{"id":12776,"date":"2018-04-02T08:59:53","date_gmt":"2018-04-02T06:59:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12776"},"modified":"2018-04-02T08:59:53","modified_gmt":"2018-04-02T06:59:53","slug":"una-settimana-santa-da-museo-e-la-degenerazione-della-commissione-ecclesia-dei","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/una-settimana-santa-da-museo-e-la-degenerazione-della-commissione-ecclesia-dei\/","title":{"rendered":"Una Settimana santa \u201cda museo\u201d e la degenerazione della Commissione Ecclesia Dei"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/PCED.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-12777\" alt=\"PCED\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/PCED.jpg\" width=\"281\" height=\"179\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si \u00e8 appena concluso il Triduo Pasquale, frutto della mirabile riforma della Settimana Santa, su cui il compianto P. Regan ha scritto pagine indimenticabili (cfr. <a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/forma-ricca-e-forma-povera-del-rito-romano\/\">qui <\/a>), quando in rete mi imbatto in queste parole:<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><i style=\"font-size: 14px\">\u201cPCED permission for pre-1955 Holy Week\u201d. <\/i><\/p>\n<p><i style=\"font-size: 14px\">C<\/i><span style=\"font-size: 14px\">osi recita il titolo di un post di \u201crorate-coeli\u201d (<a href=\"https:\/\/rorate-caeli.blogspot.com\/2018\/03\/pced-permission-for-pre-1955-holy-week.html?m=1\">qui<\/a>), noto blog tradizionalista americano. Un chiarimento \u00e8 subito d\u2019obbligo, perch\u00e9 il linguaggio del titolo \u00e8 cifrato. Provo a darne una versione italiana pi\u00f9 ampia: \u201c<\/span><i style=\"font-size: 14px\">La Commissione Pontificia Ecclesia Dei (= PCED) ha autorizzato la celebrazione della Settimana Santa secondo il rito anteriore alla riforma di Pio XII, che \u00e8 del 1955<\/i><span style=\"font-size: 14px\">\u201d. La notizia arriva dagli USA ed \u00e8 stato Massimo Faggioli a segnalarla tempestivamente ieri, su Fb. Anche il blog praytell aveva dedicato al tema un gustoso post nei giorni scorsi (<a href=\"http:\/\/www.praytellblog.com\/index.php\/2018\/03\/29\/pick-a-century-game\/\">qui<\/a>). In sostanza, si tratterebbe di una ulteriore radicalizzazione della contestazione alla Riforma liturgica conciliare, che coinvolge anche le sue \u201cpericolose premesse\u201d sotto il pontificato di Pio XII, il quale, come \u00e8 noto, ha lavorato sulla Settimana Santa in modo assai accurato e fecondo. Ora accade che queste \u201cautorizzazioni\u201d avvengano per\u00f2 al di fuori della \u201ccompetenza\u201d che il MP <\/span><i style=\"font-size: 14px\">Summorum Pontificum<\/i><span style=\"font-size: 14px\">\u00a0(= SP) attribuisce alla PCED, essendo la possibile eccezione al Messale di Paolo VI riservata soltanto in rapporto al Messale di Giovanni XXIII, del 1962. In questo caso la Commissione <em>Ecclesia Dei<\/em> amplierebbe arbitrariamente la normativa chiara di SP, creando una situazione di questo genere: si pu\u00f2 celebrare secondo il messale del 62 in deroga al 69, ma in questo caso si pu\u00f2 celebrare in deroga al messale del 62 secondo gli Ordines della Settimana Santa anteriori alla riforma del 1955. Si tratterebbe dunque di una contestazione del rito del 1962 &#8211; quella che un precedente Presidente della PCED chiamava la &#8220;grande riforma di Giovanni XXIII &#8211;\u00a0 rispetto a cui viene autorizzato l&#8217;uso di un ordo precedente.<\/span><\/p>\n<p><span>Prima di esprimere una precisa valutazione di questo atto formale della PCED, vorrei far notare una cosa molto gustosa, ma non priva di correlazioni con quanto abbiamo esaminato finora.