{"id":14287,"date":"2019-10-08T22:44:49","date_gmt":"2019-10-08T20:44:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=14287"},"modified":"2019-10-08T22:44:49","modified_gmt":"2019-10-08T20:44:49","slug":"sinodoamazonico2-un-ministero-piu-cattolico-aperto-a-omnis-utriusque-sexus-fidelis","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/sinodoamazonico2-un-ministero-piu-cattolico-aperto-a-omnis-utriusque-sexus-fidelis\/","title":{"rendered":"Sinodoamazonico\/2: Un ministero \u201cpi\u00f9 cattolico\u201d, aperto a \u201comnis utriusque sexus fidelis\u201d."},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/logoamazon.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-13839\" alt=\"logoamazon\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/logoamazon.png\" width=\"171\" height=\"294\" \/><\/a><\/p>\n<p>Anche i confronti\u00a0 critici, quando si cerca di condurli con cavalleria, sono utili passaggi, che possono essere di aiuto alle discussioni sinodali dei prossimi giorni. In un lungo e argomentato testo, Mattia Lusetti si era sobbarcato, alcuni mesi fa, il compito di ricostruire un frammento del dibattito sul \u201cministero al femminile\u201d che mi coinvolgeva direttamente. Anche il titolo appariva chiaramente orientato a entrare in discussione con ci\u00f2 che ho scritto negli ultimi due anni:<em>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.breviarium.eu\/2019\/06\/03\/andrea-grillo-tradizione-cattolica-sacerdozio-femminile\/\">Tradizione cattolica e sacerdozio femminile. Contro Andrea Grillo<\/a><\/em>. Contrariamente a quanto appare dal sottotitolo, tuttavia, si trattava di un testo non particolarmente polemico e realmente interessato al dibattito sul ministero femminile. L\u2019autore, infatti, ricostruisce ampiamente il senso del dibattito e lo colloca, correttamente, nell\u2019ampio orizzonte della \u201cevoluzione della tradizione\u201d. Io direi, si appassiona alla \u201ctraduzione della tradizione\u201d e per questo merita una risposta almeno altrettanto argomentata e sicuramente riconoscente. Ne deriva, perci\u00f2, non uno scontro, ma un incontro con una sua efficacia chiarificatrice e riconciliatrice. Pertanto vorrei brevemente riassumere l\u2019approccio di Lusetti (1), mettere a fuoco il centro del suo argomentare (2), rispondere a questa sua impostazione (3) e infine concludere sul piano generale, anche in vista del dibattito sinodale sul ministero femminile che ci aspetta nei prossimi giorni.<\/p>\n<p>1. La sintesi di una questione<\/p>\n<p>La ricostruzione della discussione, come appare nella dettagliata rassegna che ne offre Lusetti, si concentra giustamente sul \u201cpunto-chiave\u201d della mia argomentazione: ossia una concezione della autorit\u00e0 ecclesiale capace di assumere i segni dei tempi, di tradurre la tradizione, tenendo conto di quei criteri che gi\u00e0 il Concilio di Trento aveva considerato rilevanti nella \u201cdispensatio sacramenti\u201d, secondo il mutare dei tempi e dei luoghi. Vi \u00e8 dunque uno sviluppo nella comprensione della rivelazione e un progresso della tradizione. In un passaggio successivo, sempre sul piano della ricostruzione, Lusetti organizza il dibattito sul ministero femminile come la interazione tra tre \u201cfuochi\u201d della argomentazione:<br \/>\n&#8211; la rivelazione come fondamento di prassi e comprensione<br \/>\n&#8211; la rivelazione come sviluppo di prassi e di comprensione<br \/>\n&#8211; i segni dei tempi come principi di