{"id":12800,"date":"2018-04-09T18:53:51","date_gmt":"2018-04-09T16:53:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12800"},"modified":"2018-04-09T18:53:51","modified_gmt":"2018-04-09T16:53:51","slug":"nuova-teologia-eucaristica-17-costruzione-della-teologia-classica-lafont6","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/nuova-teologia-eucaristica-17-costruzione-della-teologia-classica-lafont6\/","title":{"rendered":"Nuova teologia eucaristica (\/17): Costruzione (della teologia classica) (Lafont\/6)"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont1.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-3984\" alt=\"lafont\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont1.jpg\" width=\"225\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont1.jpg 225w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/lafont1-150x150.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>Con questo nuovo post, p. Gh. Lafont entra in una nuova parte della propria riflessione, come chiarisce bene all&#8217;inizio del testo. Per apprezzare la svolta di una &#8220;nuova teologia eucaristica&#8221; bisogna fermarsi a considerare con cura le caratteristiche della &#8220;teologia classica&#8221;. Di cui, come vedremo, viene portata in primo piano la figura del prete, la sua spiritualit\u00e0 e il suo rapporto con il sacramento. Con una serie di prossimi interventi, Lafont ci conduce lungo questo &#8220;decostruzione&#8221; del modello classico di eucaristia e, necessariamente, di sacerdozio.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><b>Costruzione (della teologia classica)<\/b><\/p>\n<p>di Ghislain Lafont<\/p>\n<p>Fino a qui ho provato ad abbozzare una prospettiva positiva, gioiosa, dell\u2019Eucaristia, fondata sulla convinzione che questo sacramento sta a fondamento di una esistenza umana simbolica, dove il peccato e il perdono, per quanto possano essere importanti, per quanto dolorosa sia la loro redenzione, non stanno al centro. Lo scambio simbolico, o, se si preferisce, il \u201cdono\u201d, appartengono alla condizione stessa dell\u2019uomo di fronte a Dio, poich\u00e9, misteriosamente, sono la condizione di Dio stesso nella sua vita trinitaria. Mi sembra che qui starebbe il fondamento di una \u201cnuova teologia eucaristica\u201d.<\/p>\n<p>Ma, a questo punto, non si pu\u00f2 evitare di fare qualche rapido richiamo alla costruzione teologica classica; tali richiami in effetti sono necessari per procedere oltre. Vorrei ricordare, anzitutto, che nella storia della Chiesa \u2013 almeno, ma non solo, in Occidente \u2013 la <i>pratica effettiva<\/i> dell\u2019Eucaristia \u00e8 stata tutto sommato abbastanza ridotta, mentre si sono affermati <i>usi <\/i><i>devoti<\/i>. Dopo pi\u00f9 di un millennio, un nuovo inizio \u00e8 apparso all\u2019inizio del XX secolo, con i decreti di san Pio X sulla comunione frequente, prima degli adulti e poi dei fanciulli. Senza questo cambiamento di regime, non ci sarebbe stato n\u00e9 \u201cmovimento liturgico\u201d, n\u00e9 \u201crinnovamento teologico\u201d, poich\u00e9 tutto si tiene nella fede cristiana. Mi accingo ad affrontare, in successione, questi tre punti:<\/p>\n<p>&#8211; La pratica effettiva limitata e il suo probabile fondamento;<\/p>\n<p>&#8211; Gli usi devoti: per i vivi, per i defunti e la teologia che li sostiene;<\/p>\n<p>&#8211; Le conseguenze sull\u2019immagine del prete.<\/p>\n<p><b>1. Pratiche limitate<\/b><\/p>\n<p>Non so se esista uno studio completo sulla pratica dell\u2019Eucaristia \u2013 ed anche sui sacramenti in generale \u2013 dalla loro istituzione da parte di Ges\u00f9 Cristo fino ai giorni nostri. E\u2019 strano che le rare menzioni di questo sacramento nel NT siano piuttosto negative. Per esempio, i due passi in cui si parla di eucaristia nella I Corinzi emergono in contesto polemico: non si pu\u00f2 comunicare nello stesso tempo alla cena del Signore e ai pasti dei sacrifici agli idoli, dunque ai demoni (cap. 10); non si pu\u00f2 comunicare degnamente alla cena del Signore se non lo si fa insieme e condividendo il cibo (cap. 11). Il contesto \u00e8 quello dei modi sbagliati di fare la comunione. Da parte