{"id":13085,"date":"2018-08-28T08:55:38","date_gmt":"2018-08-28T06:55:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=13085"},"modified":"2018-08-28T08:55:38","modified_gmt":"2018-08-28T06:55:38","slug":"una-generazione-di-maestri-che-va-bilancio-di-compleanno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/una-generazione-di-maestri-che-va-bilancio-di-compleanno\/","title":{"rendered":"Una generazione di maestri che va. Bilancio di compleanno"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/benno.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-13087\" alt=\"benno\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/benno.jpg\" width=\"198\" height=\"300\" \/><\/a><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-13086\" alt=\"imagobof\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/imagobof.jpg\" width=\"100\" height=\"146\" \/><\/p>\n<p>Da quasi un anno ho in animo di scrivere questo testo. Il motivo \u00e8 presto detto. Nel corso di questo ultimo anno ci sono stati due eventi che mi hanno molto segnato, non solo per la loro portata umana e cristiana, ma per il singolare ritmo temporale che li ha caratterizzati. Il giorno del mio compleanno dell\u2019anno scorso, il 28 agosto 2017, memoria di S. Agostino, mentre ero nel Seminario di Verona, dopo aver finito la mia relazione al Convegno APL, vedo avvicinarmisi l\u2019Abate di S. Giustina, Don Giulio, che mi sussurra, con voce commossa: \u201cForse non sa che oggi \u00e8 mancato improvvisamente l\u2019Abate Benno\u201d. Resto di sasso. E sento incisa, per sempre, nel giorno del mio compleanno, la memoria del caro maestro, del collega fidato e dell\u2019amico prezioso Benno Malfer, Abate di Bolzano. Qualche mese pi\u00f9 tardi, nel giorno del mio onomastico, il 30 novembre, ricevo un messaggio telefonico da un caro amico: \u201cOggi \u00e8 un giorno brutto: \u00e8 mancato don Bof, stamattina\u201d. Anche in questo caso, al mio onomastico si accompagner\u00e0, per sempre, la memoria del grande maestro e dell\u2019amico carissimo Giampiero Bof, teologo tra i pi\u00f9 lucidi della sua generazione. Questo duplice evento luttuoso, nel giro di pochi mesi, mi ha posto di fronte alla esigenza, vitale e incontenibile, di fare un bilancio dei debiti culturali e formativi della mia vita. Venendo a mancare due pilastri della mia formazione, \u00e8 come se io abbia sentito, improvvisamente e con una urgenza senza precedenti, il bisogno di riepilogare, ordinatamente, la sequenza di \u201cimagines\u201d, alle quali debbo larga parte di quello che penso e di quello che sono. In prossimit\u00e0 del mio compleanno, un anno dopo, voglio provare a mettere in comune con i lettori questa storia di nascita, di morti e di formazione.<\/p>\n<p><i>1. La scuola: maestri e professori<\/i><\/p>\n<p>Prima della scuola e parallelamente ad essa, dalla mia famiglia ho tratto stimoli culturali e di formazione soprattutto da mio nonno Vico: Ludovico Giauna, che era stato capostazione a Savona, aveva sempre avuto interessi culturali, aveva recitato in teatro, compariva come protagonista in un cortometraggio, ma soprattutto aveva, in casa, la filodiffusione. Quello \u00e8 stato un canale di scoperta della musica classica, insieme all\u2019altro canale, quello del mio compagno di I media, Luca d\u2019Aprile, che ascoltava Bach, Mozart e Beethoven in casa, quando facevamo i compiti insieme.<\/p>\n<p>Ma gi\u00e0 la mia maestra delle scuole elementari, Elena Varnero, per 5 anni ci aveva formati con rigore e con metodo. La matematica e l\u2019italiano, ma anche la musica e il disegno erano insegnati con gusto. Persino il canto lo ricordo con una certa emozione: montava il giradischi, metteva il disco, ci faceva alzare in piedi e dirigeva il canto di Silvie Vartan: \u201csar\u00e0 capitato anche a voi, di avere una musica in testa&#8230;\u201d, facendo tutto con la seriet\u00e0 di un Toscanini che gesticola con energia di fronte alla Orchestra della Scala.<\/p>\n<p>Il passaggio alle Scuole Medie fu molto fruttuoso. Da l\u00ec, ricordo bene, la frequentazione dell\u2019amico Luca mi mise in testa alcuni motivi classici, che mi accompagnavano nella giornata. I due colpi che aprono la Sinfonia Eroica di Beethoven scandivano spesso i compiti o le partite di calcio. Quanto importante fu poi, per me, quella sera in cui la prof. di musica \u2013 che chiamavamo \u201cla Scifo\u201d \u2013 ci port\u00f2 al Teatro Chiabrera, ad ascoltare il Quartetto Borodin. Ricordo ancora il programma: Haydn (op. 73), Schumann (op.41) e Debussy. Fu un punto di non ritorno. Da allora nulla musicalmente \u00e8 per me pi\u00f9 piacevole di un quartetto d\u2019archi. Quel timbro e quella forza mi sono entrati nel sangue. Pi\u00f9 tardi, quando iniziai a studiare i rudimenti del pianoforte, tornai dalla stessa insegnante, che era stata pianista virtuosa.