riconsiderazione della tradizione<br \/>\nLa relazione tra questi tre fuochi permette all\u2019autore di chiarire meglio la sua perplessit\u00e0. Restando ancora sul piano di una chiarificazione egli precisa due punti, che risultano importanti per capire bene la sua contestazione nei confronti della mia prospettiva:<br \/>\n&#8211; la \u201ctrasformazione\u201d del ruolo della donna nella cultura a partire dal XIX secolo e la sua emancipazione dalla \u201cminorit\u00e0\u201d, che viene apertamente riconosciuta, non pu\u00f2 esigere che si risponda \u201cin maniera unica e univoca con l\u2019accesso al ministero ordinato\u201d: ci\u00f2 sarebbe una chiusura non tanto verso la tradizione come ripetizione, ma piuttosto sarebbe \u201cchiusura dell\u2019agire di Dio in un intervento giuridico-sacramentale di istituzionalizzazione\u201d;<br \/>\n&#8211;\u00a0d\u2019altra parte la \u201cobbedienza al passato\u201d, dal quale emerge la assenza di ordinazione sacerdotale della donna, potrebbe a sua volta essere considerata una chiusura non soltanto verso gli \u201cerrori del mondo e di altre chiese\u201d, ma piuttosto \u201cchiusura rispetto a ci\u00f2 che si pretende custodire come oggetto di fede\u201d.<br \/>\nLa dialettica messa in campo da Mattia Lusetti appare molto articolata e ben costruita. Mi sembra di poter riconoscere in larga parte la pertinenza di questa impostazione. Che tuttavia giunge ad una \u201cstretta\u201d, nella quale credo di ravvisare\u00a0un punto cieco e una confusione. Espongo subito questo passaggio centrale della sua obiezione.<\/p>\n<p>2. La obiezione fondamentale<\/p>\n<p>Dopo la sua accurata ricostruzione, l\u2019autore riassume il centro della sua obiezione in un passaggio che voglio riportare per intero, perch\u00e9 la discussione di esso mi sembra decisiva per far progredire il dialogo e chiarire alcuni elementi della mia posizione che non trovo rappresentati in modo adeguato. Ecco il passaggio centrale che contiene la obiezione di fondo e di cui sottolineo in grassetto le locuzioni che intendo discutere:<\/p>\n<p><em>\u201cMi pare si possa mostrare come la riflessione del nostro teologo comporti\u00a0alcuni appiattimenti. Il discernimento e la prassi che la libert\u00e0 \u00e8 chiamata ad assumersi responsabilmente\u00a0\u00e8 appiattita su di una modalit\u00e0 rivendicativa condivisa da alcuni movimenti all\u2019interno della Chiesa e sull\u2019assoluta ed inderogabile necessit\u00e0 di un\u2019affermazione dogmatico-giuridico-istituzionale ben precisa: il sacerdozio\/diaconato femminile. Il problema \u00e8 che qui del\u00a0segno dei tempi dell\u2019emancipazione femminile si elimina un reale discernimento e una invenzione creativa. Infatti il segno \u00e8 diventato univoco, la forma unica e l\u2019unica possibile: l\u2019accesso delle donne al sacerdozio. Se \u00e8 l\u2019agire creativo e fedele di Dio ci\u00f2 a cui bisogna rispondere qui mi pare che ci sia una chiusura anche se paradossalmente sotto la forma di un\u2019apertura cio\u00e8 di un accesso ad un ministero. Infatti il teologo \u2013 a meno che non debba assumersi il solo compito di \u201cdare ragione dell\u2019esistente\u201d \u2013 ha la possibilit\u00e0, per certi versi il dovere, di indagare tutte quelle possibilit\u00e0 di partecipazione a munera e funzioni che restano aperte. Se invece il teologo chiude il lavoro di discernimento e di rilancio dei segni dei tempi su di un punto soltanto, il sacerdozio femminile, rischia di sclerotizzarsi