{"id":12844,"date":"2018-05-15T22:53:15","date_gmt":"2018-05-15T20:53:15","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12844"},"modified":"2018-05-15T22:53:15","modified_gmt":"2018-05-15T20:53:15","slug":"nuova-teologia-eucaristica-24-quaestio-disputata-sul-ministero-gh-lafont-10","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/nuova-teologia-eucaristica-24-quaestio-disputata-sul-ministero-gh-lafont-10\/","title":{"rendered":"Nuova teologia eucaristica (\/24): &#8220;Quaestio disputata&#8221; sul ministero (Gh. Lafont \/10)"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont1.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-3984\" alt=\"lafont\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont1.jpg\" width=\"225\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont1.jpg 225w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont1-150x150.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>Un nuovo articolo del teologo francese affronta il rapporto complesso tra &#8220;ministro ordinato&#8221; e &#8220;presidenza eucaristica&#8221;. In questo testo Lafont si mette anche in relazione con altri autori che sono intervenuti sul blog a questo proposito. Da un lato difende la nozione di transustanziazione e ne propone una rilettura in rapporto all&#8217;uso del termine &#8220;consustanziale&#8221; impiegato nella teologia trinitaria; dall&#8217;altro recupera una accezione pi\u00f9 ampia di parola e di linguaggio, rilevando i limiti della lettura classica delle &#8220;parole di consacrazione&#8221;. Entra cos\u00ec in rapporto con le analisi gi\u00e0 pubblicate da Z. Carra e da L. Della Pietra. Il testo si presenta nello stesso tempo classico nelle movenze e assai audace in alcune conseguenze. Il recupero della &#8220;complessit\u00e0 rituale&#8221; della eucaristia permette a Gh. Lafont di trarre, dalla tradizione, cose antiche e cose nuove, con grande eleganza e in modo mai scontato.<\/em><\/p>\n<p>\u201c<b>Quaestio disputata\u201d sul ministero<\/b><\/p>\n<p>di Ghislain Lafont<\/p>\n<p>Nell\u2019articolo precedente avevo posto la questione della collocazione della funzione liturgica nella responsabilit\u00e0 globale del vescovo, in lui determinata dal carattere del sacramento dell\u2019Ordine. Su questo tema cerco di riprendere in maniera critica alcune delle questioni relative a questa funzione liturgica, elaborate nella prospettiva del potere del prete (e non del vescovo) dalla teologia precedente, centrata sulla presenza reale del Corpo e Sangue di Cristo nell\u2019Eucaristia. Considerer\u00f2 prima di tutto la conversione stessa del pane in Corpo e del vino in Sangue, \u201cchiamata in modo conveniente e appropriato transustanziazione\u201d come dice il Concilio di Trento (DS 1642); poi le parole della consacrazione, tratte dal racconto della istituzione dell\u2019Eucaristia da parte di Ges\u00f9 nel cenacolo, per mezzo delle quali si realizza la conversione; infine la specificit\u00e0 del prete per pronunciare queste parole in modo efficace, qualificazione determinata dal carattere del sacramento dell\u2019Ordine.<\/p>\n<p><i>1. <b>Sul tema della transustanziazione<\/b><\/i><\/p>\n<p>Per il momento non discuto qui il termine \u201ctransustanziazione\u201d e non \u00e8 su questo argomento che voglio dirigere la mia critica. Ci sono due ragioni per questo. Anzitutto, a mio avviso, questo termine fa parte della memoria della Chiesa. Per me non \u00e8 pi\u00f9 discutibile del termine \u201cconsustanziale\u201d per la teologia trinitaria. I due termini utilizzano la radice verbale e il tema filosofico della \u201csostanza\u201d. Non vedo perch\u00e9 si dovrebbe accettare il secondo e rifiutare il primo. L\u2019uno e l\u2019altro sono termini forgiati per dire una realt\u00e0 che ci supera. D\u2019altra parte dicono soprattutto ci\u00f2 che non \u00e8: <i>non ci sono<\/i> tre dei, ma neppure, come dice un assioma indiano \u201cuno che non ha un secondo\u201d, poich\u00e9 il nostro Dio ha un