{"id":13863,"date":"2019-07-01T15:51:32","date_gmt":"2019-07-01T13:51:32","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=13863"},"modified":"2019-07-01T15:51:32","modified_gmt":"2019-07-01T13:51:32","slug":"la-riscoperta-della-creativita-in-liturgia-in-dialogo-con-m-auge","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-riscoperta-della-creativita-in-liturgia-in-dialogo-con-m-auge\/","title":{"rendered":"La riscoperta della creativit\u00e0 in liturgia: in dialogo con M. Aug\u00e9"},"content":{"rendered":"<h2><\/h2>\n<h2><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/rpl334.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-13856\" alt=\"rpl334\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/rpl334-193x300.jpg\" width=\"193\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/rpl334-193x300.jpg 193w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/rpl334.jpg 426w\" sizes=\"(max-width: 193px) 100vw, 193px\" \/><\/a><\/h2>\n<h2>Dopo il primo scambio di osservazioni\u00a0 intorno agli abusi, M. Aug\u00e9 ha replicato con un suo nuovo testo ( <a href=\"http:\/\/liturgiaedintorni.blogspot.com\/2019\/06\/norma-versus-rito.html\">qui<\/a>) nel quale precisa ancora meglio in quale senso si trovi su una posizione diversa da quella da me espressa nell&#8217;articolo su RPL da cui \u00e8 scaturita la discussione. Mi pare che per M. Aug\u00e9 rimanga una sorta di &#8220;veto&#8221; sulla creativit\u00e0, che egli teme scivoli sul versante di un pericoloso soggettivismo. Non essere creativi sembra la garanzia della oggettivit\u00e0 liturgica.<\/h2>\n<p>Ci\u00f2 che vorrei aggiungere, dal mio punto di vista, non vuole essere una prosecuzione della discussione, ma uno spostamento della questione, favorita da alcune precisazioni.<\/p>\n<p>La prima precisazione riguarda quello che ho scritto sul rapporto tra &#8220;ritus&#8221; e &#8220;norma&#8221;. Io non oppongo affatto il rito alla norma, o la norma al rito. So bene che in alcuni casi il rito si adatta alla norma, e in altri \u00e8 la norma ad adattarsi al rito. Sarebbe ingiusto e astratto pensare ad un primato dell&#8217;uno sull&#8217;altra o viceversa. Ma ci\u00f2 che mi sta a cuore \u00e8 difendere, nel modo pi\u00f9 forte, il diritto di una &#8220;liturgia creativa&#8221;, non come scivolamento nel soggettivismo, ma come una esigenza intrinseca ad ogni atto rituale vero. Ci\u00f2 che forse ci distrae \u00e8 la figura tridentina e postridentina della &#8220;cerimonia&#8221;, che pretende una &#8220;mera applicazione&#8221; da parte di &#8220;sacerdoti-funzionari&#8221;. Questo immaginario \u00e8 ancora molto forte. Ma ha subito di recente diverse profonde modificazioni. Perch\u00e9 mai non vi pu\u00f2 essere solo una &#8220;preghiera eucaristica&#8221; ma ve ne sono tante diverse? E se nella storia abbiamo costruito tante altre &#8220;anafore&#8221; perch\u00e9 mai dovrebbe essere questa nostra generazioni bloccata solo nel ripetere ci\u00f2 che altri hanno creato?<\/p>\n<p>Io penso che questa convinzione affondi le sue radici in una lettura non completa della tradizione. Prima il ML e poi la RL hanno riaperto in nostro rapporto con l&#8217;atto di culto. E la fedelt\u00e0 alla tradizione passa ora non solo pi\u00f9 per la obbedienza, ma per la celebrazione. Questa non \u00e8 la nostra novit\u00e0, ma \u00e8 la ripresa di ci\u00f2 che hanno fatto i cristiani per almeno un millennio, per poi disimparare e infine per arrivare a autocensurare ogni atto creativo, sotto la pressione di un &#8220;oggettivit\u00e0&#8221; che diventa &#8220;mera ripetizione del passato&#8221; e per questo appare problematica. Nella liturgia non pu\u00f2 esservi solo &#8220;passato&#8221;.<\/p>\n<p>Io credo che le ragionevoli posizioni di Matias possano, anche oggi, essere fraintese. Addirittura potrebbero essere utilizzate con molta facilit\u00e0 da quei settori ecclesiali, che agli inizi del nuovo millennio hanno scritto il &#8220;capolavoro della lotta agli abusi&#8221; che \u00e8 stato &#8220;Redemptionis sacramentum&#8221;. Quel testo, come sappiamo bene, era stato progettato, agli inizi, per &#8220;vietare l&#8217;uso della espressione assemblea celebrante&#8221;. Poi nel testo finale del documento entr\u00f2, per fortuna, una versione &#8220;minore&#8221; di quella intenzione, che raccomandava di usare &#8220;con cautela&#8221; la espressione assemblea celebrante. Io penso che senza usare &#8220;senza cautela&#8221; assemblea celebrante, ma anzi facendola diventare la parola-chiave del nostro modo di celebrare, non riusciremo n\u00e9 a ridimensionare la &#8220;ossessione da abuso&#8221; n\u00e9 a promuovere davvero nuovi usi, diversi da una serie di individui &#8220;obbligati ad eseguire norme&#8221;, e davvero simili ad un popolo che si raduna per celebrare la salvezza in Cristo.<\/p>\n<p>Ecco, io penso che un giusto concetto di &#8220;creativit\u00e0&#8221;, che superi le paure della sua identificazione con il soggettivismo, sia una &#8220;condicio sine qua non&#8221; per una vera recezione della Riforma liturgica. Forse su questo con Matias restiamo su posizioni diverse. Lui ritiene che sia possibile celebrare in modo &#8220;puramente oggettivo&#8221;: per me questo \u00e8 un ideale scaturito da un contesto storico segnato dal sospetto verso il soggetto, e che oggi deve essere gradualmente superato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo il primo scambio di osservazioni\u00a0 intorno agli abusi, M. 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