<\/span><\/p>\n<p><span>Di per s\u00e9 la soluzione introdotta da Benedetto XVI con SP, ossia il parallelismo opzionale di diverse forme dello stesso rito romano, aveva avuto due precedenti illustri. Uno pi\u00f9 noto, proposto da Mons. Lefevbre, al momento della Riforma Liturgica, perch\u00e9 essa restasse \u201copzionale\u201d e si potesse continuare a celebrare anche con le forme precedenti. Ma il secondo, e pi\u00f9 antico, veniva dal Card. Giuseppe Siri, e fu avanzato nel 1951, proprio all\u2019indomani della prima esperienza di \u201cVeglia pasquale notturna\u201d. In quel caso, dopo aver esposto le proprie critiche al provvedimento di passare dalla veglia \u201cin mane\u201d alla veglia \u201cin nocte\u201d, Siri proponeva a Pio XII di introdurre la riforma come una \u201cpossibilit\u00e0\u201d opzionale, che lasciasse liberi i singoli vescovi e parroci di regolarsi diversamente.<\/span><\/p>\n<p><span>Curiosamente oggi, 70 anni dopo, con ruoli capovolti, da Roma viene una decisione \u2013 sia pure <em>ad experimentum<\/em> e <em>ad tempus, <\/em>come risulta dalla fonte non ufficiale\u00a0\u2013 di autorizzare l\u2019utilizzo di un rito che nel 1955 era stato autorevolmente e universalmente riformato. Essere immuni dalle riforma \u2013 del Concilio o di Pio XII \u2013 sembra essere diventato un valore, di cui <em>Ecclesia Dei<\/em> si fa scrupolosa custode.<\/span><\/p>\n<p><span>Ora, se una cosa \u00e8 chiara, \u00e8 che alla luce dello sviluppo storico, liturgico ed ecclesiale sopravvenuto, solo l\u2019Ordo del 1969 garantisce la pienezza di esperienza liturgica, teologica, spirituale ed ecclesiale della Settimana Santa. Gi\u00e0 la riforma di Pio XII, che pure intuisce alcuni importanti recuperi storici, resta a met\u00e0 del guado. Ma addirittura il rito anteriore a Pio XII \u2013 quello che diremmo &#8220;tridentino puro\u201d &#8211; appare, oggi, del tutto improponibile, se non per alimentare una Chiesa ridotta a museo diocesano o a coltivazione di attaccamenti nostalgici al limite della patologia sociale prima che personale. <\/span><\/p>\n<p><span>In tutto questo, come \u00e8 evidente, la attenzione deve concentrarsi sulla PCED, a proposito della quale si deve osservare quanto segue:<\/span><\/p>\n<p><span>&#8211; constatiamo che ha voluto assumere una decisione che travalica le sue competenze e dobbiamo chiederci: a quali controlli \u00e8 sottoposta o pu\u00f2 essere sottoposta? Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede &#8211; che ne \u00e8 Presidente &#8211; ne \u00e8 informato? E perch\u00e9 mai una commissione che \u00e8 nata dalla costatazione di una \u201cafflizione\u201d della Chiesa (<i>Ecclesia Dei adflicta\u2026<\/i>recita l&#8217;incipit del testo istitutivo) \u00e8 diventata una commissione non di \u201cafflitti\u201d, ma di \u201caffezionati\u201d, che non sono pi\u00f9 di freno e di filtro, ma appaiono essere di sponda e di incentivo ad ogni \u201cnostalgia liturgica\u201d? Perch\u00e9 mai i criteri di \u201cassunzione\u201d nella Commissione sembrano essere diventati \u2013 o forse sono stati fin dall\u2019origine \u2013 una certa simpatia verso quelle \u201cforme\u201d che \u201caffliggevano\u201d la Chiesa? Potrebbe mai una commissione di controllo essere costituita soltanto da coloro che dovrebbero essere controllati? <i>Quis custodiet custodes<\/i>? <\/span><\/p>\n<p><span>&#8211; ma osserviamo anche un ulteriore questione, ossia che la Commissione non riesce a riconoscere il dato prezioso per cui la \u201cforma liturgica\u201d e il \u201ccontenuto teologico\u201d sono strettamente connessi e non si possono separare. E\u2019 quasi costretta a operare \u201ccome se\u201d le diverse forme liturgiche del medesimo rito fossero indifferenti rispetto al \u201ccontenuto dogmatico ed ecclesiologico\u201d che mediano. Deve quasi necessariamente professare una \u201clogica preconciliare\u201d di comprensione della liturgia per svolgere il proprio ministero, che fino a prova contraria deve essere \u201cal servizio\u201d e non \u201ccontro\u201d la riforma liturgica.