{"id":12857,"date":"2018-05-20T17:04:37","date_gmt":"2018-05-20T15:04:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12857"},"modified":"2018-05-20T17:16:52","modified_gmt":"2018-05-20T15:16:52","slug":"70","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/70\/","title":{"rendered":"70"},"content":{"rendered":"<p>70<\/p>\n<p>\u00abSarebbe, infatti, temerario il predire per quali vie dirette o indirette la tendenza all\u2019unificazione del globo, che ogni giorno si fa pi\u00f9 piccolo, potrebbe raggiungere la sua meta: soltanto \u00e8 certo che non vi rinuncer\u00e0\u00bb, conclude nel 1948 lo storico tedesco Ludwig Dehio studiando la plurisecolare lotta per l\u2019egemonia europea, si spera finita con il crollo hitleriano [<em>Equilibrio o egemonia. Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna<\/em>, tr.it. Il Mulino 1988, p. 242].<br \/>\nSettanta anni dopo \u00e8 profezia, validata gi\u00e0 nel 1996 da Susan Strange, London School of Economics. \u00abFino a oggi le trasformazioni dell\u2019economia internazionale sono state descritte e diagnosticate in modo inadeguato rispetto a ci\u00f2 che esse realmente sono\u00bb. \u00abLa prova di questa affermazione va rintracciata in una serie di termini vaghi e confusi\u00bb. \u00abIl peggiore di questi \u00e8 \u2018globalizzazione\u2019 \u2013 un termine che pu\u00f2 riferirsi a qualsiasi cosa, dalla rete Internet ad un hamburger. Davvero troppe volte esso non \u00e8 altro che un elegante eufemismo per segnalare la costante americanizzazione dei gusti dei consumatori e delle pratiche culturali\u00bb [<em>Chi governa l\u2019economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere<\/em>, tr.it. Il Mulino 1998, pp. 11-2]. \u00abContro quest\u2019ortodossia, \u00e8 mio dovere riaffermare che la politica copre un\u2019area pi\u00f9 ampia dell\u2019azione dei politici e che il potere pu\u00f2 essere esercitato \u2013 e lo \u00e8 quotidianamente \u2013 da autorit\u00e0 non statali e da governi\u00bb [ivi, pp. 13-4]. \u00abLa tesi da me avanzata \u00e8 che le forze impersonali dei mercati mondiali, integrate nel dopoguerra nella finanza, nell\u2019industria e nel commercio pi\u00f9 dall\u2019iniziativa privata che dalle decisioni cooperative dei governi, hanno oggi un potere maggiore degli stati, ai quali noi siamo soliti attribuire la massima autorit\u00e0 politica sulla societ\u00e0 e sull\u2019economia\u00bb [ivi, p. 22]. \u00abUn paradosso che nasconde a molti il declino complessivo del potere statale \u00e8 che l\u2019intervento della autorit\u00e0 statale e delle agenzie dello stato nella vita quotidiana dei cittadini sembra essere in crescita\u00bb. \u00abLo stato ha meno incidenza su quelle funzioni che il mercato, lasciato a s\u00e9, non \u00e8 mai stato in grado di fornire \u2013 la sicurezza contro la violenza, una moneta stabile per il commercio e gli investimenti, un chiaro sistema di leggi e gli strumenti per garantirne il rispetto, e una quantit\u00e0 sufficiente di beni pubblici quali fognature, acqua, infrastrutture per il trasporto e le comunicazioni. Non c\u2019\u00e8 da meravigliarsi che esso sia meno rispettato e manchi della legittimit\u00e0 goduta in passato\u00bb [ivi, p. 23].<br \/>\n\u00abQuel che sta mancando nel sistema di global governance \u2013 se addirittura possiamo chiamarlo un sistema \u2013 e che in passato \u00e8 stato lo strumento per rendere affidabile lo stato liberale da un punto di vista democratico, \u00e8 un\u2019opposizione. Per rendere l\u2019autorit\u00e0 affidabile, effettiva e rispettata deve esistere una qualche combinazione di forze per porre sotto controllo l\u2019uso del potere in modo arbitrario o fine a se stesso e per verificare che esso sia utilizzato, almeno in parte, per il bene comune\u00bb [ivi, p. 283]. \u00abSe, di fatto, ci\u00f2 che oggi ci si presenta non fosse tanto un immaginifico sistema di global governance, quanto piuttosto un decrepito agglomerato di fonti di autorit\u00e0, anche noi avremmo lo stesso problema di Pinocchio. Dove sono le origini di obbedienza, lealt\u00e0, identit\u00e0? Non sempre, chiaramente, nella stessa direzione. A volte nel governo di uno stato. Ma altre volte in un\u2019impresa o in un movimento sociale che operi attraverso le frontiere territoriali. A volte in una famiglia o in una generazione; a volte in persone che condividono un lavoro o una professione. Con la conclusione della guerra fredda e con il trionfo dell\u2019economia di mercato, si \u00e8 verificata nuovamente un\u2019assenza di valori assoluti. In un mondo di autorit\u00e0 molteplice e diffusa ognuno di noi condivide il problema di Pinocchio; la nostre coscienze individuali sono la nostra sola e unica guida\u00bb [ivi, pp. 284-5].