{"id":12911,"date":"2018-06-07T13:39:17","date_gmt":"2018-06-07T11:39:17","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12911"},"modified":"2018-06-07T14:50:26","modified_gmt":"2018-06-07T12:50:26","slug":"ogne-scarrafone","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/ogne-scarrafone\/","title":{"rendered":"Ogne scarrafone"},"content":{"rendered":"<p>Nei mutamenti storici gli storici aiutano. \u00c8 del 1983 <em>Historical Capitalism<\/em> di Immanuel Wallerstein, State University NY, della scuola di Fernand Braudel [tr.it. <em>Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema-mondo<\/em>, Einaudi 1985]. \u00abDobbiamo liberarci dalla immagine semplicistica per cui il \u2018mercato\u2019 \u00e8 il luogo dove si incontrano il produttore iniziale e il consumatore finale\u00bb. \u00abLa maggior parte delle transazioni hanno comportato lo scambio tra due produttori intermedi situati su una lunga catena di merci\u00bb. \u00abLa lotta sui prezzi, in questi \u2018mercati intermedi\u2019, era costituita dal tentativo, da parte del compratore, di strappare al venditore in questa transazione una porzione del profitto realizzato da tutti i precedenti processi di lavoro realizzati, lungo tutta la catena di merci\u00bb [p. 18-9]. \u00abQuando parliamo di catena di merci parliamo di una diffusa divisione sociale del lavoro che, nello sviluppo del capitalismo storico, \u00e8 diventata sempre pi\u00f9 funzionalmente e geograficamente estesa, e contemporaneamente sempre pi\u00f9 gerarchica\u00bb [p. 20].<br \/>\n\u00abIl carattere trans-nazionale delle catene di merci \u00e8 stato una realt\u00e0 effettiva del mondo capitalistico del secolo XVI allo stesso modo con cui lo \u00e8 di quello del secolo XX\u00bb. \u00abCi\u00f2 che effettivamente accadeva era un trasferimento da una zona all\u2019altra di una parte del profitto totale (o surplus) prodotto. Questa appunto \u00e8 la relazione tra centro e periferia\u00bb [p. 21]. \u00abIn questo momento stiamo attraversando esattamente una di queste massicce redistribuzioni su scala mondiale, nell\u2019industria automobilistica, siderurgica ed elettronica. Questo fenomeno di ristrutturazione \u00e8 stato parte integrante del capitalismo storico fin al suo sorgere. Tre sono state le conseguenze principali di questi rimescolamenti. La prima \u00e8 stata la costante auto-ristrutturazione geografica del sistema-mondo capitalistico. Tuttavia, anche se, ogni cinquant\u2019anni circa, le catene di merci sono state ristrutturate in modo cos\u00ec significativo, esse hanno mantenuto un sistema di organizzazione gerarchico\u00bb [p. 25]. \u00abUna seconda conseguenza, del tutto diversa, del rimescolamento. Il termine \u2018sovra-produzione\u2019, per quanto fuorviante, richiama l\u2019attenzione sul fatto che il dilemma immediato \u00e8 sempre consistito nell\u2019assenza di una sufficiente domanda mondiale effettiva per alcuni prodotti chiave del sistema. \u00c8 in questa situazione che gli interessi delle forze-lavoro hanno coinciso con gli interessi di una minoranza di imprenditori\u00bb [p. 26]. \u00abIn questo contesto si deve porre il processo di cambiamento tecnologico, pi\u00f9 la conseguenza che la causa motrice del capitalismo storico. Ogni significativa \u2018innovazione tecnologica\u2019 \u00e8 stata prima di tutto la creazione di nuovi prodotti \u2018scarsi\u2019, che erano per ci\u00f2 stesso fortemente remunerativi, e in secondo luogo di processi spesso orientati a ridurre il lavoro\u00bb. \u00abMa \u00e8 facile esagerare nel descrivere la quantit\u00e0 di cambiamento che c\u2019\u00e8 stata. Ci\u00f2 \u00e8 particolarmente vero se aggiungiamo al quadro la terza conseguenza\u00bb, \u00abil suo spazio geografico si \u00e8 costantemente espanso\u00bb [p. 27].<br \/>\n\u00abSenza dubbio, parte della spiegazione sta nello sviluppo tecnologico stesso del capitalismo storico. Il miglioramento dei trasporti, delle comunicazioni, e degli armamenti ha reso sempre meno costosa l\u2019acquisizione di nuove regioni da parte delle zone centrali\u00bb. \u00abSi \u00e8 sostenuto talvolta che la spiegazione sta nella ricerca di mercati sempre nuovi\u00bb; \u00abma complessivamente era il mondo capitalistico a cercare i prodotti dell\u2019area esterna e non viceversa\u00bb. \u00abLa spiegazione della ricerca dei mercati quindi non funziona. Una spiegazione molto pi\u00f9 plausibile \u00e8 costituita dalla ricerca di forze-lavoro a basso costo\u00bb [p. 28].