<\/span><\/p>\n<p><span>&#8211; infine essa non sembra avvertire che, per il fatto di aver autorizzato una tale prassi difforme anche rispetto al messale del 1962, contribuisce a rendere vane e vuote le affermazioni fondamentali e comuni\u00a0 a tutta la Chiesa che il giorno della epifania vengono universalmente proclamate e che riconoscono il \u201ctriduo pasquale\u201d come il centro di tutto l\u2019anno liturgico. Se si autorizza la celebrazione secondo un \u201cordo\u201d <i>che non ha (ancora) il triduo pasquale<\/i> \u2013 ma ha piuttosto un triduo della passione e un triduo della resurrezione giustapposti \u2013 si introduce un elemento di profonda crisi nella comunione ecclesiale. Si rischia di continuare ad affermare la autonomia della Passione dalla Risurrezione, come fece il Card. Ottaviani durante il Concilio, quando afferm\u00f2: &#8220;che la pasqua sia accidentale alla salvezza lo mostrano le parole di Ges\u00f9 in croce al buon ladrone: &#8216;<em>oggi<\/em> sarai con me in paradiso'&#8221;. Se si autorizza a celebrare un triduo che \u00e8 ancora parte del &#8220;tempo di quaresima&#8221;, e non \u00e8 ancora Pasqua, si lede il livello pi\u00f9 profondo della comunione ecclesiale nel suo stesso centro. Come pu\u00f2 una Commissione pontificia non vedere questo enorme errore in ci\u00f2 che permette di sperimentare? Come fa a non accorgersi dello svarione spirituale, ecclesiale e liturgico che autorizza?\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span>Se un organo, che \u00e8 nato nel 1988 per risolvere la \u201cquestione lefebvriana\u201d e che nel 2007 ha acquisito maggiori competenze dopo SP, oggi arriva a travalicare le proprie competenze e addirittura ad incentivare comportamenti devianti all\u2019interno della comunione ecclesiale, <em>finisce col creare pi\u00f9 problemi di quelli che risolve; <\/em>allora si dovr\u00e0 concludere che<em> una parte non secondaria di questi problemi sia oggi rappresentato non dalle singole questioni sollevate, ma dalla Commissione stessa<\/em>. Va detto chiaramente e con molta onest\u00e0: <em>una parte non piccola del problema liturgico di oggi \u00e8 rappresentato dalla inadeguatezza teologica e dalla incompetenza liturgica della Commissione <\/em>Ecclesia Dei, che risulta incapace di tutelare e di promuovere la continuit\u00e0 della tradizione liturgica successiva al Concilio Vaticano II ed anzi la mina esplicitamente.<\/span><\/p>\n<p><span>Ci\u00f2 corrisponde, in modo piuttosto singolare, ad una parallela e sofferta gestione della Congregazione del Culto &#8211; cui peraltro \u00e8 sottratta questa delicata \u201cmateria liturgica\u201d, sottoposta invece alla giurisdizione della Congregazione della Dottrina della fede. Intorno alla liturgia vi \u00e8 troppa confusione \u2013 certo non attribuibile all&#8217;attuale pontificato &#8211; e a farne le spese \u00e8 proprio quel \u201cmagnum principium\u201d, quel lineare orientamento alla \u201cpartecipazione attiva\u201d del popolo al rito cristiano, che \u00e8 frutto preziosissimo del Concilio Vaticano II e rispetto al quale spesso si preferisce sostenere o la tutela di \u201cmusei pasquali\u201d come questo o la paralisi devota di una assistenza silenziosa al culto. In tal senso la \u201ccollaborazione\u201d tra Commissione Ecclesia Dei e settori non secondari della Congregazione del Culto rischia di minare in radice il cammino della Riforma Liturgica, dal centro verso la periferia. <\/span><\/p>\n<p><span>Occorre una svolta seria e serena, che riconosca efficacemente che cosa \u00e8 centrale e che cosa deve essere lasciato cadere, mettendo energicamente da parte stili curiali poco degni non dico di un \u201cChiesa in uscita\u201d, ma quanto meno di una Chiesa minimamente interessata al fatto che esista qualcosa al di fuori di s\u00e9 medesima, del suo piccolo mondo antico fatto di attaccamenti nostalgici e di risentimenti antimoderni.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; &nbsp; Si \u00e8 appena concluso il Triduo Pasquale, frutto della mirabile riforma della Settimana Santa, su cui il compianto P. 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