inaugurando una specie di scontro di pressioni\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Questo testo, che riprende in modo critico la dettagliata analisi precedente, introduce una serie di imprecisioni e di appiattimenti, di cui io non mi sento responsabile, ma che mi pare di subire nella ricostruzione. E\u2019 evidente che ogni teologo, che voglia evitare soltanto di \u201cdare ragione dell\u2019esistente\u201d, si avventura sempre su un terreno \u201cminato\u201d. Ma per giudicarne l\u2019operato occorre dire esattamente quello che lui sostiene, e non altro. Per questo voglio rispondere a questa ricostruzione con una serie di chiarificazioni necessarie.<\/p>\n<p>3. Una risposta articolata<\/p>\n<p>a) Il cuore della obiezione starebbe nella \u201cunivocit\u00e0\u201d e nella \u201cunicit\u00e0\u201d della risposta che io chiederei alla \u201clibert\u00e0 della autorit\u00e0 ecclesiale\u201d, che sarebbe il \u201csacerdozio femminile\u201d. Ma dai testi che Lusetti ha cos\u00ec accuratamente studiato, non si pu\u00f2 desumere mai questa opzione. Io parlo sempre di \u201caccesso della donna al ministero ordinato\u201d e specifico questo accesso nella forma della \u201cordinazione diaconale\u201d. Il campo di esercizio possibile della autorit\u00e0 ecclesiale, nel quale occorre certamente una \u201ctraduzione della tradizione\u201d, non \u00e8 univoco, ma discerne nel campo del ministero ordinato, e si orienta sul terzo grado, quello del diaconato, su cui la tradizione offre qualche testimonianza e un grande silenzio. Ci\u00f2 \u00e8 inevitabile, dato che questo \u201cterzo grado\u201d \u00e8 una \u201creistituzione\u201d e una \u201crestituzione\u201d che inizia, ufficialmente, solo nel 1966.<\/p>\n<p>b) La qualificazione di \u201crivendicativa\u201d che viene attribuita a questa mia posizione sembra a me del tutto ingiustificata. Perch\u00e9 dovrebbe essere rivendicativo proporre la apertura del diaconato permanente anche alle donne, e non sarebbe invece rivendicativo pretendere di riservare il diaconato ai soli uomini? Un assetto di esercizio della autorit\u00e0, per quanto attestato da una tradizione, non pu\u00f2 considerare semplicemente come una \u201crivendicazione\u201d un ampliamento soggettivo e oggettivo dell\u2019esercizio della medesima autorit\u00e0. Si potrebbe considerare una \u201crivendicazione\u201d pagana la estensione del battesimo agli incirconcisi? Si potrebbe considerare una \u201crivendicazione pauperistica\u201d il richiamo di s. Francesco a una Chiesa povera? Si potrebbe considerare \u201crivendicazione\u201d la domanda di ascolto dei 5 continenti rispetto alla Europa nelle dinamiche post-conciliari degli ultimi 50 anni? O \u00e8 \u201crivendicazione\u201d celebrare la liturgia nella lingua del popolo?<\/p>\n<p>c) Dunque la mia posizione non \u00e8 n\u00e9 rivendicativa, n\u00e9 univoca. Distingue tra rivendicazione di soggetti e ricchezza di cui la Chiesa non pu\u00f2 privarsi; e tra \u201cunivocit\u00e0 del sacerdozio\u201d e \u201carticolazione del ministero ordinato in tre gradi\u201d. Ed \u00e8 il \u201ccombinato disposto\u201d di queste due novit\u00e0 \u2013 la donna nello spazio pubblico, e una comprensione nuova del ministero ordinato, non solo pi\u00f9 sacerdotale \u2013 a dischiudere un campo di interesse teologico e pastorale nuovo, che d\u2019altra parte Lusetti riconosce apertamente.