Secondo e anche un Terzo. Allora si \u00e8 fabbricato un termine improbabile, e tuttavia necessario, per dire come \u00e8 il Dio unico Padre, Figlio e Spirito Santo : le persone sono \u201cconsustanziali\u201d. Allo stesso modo: la conversione eucaristica <i>non \u00e8<\/i> un movimento locale, non \u00e8 una trasformazione organica, ma \u00e8 il passaggio \u201cdiretto\u201d dal pane al corpo, dal vino al sangue. Allora si \u00e8 forgiato un termine per dire ci\u00f2 che accade: \u201ctransustanziazione\u201d. Consustanziale, transustanziazione: parole improbabili &#8211; poich\u00e9, di per s\u00e9 il vocabolo \u201csostanza\u201d esclude dei prefissi come <i>con- <\/i>o come <i>-trans &#8211;<\/i> ma parole richieste dalla intelligenza della fede. Ancora una volta, io non le contesto, n\u00e9 per il Credo n\u00e9 per il canone eucaristico, anche se accetto che se ne possano dare spiegazioni diverse. La seconda ragione \u00e8 che le critiche relative agli altri punti che voglio discutere permangono intatte, che vi sia o meno la \u201ctransustanziazione\u201d. In effetti, se siamo d\u2019accorso sul fatto che nell\u2019Eucaristia vogliamo fare nella Chiesa memoria di ci\u00f2 che Cristo ha fatto nell\u2019ultima cena, se confessiamo che noi mangiamo la sua Carne e beviamo il suo sangue, rimane la questione: come facciamo? O ancora, come scrivevo prima: \u201cchi fa che cosa?\u201d. E\u2019 questo che mi piacerebbe precisare<a href=\"#sdfootnote1sym\" name=\"sdfootnote1anc\"><sup>1<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p><i>2. <b>Le parole della consacrazione<\/b><\/i><\/p>\n<p>Sappiamo l\u2019importanza che la teologia classica ha dato alle \u201cparole della consacrazione\u201d, al \u201cracconto della istituzione\u201d nella celebrazione della Eucaristia. Questa insistenza non era priva di legame con l\u2019accento messo sulla transustanziazione: questa in effetti per sua stessa natura non poteva aver luogo se non in un unico istante, e si voleva precisare questo istante: quando, nel canone eucaristico, le parole stesse di Ges\u00f9 venivano pronunciate. Quelle parole di Cristo avevano realizzato nella Cena quella conversione che esprimevano, e mantengono la medesima potenza quando il prete le pronuncia nella messa. Non voglio dissentire da ci\u00f2, ma ci si pu\u00f2 domandare se non vi sia in tutto questo un deficit nel modo di considerare il linguaggio eucaristico. Le parole in questione non sono formule magiche, e la ricerca esegetica tenta di collocarle all\u2019interno dell\u2019intera liturgia dell\u2019ultima cena, celebrata da Ges\u00f9 con i suoi discepoli. Allo stesso modo oggi, il racconto della istituzione \u00e8 collocato all\u2019interno di una lunga preghiera. L\u2019anafora eucaristica comincia con un appello alla preghiera, all\u2019interno della quale si esprime un sacrificio spirituale significato dall\u2019offerta. Il racconto della istituzione sottolinea l\u2019aspetto memoriale di questa preghiera e di questa offerta: l\u2019invocazione di Dio \u00e8 attraversata dalla evocazione di ci\u00f2 che ha fatto Ges\u00f9; i due aspetti procedono di pari passo. E questa preghiera \u201ctotale\u201d si conclude con una solenne dossologia, che celebra la portata divina e umana del Mistero. Una valorizzazione esclusiva delle parole di Ges\u00f9 isola un elemento che in realt\u00e0 non assume senso n\u00e9 efficacia se non nella performance liturgica integrale.