{"id":12841,"date":"2018-05-05T11:06:16","date_gmt":"2018-05-05T09:06:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12841"},"modified":"2018-05-05T11:06:16","modified_gmt":"2018-05-05T09:06:16","slug":"nuova-teologia-eucaristica-23-il-ministero-nella-chiesa-problematica-gh-lafont-9","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/nuova-teologia-eucaristica-23-il-ministero-nella-chiesa-problematica-gh-lafont-9\/","title":{"rendered":"Nuova teologia eucaristica (\/23): Il ministero nella Chiesa: problematica (Gh. Lafont \/9)"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-3848\" alt=\"lafont\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont.jpg\" width=\"225\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont.jpg 225w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont-150x150.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>Convinto della urgenza di offrire una chiarificazione della teologia eucaristica, Gh. Lafont affronta le questioni della &#8220;teologia del ministero&#8221; per poter elaborare una teoria della &#8220;partecipazione attiva&#8221; pienamente convincente. Cos\u00ec la messa in chiaro di due &#8220;modelli&#8221; di teologia della autorit\u00e0 ministeriale, che percorrono giustapposti lo stesso testo conciliare, mostra l&#8217;esigenza di superarne la giustapposizione e permette di suggerire un principio nuovo di unificazione, uscendo dal modello scolastico e tridentino di giustificazione della autorit\u00e0 nella Chiesa.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><b>Il ministero nella Chiesa: problematica<\/b><\/p>\n<p>Dalle proposte precedenti della nostra ricerca risulta che un problema centrale per la teologia, tanto per l\u2019Eucaristia quanto per la Chiesa in se stessa e in rapporto al mondo, \u00e8 quello della articolazione tra due visioni: quella del primato della considerazione <i>globale<\/i> della Chiesa proposta al Vaticano II \u2013 soprattutto in LG 1 e 2 \u2013 e quella di una prospettiva anzitutto <i>gerarchica<\/i>, ossia che parte dal papa per \u201cdiscendere\u201d fino ai laici, visione familiare al cattolicesimo dal Medio Evo in poi. Negli stessi testi del Concilio si ritrovano entrambi gli orientamenti, come aveva visto bene fin dalla fine del Concilio un teologo lucido come Antonio Acerbi. Questa giustapposizione mi sembra debba considerare due fatti: anzitutto nel breve periodo del Concilio non si poteva pretendere di discernere il problema della conciliazione delle diverse prospettive; in seguito, ancora durante il Concilio, le due visioni hanno avuto i loro protagonisti convinti, anche accaniti, e perci\u00f2 le commissioni hanno redatto e emendato i testi in modo tale che ciascuno vi trovasse il proprio riscontro e che si potessero votare quasi all\u2019unanimit\u00e0. Un esempio di questo \u201cecumenismo interno\u201d si trova nel titolo del capitolo III di LG: \u201cLa costituzione gerarchica della Chiesa\u201d, espressione di stile giuridico o, se si vuole, \u201cpolitico\u201d, che viene dopo due capitoli dove si propone una visione della Chiesa fondata su rappresentazioni anzitutto simboliche, iconiche, si direbbe \u201colistiche\u201d.<\/p>\n<p>Dopo il Concilio, questa dualit\u00e0 di ispirazione non \u00e8 scomparsa; forse non lo pu\u00f2 mai in modo totale. Poich\u00e9, d\u2019altra parte, la Chiesa deve vivere, essa tenta costantemente di costruire fragili equilibri che permettano a tutti di vivere relativamente in pace: un segno evidente delle nostre debolezze in Chiesa \u00e8 oggi la dualit\u00e0 dei riti eucaristici, l\u2019ordinario e lo straordinario, che suppongono delle visioni e delle pratiche diverse della \u201cpartecipazione attiva\u201d. Non potendo unire, si giustappone. Ho notato, lungo le pagine di questo studio, il ripetersi della domanda: \u201cchi fa che cosa?