sua, la lettera agli Ebrei si lamenta gi\u00e0 di un disinteresse per le sinassi (Eb 10,25). In ogni caso, l\u2019impressione che resta, dopo aver letto tutto quanto ho potuto reperire, \u00e8 che paradossalmente quando il culto cristiano \u00e8 divenuto libero, nel IV secolo con Costantino, i cristiani si sono allontanati dalla comunione e in gran parte si sono limitati ad assistere alle liturgie, ma senza ricevere il sacramento<sup><a href=\"#sdfootnote1sym\" name=\"sdfootnote1anc\"><sup>1<\/sup><\/a><\/sup>. Sappiamo anche bene che, se il capitolo 21 del IV Concilio Lateranense ben pi\u00f9 tardi ha voluto rendere obbligatorio un minimo di pratica sacramentale a Pasqua, \u00e8 stato proprio per frenare una maggiore diserzione dalla Eucaristia e dalla Penitenza. Le rigidit\u00e0 gianseniste si sono mosse successivamente nel medesimo senso. Per la maggior parte del tempo, si \u00e8 continuato ad <i>assistere<\/i> alla messa, ma senza <i>fare la comunione<\/i>.<\/p>\n<p>Come spiegare questo allontanamento? Senza dubbio a causa di una presa di coscienza, sottolineata allora dai pastori, del grande abisso che si apre tra la dignit\u00e0 sublime di questo sacramento e la miseria morale del cristiano medio. Il peccato rende indegni della comunione, come ripetiamo ancor oggi: \u201cSignore, non son degno&#8230;\u201d, e, se la scomunica solenne \u00e8 eccezionale, una scomunica di fatto si produce, pi\u00f9 o meno incoraggiata dai pastori. La perfezione trascendente del sacramento suppone ed esige la perfezione di colui che si comunica. D\u2019altra parte con il progresso della riflessione morale, l\u2019importanza della nozione di legge, l\u2019analisi dei diversi gradi di colpevolezza, impongono poco a poco una recinzione normativa, promulgata o spontanea, che fa da ostacolo ad una recezione frequente o anche solo regolare del sacramento, senza contare l\u2019impatto sicuramente considerevole di una esigenza di purit\u00e0 rituale sul piano sessuale. La mediazione necessaria del sacramento della Penitenza, con richieste eventualmente pesanti per ottenere la assoluzione, ha certamente giocato un ruolo importante. Forse oggi si dovrebbe sollevare la questione: l\u2019Eucaristia \u00e8 per i giusti o per i peccatori?<\/p>\n<p><b>2. Usi devoti<\/b><\/p>\n<p><i>Vedere l\u2019ostia<\/i><\/p>\n<p>Come compensazione, nel Medievo e ancor pi\u00f9 dopo il Concilio di Trento, la devozione eucaristica \u00e8 passata dalla pratica alla visione. Lo scarto tra l\u2019Eucaristia da una parte, la bocca e la mano dall\u2019altra, si \u00e8 rapidamente affermato<sup><a href=\"#sdfootnote2sym\" name=\"sdfootnote2anc\"><sup>2<\/sup><\/a><\/sup> e in compenso si sono sviluppate pratiche visive che hanno mantenuto il contatto tra il sacramento e i cristiani: esposizione del Santissimo Sacramento con i suoi rituali (velo omerale, incensazioni, benedizione eucaristica con l\u2019ostensorio) e suoi testi eucologici; lunghe adorazioni; processioni, &#8211; tutto ci\u00f2 ha strutturato il quadro e il cuore della devozione eucaristica per secoli. Si pu\u00f2 notare qui che questo passaggio dal mangiare e dal bere al vedere ha concentrato l\u2019attenzione devota sull\u2019ostia, non potendo il vino essere esposto alla vista.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i>Il moltiplicarsi delle messe<\/i><\/p>\n<p>Una tale devozione ha avuto un altro impatto, collegato al desiderio cristiano di salvezza eterna e al timore delle pene del purgatorio. Non so in quale momento preciso questo tema dell\u2019offerta del sacrificio della Messa per i vivi e per i morti sia divenuto ci\u00f2 che \u00e8 rimasto lungo i secoli. Tuttavia \u00e8 certo che alcuni cristiani, spesso nobili e principi, hanno ordinato messe, fatto fondazioni, dato danaro per la salvezza delle proprie anime mediante molteplici celebrazioni eucaristiche. Sembra che fosse cosa gi\u00e0 acquisita ai tempi di Gregorio Magno. Quando oggi si visitano le chiese antiche, vi si trovano cappelle \u201cappartenenti\u201d un tempo a famiglie o corporazioni, con cappellani incaricati di celebrare le messe previste alla fondazione di questi piccoli santuari, che erano