<\/p>\n<p>e) Vi \u00e8 poi una terza e pi\u00f9 insidiosa dialettica, su cui Lusetti richiama la attenzione: \u00e8 la possibile chiusura di cui resterebbe vittima una effettiva apertura istituzionale, mentre solo una chiusura istituzionale sembrerebbe garantire una efficace apertura. Ci\u00f2 che per Lusetti \u00e8 problematico \u00e8 che la risposta debba assolutamente assumere la forma istituzionale di una \u201cammissione all\u2019ordine sacro\u201d. Mentre sarebbe auspicabile \u2013 e a suo dire realmente aperto \u2013 un orientamento del dibattito e della attenzione su altri \u201cmunera e funzioni\u201d, che lascino intatta la tradizione esclusivamente maschile del ministero ordinato. D\u2019altra parte, va riconosciuto apertamente che Lusetti, con rigore, applica la medesima dialettica di \u201capertura\/chiusura\u201d non solo al teologo, ma anche al Magistero, che potrebbe trovare la propria profezia proprio nella elaborazione di una tale possibilit\u00e0, e trovare invece nella chiusura la via pi\u00f9 \u201ccomoda\u201d. Tuttavia, alla fine di queste dialettiche raffinate, mi sembra che un certo \u201csospetto\u201d verso la \u201cistituzionalizzazione\u201d appaia come una sorta di \u201cpreferenza\u201d, che giustificherebbe il \u201ccontro\u201d del titolo, altrimenti quasi ingiustificabile.<\/p>\n<p>f) A questo punto a me pare che si debba molto ampliare il discorso e ragionare su un piano pi\u00f9 vasto. Infatti i \u201csegni dei tempi\u201d annunciati da\u00a0<em>Pacem in terris<\/em>\u00a0nel 1963 \u2013 non solo quello della donna che si emancipa, ma anche quello dei lavoratori che si affrancano e dei popoli che si liberano \u2013 hanno avuto inevitabilmente ricadute di tipo istituzionale. Per restare al \u201csegno\u201d donna, vorrei fare un esempio diverso, ma altrettanto forte: come si \u00e8 passati dalla \u201cpatria potest\u00e0\u201d alla \u201cpotest\u00e0 genitoriale\u201d? Attribuendo <em>formaliter<\/em> non solo al padre, ma anche alla madre, la autorit\u00e0 nella educazione dei figli. Questo \u00e8 stato un processo lungo, lento, che la Chiesa ha saputo gradualmente riconoscere, e lo ha fatto entrando direttamente nella gestione di una autorit\u00e0 pi\u00f9 complessa. Se avessimo detto: che bisogno c\u2019\u00e8 di dare forma istituzionale a questa nuova comprensione della autorit\u00e0 femminile, che cosa ne sarebbe disceso? Credo che lo stesso ragionamento, mutatis mutandis, debba essere fatto per la \u201cautorit\u00e0 ecclesiale\u201d, intesa non semplicemente come \u201cesercizio della autorit\u00e0\u201d, ma come \u201ctestimonianza ecclesiale e custodia della fede apostolica incarnata e resa sperimentabile nella persona di una donna\u201d. Per quello che, con bella lucidit\u00e0, Serena Noceti ha chiamato \u201cil noi ecclesiale\u201d, che il ministero diaconale, esteso anche alle donne, sarebbe in grado di attestare:<\/p>\n<p>\u201cLe donne potrebbero, a mio parere, servire in\u00a0questa specifica figura ministeriale il\u00a0noi ecclesiale,\u00a0che ne uscirebbe indubbiamente trasformato. La presenza di donne diacono ordinate, sul fondamento\u00a0di quanto avveniva gi\u00e0 nei primi secoli (per altro in un contesto patriarcale e androcentrico, di per s\u00e9\u00a0non favorevole), permetterebbe una parola pubblica di proclamazione del Vangelo, l\u2019apporto dell\u2019omelia,\u00a0la moderazione di celebrazioni della Parola e del battesimo con ministri ordinari da parte di donne:\u00a0l\u2019apostolicit\u00e0 della fede verrebbe custodita in modo nuovo e il volto della Chiesa mostrerebbe pi\u00f9 chiaramente la sua natura inclusiva, di popolo di uomini e\u00a0donne\u201d (S. Noceti,\u00a0<em>Il tempo del noi. Donne e ministero diaconale<\/em>, \u201cIl Regno- attualit\u00e0\u201d, 19(2019), 305-314, qui 314).