\u201d. Chi celebra l\u2019Eucaristia? Principalmente il prete al quale si associano i fedeli, oppure la comunit\u00e0 radunata, ciascuno al suo posto (nel suo \u201cordo\u201d, per riprendere il termine greco: <i>taxis<\/i>) dove il prete gioca il proprio ruolo, che non \u00e8 n\u00e9 fondatore n\u00e9 esclusivo? Come ho detto, ci\u00f2 vale anche per l\u2019altro <i>munus<\/i>: chi evangelizza e come? In ci\u00f2 che segue cercher\u00f2 (dopo molti teologi prima di me, e tenendo conto delle proposte che ho potuto fare in scritti precedenti) di chiarire ci\u00f2 che potrei chiamare \u201cl\u2019aspetto ministeriale della comunit\u00e0 ecclesiale\u201d, di cui tratta il capitolo III di <i>Lumen Gentium<\/i> e che considero come un servizio benefico e necessario ad essa.<\/p>\n<p>Rileggiamo LG 21, che tratta del ministero episcopale. Dopo aver messo in rilievo la sua dipendenza rispetto al Cristo, sommo sacerdote (termine liturgico), il testo ne descrive non senza una certa enfasi le azioni: predicazione della Parola, celebrazione dei sacramenti e governo della comunit\u00e0 nel suo cammino verso il Regno. Nel vocabolario che ho utilizzato all\u2019inizio di questo articolo, \u00e8 affidata al vescovo la direzione della <i>comunit\u00e0 evangelica<\/i>. Ci\u00f2 vuol dire che, nella sua azione, il vescovo agisce, mediante la grazia del proprio stato, in nome di Ges\u00f9 <i>in persona Christi<\/i>, cosa che suppone un costante discernimento spirituale, affinch\u00e9 la comunit\u00e0 evangelica sia per tutti gli uomini segno del Regno <i> <\/i>e perch\u00e9 trovi il giusto rapporto con la comunit\u00e0 politica. Si pu\u00f2 notare (ma ci\u00f2 non \u00e8 detto qui) che questo discernimento suppone necessariamente la conoscenza e il riconoscimento di altre persone e gruppi della comunit\u00e0 ecclesiale: \u00e8 questa infatti ad essere sacramento di salvezza per gli uomini, ciascuno secondo il proprio dono. Quanto ai preti, essi sono associati al vescovo in questa responsabilit\u00e0 e in questa missione; hanno parte al medesimo carisma di servizio alla comunit\u00e0 evangelica.<\/p>\n<p>Ma in che modo questo ministero \u00e8 affidato ai vescovi e ai preti? Il testo risponde: \u201cLa Tradizione, che si esprime soprattutto mediante i riti liturgici e gli usi della Chiesa, tanto orientale quanto occidentale, mostra con evidenza che, con l\u2019imposizione delle mani e le parole della consacrazione (episcopale), la grazia dello Spirito Santo \u00e8 donata e il carattere sacro \u00e8 impresso\u201d. Se noi prendiamo queste parole secondo il loro senso immediato, il sacramento dell\u2019Ordine dona la grazia che permette il santo compimento di questo ministero di direzione, mentre il carattere sacro marca l\u2019appartenenza di colui che lo riceve al collegio dei vescovi (e per i preti al presbiterio di una chiesa particolare) e lo qualifica per tutte le azioni tipiche di questo ministero, che prima abbiamo descritto. In altri termini, il sacramento dell\u2019Ordine conferisce al cristiano che lo riceve una autorit\u00e0 che si pu\u00f2 definire \u201cpolitica\u201d: in questa piccola Citt\u00e0 di Dio che \u00e8 una chiesa, egli dirige e anima, attraverso delle funzioni, potremmo definirle dei \u201cdipartimenti\u201d di azione, differenziati e convergenti. Tra di essi, vi \u00e8 la funzione sacramentale che struttura la comunit\u00e0 evangelica in assemblea liturgica.