<br \/>\nNel 1997 Ian Clark, Cambridge University, conferma. \u00abA prescindere dai fattori iniziali, \u00e8 del tutto possibile che, avviata, la globalizzazione proceda da sola e sviluppi un dinamismo autonomo\u00bb [<em>Globalization and Fragmentation. International Relations in the Twentieth Century<\/em>, Oxford UP, 1997, p. 26]. \u00abIl grande successo degli anni 1945-70 \u00e8 aver costruito un ordine internazionale che contribu\u00ec a realizzare gli obiettivi nazionali dello stato sociale. Uno scambio complesso reso possibile soprattutto dalla guerra fredda. Dal 1970 i costi politici son tornati agli stati perch\u00e9 disoccupazione, deregolamentazione e sfide allo stato sociale si sono imposte nella corsa ai vantaggi competitivi internazionali. L\u2019analisi indica non una obbligata inversione della globalizzazione, ma un\u2019evidenza molto pi\u00f9 forte dei costi per la sua prosecuzione: negli anni 1950 e 1960, quando lo sviluppo sembrava universale e permanente, la globalizzazione era senza costi politici\u00bb. \u00abIn larga misura, la cosiddetta crisi dello stato oggi \u00e8 legata all\u2019accollarsi dei suoi costi politici\u00bb [ivi, p. 202].<br \/>\nIn questa crisi, scrive nel 1998 Susan Strange, \u00abla questione che rimane aperta riguarda le idee e le concezioni che prevalgono nella mente delle persone. Sono queste, come sempre, la chiave dei cambiamenti politici e quindi economici. Le domande cruciali dell\u2019economia internazionale sono sempre le stesse. Chi vince e chi perde? Chi coglie i frutti e chi ne paga il prezzo? Chi si vede aprire nuove opportunit\u00e0 e chi \u00e8 costretto a assumersi nuovi rischi? \u00c8 la risposta che la gente d\u00e0 a queste domande a determinare tutte le scelte future\u00bb [<em>Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro<\/em>, tr.it. Comunit\u00e0 1999, p. 273]. \u00abLa storia insegna che gli esseri umani trovano pi\u00f9 facile tornare al passato \u2013 o almeno provarci \u2013 che immaginare il futuro\u00bb. \u00abMa oggi il problema \u00e8 come convincere poi il genio a tornare nella lampada. \u00c8 possibile, date le attuali tecnologie della comunicazione, riportare indietro l\u2019orologio dei mercati finanziari?\u00bb [ivi, p. 281]. \u00abIl problema che ci si pone rispetto al prossimo secolo \u00e8 che l\u2019autorit\u00e0 tradizionale degli stati nazionali non \u00e8 all\u2019altezza del compito di gestire il caos monetario sui mercati internazionali\u00bb. \u00abDobbiamo inventare un nuovo genere di politica ma non riusciamo a immaginare come potrebbe funzionare\u00bb [ivi, p. 285].<br \/>\nNel nuovo secolo, inventata l\u2019UE, dobbiamo immaginare come pu\u00f2 funzionare, perch\u00e9 gli stati sono travolti dal caos internazionale, non solo monetario. \u00abAbbiamo bens\u00ec realmente assoggettato il mondo esterno in una misura che nessun Faust alla soglia dell\u2019et\u00e0 moderna poteva presagire. Ma in cambio abbiamo perduto il dominio del nostro mondo interiore, e cos\u00ec la vittoria si muta, inattesamente ma logicamente, in una sconfitta. Noi stessi, cio\u00e8, siamo sottoposti ai mezzi che dovevano promuovere i nostri fini. Siamo schiavi della nostre proprie creazioni, dello stato-potenza in primo luogo. I servi si sono eretti a padroni perch\u00e9 noi abbiamo venduto a loro in segreto l\u2019anima nostra. La favola del patto col diavolo \u00e8 divenuta realt\u00e0\u00bb [Dehio, cit., p. 246]. \u00abCertamente in tempi di crisi il \u2018caso\u2019 gioca un ruolo anche pi\u00f9 visibile che in tempi normali. Ma il \u2018caso\u2019 Hitler \u00e8 propriamente da valutare nel tempo stesso come il sintomo acuto di un\u2019infermit\u00e0 cronica. Solo in una situazione avventurosa l\u2019avventuriero si fa valere!\u00bb [ivi, p. 233]. Da millenni i greci la chiamano hybris.