{"id":13333,"date":"2019-01-12T08:36:23","date_gmt":"2019-01-12T07:36:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=13333"},"modified":"2019-01-12T08:51:14","modified_gmt":"2019-01-12T07:51:14","slug":"teologia-e-segni-dei-tempi-francesco-rilancia-e-i-teologi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/teologia-e-segni-dei-tempi-francesco-rilancia-e-i-teologi\/","title":{"rendered":"Teologia e segni dei tempi: Francesco rilancia. E i teologi?"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Veritatis-Gaudium.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-13335\" alt=\"Veritatis-Gaudium\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Veritatis-Gaudium-300x188.jpg\" width=\"300\" height=\"188\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Veritatis-Gaudium-300x188.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Veritatis-Gaudium.jpg 319w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Da qualche tempo rifletto su un paradosso davvero curioso. Abbiamo un tradizione recentissima che offre uno spettacolo interessante. Un papa che, sulla base di una teologia pienamente conciliare, chiede una nuova e strutturale &#8220;apertura&#8221; alla Chiesa. Accanto a lui e intorno a lui, oltre all&#8217;entusiasmo popolare e alla larga collaborazione pastorale e accademica, diversi pastori e teologi hanno paura della loro ombra e alzano barriere per evitare ogni apertura. Vorrei provare a interpretare meglio questo paradosso.<\/p>\n<p><em>1. Il Papa e i &#8220;segni dei tempi&#8221;<\/em><\/p>\n<p>Dire che la teologia di papa Francesco \u00e8 &#8220;conciliare&#8221; pu\u00f2 essere solo uno slogan. Come tale sarebbe solo dannosa. A me pare, invece, che la conciliarit\u00e0 di Francesco risieda in un &#8220;approccio&#8221; che potremmo definire con una parola che ha accompagnato profondamente il percorso di elaborazione del Concilio Vaticano II: ossia la percezione di un rapporto della Chiesa con i &#8220;segni dei tempi&#8221;. E&#8217; questa una delle intuizioni pi\u00f9 feconde di Giovanni XXIII, che viene espressa con chiarezza nell&#8217;ultima sua enciclica &#8220;Pacem in terris&#8221;. Con questa espressione papa Giovanni indica &#8220;esperienze del mondo moderno&#8221; da cui la Chiesa ha qualcosa di decisivo da imparare. Nel testo giovanneo si parla delle condizioni dei lavoratori, delle donne e dei popoli, che si sono manifestate nel XX secolo, e su cui la Chiesa deve trarre decisivi insegnamenti. Potremmo dire che Francesco sa che la Chiesa deve essere, contemporaneamente, docente e discente. Pu\u00f2 trarre dagli sviluppi economici, dai nuovi diritti della donna e dalla emancipazione politica dei popoli comprensioni pi\u00f9 profonde del Vangelo.<\/p>\n<p><em>2. L&#8217;approccio &#8220;napoleonico&#8221; dei teologi e dei canonisti<\/em><\/p>\n<p>Ma, mentre Francesco cammina sicuro per questa via, una parte consistente del corpo ecclesiale, al centro come in periferia, in campo pastorale e teologico, nelle curie e nelle accademie, resta ferma a rappresentazioni vecchie e a pratiche superate. Continua a ritenere che la chiesa possa e debba &#8220;blindarsi&#8221; in un corpus completo e immodificabile di &#8220;leggi&#8221; e di &#8220;dottrine&#8221; che il Codice e il Magistero custodiscono gelosamente. Che abbia solo da insegnare e nulla da imparare. Che possa gestire dall&#8217;interno ogni questione, senza dover mai rendere conto &#8220;a terzi&#8221;; che possa costruire una &#8220;logica parallela&#8221; che alimenta la indifferenza: leggi diverse, tribunali diversi, comportamenti diversi, intesi non come &#8220;trascendenza escatologica&#8221;, ma come &#8220;alternativa istituzionale&#8221;. Accanto alla &#8220;Chiesa in uscita&#8221; di Francesco vediamo esprimersi una Chiesa &#8220;con le porte blindate&#8221;. Una tale idea di Chiesa applica ad essa l&#8217;ideale illuminista e napoleonico della &#8220;legge universale e astratta&#8221;, garantita dal centro.<\/p>\n<p><em>3. La &#8220;libert\u00e0&#8221; della teologia secondo Francesco.<\/em><\/p>\n<p>Che cosa pu\u00f2 fare, in questo ambito, la teologia? E&#8217; evidente che, nella prospettiva di Francesco, e dei &#8220;segni dei tempi&#8221;, un pensiero teologico vivo e acuto, capace di riflessione e di preghiera, \u00e8 uno degli strumenti essenziali per &#8220;aprire&#8221; la Chiesa. Lo ha proposto in molte occasioni, il papa, questo racconto. Il racconto di una teologia che non sta &#8220;al balcone&#8221; o &#8220;alla scrivania&#8221;, ma &#8220;in strada&#8221;. E lo ha espresso, nel famoso discorso al Collegio degli scrittori della Civilt\u00e0 cattolica, come una &#8220;teologia&#8221; delle tre &#8220;i&#8221;: una teologia della\u00a0inquietudine, una teologia della\u00a0incompletezza e una teologia della\u00a0immaginazione. Sono le tre &#8220;i&#8221; che all&#8217;inizio di &#8220;Tempi