{"id":12829,"date":"2018-04-20T18:40:34","date_gmt":"2018-04-20T16:40:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12829"},"modified":"2018-04-20T18:40:34","modified_gmt":"2018-04-20T16:40:34","slug":"nuova-teologia-eucaristica-21-il-primato-della-pratica-gh-lafont-7","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/nuova-teologia-eucaristica-21-il-primato-della-pratica-gh-lafont-7\/","title":{"rendered":"Nuova teologia eucaristica (\/21): Il primato della pratica (Gh. Lafont \/7)"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-3848\" alt=\"lafont\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont.jpg\" width=\"225\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont.jpg 225w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont-150x150.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>La decostruzione del modello classico di sapere e di pratica eucaristica passa necessariamente attraverso un &#8220;mutamento delle pratiche&#8221;. Nel nuovo post Gh. Lafont, partendo dalle novit\u00e0 introdotte da Pio X agli inizi del XX secolo, pone al centro dell&#8217;attenzione il sorgere del concetto di &#8220;partecipazione attiva&#8221;, con i suoi meriti e con i suoi limiti. Una lettura clericale della partecipazione ha condizionato gli inizi del movimento liturgico e ancora condiziona, oggi, i suoi possibili sviluppi. Diviene cos\u00ec concetto-chiave per interpretare non solo la Riforma liturgica, ma anche il mutamento della coscienza che la Chiesa ha di s\u00e9.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\"><b>Il primato della pratica<\/b><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">L\u2019eucaristia \u00e8 una pratica, non un discorso: \u201cPrendete e mangiate&#8230;fate questo&#8230;\u201d. Il cristiano che \u201cva\u201d a messa \u00e8 detto \u201cpraticante\u201d. Se dunque la pratica si modifica, se \u00e8 abbandonata, o, se, al contrario, \u00e8 intensificata, la riflessione su di essa subisce una evoluzione. Per questo penso che il decreto <i>Sacra Tridentina Synodus, <\/i>pubblicato il 20 dicembre del 1905 dalla Congregazione del Concilio su richiesta di papa Pio X, si colloca al punto di partenza di tutte le evoluzioni ulteriori per ci\u00f2 che concerne la celebrazione dell\u2019Eucaristia e la riflessione su di essa. Come si sa, questo testo era una esortazione pressante alla pratica quotidiana della comunione sacramentale. Non era il primo dedicato a questo tema e, come accade spesso ai documenti della Chiesa, esso evocava gli antecedenti formulati al Concilio di Trento e successivamente. La differenza tra questo testo e i testi precedenti \u00e8 che, contrariamente agli altri, esso ha avuto una efficacia: poco a poco si \u00e8 rimessa in moto la comunione durante la Messa, in settimana e anche la domenica. Ci si pu\u00f2 domandare perch\u00e9.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Il motivo sostenuto dal papa per invitare alla comunione era il rapporto stretto esistente tra la santit\u00e0 e il sacramento. Negativamente: il testo sottolinea che non bisogna essere santi prima di fare la comunione. Positivamente: la ricezione frequente del sacramento rinforza il cristiano: vi si riceve la forza di reprimere le passioni, si \u00e8 purificati dai peccati veniali e aiutati a evitare i peccati mortali. Altre formule si trovano nel testo: \u201csoddisfare la volont\u00e0 di Dio, unirsi a lui pi\u00f9 intimamente nella carit\u00e0, combattere i propri difetti e debolezze\u201d, o ancora \u201caumentare l\u2019unione con Ges\u00f9 Cristo, alimentare con pi\u00f9 foza la vita spirituale, ornare l\u2019anima di virt\u00f9 pi\u00f9 abbondanti, offrire un pegno pi\u00f9 sicuro di vita eterna\u201d. La prospettiva \u00e8 dunque piuttosto morale e individuale, ma nessun approfondimento dottrinale o liturgico sarebbe stato possibile nei decenni successivi, se non vi fosse stato innanzitutto un ritorno alla pratica di comunione eucaristica. D\u2019altra parte, all\u2019epoca essa era circondata da diverse prescrizioni che evitavano il pericolo di un rapporto meccanico: cos\u00ec il digiuno eucaristico che bisognava rispettare (da cui discendeva il ricorso alle messe del mattino), la comunione in ginocchio alla balaustra, l\u2019azione di grazie dopo la messa, il ricorso regolare al sacramento della penitenza creavano un clima di raccoglimento teologale e di vigilanza personale, senza il quale la riflessione teologica ulteriore sicuramente non avrebbe avuto luogo.