<\/p>\n<p>4. Lavorare dialogicamente al servizio di una autorit\u00e0 \u201cpi\u00f9 cattolica\u201d<\/p>\n<p>Come appare evidente, la correlazione tra diversi livelli della tradizione impegna la Chiesa in un discernimento complesso ed esigente. Nulla sarebbe pi\u00f9 dannoso di una soluzione poco meditata. Per questo ritengo che il contributo della teologia alla elaborazione di una \u201cautorevolezza ministeriale della donna\u201d costituisca un passaggio decisivo, nel quale \u00e8 possibile impegnarsi con audacia e con pazienza. In tutto ci\u00f2, e tenendo conto di tutti e tre i livelli messi in luce dal mio interlocutore, possiamo riconoscere, con non troppa difficolt\u00e0, ci\u00f2 che K. Rahner vedeva lucidamente molti decenni or sono, quando diceva: \u201cLa donna, vista come unica e sempre uguale\u2026in fondo non esiste\u201d (K. Rahner, <em>La donna nella nuova situazione della Chiesa<\/em>, in Id.,\u00a0<em>Nuovi Saggi<\/em>\u00a0II, Roma 1968, 445-465, qui 463). Se mettiamo insieme due eventi che si sono manifestati negli anni 60, pur avendo una storia molto pi\u00f9 antica, possiamo facilmente comprendere come si possa avviare un processo di \u201cnuova recezione\u201d sia del ministero che della autorit\u00e0 femminile:<\/p>\n<p>a) Una profonda ricomprensione del ministero ordinato, portata dal Concilio Vaticano II, con la scoperta della sacramentalit\u00e0 e della autonomia dell\u2019\u201depiscopato\u201d e del \u201cdiaconato\u201d rispetto al presbiterato (che tradizionalmente aveva concentrato tutta la attenzione sul sacerdozio);<\/p>\n<p>b) Una altrettanto profonda ricomprensione della \u201cdonna\u201d, non pi\u00f9 ridotta a \u201csesso femminile\u201d come impedimento e considerata e scoperta nello \u201cspazio pubblico\u201d, come risorsa capace di autorit\u00e0 e portatrice di \u201cpresenza ecclesiale autorevole e ufficiale\u201d.<\/p>\n<p>La composizione di questa duplice novit\u00e0 dovrebbe impedire di chiudere il discorso semplicemente con la \u201cnegazione\u201d alla \u201cdonna\u201d della \u201crivendicazione\u201d del \u201cpotere sacerdotale\u201d. Impostata cos\u00ec, la risposta sarebbe comandata da una domanda mal formulata. Si tratta, invece, di un arricchimento del ministero ecclesiale, che non solo ha reistituito e ricompreso il diaconato con antiche e nuove funzioni, ma che, grazie alla evoluzione della propria tradizione ministeriale, ha scoperto in s\u00e9 la libert\u00e0 di riconoscere alla donna la autorit\u00e0 per poter esercitare in pienezza questo grado del ministero ordinato. Rispetto ad una comprensione che rischia di \u201cbloccare\u201d il cattolicesimo sul suo passato prossimo, seguendo invece le orme del Concilio Vaticano II mi sembra che questa apertura dischiuderebbe una prospettiva pi\u00f9 inclusiva, pi\u00f9 universale, direi \u201cpi\u00f9 cattolica\u201d.<br \/>\nE potrebbe anche capitare che la Chiesa si scopra \u201cpi\u00f9 cattolica\u201d proprio in Amazzonia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Anche i confronti\u00a0 critici, quando si cerca di condurli con cavalleria, sono utili passaggi, che possono essere di aiuto alle discussioni sinodali dei prossimi giorni. 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