difficili&#8221; di Ch. Dickens vengono messe sul banco degli imputati dalla nuova cultura &#8220;generale e astratta&#8221;. In un certo senso possiamo dire che gli ideali del &#8220;sistema istituzionale&#8221; guardano con preoccupazione ad ogni manifestazione di inquietudine, di incompletezza e di immaginazione. Il &#8220;sistema ecclesiale&#8221; esige totale completezza, tranquilla autosufficienza, rigoroso principio di realt\u00e0. E rischia, il sistema, di pretendere questo anche da quei &#8220;funzionari&#8221; che si chiamano teologi. Che dovrebbero soltanto giustificare lo <em>status quo<\/em>, non introdurre elementi di inquietudine e di turbamento e semplicemente ripetere ci\u00f2 che il codice e il magistero ha storicamente affermato: come se la storia fosse finita e la Chiesa potesse essere solo &#8220;retro oculata&#8221;.<\/p>\n<p><em>4. La incompatibilit\u00e0 tra Veritatis Gaudium I e Veritatis Gaudium II<\/em><\/p>\n<p>Questa condizione paradossale appare in tutta la sua lacerazione nel testo di\u00a0<em>Veritatis gaudium,\u00a0<\/em> che \u00e8 la nuova Costituzione Apostolica sugli studi ecclesiastici. Sarebbe difficile immaginare un pi\u00f9 forte contrasto tra un\u00a0<em>Proemio<\/em>, la cui apertura \u00e8 davvero impressionante, e il successivo &#8220;articolato normativo&#8221;, di cui impressiona altamente la chiusura.\u00a0\u00a0Se davvero l&#8217;assetto degli studi ecclesiastici deve assumersi il compito di un &#8220;cambio di paradigma&#8221; e di una &#8220;rivoluzione culturale&#8221;, dall&#8217;articolato successivo sembra che questo sia possibile solo ad una Chiesa in cui questo compito sia affidato soltanto al papa, e poi tutti i teologi possano ripetere una dottrina gi\u00e0 compiuta e perfettamente coerente, che ricevono dall&#8217;alto e alla quale obbediscono senza reticenze. La storia della Chiesa, per\u00f2, dimostra che le cose non hanno mai funzionato cos\u00ec. E si deve dire, con grande chiarezza, che dare forma agli studi ecclesiastici secondo la\u00a0<em>mens<\/em> di VG 1-6 non pu\u00f2 in nessun caso seguire le normative stabilite da quanto segue. Anzi alla dottrina di una &#8220;chiesa in uscita&#8221; segue una normativa di una &#8220;chiesa senza uscite&#8221;. Il titolo riguarda i primi 6 numeri. Tutti gli altri dovrebbero intitolarsi\u00a0<em>Veritatis Angor<\/em>! Non vorrei che i teologi dovessero essere costretti a reagire con una &#8220;obiezione di coscienza&#8221; nei confronti della parte normativa, in fedelt\u00e0 alle intenzioni del\u00a0<em>Proemio<\/em>.<\/p>\n<p><em>5. Il monito di W. Boeckenfoerde e il silenzio imposto<\/em><\/p>\n<p>Una chiesa realmente capace di &#8220;imparare anche dalla storia contemporanea&#8221; ha bisogno di un&#8217;altra libert\u00e0 di pensiero e di un&#8217;altra struttura di relazioni accademiche e istituzionali. Lo aveva gi\u00e0 segnalato, molto lucidamente, il giurista tedesco Wolfgang Boeckenfeorde quando aveva denunciato la maggiore chiusura della normativa sulla &#8220;libert\u00e0 teologica&#8221; del codice del 1983 rispetto al codice del 1917. Ho presentato nel dettaglio la posizione del grande canonista tedesco in un precedente post:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/roma-ha-parlato-la-discussione-e-aperta-sul-rapporto-tra-magistero-autorevole-e-liberta-teologica-nel-postconcilio\/\">http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/roma-ha-parlato-la-discussione-e-aperta-sul-rapporto-tra-magistero-autorevole-e-liberta-teologica-nel-postconcilio\/<\/a>. La trasformazione della normativa &#8220;negativa&#8221; del 1917, a quella &#8220;positiva&#8221; del 1983 ha ridotto pesantemente lo spazio di manovra della libera ricerca teologica.\u00a0La imposizione del &#8220;silenzio&#8221; negli ambiti che meritano una discussione competente costituisce un segno di pericolosa &#8220;autoreferenzialit\u00e0&#8221; su cui la normativa di VG accentua ulteriormente la mano. E&#8217; davvero paradossale che ad un Proemio in cui, per la prima volta nella storia della Chiesa, si acquisiscono prospettive di apertura e di libert\u00e0 davvero consolanti e promettenti, corrisponda una normativa che risulta meno aperta rispetto a quella del 1917 e del 1983! Occorre dirlo con chiarezza: senza una modifica radicale della normativa, le parole del Proemio corrono il rischio di essere intese come una verniciata ideologica senza radice. <em>Che non impediscono al papa di essere profeta, ma che, secondo quanto segue, lo proibiscono recisamente a tutti i soggetti diversi da lui<\/em>. E non sarebbe proprio un bel modo di onorare i &#8220;segni dei tempi&#8221;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da qualche tempo rifletto su un paradosso davvero curioso. Abbiamo un tradizione recentissima che offre uno spettacolo interessante. 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