anche luoghi di sepoltura. Si pu\u00f2 ricordare l\u2019uso, che io ho conosciuto prima del Concilio, secondo cui ciascun prete celebrava tre messe nel giorno dei morti, uso che era dettato da un sentimento di giustizia: le spogliazioni, cominciate con la Rivoluzione francese e poi proseguite anche dopo, non permettevano pi\u00f9 di onorare le fondazioni fatte in epoche pi\u00f9 favorevoli. La moltiplicazione delle messe stabilite per quel giorno permetteva almeno di compensare un poco e di aprire le porte del cielo alle anime in attesa. E in tutto ci\u00f2, lo si noti, il sacrificio era concepito integralmente secondo la modalit\u00e0 della riparazione e della redenzione.<\/p>\n<p><i>Due teologie<\/i><\/p>\n<p>Bisogna qui tener conto dell\u2019impatto della teologia sulla pratica. Si sa che, tra il XI e il XIII secolo, la riflessione sull\u2019Eucaristia ha dato luogo a molteplici e accanite discussioni teologiche. Due maniere di affrontare la questione si sono opposte: le si potrebbe presentare con la opposizione tra due monaci della Abbazia di Corbie, Pascasio Radberto e Ratramno: una teologia si potrebbe definire \u201csimbolica\u201d, l\u2019altra \u201cdialettica\u201d. La prima, il cui antenato potrebbe essere visto in S. Agostino, considera l\u2019Eucaristia nella sua dinamica di trasformazione del cristiano, orientando la finalit\u00e0 del sacramento verso quel compimento escatologico gi\u00e0 conseguito dal Cristo. L\u2019Eucaristia era detta <i>corpus mysticum<\/i>, che si potrebbe tradurre come \u201ccorpo di mistero\u201d, legato al corpo risorto del Cristo e costitutivo del suo corpo ecclesiale. Questo modo di parlare dell\u2019Eucaristia si trova trattato mirabilmente nei commentari di S. Agostino sul capitolo VI di S. Giovanni. Nel Medioevo, come si sa, essa ha condotto alcuni teologi, specialmente Berengario di Tours, a sottovalutare il realismo della presenza eucaristica sotto le specie del pane e del vino; la loro condanna legittima a tal proposito ha contribuito all\u2019indebolimento di questa corrente simbolica.<\/p>\n<p>La seconda, che si potrebbe correlare a certe formule di S. Ambrogio nel suo <i>De sacramentis\/De mysteriis<\/i>, era piuttosto interessata alla presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane e nel vino; essa era pi\u00f9 spontaneamente in armonia con il versante \u201crazionale\u201d della riflessione scolastica. Essa permetteva di aprire campi di investigazione sia sul modo della presenza, sia sul passaggio dal pane al corpo e dal vino al sangue. Ed \u00e8 in quel momento che \u00e8 stata messa a punto la nozione di transustanziazione. Si sono cos\u00ec costruiti quelli che si possono chiamare \u201ctrattati del Santissimo Sacramento\u201d, in cui tutte le questioni legate a questo misterioso passaggio dal pane al Corpo e dal vino al Sangue, ed anche concernenti il pensiero della presenza reale, una volta che era avvenuto il passaggio, venivano sviluppati quanto pi\u00f9 possibile. Questa seconda linea teologica favoriva la legittimit\u00e0 di ci\u00f2 che ho chiamato con la locuzione \u201cusi devoti\u201d dell\u2019Eucaristia.<\/p>\n<p><b>3. L\u2019immagine del prete<\/b><\/p>\n<p>Si nota cos\u00ec che l\u2019approccio dialettico al Mistero, centrato sulla presenza reale, e la pratica eucaristica, centrata sul sacrificio sacramentale, considerato come purificazione delle anime, hanno contribuito a dissociare l\u2019Eucaristia tanto dalla comunit\u00e0 celebrante quanto dalla comunione sacramentale dei fedeli (gi\u00e0 divenuta rara). La conseguenza di questo orientamento \u00e8 il formarsi della convinzione per cui l\u2019Eucaristia \u00e8 un affare che riguarda i preti. A questo titolo, essa richieda la santit\u00e0 del prete e insieme la sostiene.