{"id":14074,"date":"2019-09-05T10:59:20","date_gmt":"2019-09-05T08:59:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=14074"},"modified":"2019-09-05T10:59:20","modified_gmt":"2019-09-05T08:59:20","slug":"bot","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/bot\/","title":{"rendered":"Bot"},"content":{"rendered":"<p>\u00abIn che modo ineguaglianze eccessive finiscono con l\u2019esacerbare le passioni identitarie? \u201cA partire dal momento in cui si pensa che vi sia un unico modo di gestire l\u2019economia, \u00e8 automatico, si passa all\u2019identitario\u201d, risponde Gilles Dollonsoro [docente di scienze politiche a Paris-I]. \u201cOvunque \u00e8 cos\u00ec, anche senza immigrati\u201d. Per lui il tornante risale agli anni 1980: rivoluzione reaganiana in USA, choc thatcheriano in UK, tornante rigorista in Francia, lo scenario \u00e8 uguale ovunque. \u201c\u00c8 l\u00e0 che si \u00e8 entrati in un sistema di demolizione sistematica delle conquiste sociali e dello Stato agente di regolazione, catturato dalle \u00e9lite economiche\u201d\u00bb [Christophe Ayad, \u00abDes chefs de guerre afghans aux \u2018gilets jaunes\u2019\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 27\/08\/2019, p. 25].<br \/>\n\u00abNon le idee. Non i contenuti. Non la trasparenza nell\u2019operato. Non l\u2019attenzione alla qualit\u00e0, o ai toni, o al ruolo istituzionale. Nulla di tutto questo. L\u2019obiettivo \u00e8, in primis, quello di eguagliare i concorrenti nella presenza capillare sui social network\u00bb [Giovanni Ziccardi, <em>Tecnologie per il potere. Come usare i social network in politica<\/em>, Cortina 2019, pp. 24-5]. \u00abComune \u00e8, ormai, il prediligere i benefici pi\u00f9 immediati dello strumento tecnologico, soprattutto la sua capacit\u00e0 di amplificazione e generazione di viralit\u00e0 del messaggio, per abbassare la discussione, il confronto e l\u2019attivit\u00e0 politica sino a livelli da lotta di cortile, sfociando spesso nell\u2019offesa personale. Si noti, poi, che \u00e8 venuta a cadere nel tempo la distinzione tra un profilo personale e un profilo istituzionale del politico, del candidato, dell\u2019elettore o dell\u2019attivista, con account, forum e siti web di partito che sono utilizzati senza indugio anche per la veicolazione di messaggi personali. Ci\u00f2 ha portato alla scomparsa, sui social network, dell\u2019idea di profilo privato del soggetto, creando un feed [flusso ininterrotto] di contenuti dei pi\u00f9 vari. Ci\u00f2 con grande gaudio di parte della stampa, che pu\u00f2 scavare anche nel privato, ormai reso pubblico, dei singoli individui\u00bb [ivi, pp. 37-8]. \u00abL\u2019asimmetria tipica degli attacchi informatici pu\u00f2 far s\u00ec, oggi, che un solo individuo con particolari competenze possa fare la differenza, che un gruppetto di cinque persone possa attaccare uno Stato, che una \u2018fabbrica\u2019 di profili falsi riesca a dar loro visibilit\u00e0 in pochi secondi in tutto il mondo\u00bb [ivi, p. 39]. \u00abIl modus operandi \u00e8 ormai chiaro, e diffuso in tutti i Paesi: il politico, gi\u00e0 di prima mattina \u2013 Trump docet \u2013 propone, via Twitter o Facebook, i temi che saranno il perno della discussione su un determinato fatto. L\u2019arrivare prima degli altri, ossia il commentare pochi secondi dopo la pubblicazione del messaggio, \u00e8 fondamentale per impostare il dibattito e, molto spesso, dare il via a tutte le altre discussioni, che saranno comunque condizionate dalla prima. L\u2019arrivare per primi si intende non tanto agli occhi dei propri follower in questo caso, ma pi\u00f9 in generale del grande pubblico, poich\u00e9 ci\u00f2 consente di porre un\u2019ipoteca che condiziona la discussione futura sino al dibattito sul prossimo argomento\u00bb [ivi, p. 52].