{"id":13460,"date":"2019-02-20T07:47:12","date_gmt":"2019-02-20T06:47:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=13460"},"modified":"2019-02-20T07:47:12","modified_gmt":"2019-02-20T06:47:12","slug":"autobiografia-di-summorum-pontificum-la-riforma-liturgica-incompresa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/autobiografia-di-summorum-pontificum-la-riforma-liturgica-incompresa\/","title":{"rendered":"Autobiografia di &#8220;Summorum pontificum&#8221;: la Riforma Liturgica incompresa"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/autobioB15.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-13461\" alt=\"autobioB15\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/autobioB15.jpg\" width=\"225\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/autobioB15.jpg 225w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/autobioB15-150x150.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Dopo aver scoperto ci\u00f2 che H. U. von Balthasar pensava del <em>Vetus Ordo<\/em> nel 1980 (<a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/h-u-von-balthasar-e-la-fine-del-vetus-ordo\/\">qui<\/a>), voglio ora considerare un testo tratto dalla Autobiografia che J. Ratzinger ha scritto nel 1977, a 15 anni dal Concilio Vaticano II. Si tratta, come \u00e8 evidente, di un testo \u00abnon magisteriale\u00bb, che quindi pu\u00f2 essere commentato dal teologo con una certa libert\u00e0. Anzitutto leggiamo da esso questa lunga citazione, che manifesta nell&#8217;allora Arcivescovo di Monaco &#8212; poi Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e infine Papa Benedetto XVI &#8212; una comprensione \u00abtragica\u00bb dell&#8217;impatto che la Riforma Liturgica ha avuto per la vita e la identit\u00e0 della Chiesa. Per chiarire il senso e la portata di questo testo, vi si commenta emotivamente\u00a0 ci\u00f2 che accadde subito dopo il Concilio (negli anni 65 e seguenti), ma la stesura \u00e8 di pi\u00f9 di 10 anni dopo. Ecco il testo (tratto da J. Ratzinger,\u00a0<i>La mia vita. Autobiografia<\/i>, Cinisello B., San Paolo, 1977, 113-115, i neretti sono miei):<a href=\"https:\/\/mondodomani.org\/reportata\/grillo03.htm#nota2\" name=\"rif2\"><br \/>\n<\/a><\/p>\n<blockquote><p>\u00abIl secondo grande evento all&#8217;inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI,\u00a0<strong><i>con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi<\/i><\/strong>. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo.\u00a0<strong><i>Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia<\/i><\/strong>. Si diede l&#8217;impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale.\u00a0<i>Ma la verit\u00e0 storica \u00e8 un&#8217;altra<\/i>. <strong>Pio V\u00a0<i>si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso<\/i><\/strong>, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale,\u00a0<strong><i>senza mai contrapporre un messale a un altro<\/i><\/strong>. Si \u00e8 sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, per\u00f2, la continuit\u00e0 non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C&#8217;\u00e8 solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l&#8217;irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalit\u00e0 di \u00abriforme\u00bb liturgiche.<\/p>\n<p>Non c&#8217;erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l&#8217;una accanto all&#8217;altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trov\u00f2 la sua manifestazione pi\u00f9 visibile e storicamente pi\u00f9 incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risult\u00f2 parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era pi\u00f9, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della citt\u00e0 di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro.\u00a0<strong><i>Non si pu\u00f2 quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati<\/i>.<\/strong><\/p>\n<p><strong><i>Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell&#8217;antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche<\/i><\/strong>. Come era gi\u00e0 avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell&#8217;introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di pi\u00f9:\u00a0<strong><i>si fece a pezzi l&#8217;edificio antico e se ne costru\u00ec un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l&#8217;edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti<\/i><\/strong>.<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento,\u00a0<strong><i>ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest&#8217;ultimo e si facesse <\/i><i>in qualche modo apparire la liturgia non pi\u00f9 come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi<\/i><\/strong>. In questo modo, infatti, si \u00e8 sviluppata l&#8217;impressione che la liturgia sia \u00abfatta\u00bb, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di \u00abdonato\u00bb, ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacit\u00e0 decisionale solo agli specialisti o a un&#8217;autorit\u00e0 centrale, ma che, in definitiva, ciascuna \u00abcomunit\u00e0\u00bb voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia \u00e8 qualcosa che ciascuno si fa da s\u00e9, allora non ci dona pi\u00f9 quella che \u00e8 la sua vera qualit\u00e0: l&#8217;incontro con il mistero, che non \u00e8 un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita.\u00a0<strong><i>Per la vita della Chiesa \u00e8 drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l&#8217;unit\u00e0 della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita \u00abetsi Deus non daretur\u00bb: come se in essa non importasse pi\u00f9 se Dio c&#8217;\u00e8 e se ci parla e ci ascolta<\/i><\/strong>. Ma se nella liturgia non appare pi\u00f9 la comunione della fede, l&#8217;unit\u00e0 universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov&#8217;\u00e8 che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunit\u00e0 celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunit\u00e0 in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unit\u00e0, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa. Per questo\u00a0<i>abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico<\/i>, che richiami in vita la vera eredit\u00e0 del concilio Vaticano II\u00bb.<\/p><\/blockquote>\n<p>Questo testo, con la sua sorprendente durezza, comporta alcuni \u00abgiudizi\u00bb talmente carichi di \u00abpregiudizi\u00bb da risultare del tutto disorientanti per una valutazione pacata e serena dei fatti in gioco. Anche se oggi J. Ratzinger \u00e8 Vescovo emerito di Roma, siamo evidentemente liberi di giudicare con grande libert\u00e0 e parresia un suo \u00abscritto autobiografico\u00bb, che non rappresenta un documento magisteriale, ma pu\u00f2 utilmente farci comprendere alcune delle logiche del magistero liturgico dal 2007 ad oggi.<\/p>\n<p><strong>Lo scandalo per il muovo messale<\/strong><\/p>\n<p>Anzitutto \u00e8 singolare un primo aspetto: lo scandalo \u00e8 suscitato in Ratzinger non dalla Riforma Liturgica, ma dalla \u00abpromulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli\u00bb. Curiosa espressione, legata a una ricostruzione storica del tutto ipotetica, congetturale e sorprendentemente ideologica. Mentre Pio V avrebbe semplicemente \u00abrielaborato il messale in uso\u00bb, il divieto di \u00abquel messale\u00bb ha comportato \u00ab<i>una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche<\/i>\u00bb. Ci\u00f2 che qui viene affermato dipende da una ricostruzione assolutamente manichea della possibile