{"id":15207,"date":"2020-04-15T07:15:08","date_gmt":"2020-04-15T05:15:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=15207"},"modified":"2020-04-15T09:21:32","modified_gmt":"2020-04-15T07:21:32","slug":"fa-la-cosa-giusta-genealogia-rituale-e-teoria-delle-forme-parallele-del-medesimo-rito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/fa-la-cosa-giusta-genealogia-rituale-e-teoria-delle-forme-parallele-del-medesimo-rito\/","title":{"rendered":"\u201cFa&#8217; la cosa giusta\u201d.  Genealogia rituale e teoria delle forme parallele del medesimo rito"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ED.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" alt=\"ED\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ED.jpg\" width=\"275\" height=\"183\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il dibattito ecclesiale, che si interroga sulle involuzioni della tradizione liturgica, pu\u00f2 elaborare strategie di azione e modi della riflessione tra loro assai differenziati. In questo dibattito il ruolo del teologo sistematico consiste nel porre questioni di ermeneutica della tradizione e nel controllare l\u2019opportunit\u00e0 nell\u2019uso delle categorie implicate in tali interpretazioni. Come \u00e8 evidente, al centro della questione sta una coppia di categorie sistematiche, inventate dal MP <i>Summorum Pontificum<\/i>, mediante le quali \u00e8 possibile ridurre una questione di senso della tradizione liturgica ad una burocrazia che amministra diritti soggettivi. Le due categorie sistematiche pi\u00f9 problematiche che si trovano nel documento \u2013 una di carattere giuridico e l\u2019altra di carattere sistematico &#8211; sono le seguenti:<\/p>\n<p>a) La riduzione della \u201cautorit\u00e0 della azione rituale\u201d all\u2019esercizio di un \u201cdiritto del chierico\u201d, che pu\u00f2 scegliere liberamente una o l\u2019altra forma del rito romano, quando celebra senza popolo (SP, art. 2). Questo scadimento della \u201cforma rituale\u201d a diritto soggettivo del ministro ordinato compromette sul piano sistematico il significato complessivo della azione rituale in rapporto alla fede e alla economia della esperienza ecclesiale. Fa del rapporto con la forma rituale il frutto di un \u201cattaccamento soggettivo\u201d, che scavalca ogni autorit\u00e0 ecclesiale: se la vede direttamente con Dio (e con la commissione Ecclesia Dei) senza nessun altro riferimento territoriale.<\/p>\n<p>b) La teorizzazione di \u201cdue diverse forme\u201d (ordinaria e straordinaria) come espressioni differenziate dello stesso rito romano (SP art. 1) costituisce allo stesso tempo la elaborazione di una \u201cardita profezia visionaria\u201d, con intento di pacificazione, ma anche la invenzione di una \u201cpericolosa ipostasi astratta\u201d, che spalma sul presente una dinamica storica conflittuale, pretendendo di rendere sincronica e irenica la diacronia di una critica e di un superamento. Cos\u00ec la sua \u201cutopia\u201d si converte rapidamente in una \u201cdistopia\u201d.<\/p>\n<p>Non si pu\u00f2 negare che, nel testo di <i>Summorum Pontificum<\/i> si sia cercato di offrire un precaria copertura a questa \u201cnuova e azzardata disciplina giuridica\u201d (a) mediante la sua \u201cgiustificazione sistematica\u201d (b). Ma su entrambi i versanti, della struttura disciplinare e della sintesi dogmatica, le cose entrano in grave contraddizione e non riescono a conseguire l\u2019effetto desiderato. Il dispositivo giuridico e quella sistematico entrano in risonanza, creano un rimbombo e arrivano ad interferire tra loro, avendo, come effetto, una duplice lacerazione: della disciplina della liturgia e della teoria che la dovrebbe giustificare. Non si riesce pi\u00f9 a \u201cfare la cosa giusta\u201d perch\u00e9 non si pensa pi\u00f9 rigorosamente la tradizione. E il pensiero azzardato di un parallelismo astratto tra forme diverse tenta di trasformare in fatti inoppugnabili quelle strategie che di fatto costituiscono pratiche di opposizione ideologica alla liturgia scaturita dal Concilio Vaticano II. E a fronte di tali strategie a nulla valgono dichiarazioni formali contrarie.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 curioso che alcuni soggetti ecclesiali autorevoli, anzitutto i canonisti, ma spesso anche teologi sistematici di non poca esperienza, non riescano a pensare fino in fondo le parole che stanno utilizzando quando parlano di questo tema. Questo sarebbe un compito centrale del teologo sistematico: pensare bene quello che sta dicendo. Proviamo a farlo qui, a modo di esempio e in forma creativa.