e8 unita anzitutto nella liturgia, che \u00e8 l&#8217;espressione pi\u00f9 elementare della fede. Ma se nella liturgia la divisione \u00e8 concepita come normale, o addirittura come normativa, un cammino davvero comune risulter\u00e0 escluso addirittura per principio. E tutto rester\u00e0 irrimediabilmente fermo. E in quel caso il teologo non potr\u00e0 dire: &#8220;non me ne ero accorto&#8221;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dobbiamo ammetterlo: viviamo un tempo singolarmente difficile. 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