<br \/>\nIn Europa ci ritroviamo tra URSS\/Federazione Russa e USA, nostra croce e delizia da che ci hanno messi a posto, non senza ragione. Ma anch\u2019essi sono in ritirata e bisogna dare forma al decrepito agglomerato globale senza pi\u00f9 i fili statali, e senza arroccarci in ricchi e piccoli territori illusoriamente competitivi nel caotico ciascun per s\u00e9 del migliore dei mondi possibili. Con Putin e Trump le relazioni internazionali sono bilaterali bracci di ferro da bulli. Italia a parte, gli stati europei sono sempre pi\u00f9 deboli a ovest, sempre pi\u00f9 totalitari e violenti a est. A Malta il premier socialista Joseph Muscat vende la cittadinanza ai balordi ricchi del mondo. La giornalista Daphne Caruana Galizia, che lo ha rivelato, \u00e8 stata assassinata e Muscat ha risposto alle indagini che lo collegano alla sua morte convocando migliaia di sostenitori a manifestare. Tra loro Anna Celia, casalinga quarantacinquenne: \u00abLa corruzione? Ma tutti hanno le tasche piene di soldi in questo momento. Voi giornalisti vi interessate solo a ci\u00f2 che non va, ma a Malta va tutto bene. Devi prenotare i ristoranti una settimana prima tanto sono pieni. C\u2019\u00e8 tanto lavoro che molti stranieri vengono a cercarlo qui\u00bb [Jean-Baptiste Chastand, \u00abLe pouvoir maltaise fait front contre la presse\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 03\/05\/2018, p. 6].<br \/>\nMalta, 440 mila abitanti, \u00e8 un piccolo stato che vende le proprie prerogative sul mercato globale per mance nel loro piccolo manna celeste. Socialismo nazionale, fratellino del capitalismo in Irlanda, il salvadanaio di Google; in Olanda, il cui premier vorrebbe sopprimere l\u2019imposta del 15% sui dividendi agli azionisti per trattenere i quartieri generali e gli occupati di Shell, Philips, Unilever, AkzoNobel [Jean-Pierre Stroobants, \u00abAux Pays-Bas, l\u2019autorit\u00e9 de Marc Rutte chancelle\u00bb, <em>Le Monde<\/em>, 02\/05\/2018, p. 3]; in UK, il cui governo vuole registrare le imprese insediate nei paradisi fiscali britannici, salvo   Jersey, Guernesey e isola di Man, dipendenti direttamente dalla corona [\u00c9ric Albert, \u00abLondres forces ses paradis fiscaux \u00e0 plus de transparence\u00bb, <em>Le Monde \u00c9co&amp;Entreprise<\/em>, 03\/05\/2018, p. 4]. E cos\u00ec via.<br \/>\nAnche qui, niente di nuovo, ce lo dicono Esa\u00f9 e Giacobbe dalla plurimillenaria cultura ebraica.<\/p>\n<p><strong>Italia a parte<\/strong>, anzi oltre nella ritirata dello stato (che pu\u00f2 rigenerarsi solo nell\u2019UE democratica) dopo i successi elettorali del sud mediterraneo povero e del suo contraltare nord ricco, separatista e razzista, con la cerniera antieuropea di Gianfranco Miglio, l\u2019intellettuale leghista \u00abapertamente favorevole al \u201cmantenimento della mafia e della \u2018ndrangheta al sud\u201d precisando sibillinamente: \u201cIo non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe una assurdit\u00e0. Esiste un clientelismo buono, che pu\u00f2 determinare la crescita economica\u201d\u00bb [Jacques de Saint Victor, <em>Patti scellerati. Una storia politica delle mafie in Europa<\/em>, tr.it. UTET 2013, p. 208; citazione da \u00abNon mi fecero ministro perch\u00e9 avrei distrutto la Repubblica\u00bb, <em>Il Giornale<\/em>, 20\/03\/1999]. A chi cerca scorciatoie, parla Roberto Bola\u00f1o. \u00abPochi giorni dopo, tuttavia, l\u2019economia argentina precipit\u00f2. Furono congelati i conti correnti in dollari, chi non aveva portato i capitali (o i risparmi) all\u2019estero si ritrov\u00f2 di colpo con niente in mano, solo titoli, cambiali che a guardarle veniva la pelle d\u2019oca, vaghe promesse ispirate per met\u00e0 a un tango dimenticato e per met\u00e0 alle parole dell\u2019inno nazionale. Io l\u2019avevo previsto, disse l\u2019avvocato a chi volle ascoltarlo. Poi, accompagnato dalle sue due domestiche, fece quello che in quel momento fecero molti altri abitanti di Buenos Aires: lunghe code, lunghe chiacchierate con sconosciuti (che trov\u00f2 simpaticissimi) in strade gremite di gente imbrogliate dallo Stato o dalle banche o da quel che era. Quando il presidente si dimise, Pereda partecip\u00f2 alla cacerolada. Non fu l\u2019unica forma di protesta. A volte le strade gli sembravano invase dai vecchi, vecchi di tutte le classi sociali, e questo, senza sapere perch\u00e9, gli piaceva, gli sembrava il