<\/p>\n<p>Ma le scuole medie furono soprattutto l\u2019incontro con il Prof. Fernando Murialdo, che insegnava italiano, storia e geografia. Sento di dovergli molto pi\u00f9 di quanto riesco a dire o a ricordare. Era un uomo colto. Ci faceva fare il compito in classe con accompagnamento musicale. Nelle due ore di lavoro prendeva il giradischi e proponeva brani come: La Mer di Debussy, La Marcia funebre di Sigfrido di Wagner, Pini e Fontane di Roma di Respighi. Ci faceva leggere il Maestro e Margherita di Bulgakov e La storia della Morante. Ma lavorava in modo ardito anche con Omero: proponeva lavori di gruppo in cui dovevamo tradurre alcune scene dell\u2019Iliade in una pagina a fumetti. C\u2019era da stabilire la sceneggiatura, la successione delle immegini, i testi dei fumetti: una cosa molto impegnativa, ma di grande forza. Era per\u00f2 anche un professore severo: in geografia arrivava prima o poi la prova sulla \u201ccartina muta\u201d\u2026 e non c\u2019era alternativa allo studio preciso e meticoloso. Lo abbiamo incontrato, un anno fa, con i miei figli, per strada, nel suo quartiere: \u201cNegli ultimi tempi cado spesso\u201d, ci ha detto, preoccupato, ormai oltre i 90 anni.<\/p>\n<p>Dalle medie al ginnasio-liceo. In mezzo sta un episodio quasi incomprensibile, ma bello. Finita la scuola media ero gi\u00e0 iscritto all\u2019Istituto di Ragioneria, quando capita in casa nostra lo zio Carlo, che penso mai fosse entrato prima e mai pi\u00f9 sarebbe entrato dopo in casa nostra, per perorare la causa di una mia iscrizione al Liceo Classico. Ottenne successo e mi trovai iscritto in un\u2019altra scuola. E fu un passaggio tanto casuale quanto decisivo.<\/p>\n<p>I due anni di ginnasio furono forti e belli. Una sola insegnante, la prof. Teresa Ferrando, insegnava Italiano, Latino, Greco, Storia e Geografia. Stava con noi intere mattinate. Ricordo che uno dei primi testi che ci fece leggere furono brani da Gaudium et Spes (lei, che non era credente). Il lavoro con il latino e il greco era serio e bene organizzato, cos\u00ec come la storia e la geografia. Con il Liceo, per\u00f2, inizi\u00f2 la scoperta della filosofia con U. Croci, dell\u2019italiano con G. Amoretti e della teologia con G. Bof, mio professore di religione. I tre anni del liceo sono quelli nei quali ho preso coscienza della forza della cultura e delle esigenze del pensiero. Dopo il liceo la facolt\u00e0 di Giurisprudenza non ha mai impedito di coltivare, parallelamente, interessi teologici e filosofici. Cos\u00ec, dopo la laurea, e un lungo servizio civile \u2013 dal 1985 al 1988, nel quale Barth e Bonhoeffer erano diventati per me letture obbligate \u2013 ho potuto dedicarmi \u201ctoto corde\u201d alla filosofia e alla teologia.<\/p>\n<p><i>2. I maestri di teologia, a Savona e Padova<\/i><\/p>\n<p>Il maestro di teologia che mi ha insegnato a pensare liberamente nella fede \u00e8 Giampiero Bof. Con lui ho passato i tre anni del liceo, poi le serate dei marted\u00ec del Porto, per quasi 20 anni, e le messe del sabato sera a S. Raffaele, e poi molti convegni in giro per l\u2019Italia, partendo in auto, da Savona, e parlando e ascoltando musica per tutto il viaggio. La sua formazione classica, con S. Tommaso ben fermo al centro, ma con una libert\u00e0 di pensiero alimentata dall\u2019idealismo tedesco (Hegel) e dal pensiero protestante (Barth), hanno molto allargato le mie percezioni, i criteri di giudizio e le priorit\u00e0 della ricerca. Ma come poter dimenticare, con Bof e grazie a Bof, le prime frequentazioni dei Convegni ATI: a Pescara, credo nel 1987, vidi e ascoltai, per la prima volta, Sartori, Dianich, Ruggieri, Angelini&#8230;<\/p>\n<p>Dal 1988 \u00e8 iniziato il rapporto con Padova, S. Giustina, dove prima il corso di licenza e poi quello di dottorato hanno offerto nuove occasioni di apprendimento, di confronto e di considerazione della tradizione. Padova era, ed \u00e8 rimasta, una bella fucina di pensiero originale. Ai tempi dei miei studi Pelagio Visentin era ancora preside, ma i corsi di Catella, di Brovelli, di Tagliaferri e di Bonaccorso, di Cavagnoli e di De Sandre, insieme alle memorabili lezioni di Sartori, aprivano uno sguardo nuovo, sulla tradizione e sulla azione rituale. Con Aldo Natale Terrin si \u00e8 aperta una fase di lungo apprendistato non tanto sul contenuto, quanto sulla forma. Da lui ho imparato a modificare lo stile, a scrivere per un lettore di cui considerare non solo l\u2019intelletto, ma anche la sensibilit\u00e0. L\u2019approccio fenomenologico ed ermeneutico di Terrin \u00e8 stato prezioso per camminare in campo teologico con risorse in parte nuove, in parte diverse. Per contagio, ho potuto gradualmente modificare il mio stile confrontandomi con la scrittura nitida e piana, ma profonda e anche concettosa, di Aldo Natale. Anche il gusto per gli esergo e per la formulazione di \u201ctesi forti\u201d mi \u00e8 venuto anzitutto da lui.