<br \/>\n\u00abSe aggiungiamo a questa analisi l\u2019osservazione per cui le immissioni nel sistema-mondo capitalistico tendevano a corrispondere alle fasi di stagnazione di quell\u2019economia-mondo, diviene chiaro che l\u2019espansione geografica del sistema serviva a controbilanciare il processo di riduzione dei profitti determinato dalla cresciuta proletarizzazione, incorporando nuove forze-lavoro destinate ad essere semi-proletarizzate. L\u2019impatto della proletarizzazione sul processo di polarizzazione \u00e8 stato bilanciato, forse pi\u00f9 che bilanciato, almeno fino ad ora, dall\u2019impatto dell\u2019incorporazione di nuovi territori. E i processi di lavoro di tipo industriale si sono sviluppati percentualmente meno di quanto non si dica, se si considera che il denominatore dell\u2019equazione \u00e8 stato costantemente in crescita\u00bb. \u00abSi accumula capitale per accumulare maggiore capitale. I capitalisti sono come dei topolini su una ruota dentata, che corrono sempre pi\u00f9 veloce, per poter correre ancora di pi\u00f9\u00bb [p. 29]. A rotta di collo, dopo il crollo del muro di Berlino, l\u2019implosione dell\u2019URSS e poi del mondo della guerra fredda.<br \/>\nNel 1994 fa il punto un altro braudeliano, Giovanni Arrighi, Johns Hopkins University di Baltimora. \u00abLungi dal consolidare l\u2019esclusivit\u00e0 territoriale degli stati come \u2018contenitori di potere\u2019, questa crescita esplosiva delle grandi imprese transnazionali \u00e8 divenuta il pi\u00f9 importante fattore di indebolimento di quella esclusivit\u00e0. Intorno al 1970, quando ebbe inizio la crisi dell\u2019egemonia americana incarnata nell\u2019ordine mondiale della guerra fredda, le grandi imprese transnazionali si erano sviluppate in un sistema di produzione, di scambio e di accumulazione su scala mondiale non sottoposto ad alcuna autorit\u00e0 statale e che disponeva del potere di sottoporre alle proprie \u2018leggi\u2019 tutti i membri del sistema interstatale, inclusi gli Stati Uniti\u00bb [tr.it. <em>Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo<\/em>, il Saggiatore, Milano 2014, 2 ed., p. 84].<br \/>\nNel 1996 tira le somme Susan Strange, London School of Economics. \u00abCosicch\u00e9, mentre gli studiosi di diritto internazionale ribadiscono che non esistono limiti al diritto di un singolo stato di imporre tasse, l\u2019economia di mercato aperta e mondiale implica che la capacit\u00e0 effettiva dello stato di percepire le tasse all\u2019esterno del proprio territorio \u00e8 circoscritta drasticamente. Ci\u00f2 si verifica sia quando un governo tenti di tassare i profitti di operazioni estere delle proprie ditte, sia quando un governo tenti di tassare i profitti di imprese estere che operano nell\u2019ambito della sua giurisdizione formale\u00bb. \u00abDa quanto precede possiamo concludere che, mentre le grandi imprese transnazionali non sono sotto il controllo dei governi degli stati, senza dubbio esse hanno intaccato gli ambiti di potere dei governi. Esse incarnano sempre pi\u00f9 un\u2019autorit\u00e0 parallela che si affianca ai governi in materia di decisioni economiche relative alla localizzazione di industrie e investimenti, indirizzi per innovazione tecnologica, gestione delle relazioni sindacali ed estrazione fiscale di valore aggiunto\u00bb [tr.it. <em>Chi governa l\u2019economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere<\/em>, il Mulino 1998, p. 101].<br \/>\nNel 1996 Wallerstein e altri studiano la transizione del mondo dal 1945-1990 al 1990-2025 su due finestre, aperte dalla fine del ciclo economico mondiale avviato nel 1967\/73. In una, \u00abil sistema-mondo cambia molto, ma resta essenzialmente capitalistico sugli assi della divisione del lavoro, dello scambio ineguale e del sistema interstatale\u00bb. Nella \u00abseconda ipotesi, la crisi \u00e8 sistemica\u00bb [Therence K. Hopkins, Immanuel Wallerstein et Al, <em>The Age of Transition. Trajectory of the World-System 1945-2025<\/em>, Zed Books and Pluto Press Australia 1996, p. 227]. La realt\u00e0 sociale \u00e8 esplorata in cinque aree principali. \u00abI \u2018gruppi\u2019, le <em>Gemeinschaften<\/em>. <em>Gemeinschaft<\/em> \u00e8 