<\/p>\n<p><i>La santit\u00e0<\/i><\/p>\n<p>Il prete, in effetti, \u00e8 l\u2019uomo divinamente ordinato alla consacrazione dell\u2019eucaristia (<i>conficere sacramentum<\/i>), ossia ad essere lo strumento di questa trasformazione unica della sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo. Tale trasformazione, che riguarda le realt\u00e0 a livello della sostanza, non \u00e8 paragonabile se non all\u2019azione divina della creazione, ci\u00f2 che d\u00e0 una idea della dignit\u00e0 di colui che pone questo atto assolutamente trascendente, e della sua prossimit\u00e0 a Dio. Lo stesso si dir\u00e0 del perdono dei peccati: chi pu\u00f2 concederlo, se non Dio solo? Di qui, di nuovo, l\u2019immensa dignit\u00e0 del prete. San Tommaso, in occasione di una discussione sul valore della vita religiosa, nota che il \u201cpotere\u201d del prete sull\u2019Eucaristia lo colloca al di sopra dei religiosi, a causa della dignit\u00e0 suprema del sacramento dell\u2019altare<sup><a href=\"#sdfootnote3sym\" name=\"sdfootnote3anc\"><sup>3<\/sup><\/a><\/sup>. Tale \u201cstato di vita\u201d, veramente superiore a tutti gli altri, comporta un dono e una richiesta di santit\u00e0, che si pu\u00f2 definire suprema, e il celibato fa parte di essa in modo del tutto naturale. Reciprocamente, d\u2019altra parte, chi \u00e8 stato consacrato dai voti religiosi all\u2019interno della Chiesa e osserva il celibato, presenta una affinit\u00e0 indiscutibile con il sacerdote. Cos\u00ec, nei monasteri, i monaci preti che celebravano spesso numerose messe al giorno per onorare le fondazioni fatte nell\u2019abbazia, non avevano alcuna difficolt\u00e0 a onorare questo compito. La loro pratica sacerdotale, infatti, si limitava spesso alla celebrazione delle messe, senza alcun rapporto con la <i>cura animarum<\/i>, senza assistenza se non di un novizio, senza comunione del popolo, ma l\u2019essenziale era garantito. Si pu\u00f2 aggiungere che la teologia delle \u201cgerarchie\u201d angeliche ed ecclesiastiche dello Psuedo-Dionigi, conosciuta in Occidente a partire dal primo Medioevo, \u00e8 venuta a confortare questa alta teologia, con una applicazione estensiva al prete delle riflessioni che Dionigi fa sul vescovo che celebra i santi Misteri: il vescovo, situato al vertice della gerarchia ecclesiastica, resta abitualmente in contemplazione di Dio. Quando esce dalla contemplazione, per celebrare i santi Misteri, una volta che li ha compiuti, torna nel suo silenzio. Allo stesso modo fa il monaco prete, ma, in una certa misura, anche il prete dinanzi a Dio.<\/p>\n<p><i>Il carattere<\/i><\/p>\n<p>Questi approfondimenti sulla figura del prete sono stati sintetizzati durante il Medioevo grazie alla nozione di \u201ccarattere\u201d, sulla quale occorre qui dire una parola, poich\u00e9 la ritroveremo pi\u00f9 avanti. Storicamente, questa nozione \u00e8 apparsa a causa della convinzione divenuta dominante nella Chiesa latina, secondo cui non era necessario ribattezzare un uomo che avesse ricevuto il battesimo da un prete peccatore o da un prete che amministrasse il sacramento senza essere in \u201cstato di grazia\u201d. E lo stesso valeva per la ordinazione sacerdotale o episcopale, se il prelato officiante o il candidato si trovasse in una situazione di indegnit\u00e0. La ragione che giustifica il rifiuto della ripetizione di questi sacramenti veniva dalla convinzione di fede secondo cui il vero ministro dei sacramento \u00e8 Cristo stesso, la cui azione, in se stessa dotata di significato e di efficacia, non pu\u00f2 restare senza effetto. Questa convinzione circa la non ripetibilit\u00e0 dei sacramenti del battesimo e dell\u2019ordine, tuttavia, entrava in conflitto con un\u2019altra convinzione, altrettanto forte: l\u2019indegnit\u00e0 del ministro o del candidato non permetteva al sacramento di portare frutti di grazia (cancellazione del peccato originale, giustificazione, santificazione\u2026). L\u2019aporia era superata se si supponeva che l\u2019azione invincibile del Cristo lasciasse comunque sempre una traccia in colui che, per quanto peccatore, avesse ricevuto il sacramento: un segno, una forma, un sigillo o comunque lo si chiami, in modo che, quando lo stato di peccato fosse stato superato con la penitenza, i frutti di grazia sarebbero stati normalmente conseguiti. La teologia medievale ha chiamato \u201ccarattere\u201d questa traccia cristica indelebile, e ha cos\u00ec distinto due frutti del sacramento: il carattere e la grazia. Il carattere, comunque lo si nomini (per san Tommaso era un potere strumentale) si definisce per ci\u00f2 che rende possibile: l\u2019Eucaristia. Il prete, in definitiva si definisce per ci\u00f2 che si chiama \u201cpotere di ordine\u201d, il cui luogo nell\u2019uomo \u00e8 giustamente il carattere, direttamente orientato alla celebrazione dell\u2019Eucaristia e, per conseguenza, degli altri sacramenti.