<\/p>\n<p><i>3. I tedeschi romani a Padova<\/i><\/p>\n<p>Il rapporto con Padova ha portato con s\u00e9, gi\u00e0 dal 1990, una relazione prima con Magnus Loeher, purtroppo molto breve, poi con Benno Malf\u00e8r, ed infine con Elmar Salmann. Sono stati, in successione, i rappresentanti di S. Anselmo presso l\u2019ILP di Padova e ne ho fatto conoscenza nelle riunioni plenarie di dottorato, almeno due volte l\u2019anno. Qui ho subito notato la acutezza di B. Malf\u00e8r, che mi ha aiutato a leggere la tradizione con strumenti storici e sociologici, che altrimenti avrei trascurato. Mentre con Salmann, che \u00e8 poi diventato censore della mia tesi di dottorato, \u00e8 iniziato un confronto ricco e profondo, che sarebbe diventato, negli anni successivi, quasi quotidiano, a Roma. Con loro e grazie a loro ho potuto apprezzare, anche se in modo differenziato, lo stile accademico germanofono, cos\u00ec diverso da quello italiano, anche se in Salmann e Malf\u00e8r era interpretato molto spesso \u201citalico more\u201d.<\/p>\n<p><i>4. I romani a S. Anselmo<\/i><\/p>\n<p>Di l\u00ec a poco ho iniziato il mio insegnamento a S. Anselmo, a partire dal 1994. Qui, fin dall\u2019inizio, ho imparato a respirare in teologia con libert\u00e0. Nei primi anni, accolto dal Rettore P. R. Tragan, ho ancora conosciuto A. Nocent e G. B\u00e9k\u00e9s. Il primo giorno in cui misi piede a S. Anselmo, per un Convegno, incontrai Gh. Lafont, che andava in pensione, e di cui ereditavo un corso in Sacramentaria. E inizi\u00f2, allora, una collaborazione ventennale, con Marinella Perroni, con Pius Ramon Tragan, e anzitutto con E. Salmann, i cui percorsi teologici e filosofici spesso furono modelli o ispiratori di conferenze, corsi e articoli. Il suo modo sciolto, libero, ma rigoroso, di affrontare i problemi teologici e filosofici ha molto influito sul modo di discernere le questioni e di elaborare le risposte. Ho potuto gustare uno \u201cstile anselmiano\u201d di fare teologia a Roma nel quale mi sono largamente riconosciuto e verso il quale resto assai riconoscente, per aver scommesso su un \u201claico\u201d come me. E per essere rimasto fermo nella decisione ormai da 24 anni.<\/p>\n<p><i>5. Compleanno e memoria<\/i><\/p>\n<p>Tutti questi incontri li porto con me. Ora che nel giorno del compleanno penso alla lucida forza con cui Benno parlava del concilio di Trento o della storia del matrimonio; ora che nel giorno del mio onomastico ritorno alle potenti parole di Giampiero, capaci di essere autorevoli tanto sulle processioni trinitarie o sulla teologia di Paolo, quanto sulle virt\u00f9 del peperoncino o sul corpo del barolo, capisco quanto debbo loro, quanto ho imparato e quanto ho ancora bisogno di non perdere quella loro forza sintetica e quella loro autorevolezza espressiva. Una generazione va, un\u2019altra viene. Se si imprime nel cuore questa frase, nulla pu\u00f2 stupire. N\u00e9 morte n\u00e9 vita. Cos\u00ec mentre sto entrando in un nuovo anno, il mio 58esimo, considero con stupore e con ammirazione le condizioni umane e personali, culturali e istituzionali, che hanno reso possibile questo mio strano mestiere di teologo. Forse il mestiere pi\u00f9 bello, ma anche il pi\u00f9 rischioso; quello che, come diceva Barth, pi\u00f9 facilmente di tutti pu\u00f2 diventare la caricatura di se stesso. Per tentare di evitare esiti tanto tristi, posso guardare a tutte queste \u201cimagines\u201d di maestri: alle pi\u00f9 lontane come alle pi\u00f9 vicine, a quelle di chi si \u00e8 allontanato e pu\u00f2 ritornare solo nella memoria e nella preghiera, come a quelle di chi ancora posso incontrare, ascoltare e ammirare. E da tutti mi sento consolato. E mi trovo edificato. E provo gratitudine.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da quasi un anno ho in animo di scrivere questo testo. Il motivo \u00e8 presto detto. 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