<\/p>\n<p><b>1. Due \u201cforme rituali\u201d e la loro genealogia<\/b><\/p>\n<p>La teoria secondo cui il \u201crito romano\u201d &#8211; come <i>lex orandi<\/i> della Chiesa cattolica ed espressione della sua <i>lex credendi<\/i> \u2013 si presenterebbe in due forme (ordinaria e straordinaria) che esprimerebbero la medesima fede, \u00e8 un dispositivo teorico che permette (e promette) di configurare lo spazio potenziale di una grande riconciliazione, ma lo fa al prezzo troppo alto di una totale astrazione, senza radice nel reale. Essa, infatti, astrae dalla storia complessa e controversa, che ha generato, dopo una \u201cforma straordinaria\u201d del rito romano, una \u201cforma ordinaria\u201d. Questo successione non \u00e8 avvenuta per un \u201cgioco di societ\u00e0\u201d o \u201ccome in una scoperta geografica\u201d, ma per una urgenza pastorale inaggirabile. La astrazione, che si paga a caro prezzo, \u00e8 l\u2019 oblio pesante e sordo che in tal modo viene fatto calare sulle ragioni che hanno portato da una forma all\u2019altra. Perch\u00e9 non si tratta di due forme che, autonomamente siano sviluppate, una a Milano e l\u2019altra a Roma, una in Italia e l\u2019altra in Ispagna, una per tutti e l\u2019altra solo per i domenicani, per i francescani o per i gesuiti. No, \u00e8 lo stesso medesimo rito romano che da una forma precedente \u00e8 stato autorevolemente riformato, per la volont\u00e0 di pi\u00f9 di 2000 vescovi, nella forma successiva. Anche la terminologia della aggettivazione \u2013 ordinario\/straordinario \u2013 contribuisce ad alimentare questo rischioso oblio sulla storia. Si dimentica che la \u201cdiversit\u00e0\u201d del rito straordinario \u00e8 la ragione che ha fatto sorgere quel processo che ha prodotto, dopo anni di accurata elaborazione, il rito ordinario. Sistematicamente, dunque, la distinzione tra le due \u201cforme\u201d \u00e8 il tentativo di <i>traduzione sincronica di una storia <\/i><i>di mutamento <\/i><i>urgente e qualificante<\/i>, nel quale un Concilio ecumenico ha giocato il futuro della Chiesa. Di questa storia non si pu\u00f2 tacere la realt\u00e0, ma anche i passaggi traumatici e necessari. Una tradizione che ha saputo evolvere, cambiare, adattarsi, precisarsi. Come, per l\u2019ultima volta \u00e8 accaduto tra il 1960 e il 1970.<\/p>\n<p><b>2. Il divenire di una illusione: la storia non si pu\u00f2 cancellare<\/b><\/p>\n<p>Il rito del 1962 \u00e8 l\u2019ultima versione del rito tridentino, ed \u00e8 il frutto di una piccola e provvisoria riforma compiuta da Giovanni XXIII a partire dal 1960. Giovanni XXIII si era limitato a pochi fondamentali interventi, proprio perch\u00e9 sapeva che di l\u00ec a poco si sarebbe tenuto un grande Concilio, che tale Concilio avrebbe stabilito gli \u201caltiora principia\u201d, in base ai quali si sarebbe proceduti ad una grande riforma del rito romano. Che fu effettivamente compiuta negli 8 anni successivi, mediante l\u2019iter di elaborazione dei nuovi riti. Se si analizza serenamente questa storia, si capisce immediatamente che <i>la logica di questo processo non pu\u00f2 approdare in nessun caso a \u201cdue forme dello stesso rito\u201d, bens\u00ec \u201callo stesso rito in una (sola) forma nuova\u201d<\/i>. Perci\u00f2 a me pare che, proprio sul piano sistematico, risulti del tutto fuorviante parlare di \u201cdue forme dello stesso rito\u201d. Bisogna parlare, piuttosto, <i>dello stesso rito che passa da una forma inadeguata (giudicata tale esplicitamente dal Concilio Vaticano II) ad una forma adeguata<\/i>. Chi mai potrebbe credere che la Chiesa abbia celebrato un Concilio ecumenico, abbia istruito commissioni, abbia elaborato documenti, stilato e approvato nuovi <i>ordines<\/i>, solo per poi teorizzare che alla nuova forma adeguata il singolo prete e anche comunit\u00e0, a certe condizioni, avrebbero potuto sempre sostituire la forma inadeguata? Le parole giuste, per descrivere le due forme sul piano storico, sono: \u00e8 lo stesso rito romano, prima nella forma inadeguata e che poi viene riformata nella forma adeguata. Qualsiasi teorizzazione di un possibile parallelismo tra forma inadeguata e forma adeguata deve far dimenticare questa genealogia e tenta di mettere sullo stesso piano ci\u00f2 che non pu\u00f2 stare sullo stesso piano. Come se leggessimo la biografia di una persona come un \u201caccumulo\u201d di forme, e non come un \u201cpassaggio\u201d tra forme. Come se la musica del giovane Beethoven e quella dell\u2019ultimo Beethoven non fossero uno sviluppo irreversibile, misterioso e potente, ma una semplice opzione tra diverse espressioni della medesima identit\u00e0. L\u2019espressione \u201cforme diverse dello stesso rito\u201d acquisisce il suo giusto significato solo sul piano storico, ma diventa un sofisma vuoto se si pretende di assumerla sul piano sincronico. Al centro di<i> <\/i><i>Summorum Pontificum<\/i><i> <\/i>vi \u00e8, dal punto di vista sistematico, un sofisma astratto, senza fondamento storico e senza praticabilit\u00e0 effettiva. Esso poteva essere giustificato, come lo \u00e8 stato, come tentativo di favorire una profezia di comunione contro le logiche di uno scisma. Ma si \u00e8 rivelato, invece, fallimentare, a causa di questa sua debolezza sistematica originaria, dalla quale non ha mai potuto emanciparsi.