il gruppo definito da caratteristiche comuni (costruite), deposito di una asserita lealt\u00e0 oltre e sopra gli interessi egoistici\u00bb [p. 239]. \u00abSecondo, il cosiddetto ordine pubblico\u00bb, \u00abla diffusa fiducia nella sicurezza quotidiana personale e patrimoniale\u00bb [p. 240]. \u00abTerzo, l\u2019ordinamento militare, elemento del sistema interstatale\u00bb [p. 241]. \u00abQuarto, il welfare\u00bb. \u00abUltima, la stabilit\u00e0 delle nostre istituzioni religiose\u00bb, \u00abla cui maggiore sfida \u00e8 la domanda di piena uguaglianza delle donne\u00bb [p. 242]. \u00abIn questa polveriera pu\u00f2 sprigionarsi il fuoco. Il caos sistemico, appunto. Cui certamente far\u00e0 seguito qualche nuovo ordine, o ordini. Non si pu\u00f2 prevederli. \u00c8 solo possibile progettare ci\u00f2 che vorremmo, e lottare per realizzarlo\u00bb [p. 243].<br \/>\nUn progetto nasce da un pensiero, qual \u00e8 quello di Martin Buber sulla <em>Gemeinschaft<\/em> (1945): \u00abuomini e donne portatori di un piano da realizzare non senza modifiche; sull\u2019impulso di un ideale, ma senza dogmi; di stimolo, non prescrittivo\u00bb, \u00abcon la decisiva importanza di vere \u00e9lite fedeli ai loro doveri verso la societ\u00e0, in relazione con essa pi\u00f9 che al proprio interno, capaci di rinnovarsi\u00bb, \u00abuna unione realizzabile probabilmente come uscita da una situazione che la render\u00e0 assolutamente necessaria\u00bb [\u00abUne exp\u00e9rience qui n\u2019a pas rencontr\u00e9 l\u2019\u00e9chec (1945)\u00bb, <em>Communaut\u00e9<\/em>, \u00c9ditions de l\u2019\u00e9clats, Paris 2018, p. 143, 144-5, 150]. Oggi, per noi, gli Stati Uniti d\u2019Europa.<br \/>\nNel 2009 Giovanni Arrighi precisa, nel poscritto al libro gi\u00e0 citato: \u00abper ricorrere all\u2019immagine di Braudel, ciascuna espansione finanziaria \u00e8 l\u2019\u2018autunno\u2019 di uno sviluppo capitalistico di rilievo storico mondiale che ha raggiunto i propri limiti in un determinato luogo, e contemporaneamente la \u2018primavera\u2019 di uno sviluppo di rilievo ancora maggiore, che sta iniziando in un altro luogo\u00bb [cit., p. 396]. Il ciclo genovese-iberico \u00e8 durato dal secolo XVI a inizio XVII, l\u2019olandese fino a met\u00e0 XVIII, il britannico fino a inizio XX, quando si \u00e8 aperto il ciclo statunitense\u00bb [p. IX],  atipico perch\u00e9 \u00abil tipo di biforcazione che abbiamo potuto osservare dagli anni ottanta non ha precedenti negli annali della storia del capitalismo. La biforcazione ha sottratto all\u2019Occidente uno dei due fattori basilari della sua fortuna nel corso dei precedenti 500 anni: il controllo dei capitali eccedenti. \u00c8 altrettanto importante notare che, se in futuro la Cina o l\u2019Asia orientale dovessero diventare egemoni, sarebbe un\u2019egemonia molto diversa da quella occidentale degli ultimi 500 anni\u00bb [p. 403]. \u00abIn primo luogo, ci si pu\u00f2 attendere che questa crescente centralit\u00e0, nella misura in cui \u00e8 radicata nella eredit\u00e0 storica della regione, prosegua molto pi\u00f9 robusta ed esclusiva di quanto farebbe se fosse il risultato di scelte politiche e atteggiamenti replicabili in altre regioni dell\u2019economia-mondo. Inoltre, dato il suo peso demografico, con la sua espansione economica la Cina ha sovvertito la gerarchia globale della ricchezza molto pi\u00f9 della somma di tutti i precedenti \u2018miracoli\u2019 economici dell\u2019Asia orientale\u00bb. \u00abAbbiamo indicato due principali ostacoli a una transizione non catastrofica verso un ordine mondiale pi\u00f9 equo. Il primo era posto dalla riluttanza degli Stati Uniti all\u2019adattamento e alla conciliazione\u00bb [p. 405]. \u00abMeno immediato, ma altrettanto importante \u00e8 per\u00f2 il secondo ostacolo: la capacit\u00e0, ancora da verificare, degli agenti dell\u2019espansione economica in Asia orientale\u00bb di operare \u00abuna netta deviazione dal sentiero socialmente e ecologicamente insostenibile di sviluppo occidentale\u00bb che ha escluso \u00abin larga misura la maggioranza della popolazione dai benefici dello sviluppo economico. Si tratta di un compito imponente, che proceder\u00e0 su una traiettoria in gran parte definita dalla pressione dal basso esercitata da movimenti di protesta e autodifesa\u00bb [p. 406]. \u00abBench\u00e9 gli Stati Uniti rimangano di gran lunga lo stato pi\u00f9 potente del mondo, oggi quello che intrattengono con il resto del pianeta pu\u00f2 essere descritto al meglio come un rapporto di \u2018dominio senza egemonia\u2019. Questa trasformazione \u00e8 nata non dall\u2019emergere di nuove potenze aggressive, ma dalla resistenza statunitense all\u2019adattamento e alla conciliazione\u00bb [p. 407].