continuit\u00e0. Pu\u00f2 esservi continuit\u00e0 soltanto se si continua a usare il messale tridentino. Mentre non si riesce a comprendere come dovrebbe essere concepita una \u00abriforma\u00bb che non ricada in questa \u00abtragica rottura\u00bb. In realt\u00e0, la storia, se osservata con una sguardo meno pregiudicato dalla paura, dice proprio un&#8217;altra cosa. Ossia che, come Pio V ha fatto nel 1570, e dopo di lui altri papi in modo meno sistematico, Paolo VI, sia pure con altri mezzi e con altre competenze a disposizione, ha fatto nel 1969. Il rito romano trova continuit\u00e0 mediante la riforma, non accanto e nonostante essa. L&#8217;immagine utilizzata (\u00absi fece a pezzi l&#8217;antico edificio e se ne costru\u00ec un altro\u00bb) dice bene questo modo pregiudiziale e ingiusto di considerare la storia concreta della Riforma.<\/p>\n<p><strong>Capovolgimento tra causa e effetto<\/strong><\/p>\n<p>Si deve aggiungere, di conseguenza, che questa ricostruzione congetturale della storia degli ultimi 60 anni approda ad un giudizio che capovolge la causa e l&#8217;effetto: a causa della Riforma postconciliare si sarebbe entrati nella crisi della liturgia. Non si dice una sola parola sul fatto che la crisi della liturgia <em>preesisteva da almeno un secolo rispetto al Concilio.<\/em> Anzi si pretende &#8211; qualche pagina prima &#8211; di dimostrare che anche nel rito preconciliare la \u00abpartecipazione attiva\u00bb era una realt\u00e0 pienamente in atto.<\/p>\n<p>Di qui, da questo animo turbato per una rappresentazione drammatica e tragica della identit\u00e0 compromessa dalla Riforma Liturgica, scaturisce l&#8217;intento di una \u00abriconciliazione liturgica\u00bb e di un \u00abnuovo movimento liturgico\u00bb per ritrovare la continuit\u00e0 perduta. \u00c8 evidente che, all&#8217;interno di una tale ipotetica ricostruzione, sarebbe possibile una riconciliazione e una continuit\u00e0 soltanto \u00abripristinando la vigenza del rito preconciliare\u00bb. Ci\u00f2 costituisce una chiara premessa a ci\u00f2 che, 30 anni dopo, si \u00e8 tentato di fare attraverso il Motu Proprio <em>Summorum Pontificum<\/em>. Ma il \u00absistema\u00bb che ne \u00e8 sorto &#8211; astrattamente &#8211; genera soltanto confusione e incertezza, insicurezza e dubbio. Non riconcilia, ma esaspera le differenze e i conflitti, mette in luce i risentimenti e i pregiudizi. Crea, di fatto, identit\u00e0 parallele irreconciliate e tuttavia pericolosamente ufficializzate.<\/p>\n<p><strong>Ma la Riforma Liturgica era necessaria?<\/strong><\/p>\n<p>Dietro a tutto ci\u00f2, tuttavia, si profila un&#8217;ombra. Il testo non lascia intendere che cosa l&#8217;autore pensi della \u00abnecessit\u00e0\u00bb della Riforma liturgica. Ed \u00e8 anche evidente che il testo autobiografico, pur arrivando indirettamente alla medesima conseguenza del successivo \u00abMotu Proprio\u00bb, \u00e8 molto pi\u00f9 esplicito e pesante nel giudizio negativo circa la Riforma Liturgica. La persuasione di un possibile \u00abregime parallelo\u00bb tra rito vecchio e rito nuovo pu\u00f2 essere sostenuta &#8212; al di l\u00e0 delle questioni pratiche che ne derivano irrimediabilmente &#8212; solo se si \u00e8 convinti che la Riforma non sia stato un \u00abatto necessario\u00bb successivo al Concilio Vaticano II. Nonostante le rassicurazione che il Motu Propri (e la lettera che lo accompagna) si affrettano a precisare, rimane molto chiara la presa di distanza obiettiva che tale documento rappresenta circa la \u00abnecessit\u00e0\u00bb della Riforma Liturgica. Su questo, io credo, dovrebbe essere puntata oggi l&#8217;attenzione. <em>Se quando riformo un rito, lascio che il rito precedente continui tranquillamente la sua corsa, posso affermare di essere veramente convinto della necessit\u00e0 della Riforma?