{"id":12678,"date":"2018-03-09T10:46:20","date_gmt":"2018-03-09T09:46:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12678"},"modified":"2018-03-09T10:46:20","modified_gmt":"2018-03-09T09:46:20","slug":"nuova-teologia-eucaristica-10-sacrificio-simbolico-gh-lafont-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/nuova-teologia-eucaristica-10-sacrificio-simbolico-gh-lafont-3\/","title":{"rendered":"Nuova teologia eucaristica (\/10): Sacrificio simbolico (Gh. Lafont &#8211; \/3)"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/controsacr.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-12679\" alt=\"controsacr\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/controsacr.jpg\" width=\"176\" height=\"286\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>Con un terzo articolo, Lafont prosegue il ripensamento della teologia eucaristica, lavorando &#8220;di sponda&#8221;, ossia partendo dal recente testo di M. Recalcati sul sacrificio e recuperando da quello la definizione di &#8220;sacrificio simbolico&#8221; come nozione capace di chiarire la verit\u00e0 della comunione eucaristica. Un altro passo nella &#8220;traduzione della tradizione&#8221;.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>Sacrificio simbolico<\/b><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i>Bis repetita placent. <\/i>Avevo scritto il post precedente (<a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/nuova-teologia-eucaristica-7-uneucaristia-in-paradiso-gh-lafont-2\/\">qui<\/a>), quando alcuni amici mi hanno regalato il recente libro di Massimo Recalcati <i>Contro il sacrificio. Al di l\u00e0 del fantasma sacrificale (<\/i>Milano, Raffaello Cortina, 2017). In effetti questo libro, riflettendo sul tema del sacrificio, in dialogo con Nietzsche, Freud, Lacan, ma anche con Kierkegaard, Derrida e altri autori, si riferisce al sacrificio immaginario, fantasmatico, ultimamente nevrotico (che troppo spesso pesa anche sulla nostra riflessione religiosa), ma non al sacrificio che giustamente si chiama \u201csimbolico\u201d, quello che \u00e8 costitutivo della libert\u00e0, della comunit\u00e0, della corporeit\u00e0, e il cui evento ha luogo mediante il linguaggio. Si tratta del \u201csacrificio di una quota di soddisfacimento pulsionale, il prezzo che bisogna pagare per accedere alla dimensione umana della vita&#8230;Questo primo statuto simbolico del sacrificio non istituisce alcun danno per l\u2019uomo. Non implica nessun fantasma, n\u00e9 alcun godimento perverso. Piuttosto traccia un passaggio obbligato che il vivente \u00e8 tenuto a compiere. Affinch\u00e9 il suo corpo possa assumere la forma umana della vita, \u00e8 tenuto a sacrificare una parte del suo godimento; senza questa perdita preliminare e irreversibile, non si d\u00e0 possibilit\u00e0 di costituzione del soggetto\u201d (19-20). Recalcati fa allusione, in questo contesto, al racconto della Genesi (alle pp. 20 e 50-52).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ne segue che, nella storia complessa delle origini dell\u2019uomo, soggetta a variazioni che coprono decine di migliaia di anni, legata alle scoperte operate da ricercatori sul campo e alle loro diverse interpretazioni, si potrebbe dire che l\u2019uomo \u2013 quell\u2019uomo che noi siamo ancora oggi \u2013 \u00e8 apparso quando ha avuto la capacit\u00e0 di porre il gesto di un sacrificio simbolico. Fino ad allora, si pu\u00f2 supporre l\u2019esistenza di livelli pi\u00f9 o meno avanzati di \u201ccoscienza\u201d e di \u201cazione\u201d tra gli antropoidi. Ma l\u2019uomo \u00e8 apparso solo mediante lo scambio di parole che ha conseguenze sui corpi: introduzione della relazione, ossia di un gioco