{"id":13852,"date":"2019-06-24T18:39:11","date_gmt":"2019-06-24T16:39:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=13852"},"modified":"2019-06-24T18:39:11","modified_gmt":"2019-06-24T16:39:11","slug":"abusi-e-nuovi-usi-in-dialogo-con-matias-auge","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/abusi-e-nuovi-usi-in-dialogo-con-matias-auge\/","title":{"rendered":"Abusi e nuovi usi: in dialogo con Matias Aug\u00e9"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/rpl334.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-13856\" alt=\"rpl334\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/rpl334-193x300.jpg\" width=\"193\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/rpl334-193x300.jpg 193w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/rpl334.jpg 426w\" sizes=\"(max-width: 193px) 100vw, 193px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Dopo la pubblicazione del numero 334 di RPL, dedicato al tema &#8220;Fede, liturgia e prassi&#8221;, Matia Aug\u00e9, che ha partecipato con un articolo allo stesso numero, sul suo blog ha dichiarato il suo interesse per una serie di altri articoli apparsi sul medesimo numero, ai quali ha rivolto una serie di considerazioni e domande (cfr. <a href=\"http:\/\/liturgiaedintorni.blogspot.com\/2019\/06\/usi-e-abusi-in-liturgia.html\">qui<\/a>).<\/p>\n<p>Poich\u00e9 sono tra gli autori ai quali il prof. Aug\u00e9 ha rivolto alcune domande critiche, nate da una sua legittima perplessit\u00e0, colgo l&#8217;occasione per rispondere pubblicamente, al fine di alimentare il giusto dibattito che deve nascere da buone domande.<\/p>\n<p>Mi sembra di capire che la perplessit\u00e0 di Aug\u00e9 scaturisca dalla preoccupazione che il concetto di &#8220;creativit\u00e0&#8221; introduca una &#8220;variabile soggettiva&#8221; che rischi di svuotare la liturgia della sua forza e della sua simbolicit\u00e0. Ovviamente posso rispondere soltanto di ci\u00f2 che ho scritto io, senza minimamente pregiudicare le intenzioni degli altri autori di cui viene discusso l&#8217;articolo. Per quanto mi riguarda vorrei chiarire quanto segue:<\/p>\n<p>a) Per comprendere il &#8220;cambio di paradigma&#8221; tra &#8220;primato dell&#8217;abuso&#8221; e &#8220;primato del nuovo uso&#8221; mi sembra molto illuminante il caso del rito di pace. La logica classica, del &#8220;ritus servandus&#8221;, \u00e8 talmente proccupata semplicemente di &#8220;applicare le norme&#8221; che in caso di confusione preferisce rinunciare all&#8217;uso piuttosto che cadere in un abuso. Il &#8220;primum&#8221; della logica classica, per come \u00e8 stata recepita dopo il Concilio tridentino, \u00e8 &#8220;non si commettano abusi&#8221;. A costo di rinunciare agli usi!<\/p>\n<p>b) Ma il percorso del ML, del Concilio e della RL successiva \u00e8 assai diverso. La loro preoccupazione primaria non \u00e8 di &#8220;evitare gli abusi&#8221;, ma di &#8220;recuperare gli usi&#8221;. Infatti concentrarsi sugli abusi significa che gli usi sono chiari. Ma il Concilio capisce che non \u00e8 cos\u00ec.\u00a0Si tratta invece, nei nuovi riti, di entrare in una dinamica in cui anche la &#8220;norma&#8221; \u00e8 al servizio di qualcosa di pi\u00f9 grande, che potremmo definire il &#8220;costituirsi della Chiesa mediante ritus et preces&#8221;. Non si tratta, anzitutto, di &#8220;osservare norme&#8221;, ma di &#8220;dare la parola a diversi linguaggi&#8221;. La diversa definizione di &#8220;ars celebrandi&#8221; che troviamo in S<em>acramentum caritatis<\/em> attesta precisamente questa evoluzione.<\/p>\n<p>c) L&#8217;elemento &#8220;creativo&#8221; di cui parlano gli articoli discussi, se lo ho inteso bene, richiama esattamente questa differenza. La &#8220;rubrica&#8221; apre ad una esperienza che non si pu\u00f2 tradurre semplicemente in una &#8220;applicazione della norma&#8221;, ma in una attivazione di linguaggi molteplici, che esprimono e condizionano una esperienza. La rubrica &#8220;si canti un canto adatto&#8221; implica una elaborazione corporea, ritmica, timbrica, melodica, armonica, agogica, dinamica&#8230;<\/p>\n<p>d) La logica dell&#8217;abuso, di fronte al rischio, preferisce sospendere la azione. La logica del &#8220;nuovo uso&#8221; deve attraversare la esperienza espressiva nella sua complessit\u00e0, esponendosi anche al rischio di abuso, per conseguire un &#8220;nuovo uso&#8221;. In altri termini, la soluzione peggiore, di fronte alle mediazioni complesse &#8211; corporee e canore &#8211; del rito di pace \u00e8 quella di farne a meno. Qui \u00e8 evidente che la logica del &#8220;garantirsi dall&#8217;abuso&#8221; non riesce a comprendere il primato della &#8220;formazione al nuovo uso&#8221;, che anticipa e previene la persecuzione del&#8217;abuso.