<\/em> La \u00abpedagogia rituale\u00bb pu\u00f2 considerarsi riconosciuta? La questione, pi\u00f9 di 40 anni dopo, resta aperta. E, dopo <em>Summorum pontificum<\/em> non \u00e8 per nulla una questione semplicemente autobiografica.<\/p>\n<p><strong>Un Nuovo Movimento Liturgico?<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;auspicio verso un \u00abnuovo Movimento Liturgico\u00bb, con cui si chiude il brano che abbiamo considerato, manifesta una profonda difficolt\u00e0 nella comprensione equilibrata della storia con cui il ML si \u00e8 mosso nell&#8217;ultimo secolo. Soprattutto dimostra una coscienza molto limitata della \u00abquestione liturgica\u00bb, come orizzonte problematico che ha dato vita al ML fin dal XIX secolo. E, come abbiamo visto, tende a far credere che la questione liturgica non sia la causa della Riforma Liturgica, ma un suo effetto! Per evitare queste conseguenze improvvide, occorre oggi proporre una riflessione pi\u00f9 adeguata dello sviluppo storico del ML, che qui voglio brevemente abbozzare.<\/p>\n<p>Poich\u00e9 negli ultimi tempi si sono moltiplicate le prese di posizione intorno al tema della Riforma Liturgica e del ruolo del la Tradizione rituale per la fede cristiana, \u00e8 bene cercare di precisare, con tutta la serenit\u00e0 necessaria, e fuori da ogni spirito polemico, alcune grandi questioni di fondo, sulle quali \u00e8 facile fare affermazioni che, a causa dello loro unilateralit\u00e0, costituiscono poi la premessa di molte conseguenze inopportune o dannose addirittura.<\/p>\n<p><strong>La Riforma come atto di continuit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>La Riforma liturgica non \u00e8 e non vuole essere una \u00abrottura\u00bb della liturgia cristiana, ma vuole garantire la continuit\u00e0 con la grande tradizione originaria del pregare e del celebrare cristiano i fronte a una crisi che in Europa ha toccato la liturgia dalla fine del 1700. Non \u00e8 il 1968 l&#8217;inizio della crisi, ma il 1790 o il 1833. Tuttavia, per sostenere questa tesi, occorre maturare uno sguardo molto equilibrato. Perch\u00e9 non bisogna cadere nella tentazione di contrapporre, drasticamente, continuit\u00e0 e discontinuit\u00e0. La Riforma \u00e8 la coscienza maturata nella Chiesa &#8212; e che non si pu\u00f2 improvvisare &#8212; circa la necessit\u00e0 di\u00a0<i>favorire la continuit\u00e0 mediante una certa discontinuit\u00e0<\/i>. Poich\u00e9\u00a0<i>se \u00e8 vero che la Riforma vuole realizzare una continuit\u00e0 pi\u00f9 autentica e pi\u00f9 efficace della Tradizione, \u00e8 altrettanto vero che pu\u00f2 realizzare questo obiettivo solo a costo di alcune decisive discontinuit\u00e0<\/i>. Bisogna infatti ricordare che una Riforma, se vuole essere tale, deve cambiare alcune cose importanti, dalle quali dipende il senso stesso della Tradizione. Una Riforma che non toccasse minimamente la prassi rituale della Chiesa, che non incidesse sui suoi riti, sulle sue priorit\u00e0, sulla lingua o sulla relazione ecclesiale, sarebbe una Riforma falsa o la negazione stessa della Riforma.\u00a0<i>Se si decide di fare una Riforma, ma pu\u00f2 anche non cambiare nulla, allora \u00e8 evidente che si entra in una regione della incertezza che non si pu\u00f2 pi\u00f9 chiamare Riforma<\/i>.<\/p>\n<p><strong>Riforma Liturgica e unit\u00e0 del rito romano<\/strong><\/p>\n<p>D&#8217;altra parte \u00e8 importante ricordare che la giusta ermeneutica del Concilio, richiamata anche da Benedetto XVI in un noto discorso alla Curia Romana nel 2005, non contrappone discontinuit\u00e0 a continuit\u00e0, ma discontinuit\u00e0 a Riforma. Il che si potrebbe tradurre in questo modo: quando si tratta di fare i conti con la Tradizione in un passaggio critico, la discontinuit\u00e0 necessaria \u00e8 quella della Riforma, non quella della rottura. Anche in questo caso la continuit\u00e0, se la tradizione \u00e8 in crisi, pu\u00f2 mantenersi solo a costo di una certa discontinuit\u00e0.