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">D\u2019altra parte, questo decreto sulla comunione frequente faceva seguito ad altri provenienti dallo stesso papa. Poco dopo la sua elezione, san Pio X aveva pubblicato un motu pr\u00f3prio, <i>Tra le sollecitudini,<\/i> sulla musica sacra, dove incoraggiava a sviluppare le celebrazioni del culto, e quindi in primo luogo l\u2019Eucaristia, in un contesto musicale sobrio e autentico. Un passaggio di questo MP suggeriva la finalit\u00e0 ultima della riforma proposta: \u201cIl nostro pi\u00f9 vivo desiderio essendo in effetti che il <i>vero spirito cristiano rifiorisca<\/i> in ogni modo e si conservi presso i fedeli, \u00e8 necessario provvedere anzitutto alla santit\u00e0 e alla dignit\u00e0 del tempio in cui i fedeli si riuniscono precisamente per attingere a questo spirito nella sua sorgente prima e indispensabile: la <i>partecipazione attiva<\/i> ai misteri sacrosanti e alla preghiera pubblica della Chiesa\u201d. Il testo faceva allora l\u2019elogio del canto gregoriano, nella sua restaurazione allora promossa dai monaci di Solesmes e invitava alla pratica: \u201cChe si abbia una cura del tutto particolare nel ristabilire l\u2019uso del canto gregoriano tra il popolo, affinch\u00e9 i fedeli di nuovo oggi, come un tempo, <i>possano prendere parte pi\u00f9 attiva<\/i> alla celebrazione degli uffici liturgici\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Ora la restaurazione del canto gregoriano da parte dei monaci di Solesmes si inscriveva nella linea delle \u201cIstituzioni liturgiche\u201d di don P. Gu\u00e9ranger, fondatore e abate di quel monastero: in questo senso, lo sforzo di Pio X era come un riconoscimento del principio e un invito alla attuazione della liturgia, sul piano musicale, certo, ma anche al di l\u00e0 della musica: per l\u2019insieme dell\u2019istituzione liturgica della Chiesa. Ma forse ci\u00f2 non sarebbe stato sufficiente se, in Belgio e in un contesto pi\u00f9 pastorale, dom Lambert Beauduin non avesse ripreso e valorizzato questa rinascita della liturgia a livello del popolo cristiano nella sua totalit\u00e0, mediante una attivit\u00e0 intensa e diversificata, di cui il piccolo libro del 1914, <i>La pi\u00e9t\u00e9 de l\u2019Eglise<\/i>. <i>Principi e fatti<\/i>, \u00e8 contemporaneamente un resoconto e un manifesto.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">In definitiva, io credo che, se il decreto del 1905 ha portato i suoi frutti, cio\u00e8 se l\u2019Eucaristia \u00e8 stata ripristinata nella Chiesa al suo posto di principio primo della vita cristiana, ci\u00f2 \u00e8 potuto accadere perch\u00e9 il decreto \u00e8 caduto in un contesto favorevole, ossia quello del movimento liturgico nascente. In altri termini, i decreti di papa Pio X, uniti agli sforzi di riflessione teorica e di attuazione pratica di pensatori e pastori, hanno iniziato un nuovo periodo nella storia spirituale della Chiesa latina, facendo seguito ad un\u2019altro precedente e di durata millenaria: si \u00e8 aperto in effetti un tempo di pratica eucaristica radicata sul piano liturgico, che poco a poco avrebbe condotto ad una valorizzazione diversa dell\u2019insieme del Mistero cristiano. Dai decreti di Pio X al Cancilio Vaticano II, poi da questo a nostri giorni, una via era stata tracciata; tale via \u00e8 stata percorsa, ma \u00e8 ancora aperta.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-size: medium\">*<\/span><\/p>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-size: medium\">Ciononostante, in questi sforzi di inizio secolo XX, vi era un limite, forse un ostacolo al prosieguo di approfondimento teorico e di traduzione pratica: ho sottolineato nei testi di Pio X l\u2019espressione, messa in evidenza com entusiasmo da don Beauduin, \u201cpartecipazione attiva\u201d. Ma di che cosa si trattava? All\u2019inizio del decreto <i>Tra le sollecitudini<\/i> si legge: \u201cricevere la grazia dei sacramenti, assistere al Santo Sacrificio dell\u2019altare, adorare il santissimo sacramento del Corpo del Signore, unirsi alla preghiera comune della Chiesa\u201d. Ricevere, assistere, adorare, unirsi, non sono verbi della <i>pratica<\/i>, non dicono niente di ci\u00f2 che si dovrebbe <i>fare<\/i>. Le azioni sono riferite ad altri, ci si unisce ad esse (cos\u00ec anche \u00e8 detto per la preghiera comune), ma non sono competenze dirette del cristiano. Allora si \u00e8 veramente attivi? Forse la pratica del cristiano si limita \u2013 cosa gi\u00e0 immensa di per s\u00e9 \u2013 a ricevere la comunione?