<\/p>\n<p>Ora, parlando in questo modo del Vescovo e della sua missione in una comunit\u00e0, il Concilio Vaticano II ha operato una trasformazione importante della teologia affermata dalla Scolastica medievale e dal Concilio di Trento. Il Vaticano II ha un concetto unificato di autorit\u00e0 episcopale e parla del prete nella stessa prospettiva: \u201c&#8230;il vescovo, assistito dai suoi preti\u201d: anche per il prete, a sostegno del vescovo, l\u2019autorit\u00e0 \u00e8 globale e riguarda l\u2019insieme del ministero di \u201csorveglianza\u201d (<i>episcop\u00e9<\/i>). La teologia precedente, invece, prima di parlare del vescovo, si interessava al prete e stabiliva in lui una separazione tra ci\u00f2 che gli derivava dal sacramento, ossia il potere liturgico, e ci\u00f2 che gli derivava per delega dal vescovo o dal papa, ossia il potere sulla comunit\u00e0. Il carattere (di cui ho parlato sopra) lo qualificava soltanto per le azioni rituali, ossia quelle in cui tanto il significato quanto l\u2019efficacia sfuggono al controllo dell\u2019uomo: egli le esercita solo rispettando un programma del quale pu\u00f2 essere soltanto strumento. La competenza pastorale, che deriva dal personale discernimento evangelico, non era considerata di origine sacramentale n\u00e9 era collegata al carattere: la si vedeva discendere dall\u2019alto, per mezzo di determinazioni giuridiche che si strutturano in gradi. Questa origine, pi\u00f9 o meno immediatamente divina, conferisce alla parola di colui che la detiene, non una autorit\u00e0 rituale, ma una garanzia di verit\u00e0: \u201cmagistero\u201d e \u201cgiurisdizione\u201d sono termini che qualificano la parola del vescovo, e, sopra di lui, del papa, o, sotto di lui, del prete. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 sacralit\u00e0 ma potere, non pi\u00f9 validit\u00e0 per fedelt\u00e0 al programma rituale, ma esercizio prudente della autorit\u00e0. Prendiamo dei termini coloriti: il titolare della pi\u00f9 alta funzione \u00e8 Sommo Sacerdote (per sacramento) e Imperatore (per elezione divina), cosa che si declina con sfumature diverse presso diversi gradi gerarchici.<\/p>\n<p>Si pone allora la questione (che il Concilio, se non erro, non ha n\u00e9 posta n\u00e9 risolta) di sapere se questa unificazione dell\u2019origine delle funzioni e delle missioni del vescovo nel sacramento implichi o meno un cambiamento della fisionomia generale del ministero cristiano. E, dato che sembra difficile negare che qualcosa sia cambiato, ci si chiede se si possa dire in che cosa consista il cambiamento. In altri termini, questa autorit\u00e0 pastorale globale conferita dal sacramento dell\u2019Ordine, inclina in direzione rituale o piuttosto in direzione della autorit\u00e0? Si estende a tutte e parole del Vescovo il carattere sacro della ritualit\u00e0 liturgica oppure si riconducono le parole liturgiche alla sola condizione di parole d\u2019autorit\u00e0, senza efficacia specifica? Riprendo le parole utilizzate prima: il vescovo sar\u00e0 pi\u00f9 un Pontefice o pi\u00f9 un Re? Oppure: categorie di questo genere sono ormai obsolete e allora che cosa dobbiamo proporre per definire il ministero cristiano?<\/p>\n<p>Spero di aver posto bene tale questione. Cercher\u00f2 di indicare delle vie per una soluzione che muova dalla questione rituale: 1. proponendo una critica misurata alla teologia del carattere sacramentale come potere di effettuare efficacemente i sacramenti o di riceverli; 2. analizzando pi\u00f9 da vicino la questione dell\u2019uso delle parole sacramentali nella amministrazione dei sacramenti; 3. Definendo possibilmente con maggior precisione il ruolo del prete (o del vescovo) nella liturgia: e qui avr\u00e0 luogo un capovolgimento corrispondente a ci\u00f2 che credo derivi dagli orientamenti riformatori del Vaticano II; 4. Di qui sar\u00e0 possibile proporre una soluzione pi\u00f9 equilibrata al tema che ci accompagna fin dall\u2019inizio: la \u201cpartecipazione attiva\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Convinto della urgenza di offrire una chiarificazione della teologia eucaristica, Gh. Lafont affronta le questioni della &#8220;teologia del ministero&#8221; per poter elaborare una teoria della &#8220;partecipazione attiva&#8221; pienamente convincente. 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