<br \/>\nTanto pi\u00f9 oggi con Trump e \u2018The new laws of the jungle\u2019, scrive <em>The Economist<\/em>: \u00abuna strategia che prende i benefici senza assumersi i costi raramente \u00e8 sensata\u00bb [May 26th 2018, p. 16].<br \/>\n<strong>Ogne scarrafone \u00e8 bell&#8217;a mamma soja<\/strong>. Le felicitazioni al neoministro Paolo Savona di Steve Bannon, ispirato da Brexit e stratega di Trump, dicono l\u2019empatia con le elezioni e la coalizione giallo-verde italiane. Nicola Nobile, Oxford Economics a Milano, nota: \u00abIn certo modo, questa coalizione segna l\u2019arrivo del trumpismo in Italia\u00bb [Marie Charrel, \u00abDes promesses co\u00fbteuses face au mur de la dette\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 25\/05\/2018, p. 3]. Ma Brexit e Trump non sono scarrafoni nostri. Nostro \u00e8 il gioco delle tre tavolette tra un giovane eccitabile popolo mediterraneo e un bipolare popolo continentale che, suo antagonista per condizione e et\u00e0, come tutti i ricchi del mondo detesta tasse e poveri, gli scansafatiche. Ma che, a spese di tutti col prossimo aumento IVA, ama flat tax e rimborsi anche agli acquirenti di titoli speculativi, con interessi pi\u00f9 alti ma inferiori al rischio, di banche poi fallite: in santa ingenuit\u00e0 creduti garantiti, anche se i nostri BOT, sotto l\u2019ala protettrice della Banca Centrale Europea, pagano meno dell\u20191% (anzi pagavano, prima delle geniali tre tavolette). Scarrafone europeo d\u2019oltralpe \u00e8 la supponenza. A tutti, commissari europei inclusi, ha posto un limite il Presidente della Repubblica. Sono in gioco euro e UE, a fronte di un\u2019Europa neo-nazista dall\u2019Atlantico agli Urali e di mercati finanziari globali invasivi sino a spingere i giallo-verdi a un <em>contratto<\/em>, che non \u00e8 un <em>accordo<\/em>, di programma: ovunque \u00abil problema che ci si pone \u00e8 che l\u2019autorit\u00e0 tradizionale degli stati nazionali non \u00e8 all\u2019altezza del compito di gestire il caos monetario sui mercati internazionali\u00bb [Susan Strange, <em>Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro<\/em>, tr.it. Comunit\u00e0 1999, p. 285]. Caos, non ostilit\u00e0. Nel 1992 un solo speculatore globale ci cacci\u00f2, con UK, dal Sistema Monetario Europeo. E da solo il Presidente ha ricondotto noi europei, sopra e sotto le Alpi, a imprescindibili nostri interessi e doveri, nell\u2019italiana specificit\u00e0 di un debito pubblico che, se fuori controllo, apre la strada all\u2019assalto ai nostri beni privati da parte di predatori anche sovranisti nostrani, occulti perch\u00e9 impresentabili. Consapevoli o no, siamo tutti debitori al Presidente Mattarella, fratello di Piersanti, uno dei troppi italiani assassinati perch\u00e9 cittadini della democrazia europea, fattore di pace e benessere da settanta anni. Con qualche incidente di percorso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nei mutamenti storici gli storici aiutano. \u00c8 del 1983 Historical Capitalism di Immanuel Wallerstein, State University NY, della scuola di Fernand Braudel [tr.it. Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema-mondo, Einaudi 1985]&#8230;.<\/p>\n","protected":false},"author":8,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[51],"tags":[397],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12911"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/8"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12911"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12911\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12917,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12911\/revisions\/12917"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12911"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12911"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12911"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}