<\/p>\n<p>e) Ad un certo punto del suo testo critico, M. Aug\u00e9 sintetizza in modo denso la sua principale perplessit\u00e0. Egli dice, a proposito della differenza tra <em>ritus servandus<\/em> e <em>ritus celebrandus<\/em>: &#8220;questa diversit\u00e0 di impostazione pu\u00f2 essere descritta nei seguenti termini: ad una visione semplicemente normativa del Messale Tridentino, subentra nel Messale di Paolo VI una visione della celebrazione non solo normativa ma anche dottrinale e orientata alla sua applicazione pastorale&#8221;. Questa differenza non \u00e8 semplicemente &#8220;dottrinale&#8221;, ma &#8220;corporea&#8221; e &#8220;agita&#8221;. Per questo la sua &#8220;norma&#8221; pretende una ermeneutica pi\u00f9 ampia e pi\u00f9 duttile. E comunque, se la norma \u00e8 inadeguata, si cambia la norma, non si censura il rito. Infatti non si celebra &#8220;iuris causa&#8221;, ma lo ius esiste &#8220;ritus causa&#8221;.<\/p>\n<p>f) Quindi, quando si parla di &#8220;creativit\u00e0&#8221; si vuole in ogni caso escludere un &#8220;uso arbitrario&#8221; dell&#8217;ordo. Ma l'&#8221;uso normale&#8221; rischia di essere il peggior abuso, anche oggi, nonostante la Riforma Liturgica, poich\u00e9 lascia intendere, indirettamente, che la celebrazione sia &#8220;affare del prete&#8221;, di fronte a cui &#8220;assisto&#8221; anche del tutto &#8220;passivamente&#8221;. Per uscire da questo &#8220;uso normale&#8221; &#8211; clericale e rigido &#8211; occorre proporre &#8220;nuovi usi&#8221;, che prendono sul serio la &#8220;actuosa participatio&#8221;. Anche a rischio di essere intesi come abusi: infatti, non \u00e8 stato forse &#8220;abuso&#8221; lavare i piedi ad una donna musulmana in carcere durante la Missa in coena domini? La norma ha poi riconosciuto un nuovo uso.<\/p>\n<p>g) Per dirlo ancora pi\u00f9 chiaramente, se la liturgia \u00e8 davvero &#8220;linguaggio comune a tutta la Chiesa&#8221;, il cammino verso &#8220;nuovi usi&#8221; &#8211; che il Concilio Vaticano II ha richiesto come essenziali alla comunione ecclesiale &#8211; esige una seria presa in carico del compito &#8220;creativo&#8221; di ogni celebrazione. Pensare che celebrare possa ridursi al ripetere un atto nella sua oggettivit\u00e0 da parte di un singolo soggetto qualificato, questa a me pare la peggior forma di abuso che si possa commettere. Perch\u00e9 non viola esplicitamente alcuna norma, ma contraddice la verit\u00e0 fondamentale per la quale esistono tutte le &#8220;leggi liturgiche&#8221;, secondo gli &#8220;altiora principia&#8221; stabiliti dal Concilio e oggi richiamati da &#8220;Magnum Principium&#8221; di papa Francesco. Su questo testo proprio Matias Aug\u00e9 ha scritto un bel commento, giusto all&#8217;inizio del fascicolo di cui stiamo parlando. Per questo oso pensare che, nella sostanza, ci troviamo profondamente d&#8217;accordo, anche se usiamo le stesse parole con significati parzialmente diversi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo la pubblicazione del numero 334 di RPL, dedicato al tema &#8220;Fede, liturgia e prassi&#8221;, Matia Aug\u00e9, che ha partecipato con un articolo allo stesso numero, sul suo blog ha dichiarato il suo interesse per&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13852"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=13852"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13852\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":13859,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13852\/revisions\/13859"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=13852"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=13852"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=13852"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}