<\/p>\n<p>In ci\u00f2 che precede ho tentato di riassumere a grandi linee, e senza poter tener conto delle grandi differenze nel tempo e nello spazio, la costruzione teologica classica, che permette di comprendere certune convinzioni che si sono radicate per lungo tempo nella coscienza cristiana. Cos\u00ec, l\u2019idea che il prete abbia una relazione personale cos\u00ec forte con l\u2019Eucaristia, che si traduce innanzitutto nella celebrazione quotidiana della Messa e poi in una spiritualit\u00e0, eventualmente in una pastorale, fortemente eucaristiche. Ma anche, la convinzione (di cui non sono riuscito a trovare il punto esatto di formulazione e di recezione da parte della Chiesa) per cui il sacramento dell\u2019Ordine \u00e8 stato istituito da Ges\u00f9 Cristo nell\u2019ultima cena, con le parole indirizzate ai soli apostoli presenti: \u201cFate questo in memoria di me\u201d. Da cui risulterebbe anche che il ministero ordinato \u00e8 stato riservata da Cristo ai soli uomini: non vi erano donne nel Cenacolo. E che questi uomini dovevano tenersi lontani dalla sessualit\u00e0, affinch\u00e9 il loro sacrificio sacramentale fosse puro e santo.<\/p>\n<p>E\u2019 proprio necessario che tutto ci\u00f2 resti ancora in piedi?<\/p>\n<div id=\"sdfootnote1\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<\/p>\n<p>Note<\/p>\n<p><a href=\"#sdfootnote1anc\" name=\"sdfootnote1sym\">1<\/a>\u201cVerso la fine del IV secolo, non solo la cena delle origini era da tempo ridotta a dimensioni simboliche, ma almeno per una parte di coloro che vi partecipavano era divenuta qualcosa da guardare e adorare da lontano piuttosto che da consumare. Cos\u00ec, molti di coloro che partecipavano al rito restavano non comunicanti, e simultaneamente ve ne erano altri, che si comunicavano, ma al di fuori del rito. Tuttavia, mentre la cena aveva ridotto la propria ampiezza, le preghiere sul pane e sul calice avevano accresciuto la loro lunghezza, diventando preghiere ben pi\u00f9 strutturate e complesse nel quadro pubblico in cui si trovavano\u201d P. Bradshaw, <i>Eucharistic Origins<\/i>, London, 2004, 157.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote2\">\n<p><a href=\"#sdfootnote2anc\" name=\"sdfootnote2sym\">2<\/a>Ho conosciuto il tempo in cui allo stesso fedele era vietato toccare i vasi e i panni sacri che avevano un contatto diretto con le specie sacramentali: patena, calice, corporale, purificatoio.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote3\">\n<p><a href=\"#sdfootnote3anc\" name=\"sdfootnote3sym\">3<\/a>S. Th., II-II, q184, a8. Infatti, come spesso accade in San Tommaso, l\u2019affermazione \u00e8 collocata in un insieme di distinzioni che ne precisano la portata, con un rimando allo Ps-Dionigi. Ma, nei manuali di teologia, la citazione della Summa \u00e8 fornita senza le distinzioni che contestualizzano la proposta, in modo che la superiorit\u00e0 dello stato sacerdotale sullo stato religioso \u00e8 diventata, in certi ambienti, di immediata evidenza.<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con questo nuovo post, p. Gh. Lafont entra in una nuova parte della propria riflessione, come chiarisce bene all&#8217;inizio del testo. Per apprezzare la svolta di una &#8220;nuova teologia eucaristica&#8221; bisogna fermarsi a considerare con&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12800"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12800"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12800\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12803,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12800\/revisions\/12803"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12800"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12800"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12800"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}