<br \/>\n\u00abSi assister\u00e0 sempre pi\u00f9, in definitiva, a una politica generata su schermi piccoli \u2013 quelli degli smartphone \u2013 basata su un\u2019attenzione blanda e poco propensa all\u2019approfondimento e su tempi di attenzione molto brevi, sia con riferimento ai contenuti sia alle strategie da adottare\u00bb [ivi, p. 61]. \u00abLa scelta di un politico di avere la sua pagina su Facebook o su Instagram \u00e8 diventata pi\u00f9 importante della gestione del sito web [la Bestia pi\u00f9 di Rousseau, prima della crisi salviniana d\u2019agosto: ndr]. Tanto pi\u00f9 che si tratta di una pagina che spesso \u00e8 il politico stesso, dal suo telefono cellulare, a poter gestire. Al contempo, sullo sfondo, agiscono analisti, esperti di comunicazione e di management dei dati che cercano di tradurre migliaia, se non milioni, di impulsi (tweet, like, condivisioni, stati d\u2019animo, commenti) in qualcosa di utile dal punto di vista politico, in un\u2019ottica sia di comunicazione sia di interazione con il pubblico\u00bb [ivi, pp. 62-3]. \u00abCome nota bene sul punto Alessandro Dal Lago, con particolare riferimento allo \u2018stile\u2019 di Trump su Twitter, si possono individuare delle caratteristiche chiare in una politica veicolata ormai attraverso uno smartphone. Lo stile di Trump, nota lo studioso, \u00e8 esemplare del populismo digitale, sia per il linguaggio rozzo (non per niente Trump \u00e8 accusato continuamente dalla stampa americana di essere \u2018semplicemente ignorante\u2019) sia per l\u2019atteggiamento da bullo che comunica ai lettori. Soprattutto, nota Dal Lago, va preso in considerazione lo strumento scelto, Twitter, ossia il social pi\u00f9 seguito per conoscere il punto di vista di un leader, cui Trump dedica un\u2019attenzione incessante. Nei giorni in cui le sue posizioni sono pi\u00f9 controverse e discusse, ha infatti l\u2019abitudine di rilasciare persino 10 tweet, prendendo contatto quotidiano con pi\u00f9 di 20 milioni di persone e creando, cos\u00ec, una enorme comunit\u00e0 di persone riunite attorno al suo leader\u00bb [ivi, p. 64]. \u00abIl sogno di correlare il digitale al reale, e di creare un loop di feedback e impulsi sempre pi\u00f9 accurato che permetta di elaborare ulteriori strategie, e di aggiungere conoscenza a conoscenza, \u00e8 ormai diventato realt\u00e0\u00bb [ivi, p. 67].<br \/>\nStato e popolo si impastano nel populismo, \u00abnell\u2019ignorare i fatti e la ragione a favore delle menzogne e dell\u2019emozione\u00bb [Alistair Campbell, \u00abTrump et Johnson, chefs de file d\u2019un monde post-vergogne\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 10\/08\/2019, p. 26]. \u00c8 nazionalismo di ritorno e nella crisi salviniana d\u2019agosto \u00abun analista di Bloomberg, l\u2019agenzia finanziaria, ha scritto della complessit\u00e0 e dell\u2019importanza di questo passaggio politico e ha colto un punto: \u201cLa crisi servir\u00e0 a determinare se i movimenti populisti diffusi ovunque trarranno nuovo slancio oppure cominceranno a sgonfiarsi\u201d\u00bb [Stefano Folli, \u00abUna resa senza dimissioni\u00bb, <em>la Repubblica<\/em>, 18\/08\/2019, p. 34]. Cavie noi italiani, topini, tapini?<br \/>\n<strong>Bot<\/strong>. \u00abI bot (da \u2018robot\u2019) sono account, chat o programmi che hanno \u2018vita propria\u2019 e sono in grado di comunicare in maniera indipendente e dialogare, sui social network o sui blog, con un grande numero di persone\u00bb [Ziccardi, cit., p. 250]. Bot sono pure i nostri buoni ordinari del tesoro a ricordarci che, \u00abesattamente come il denaro, la parola acquista il suo valore solo entro un sistema, e nessuno \u2013 se non in piccolissima misura, e con la collaborazione di innumerevoli altri \u2013 pu\u00f2 far qualcosa per mutarlo. I sistemi in cui denaro e linguaggio assumono un valore sono sistemi sociali. Denaro e linguaggio compaiono nell\u2019uomo (e solo nell\u2019uomo), in virt\u00f9 della sua (particolarissima) natura di \u2018animale sociale\u2019. Pi\u00f9 esattamente, di animale che lavora in collaborazione; in una collaborazione che, attraverso denaro e parola, \u00e8 augurabile divenga sempre pi\u00f9 volontaria\u00bb [Vittorio Mathieu, \u00abDenaro e linguaggio come strumenti di progetto\u00bb, introduzione a Marc Shell, <em>Moneta, linguaggio e pensiero<\/em>, tr.it. il Mulino 1988, p. 9]. \u00abN\u00e9 il denaro n\u00e9 il parlare hanno efficacia altrimenti che facendo agire\u00bb [ivi, p. 11]. \u00abSe tutti, un giorno, cessassero di lavorare per gli altri, il denaro perderebbe tutto il proprio valore. Il portatore di quel titolo di credito, dunque, \u00e8 in grado di rimetterlo in circolazione solo perch\u00e9, intorno a lui, \u00e8 presente un sistema che garantisce (fin dove una garanzia umana pu\u00f2 valere) che quel credito \u00e8 \u2018moneta buona\u2019, capace di farsi obbedire. Quando tale fiducia venisse meno, il denaro non avrebbe altro valore che quello di una lingua morta\u00bb. [ivi, p. 13]. \u00abLa fonte di ricchezza del linguaggio \u00e8 inesauribile, pi\u00f9 se ne versa e pi\u00f9 ci si arricchisce. Sempre che non si giri a vuoto, che non si verb\u00ecgeri sul nulla\u00bb [ivi, p. 15]. Come appunto fanno i social network politici.