<\/p>\n<p><b>3. Forme diverse dello stesso rito, ma in divenire<\/b><\/p>\n<p>Anche nella vita non possiamo evitare di pensare la identit\u00e0 nel suo divenire, secondo forme diverse. La stessa persona ha una forma a 5 anni, un\u2019altra a 40 e un\u2019altra ancora a 80. Ma la sua identit\u00e0 non viene dall\u2019accumulo di queste forme. Per essere giovane lascio l\u2019infanzia e per essere adulto lascio la giovenizza e per essere anziano lascio la maturit\u00e0. Non le lascio mai del tutto, certo, ma le porto con me nella fase nuova in cui mi trovo a vivere. Comunque, non posso essere, contemporaneamente, infante e anziano, maturo e giovane. E la mia continuit\u00e0 non dipende dalla contemporanea scelta di diverse forme, ma dall\u2019assumere pienamente la storia delle mie diverse forme. La vita della Chiesa \u00e8 come la vita delle persone: sperimenta il mutare delle forme senza perdere la identit\u00e0 in questo divenire. Ma non \u00e8 obbligata a \u201cpoter essere ancora se stessa\u201d solo a patto di assumere, di volta in volta, di giorno in giorno, una delle diverse forme del suo sviluppo.<\/p>\n<p>Quando usc\u00ec prima il MP <i>Summorum Pontificum<\/i> e poi, nel 2011, la Istruzione <i>Universae Ecclesiae<\/i>, restai colpito per il fatto che alcuni teologi, tutt\u2019altro che sprovveduti, non cogliessero affatto la questione sistematica che stava al centro di questi testi, con tutta la loro problematicit\u00e0, e addirittura parlassero, per questi documenti, di una \u201clezione di stile cattolico\u201d. A mio avviso questo giudizio non \u00e8 per nulla convincente. Lo stile cattolico custodisce l\u2019unit\u00e0 dell\u2019azione rituale. Ma come si pu\u00f2 custodire l\u2019unit\u00e0 se si separa il \u201crito\u201d dalla sua \u201cforma\u201d? Se cio\u00e8 si separa il \u201crito romano\u201d dalla sua \u201cstoria delle forme\u201d? La storia del rito romano degli ultimi 60 anni \u00e8 il passaggio da una forma inadeguata ad una forma adeguata. E la identit\u00e0 del rito romano \u2013 che rimane sempre lo stesso rito \u2013 si comprende in questo \u201cpassaggio\u201d e nella sua irreversibilit\u00e0 storica. Se, istituzionalmente, si pone una disciplina che permette ad ogni parrocchia e anche ad ogni singolo di poter passare, anche quotidianamente, da una forma all\u2019altra del medesimo rito &#8211; indifferentemente, quasi a capriccio &#8211; questa ambiguit\u00e0 e oscillazione si rivela, pi\u00f9 che una affermazione di identit\u00e0, come una perdita di stile e una mancanza di gusto cattolico. La teologia sistematica \u00e8 responsabile delle ragioni con cui giustifichiamo le nostre azioni e le nostre omissioni ecclesiali. Proprio nel cuore di SP la ragione sistematica, che regge tutta la impalcatura disciplinare del testo, appare singolarmente debole. Una astrazione, che ha voluto essere profezia di comunione, si dimostra, a causa di questa sua originaria astrattezza, come un motivo di divisione e di lacerazione. Una analisi accurata a livello sistematico esibisce le ragioni che impongono la fuoriuscita da questo dispositivo di emergenza, che non risponde pi\u00f9 \u2013 e forse non ha mai risposto \u2013 alle esigenze per cui \u00e8 stato creato. Bisogna riconoscere che il Card. Ruini, nel giorno successivo a quello in cui SP fu pubblicato, apparve facile profeta quando scrisse, sull\u2019Avvenire dell\u20198 luglio 2007, che bisognava evitare &#8220;il rischio che un Motu Proprio emanato per unire maggiormente la comunit\u00e0 cristiana sia invece utilizzato per dividerla&#8221;. A distanza di 13 anni, questo timore pu\u00f2 diventare parola chiara dei teologi e azione risoluta degli ufficiali. Mettiamo fine a questo stato di eccezione che genera illusione e divisione. Mediante un rigoroso ripensamento della tradizione, che non si lasci depistare da concetti ambigui e da visione astratte, la Chiesa pu\u00f2 finalmente dire a se stessa: \u201cFa&#8217; la cosa giusta\u201d. E pu\u00f2 farla subito, uscendo da discipline giuridiche aberranti e da sintesi sistematiche astratte.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Il dibattito ecclesiale, che si interroga sulle involuzioni della tradizione liturgica, pu\u00f2 elaborare strategie di azione e modi della riflessione tra loro assai differenziati. 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