nello stesso tempo di distanza e di prossimit\u00e0. Concretamente, si pu\u00f2 supporre che, in un dato momento della storia della sessualit\u00e0 animale, le cui forme si sono evolute verso una espressione sempre maggiore, due antropoidi, maschio e femmina, all\u2019improvviso hanno potuto dirsi qualcosa come \u201cti amo\u201d, rinunciando a una autonomia che non sapeva riconoscere l\u2019altro: allora si sono costituiti come soggetti uno di fronte all\u2019altro. Forse l\u2019autore della Genesi non ha voluto dire qualcosa di simile, quando l\u2019uomo non intende per la prima volta il suo nome (<i>isch<\/i>) se non quando pronuncia quello della donna (<i>ishah<\/i>) o solo quando, pi\u00f9 tardi, la riconosce come \u201cmadre dei viventi\u201d (<i>Eva<\/i>)? Nulla impedisce neppure di pensare che lo stesso Dio vivente si sia manifestato all\u2019uomo e alla donna attraverso una parola che li invitava, mediante il loro ascolto e il loro consenso, a divenire persone di fronte a Lui: sacrificio simbolico, come riconoscimento di Dio mediante la rinuncia alla onnipotenza per entrare in comunione.<\/p>\n<p>Si vede bene la differenza tra la visione delle origini centrata sul sacrificio simbolico, oggetto di invocazione e di domanda, di libert\u00e0 e di risposta, e quella, pi\u00f9 corrente, del comandamento imperativo emesso dal Dio Onnipotente il cui destinatario \u00e8 un uomo creato perfetto e che non vuole obbedire. Nel <i>secondo caso<\/i> si vede lo scontro di due perfezioni diseguali, quella di Dio e quella dell\u2019uomo; la seconda paga il prezzo della sua rivolta con una perdita incommensurabile finch\u00e9 un eventuale redentore, anch\u2019esso perfetto, ristabilisce l\u2019ordine mediante un sacrificio espiatorio. Tuttavia il male non risulta perci\u00f2 sradicato: l\u2019Eucaristia sar\u00e0 allora il mezzo per ripresentare a Dio, giorno dopo giorno, il sacrificio espiatorio. Nel <i>primo caso<\/i>, invece, si trova un Dio che dona e che parla, deciso a continuare lo scambio fino ad un dono ultimo e reciproco: la comunione di tutti gli uomini nel Cristo mediante lo Spirito. Fin dall\u2019istante della caduta, questo Dio non rinuncia mai, ma si impegna in una lunga storia di alleanza, in una \u201ceducazione del genere umano\u201d dove il combattimento tra grazia e peccato conoscer\u00e0 delle tappe, di volta in volta dolorose o felici, fino alla venuta di Colui che doveva venire. Dopo la venuta di questo Messia atteso, il cui sacrificio simbolico si era iscritto nella storia del rifiuto, la salvezza prosegue, mediante il gioco continuo del sacrificio simbolico compiuto e reso perfetto in sintonia con la libert\u00e0 degli uomini (1). Finch\u00e9 non si giunga alla \u201cfine\u201d; cio\u00e8 al Simbolo compiuto, quando Dio sar\u00e0 tutto in tutti. E\u2019 questo, ai nostri occhi cristiani, il luogo dell\u2019Eucaristia, come memoria, presenza e passaggio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(1) In un libro ormai molti anni fa, <i>Dio, il tempo e l\u2019essere<\/i> (1986), avevo formulato l\u2019idea che il sacrificio di Cristo dovesse essere interpretato anzitutto come \u201c<i>sacrificio di comunione<\/i>\u201d e solo in un secondo momento come \u201c<i>sacrificio per il peccato<\/i>\u201d. Il secondo aspetto \u00e8, si potrebbe dire, evenemenziale, mentre il primo \u00e8 costitutivo dell\u2019atto salvifico del Cristo di fronte al Padre suo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con un terzo articolo, Lafont prosegue il ripensamento della teologia eucaristica, lavorando &#8220;di sponda&#8221;, ossia partendo dal recente testo di M. 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