<\/p>\n<p>Su questa base \u00e8 sorprendente notare come nella argomentazione comune\u00a0<i>spesso si voglia equiparare la \u00abnon rottura\u00bb necessaria a ogni vera Riforma con la considerazione secondo cui non c&#8217;\u00e8 antitesi tra le due forme del rito romano, del 1962 e del 1969.\u00a0<\/i>In realt\u00e0\u00a0<i>dalla premessa che abbiamo pacificamente acquisito non discende affatto questa pretesa conseguenza<\/i>. Se si fa una Riforma, ci\u00f2 che viene cambiato non \u00e8 pi\u00f9 come prima. Ma questa discontinuit\u00e0, che non si pu\u00f2 negare senza negare l&#8217;idea stessa di Riforma, non pu\u00f2 essere compatibile con la sopravvivenza di quella prassi che appunto si \u00e8 voluto modificare.\u00a0<i>Qui siamo di fronte ad un problema che non \u00e8 tanto liturgico o ecclesiale, ma logico e genealogico<\/i>. Provo ad affrontarlo partendo da pi\u00f9 lontano. Nella lettera inviata ai vescovi nel 2007 in occasione del motu proprio, il papa Benedetto ha scritto: \u00abNon c&#8217;\u00e8 nessuna contraddizione tra l&#8217;una e l&#8217;altra edizione del <em>Missale Romanum<\/em>. Nella storia della Liturgia c&#8217;\u00e8 crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ci\u00f2 che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande\u00bb.<\/p>\n<p>Il papa ha ragione se ci chiede di restare ben piantati nella dinamica di una storia che si articola nello spazio e nel tempo:\u00a0<i>nella successione storica delle due forme non c&#8217;\u00e9 nessuna contraddizione tra rito vecchio e rito nuovo<\/i>. Ma appunto, solo nella successione temporale di due forme diverse!\u00a0<i>Se invece si pretende di far convivere nella stessa unit\u00e0 di spazio e tempo queste due forme, senza subordinarne una all&#8217;altra in modo netto e definitivo, si perde immediatamente l&#8217;orientamento e cos\u00ec anche il senso della tradizione<\/i>. La Riforma liturgica \u00e8 stata un\u00a0<i>atto necessario<\/i>, un passaggio che la Chiesa ha avvertito e giudicato, al suo pi\u00f9 alto livello, conciliarmente, come evento decisivo della propria identit\u00e0, mentre la cosa grave \u00e8 che documenti come\u00a0<i>Universae Ecclesiae<\/i>, e gi\u00e0 prima\u00a0<i>Summorum Pontificum<\/i>, la riducono a una\u00a0<i>opzione semplicemente possibile<\/i>. Qui sta una differenza delicatissima, sottile come un capello, ma assolutamente decisiva. Se si riconosce la necessit\u00e0 storica della Riforma non si pu\u00f2 affiancarle di nuovo quel rito che essa ha voluto e dovuto intenzionalmente superare. Questa non \u00e8 \u00abrottura\u00bb, \u00e8 vita, \u00e8 sviluppo organico, \u00e8 logica giuridica e vitale delle istituzioni. Quando si proponesse come ufficiale questa concentrazione contemporanea di una successione storica, si altererebbe irrimediabilmente tutto il senso e l&#8217;impatto dell&#8217;atto di riforma. D&#8217;altra parte, bisogna dire che se oggi ci si preoccupa di evitare che la tradizione subisca \u00abrotture\u00bb, bisogna evitare anche di procurarne di peggiori: se la polemica sulle \u00abermeneutiche del concilio\u00bb \u00e8 ricondotta alla sua vera intenzione, \u00e8 facile vedere come\u00a0<i>non si tratta di contrapporre continuit\u00e0 e discontinuit\u00e0, ma di contrapporre due diverse accezioni di discontinuit\u00e0 (ossia la Riforma e la discontinuit\u00e0 tout court!). Ogni Riforma introduce un certo grado di discontinuit\u00e0 per poter garantire un pi\u00f9 profonda e autentica continuit\u00e0<\/i>.