<\/p>\n<p>L\u2019accento messo sulle parole in vista della indicazione del momento della consacrazione era tale che si pensava che non avrebbero mai potuto esservi anafore eucaristiche senza il racconto letterale della istituzione, con la pronuncia delle parole di Ges\u00f9. Ora, una simile anafora senza parole consacratorie \u00e8 esistita almeno una volta, molto anticamente, piena di memoria di Ges\u00f9 Cristo, del suo Mistero e della intenzione del sacrificio spirituale: l\u2019anafora di Addai e Mari. Dunque un vero Memoriale di ci\u00f2 che Ges\u00f9 aveva fatto nell\u2019ultima cena, un annuncio della sua morte e resurrezione, presenza e dono del suo Corpo e del suo Sangue, ma che non comportava la pronuncia letterale del racconto eucaristico. Si \u00e8 creduto per molto tempo che ci fosse stato in origine un racconto e che questo fosse poi andato perduto. Oggi si pensa che non sia cos\u00ec. Almeno in quel caso, non \u00e8 possibile determinare il momento in cui il pane e il vino sono diventati Corpo e Sangue di Cristo. Ma abbiamo davvero bisogno di conoscere quel momento? Il sacramento dell\u2019Eucaristia \u00e8 il sacrificio liturgico della Chiesa, offerto a Dio nella preghiera, nella memoria e nella lode, pervaso dalla potenza dello Spirito che risponde alla nostra invocazione. Suo frutto \u00e8 la grazia di Ges\u00f9 Cristo diffusa in mezzo agli uomini, che edifica il Corpo spirituale. Tutto questo non \u00e8 sufficiente?<\/p>\n<p>Come si vede, io provo qui ad estendere ben al di l\u00e0 delle parole consacratorie il discorso completo che il prete, a nome della comunit\u00e0 dei battezzati, rivolge a Dio e che lo Spirito eleva a ci\u00f2 che si pu\u00f2 chiamare una presenza totale, non solo un ricordo, ma un memoriale. E tuttavia occorre procedere ancora pi\u00f9 lontano, poich\u00e9 la preghiera della anafora di cui il prete \u00e8 il \u201cporta-parola\u201d interviene in un contesto pi\u00f9 ampio: di raduno della comunit\u00e0, di preghiera e di silenzio, di ascolto della Scrittura, parola di Dio e di Cristo, di salmodia responsoriale, di presentazione delle offerte. E la preghiera di conclude con la comunione sacramentale, mediante la quale ogni cristiano, personalmente e con gli altri nella comunit\u00e0, ratifica ci\u00f2 che ha vissuto e lo porta a perfezione con la partecipazione al Corpo e al Sangue di cui ha fatto memoria e a cui ha congiunto il proprio desiderio spirituale. L\u2019Eucaristia \u00e8 questo insieme sinfonico, il cui autore \u00e8 Ges\u00f9 Cristo nella comunit\u00e0 evangelica, e di cui tutti i movimenti sono significativi<a href=\"#sdfootnote2sym\" name=\"sdfootnote2anc\"><sup>2<\/sup><\/a><\/p>\n<p>Nello scrivere tutto questo non posso evitare di pensare a ci\u00f2 che Marcel Mauss chiamava un \u201cfatto sociale totale\u201d. Ci\u00f2 che \u00e8 totale d\u00e0 senso a ciascun elemento, ma reciprocamente \u00e8 costituito dalla convergenza dei singoli elementi e dei singoli attori. Tutto \u00e8 necessario, non per una necessit\u00e0 solamente logica o giuridica, ma essenzialmente sul piano simbolico, dove tutto si tiene ed entra in comunicazione.<\/p>\n<p><i><b>3. Il potere delle parole<\/b><\/i><\/p>\n<p>Se l\u2019Eucaristia \u00e8 una sinfonia, c\u2019\u00e8 un direttore d\u2019orchestra, ossia il prete o il vescovo, di cui ora si deve parlare. Nella teologia classica l\u2019attenzione era molto concentrata sulla conversione eucaristica, opera che trascende ogni capacit\u00e0 umana, perci\u00f2 il direttore in questione era definito dal potere soprannaturale, strumentale, di realizzare la transustanziazione: questo potere era il carattere sacerdotale (e non comportava di per s\u00e9 alcuna ricaduta pastorale). Per introdurre ci\u00f2 che vorrei sostenere, mi piacerebbe segnalare qui una sorta di anomalia. Da una parte, si dice che sono <i>le parole<\/i> della consacrazione ad operare la conversione eucaristica, ma dall\u2019altra si dice che <i>il prete<\/i> ordinato ha il potere strumentale di consacrare. Allora: le parole o l\u2019uomo? Questa domanda non \u00e8 affatto assurda: per il battesimo, se in caso di urgenza un laico, oppure un non credente, compie il rito e dice le parole con l\u2019intenzione di fare ci\u00f2 che vuole la Chiesa, il sacramento \u00e8 valido. Il ministro improvvisato agisce <i>in persona Christi<\/i>, in nome di Cristo. Perch\u00e9 ci\u00f2 non accade nella Eucaristia? Se vi \u00e8 la necessit\u00e0 di essere prete ordinato per avere una autorit\u00e0 sacramentale forte, non \u00e8 per assicurare la validit\u00e0 del sacramento, visto che si \u00e8 detto che le parole consacratorie sono di per s\u00e9 efficaci. Allora che cosa fonda la necessit\u00e0 che siano dette da parte di un prete? O, nei termini classici: a che cosa serve il carattere definito come potere sacro?