<\/span><\/p>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-size: medium\">Un elemento di risposta viene dalla lettura del primo capitolo della <i>Pi\u00e9t\u00e9 liturgique<\/i>. Cito le prime righe: \u201cIl potere sacerdotale del gran Sacerdote della Nuova Alleanza \u00e8 la fonte sovrabbondante di tutta la vita soprannaturale. Ora questo potere santificante, Ges\u00f9 Cristo lo esercita quaggi\u00f9 soltanto attraverso il minitero di una <i>gerarchia sacerdotale visibile<\/i>\u201d (il corsivo \u00e8 dell\u2019autore). E poco pi\u00f9 avanti ci viene detto: \u201cFare di noi delle vittime viventi e sante, offerte ogni giorno alla gloria del Padre in unione con l\u2019unico sacrificio di Cristo, questa \u00e8 la missione santificante della gerarchia cattolica\u201d. Ora San Paolo, al capitolo 12 della Lettera ai Romani, che qui \u00e8 evidentemente la fonte di don Beauduin, scrive a tutti i suoi destinatari (non solo ai responsabili della comunit\u00e0 romana): \u201cVi esorto, fratelli, in nome della misericordia di Dio a offrire voi stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio\u201d. Da una parte, la <i>gerarchia<\/i> fa per noi, dall\u2019altro l\u2019Apostolo esorta a offrire <i>se stessi<\/i>. Chi dunque fa che cosa? Il capitolo continua: la gerarchia organizza le funzioni sacre, in primo luogo il sacrificio eucaristico e tutto ci\u00f2 che lo circonda, letture e cerimonie della messa, ma anche gli altri sacramenti e sacramentali; i preti celebrano solennemente l\u2019ufficio divino. La gerarchia organizza lungo l\u2019anno il ciclo delle feste. Ma essa suddivide anche i fedeli in parrocchie, guida le loro riunioni, accompagna le loro feste familiari e di ogni tipo: \u201cSotto le mani benedicenti dei ministri di Cristo..le membra di Cristo risorto sono poste dal sacerdozio creatore della Chiesa in un rinnovamento anticipato\u201d. Di qui la conclusione: \u201cNon si inculcher\u00e0 mai abbastanza nelle anime di coloro che cercano Dio l\u2019esigenza di <i>associarsi il pi\u00f9 intimamente possibile<\/i> e con la maggiore frequenza disponibile a tutte le manifestazioni di questa vita sacerdotale gerarchica che abbiamo appena decritto e che ci mette direttamente sotto l\u2019influenza del sacerdozio di Ges\u00f9 Cristo\u201d. Ho sottolineato le parole <i>associarsi intimamente<\/i>, non per criticarle, ma per porre una questione: dove si trova, in questa intimit\u00e0, la partecipazione attiva? La comunione sacramentale \u00e8 sufficiente a fare del cristiano un soggetto liturgico in senso pieno?<\/span><\/p>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-size: medium\">La mia ipotesi \u00e8 che, all\u2019inizio del XX secolo, si \u00e8 ancora nell\u2019ambito definito dalla deriva della vita cristiana in direzione clericale che ho descritta nel capitolo precedente, e che aveva ricevuto il suo carattere sacrale dagli scritti gerarchici dello PseudoDionigi, familiari alla teologia classica a partire dall\u2019alto Medioevo. La rinascita liturgica ai suoi inizi non poteva in un solo colpo prendere le distanze da questo contesto; le saranno necessarie le esperienze e gli esperimenti non solo liturgici, ma anche pastorali, che si attueranno tre le due guerre 1914-18 e 1939-45. Ma ci\u00f2 che \u00e8 importante trarre non solo da Pio X, ma anche da Dom Beauduin, non sono gli elementi classici in parte obsoleti, ma l\u2019<i>impulso dato <\/i><i>in<\/i><i> una nuova direzione<\/i>, iniziata da essi e ancor oggi in divenire, che va nel senso di una partecipazione <i>veramente<\/i> e non solo <i>intimamente<\/i> attiva del popolo di Dio: certo all\u2019Eucaristia, ma anche a tutta la vita della Chiesa.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; La decostruzione del modello classico di sapere e di pratica eucaristica passa necessariamente attraverso un &#8220;mutamento delle pratiche&#8221;. Nel nuovo post Gh. 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