segno che qualcosa stava cambiando, che qualcosa si muoveva nel buio, anche se non evitava nemmeno le manifestazioni coi piqueteros che si trasformavano presto in tafferugli. Nell\u2019arco di pochi giorni l\u2019Argentina ebbe tre presidenti. A nessuno venne in mente di fare la rivoluzione, a nessun militare venne in mente di capeggiare un colpo di Stato. Fu allora che Pereda decise di tornare in campagna\u00bb [<em>Il gaucho insopportabile<\/em>, tr.it. Adelphi 2017, pp. 21-2]. \u00abLa cuoca gli scriveva che la vita a Buenos Aires era dura ma che non doveva preoccuparsi perch\u00e9 sia lei che la serva continuavano ad andare un giorno s\u00ec e un giorno no a casa sua, che brillava\u00bb. \u00abPoi passava a raccontargli piccoli pettegolezzi sui vicini, pettegolezzi tinti di fatalismo, perch\u00e9 tutti si sentivano truffati e non intravedevano alcuna luce in fondo al tunnel. La cuoca pensava che fosse colpa dei peronisti, quel mucchio di ladri, mentre la serva, pi\u00f9 catastrofica, dava la colpa a tutti i politici e in generale al popolo argentino, massa di pecoroni che finalmente aveva avuto quel che si meritava\u00bb [ivi, pp. 31-2]. \u00abTutto sta cambiando, gli spieg\u00f2 la cuoca. La citt\u00e0 era piena di gente che chiedeva l\u2019elemosina e le persone perbene facevano mense comuni di quartiere per avere qualcosa da mettere nello stomaco. C\u2019erano pi\u00f9 o meno dieci tipi diversi di moneta, senza contare quella ufficiale. Nessuno si annoiava. Si disperavano, ma non si annoiavano\u00bb [ivi, p. 33]. I fatti sono del 2001, il racconto del 2003, la crisi continua nel 2018. Dopo la riforma fiscale di Trump e l\u2019aumento dei tassi della Federal Reserve, il peso argentino ha perso l\u20198% e la banca centrale argentina in una settimana ha alzato il tasso di interesse dal 27,25 al 40%, dopo avere gi\u00e0 aumentato dal 12 al 15% il tasso di inflazione programmato rispetto al 25% corrente [Marie de Verg\u00e8s, \u00abL\u2019Argentina fait face \u00e0 des nouvelles turbulences financi\u00e8res\u00bb, <em>Le Monde \u00c9co&amp;Entreprise<\/em>, 06-07\/05\/2018, p. 5]. Disperati, mai annoiati in uno stato che anche nel decrepito agglomerato globale deve fornire moneta stabile per commercio e investimenti. Per imparare talora ci vuole una generazione, con costi magistralmente registrati da Akira Kurosawa nel film <em>I sette samurai<\/em>, dove un allievo samurai, dichiarato morto in duello di addestramento, ne provoca uno vero e muore. L\u2019ignoranza \u00e8 un lusso che non possiamo permetterci. Il 5 maggio 2018, con i trattati internazionali di disarmo e antiproliferazione nucleare prossimi alla scadenza, la copertina di <em>The Economist<\/em> \u00e8 \u00abDisarmageddon\u00bb, Disarmapocalisse: \u00abPer il mondo sarebbe una tragedia se fosse un allarme vitale come la crisi cubana dei missili, o peggio, a riportare alla ragione i compiaciuti e irresponsabili leader di oggi\u00bb [p. 9]. In un mondo dove tutto, politica inclusa, \u00e8 marketing che fa leva sulle aspettative nell\u2019universale lingua social di 140 caratteri e hashtag, ogni tragedia \u00e8 possibile \u2013 \u00e8 cronaca \u2013 e, quando accade, chi si ricorda pi\u00f9 delle fraudolenti aspettative e dei suoi mirabolanti piazzisti, grandi e piccoli? La frode sta tutta qui.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>70 \u00abSarebbe, infatti, temerario il predire per quali vie dirette o indirette la tendenza all\u2019unificazione del globo, che ogni giorno si fa pi\u00f9 piccolo, potrebbe raggiungere la sua meta: soltanto \u00e8 certo che non vi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":8,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[51],"tags":[397],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12857"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/8"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12857"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12857\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12860,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12857\/revisions\/12860"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12857"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12857"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12857"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}