<\/p>\n<p>La questione si amplifica se si considera l\u2019obbligazione del prete, quando celebra, a utilizzare letteralmente la formula in vigore nella Chiesa, ossia le parole della consacrazione di cui ho parlato sopra. Questa formula \u00e8 in se stessa talmente forte che, se il prete la pronuncia sul pane e sul vino, anche al di fuori della liturgia ma con la intenzione di consacrare, egli cadrebbe sicuramente in colpa grave, ma l\u2019efficacia sarebbe assicurata: il pane e il vino diventerebbero Corpo e Sangue. Allora, a che serve la persona del prete? Si pu\u00f2 porre la questione in modo diverso: se, per dipendenza da Ges\u00f9 Cristo, il prete ordinato ha il potere di rimettere i peccati, cosa che fa parte della sua competenza sacerdotale, non ha forse l\u2019autorit\u00e0 di scegliere la formula evangelica che accompagna il gesto sacramentale? Deve assolutamente usare la formula del rituale o pu\u00f2, per esempio, riprendere le parole stesse di Ges\u00f9: \u201cLa tua fede ti ha salvato, i tuoi peccati sono perdonati, vai in pace\u201d? La risposta \u00e8 no, e tuttavia se si tratta delle parole di Ges\u00f9? Si pu\u00f2 pensare a giusto titolo che una formula stabilita ufficialmente pu\u00f2 garantire la validit\u00e0 del sacramento, ma qui io non discuto dal punto di vista canonico, ma dal punto di vista teologico. Ci sono state, e ci sono, da una Chiesa all\u2019altra, o da un periodo all\u2019altro della stessa Chiesa, formule canoniche differenti. Si dovrebbe supporre che un prete ben formato potrebbe scegliere l\u2019una o l\u2019altra, ovvero, come ho detto, potrebbe riprendere le parole stesse di Cristo. In questo caso si subordinerebbero le parole alla persona che le pronuncia. E per l\u2019Eucaristia? Spesso ho pensato che non si dovrebbero ordinare preti uomini che non siano in grado di improvvisare una anafora eucaristica! E\u2019 una esagerazione, certo, ma non priva di significato. Ogni organista sa che, per improvvisare all\u2019organo, bisogna aver conosciuto moltissime sfumature e interpretato tantissime opere. Ma quando si posseggono le forme fisse, si \u00e8 naturalmente spinti a improvvisare! Perch\u00e9 non dovrebbe essere lo stesso per i sacramenti? Bisognerebbe formare talmente bene i futuri preti da non ordinarli prima posseggano solidamente gli elementi di una anafora e che, in virt\u00f9 anzitutto della loro autorit\u00e0, ma poi anche in virt\u00f9 della loro formazione, possano eventualmente improvvisare in funzione della congiuntura eucaristica o sacramentale in cui si trovi la comunit\u00e0 loro affidata. Non \u00e8 forse ci\u00f2 che \u00e8 accaduto nei primi tempi della Chiesa? Si \u00e8 molto parlato, dopo il Concilio e ancor oggi, degli \u201cabusi\u201d che sono avvenuti nella amministrazione dei sacramenti, e sicuramente ce ne sono stati. Ma non erano in parte dovuti ad un difetto di formazione liturgica? Oggi il prete \u00e8 ancora considerato dotato di poteri veramente trascendenti, ma sottratti nel loro uso a ogni discernimento.<\/p>\n<p>Mi sembra che questa discussione, un poco faticosa, metta in luce un punto: ci\u00f2 che qualifica una persona per celebrare attivamente i sacramenti, non sono anzitutto le parole o i gesti, poich\u00e9 in casi straordinari questi possono essere posti efficacemente anche da altri; \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 essenziale, che il Concilio Vaticano II ha indicato autorevolmente: una responsabilit\u00e0 di presidenza della comunit\u00e0 cristiana. Perch\u00e9 un cristiano ha ricevuto una chiamata, proveniente allo stesso tempo da Cristo e dalla comunit\u00e0, a presiedere attivamente una comunit\u00e0, poich\u00e9 questa chiamata \u00e8 stata spiritualmente e sacramentalmente confermata, questo cristiano pu\u00f2 e anche deve porre in modo equilibrato l\u2019insieme degli atti che costruiscono e alimentano questa comunit\u00e0 come Corpo di Cristo offerto a Dio in sacrificio spirituale. Il carattere sacerdotale \u00e8 il segno in lui di questo carisma e di questa missione. Ci\u00f2 richiede da lui una maturit\u00e0 umana, spirituale e liturgica che gli permetta di porre con discernimento gli atti necessari alla vita della comunit\u00e0 evangelica che gli \u00e8 stata affidata.