<\/p>\n<p><strong>La continuit\u00e0 riformata del rito romano<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 vero, la storia non \u00e8 un insieme di spaccature, ma non \u00e8 neppure un accumulo di forme diverse: se nel divenire garantiscono la continuit\u00e0, quando invece vengono assunte come contemporanee creano solo una crescente confusione e un grande pasticcio.\u00a0<i>La continuit\u00e0 della identit\u00e0 del rito romano oggi viene garantita dai riti della riforma liturgica, non dalla giustapposizione di questi con quelli che, a causa dei loro limiti, sono stati sostituiti dai nuovi<\/i>. C&#8217;\u00e8 una chiara visione dello sviluppo organico del rito romano solo se si procede secondo questo sviluppo storico, rispettandone la diacronia che \u00e8 vita, non invece se lo si considera astrattamente sul piano di una astorica contemporaneit\u00e0 di forme tutte ugualmente disponibili. Se il modello \u00e8 quello della crescita organica, nell&#8217;adulto c&#8217;\u00e8 il bambino, ma la continuit\u00e0 \u00e8 garantita non dalla compresenza di membra bambine e adulte, di linguaggio bambino e adulto, ma nell&#8217;assumere, da parte dell&#8217;adulto, la ricchezza della propria infanzia, lasciandone cadere i limiti, le fragilit\u00e0 e le inconseguenze.<\/p>\n<p><strong>La Riforma Liturgica \u00e8 una fine o un inizio?<\/strong><\/p>\n<p>Infine, una parola sulla Riforma liturgica come inizio o come fine. Mi sembra di dover concordare del tutto sul fatto che la Riforma Liturgica non \u00e8 una fine, ma un inizio. Si pu\u00f2 dire anche cos\u00ec: la riforma liturgica <em>\u00e8 necessaria &#8212; non opzionale &#8212; ma non \u00e8 sufficiente<\/em>, bens\u00ec deve compiersi in una formazione\/iniziazione che i nuovi riti devono operare sul corpo della Chiesa.\u00a0<i>Riforma Liturgica non \u00e8 pi\u00f9 tanto la riforma che la chiesa fa dei propri riti, ma la riforma che i riti sanno fare della Chiesa.\u00a0<\/i>Per questo, per\u00f2, non \u00e8 necessario un \u00abNuovo movimento liturgico\u00bb. \u00c8 necessario continuare il Movimento liturgico che per molti decenni ha preparato il Concilio e la Riforma, che poi si \u00e8 espresso nel preparare i testi della Riforma Liturgica con tutte le competenze necessarie, e che infine oggi, con un compito ancora pi\u00f9 complesso e prezioso, deve ridare parola e azione ai riti stessi. Anche in questo trovo che ci debba essere un bella continuit\u00e0, tra coloro che hanno preparato e coloro che oggi attuano la Riforma.\u00a0<i>Non \u00e8 vero che ci sia in questo una rottura necessaria. Non \u00e8 vero che molti di coloro che hanno fatto la Riforma oggi si siano pentiti. Io non ne conosco uno. Chi sono? Dove sono? Non \u00e8 vero che si debba ricominciare daccapo a Riformare. \u00c8 vero invece che la Riforma ha bisogno di una terza fase dell&#8217;unico Movimento Liturgico, che nello sviluppo organico di questo ultimo secolo, non senza difficolt\u00e0, ieri come oggi, cerchi di mantenere in comunicazione il passato con un presente aperto al futuro di Dio<\/i>. In tutto questo restiamo convinti che occorra onorare la memoria di ci\u00f2 che \u00e8 avvenuto nella Chiesa cattolica in questi ultimi 60 anni. Ma dobbiamo farlo con narrazioni equilibrate e non unilaterali. E possiamo farlo solo in quello Spirito che grazie al Concilio Vaticano II \u00ababbiamo visto chiaramente passare tra noi (e chi ora lo nega, e c&#8217;era, purtroppo sa bene che cosa fa: la sua parlata lo tradisce)\u00bb (Pierangelo Sequeri).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo aver scoperto ci\u00f2 che H. U. von Balthasar pensava del Vetus Ordo nel 1980 (qui), voglio ora considerare un testo tratto dalla Autobiografia che J. 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