<br \/>\n\u00abIn una recente intervista, lo studioso Stefano Epifani ha individuato \u2013 procedendo per punti \u2013 alcune criticit\u00e0 del sistema politico attuale in rapporto all\u2019utilizzo dei social network in politica. Il primo elemento di frizione viene evidenziato nell\u2019attivit\u00e0 di diffusione di messaggi politici semplici e ripetitivi che ha, come conseguenza immediata, quella di generare spesso una dissociazione tra contenuti e messaggio, e che viene cos\u00ec a qualificare i social network quali strumenti di semplificazione del messaggio stesso. Epifani nota, su questo punto, come le tanto attese dinamiche conversazionali evolute che erano state promesse dai social network si siano infrante contro campagne elettorali avvitate su messaggi basati su una dimensione che \u00e8 definita memetica, ossia caratterizzata da una complessit\u00e0 che deve necessariamente essere risolta in trenta secondi, nello spazio di un tweet o nel tempo che un utente \u00e8 disponibile a seguire un video su Facebook o su un altro media. Il tutto a causa di un\u2019attenzione generalizzata che appare essere ai minimi storici. Il secondo aspetto su cui si concentra lo studioso \u00e8 quello della polarizzazione. Sul punto, Epifani sostiene che la grandissima polarizzazione nasce da quelle che vengono definite camere dell\u2019eco. Si tratta di una situazione tipica dei social network, nella quale ogni utente \u2013 nel caso che ci interessa, ogni elettore \u2013 \u00e8 chiuso all\u2019interno della sua camera dell\u2019eco, nella quale finisce per sentire sempre di pi\u00f9, e con sempre pi\u00f9 ridondanza, proprio ci\u00f2 che vorrebbe sentire. Ci\u00f2, nota Epifani, genera naturalmente alcuni fenomeni distorsivi della realt\u00e0 che sono prontamente cavalcati da chi si occupa di comunicazione politica, tanto che tutta la campagna elettorale si basa solitamente su elementi che hanno una dimensione di distanza dalla realt\u00e0 fattuale sempre pi\u00f9 alta. La logica conseguenza \u00e8 che ognuno si sente legittimato a dire qualsiasi cosa, abbastanza certo che non ci sar\u00e0 mai un reale confronto. \u201cPoco importa se viene promesso qualcosa che l\u2019Europa non consente\u201d \u2013 nota Epifani \u2013 \u201cpoco importa se viene promesso qualcosa che l\u2019economia non consente. L\u2019essenziale in questo momento \u00e8 agganciare l\u2019elettore attorno a una promessa, che diventa del tutto inverificabile e che perde di significato cinque minuti dopo che si \u00e8 messa una X su una scheda elettorale\u201d. Il terzo aspetto critico appare connesso al delicato tema delle fake news e di una comprensione responsabile di ci\u00f2 che realmente sta accadendo. Su questo punto Epifani \u00e8 fermo: individua un rischio altissimo per gli utenti di essere vittima di azioni di disinformazione\u00bb.  \u00abUn quarto tema di enorme importanza \u00e8 legato al cambio di linguaggio, e ai cosiddetti messaggi \u2018di pancia\u2019. Lo studioso evidenzia come non sia un caso che i partiti presso i quali si registra il maggior livello di engagement \u2013 di coinvolgimento misurabile in termini di dati quantitativi \u2013 siano proprio quelli che basano la loro comunicazione su messaggi di pancia (che vanno dal tema degli immigrati a quello dei vaccini) e che, in qualche modo, richiamano una dimensione di contenuto spesso completamente distonica e distopica rispetto alla realt\u00e0. Ci\u00f2 \u00e8 testimoniato, conclude, da una generazione di politici che appare unicamente concentrata \u2013 proprio come molti adolescenti \u2013 su come ottenere il prossimo like\u00bb. [Ziccardi, pp. 77-79].