<\/p>\n<p>Concluder\u00f2 dicendo che il sacramento dell\u2019Ordine non si definisce attraverso dei poteri, alcuni sacri, altri \u201cpolitici\u201d. E\u2019 donato ad un cristiano che riceve dallo Spirito (in un modo che sar\u00e0 da precisare) il carisma di direzione, di presidenza \u2013 o di un altro sinonimo che si voglia impiegare \u2013 su una <i>comunit\u00e0 evangelica<\/i>. Quando celebra l\u2019Eucaristia questa comunit\u00e0 valorizza la sua qualificazione liturgica, che si potrebbe dire anche \u201ccristica\u201d: essa afferma la propria dipendenza dal Mistero pasquale di Ges\u00f9, ne riceve di nuovo il proprio essere Corpo e Popolo, offre al Padre in Cristo il sacrificio spirituale che essa stessa \u00e8 nella sua totalit\u00e0, e lo incide nella propria carne mangiandone il Corpo e bevendone il Sangue<a href=\"#sdfootnote3sym\" name=\"sdfootnote3anc\"><sup>3<\/sup><\/a>.<\/p>\n<div id=\"sdfootnote1\">\n<p><a href=\"#sdfootnote1anc\" name=\"sdfootnote1sym\">1<\/a>Non entrer\u00f2 qui in discussione con il recente libro di Zeno Carra, <i>Hoc facite<\/i> n\u00e9 con la presentazione sintetica che l\u2019autore ne ha fatto su questo blog. Nel sul libro, a p. 212, note 222, don Zeno constata che, nel mio libro <i>Eucaristia:<\/i> <i>i<\/i><i>l <\/i><i>p<\/i><i>asto e la <\/i><i>p<\/i><i>arola, <\/i>io mi limito a giustapporre un linguaggio fenomenologico e un linguaggio metafisico. Nello scrivere quel libro, da parte mia avevo l\u2019impressione di aver cercato una continuit\u00e0 piuttosto che una giustapposizione! Ma confesso che, tutto occupato nel mio approccio fenomenologico in quel libro, allora non avevo riletto i testi di S. Tommaso da un punto di vista critico, e rinviavo ad essi senza averli prima verificati. D\u2019altra parte, neppure oggi li ho veramente riconsiderati. Lo studio di <i>Hoc facite<\/i> mi condurr\u00e0 senza dubbio a farlo e ad entrare in dialogo.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote2\">\n<p><a href=\"#sdfootnote2anc\" name=\"sdfootnote2sym\">2<\/a>Con piacere vorrei sottolineare qui che mi sento in pieno accordo con ci\u00f2 che scrive Loris della Pietra nella seconda parte del suo studio <i>Eucaristia, una questione di forma<\/i>, pubblicato su questo blog.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote3\">\n<p><a href=\"#sdfootnote3anc\" name=\"sdfootnote3sym\">3<\/a>In questo <i>Mysterium fidei<\/i> il passaggio dal pane e vino presentati al Corpo e Sangue offerti e poi consumati fa parte del memoriale, ma non dobbiamo pi\u00f9 preoccuparci di precisare quando e come ci\u00f2 accada.<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un nuovo articolo del teologo francese affronta il rapporto complesso tra &#8220;ministro ordinato&#8221; e &#8220;presidenza eucaristica&#8221;. In questo testo Lafont si mette anche in relazione con altri autori che sono intervenuti sul blog a questo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12844"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12844"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12844\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12845,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12844\/revisions\/12845"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12844"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12844"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12844"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}