<br \/>\nE di imprenditori concentrati unicamente sul profitto. \u00abMercoled\u00ec 12 luglio, Dennis Muilenburg, presidente e direttore generale di Boeing, ha indicato che la produzione del 737MAX, al suolo dal 31 marzo, potrebbe interrompersi\u00bb. \u00abBoeing potrebbe perdere pi\u00f9 di 10 miliardi di dollari\u00bb, \u00aboltre gli indennizzi ai familiari delle vittime di due disastri e le possibili multe di autorit\u00e0 americane\u00bb. \u00abAnche se temporaneo, l\u2019arresto si ripercuoter\u00e0 su fornitura e componentistica\u00bb. \u00abSoprattutto, nessuno vuole pensare che Boeing rinunci a produrre il MAX. Il mancato guadagno potenziale per Boeing sarebbe colossale: circa 400 miliardi di euro. Dovrebbe poi indennizzare le compagnie per i 500 MAX gi\u00e0 consegnati o in consegna. Se l\u2019aereo sar\u00e0 autorizzato a volare, Boeing dovr\u00e0 infine convincere i piloti. Non \u00e8 scontato. Secondo un dirigente del Sindacato nazionale dei piloti di Air France, il 737MAX ha \u2018un vero problema\u2019 originario. Secondo lui, al contrario del suo concorrente Airbus A320Neo, non pu\u00f2 volare senza il concorso dell\u2019informatica di bordo\u00bb [Guy Duthueil, \u00abBoeing envisage pour la premi\u00e8re fois un arr\u00eat temporaire de la production du 737 MAX\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 26\/07\/2019, p. 12].<br \/>\n\u00abPer massimizzare i profitti distruggiamo il nostro capitale ambientale e sociale. Se il capitale \u00e8 finanziario, \u00e8 frode: non si pu\u00f2 contabilizzarne il consumo come reddito. Ma per il capitale sociale e ambientale diventa una sana gestione per gli azionisti?\u00bb. [Jean-Philippe Rob\u00e9, \u00abQuand le big business r\u00e9invente l\u2019eau chaude\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 27\/08\/2019, p. 24]. \u00abIl grande rischio per l\u2019elettorato popolare \u00e8 \u201cpassare da un ghetto sociale a una reclusione politica col solo denominatore comune di un rapporto negativo con gli altri e il resto del mondo\u201d\u00bb [Yann Algan, Elizabeth Beasley, Daniel Cohen e Martial Foucault, <em>Les Origines du populisme<\/em> (Seuil 2019), cit. in Fran\u00e7oise Fressoz, \u00abLes ressorts culturels du vote populiste\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 29\/08\/2019, p. 9]. Gli immigrati velano gli odi tra i nazionalisti di tutto il mondo, tutti con una piccola egemonia da imporre sull\u2019equilibrio generale. La stessa alternativa gi\u00e0 evidente nel 1948, quando lo storico tedesco Ludwig Dehio scrisse appunto <em>Equilibrio e egemonia. Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna<\/em> [tr.it. il Mulino 1988], constatando che \u00ababbiamo bens\u00ec realmente assoggettato il mondo esterno in una misura che nessun Faust alla soglia dell\u2019et\u00e0 moderna poteva presagire. Ma in cambio abbiamo perduto il dominio sul nostro mondo interiore e cos\u00ec la vittoria si muta inattesamente, ma logicamente, in una sconfitta. Siamo schiavi delle nostre proprie creazioni, dello stato-potenza in primo luogo. I servi si sono eretti a padroni perch\u00e9 noi abbiamo venduto a loro in segreto l\u2019anima nostra. La favola del patto col diavolo \u00e8 divenuta realt\u00e0. La morte ci mostra la sua ghigna nel momento in cui stendiamo la mano temeraria per cogliere i pi\u00f9 alti e pi\u00f9 attraenti frutti della civilizzazione\u00bb [ivi, p. 246]. \u00abOpporsi a quella vuol dire ravvivare la forza che \u00e8 la radice della civilt\u00e0, la vita personale\u00bb, \u00abil cambiamento interno dell\u2019individuo, che solo promette l\u2019instaurazione di un\u2019esistenza ragionevole \u00bb [ivi, p. 249].<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abIn che modo ineguaglianze eccessive finiscono con l\u2019esacerbare le passioni identitarie? \u201cA partire dal momento in cui si pensa che vi sia un unico modo di gestire l\u2019economia, \u00e8 automatico, si passa all\u2019identitario\u201d, risponde Gilles&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":8,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[51],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14074"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/8"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=14074"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14074\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":14075,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14074\/revisions\/14075"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=14074"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=14074"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=14074"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}