{"id":12517,"date":"2018-01-30T15:23:35","date_gmt":"2018-01-30T14:23:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12517"},"modified":"2018-01-30T15:23:35","modified_gmt":"2018-01-30T14:23:35","slug":"cera-una-volta-il-manicomio-1-a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/cera-una-volta-il-manicomio-1-a-parte\/","title":{"rendered":"C\u2019era una volta il manicomio\u2026 (1.a parte)"},"content":{"rendered":"<p>\u2026 poi, con la \u2018rivoluzione culturale\u2019 dello psichiatra Franco Basaglia (1924-80) con la moglie Franca Ongaro (1928-2005) in opposizione ai canoni della psichiatria tradizionale ancora solida in Italia, scatt\u00f2 la legge quadro 180\/1978 che ne impose la chiusura, istituendo i servizi di igiene mentale per la cura ambulatoriale dei malati di mente.<br \/>\nBasaglia aveva anticipato la \u2018propria\u2019 rivoluzione nell\u2019esperienza al manicomio di Gorizia dal 1962, continuata a Trieste dal 1971. Da l\u00ec part\u00ec il grido \u2018liberi tutti\u2019 (ripreso nel bel libro Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento del 2011, di Valeria Babini, che ricostruisce la storia, le ragioni e i modi della loro soppressione).<br \/>\nI manicomi o ospedali psichiatrici, luoghi di terribile segregazione a vita dei malati di mente, svolsero a lungo in Italia, provincia per provincia, il ruolo sociale determinate di definitiva separazione del mondo di coloro che si ritenevano sani da quello dei pazzi ritenuti irrecuperabili.<br \/>\nCon la loro soppressione, la lunga storia manicomiale non pu\u00f2 per\u00f2 dirsi del tutto conclusa, anche perch\u00e9 ha lasciato tracce fisiche rilevanti: cittadelle ancora isolate o frammenti urbani, inglobati in citt\u00e0, che compongono un imponente e diffuso patrimonio architettonico e paesaggistico di qualit\u00e0, ma per lo pi\u00f9 in uno stato di abbandono che lo rende pericoloso anzich\u00e9 risorsa da conservare destinandola a usi adeguati e socialmente utili.<br \/>\nCon vari colleghi universitari, me ne sono occupata qualche anno fa in un\u2019indagine, con finanziamento MIUR, estesa a tutto il territorio nazionale. L\u2019esito dei nostri studi si \u00e8 concretizzato in un volume che propone un quadro, incompleto ma molto esteso, sullo stato di fatto dei molti ospedali psichiatrici in territorio italiano: C. Ajroldi, M. A. Crippa, G. Doti, L. Guardamagna, C. Lenza, M. L. Neri (a cura di), I complessi manicomiali in Italia tra Otto e Novecento, Milano 2013. Mi stimola a riprendere l\u2019argomento la recentissima pubblicazione, su un caso che gli autori del volume sopra citato non avevano potuto comprendere nella loro indagine, di E. Sorbo, La memoria dell&#8217;oblio. Ex Ospedale psichiatrico di Rovigo, Venezia 2017.<br \/>\nL\u2019interrogativo che propongo riguarda il senso di questi luoghi per noi oggi, cui consegue il problema della loro conservazione. L\u2019opposizione tra conservazione e distruzione, tra memoria e oblio ha per essi drammaticit\u00e0 del tutto particolare. Per comprenderla, almeno nei suoi aspetti pi\u00f9 generali, \u00e8 necessario richiamare, sia pure in sintesi, la storia della moderna impresa manicomiale.<br \/>\nQuelli che oggi chiamiamo in Italia ex OPP (Ospedali Psichiatrici provinciali) hanno avuto origine in tutta l\u2019Europa nel secolo XIX; furono esito del dibattito di matrice illuminista, sulla necessaria distinzione dei malati da curare secondo specifiche tipologie mediche in rapporto alle diverse malattie, quindi in contesti fisici differenti.<br \/>\nIn questo dibattito rientr\u00f2 la decisione di superare il binomio povert\u00e0\/malattia che fino ad allora aveva portato a raccogliere insieme, malati, poveri, orfani, vagabondi, incurabili, folli, negli stessi istituti e senza distinzione.<br \/>\nEbbero cos\u00ec origine gli ospedali moderni organizzati in cliniche e, appunto, i manicomi detti anche ospedali psichiatrici, perch\u00e9 luoghi per la cura della psiche umana.<br \/>\nSchematizzando, furono due le tendenze europee con sviluppi specifici nell\u2019Ottocento. Da una parte, dalle teorie dello psichiatra francese Philippe Pinel (1745-1826) emerse una linea di cura per i malati mentali che implicava anche architetture per il loro ricovero, o asilo, in villaggi chiusi, distinti rispetto alle citt\u00e0 e in stretta relazione con la natura e il lavoro nei campi, che si ipotizzo essere benefico.<br \/>\nDall\u2019altra, opponendosi al manicomio entro perimetro chiuso, in Inghilterra John Connoly (1794-1866) propose, in asili detti no restraints &#8211; per il rifiuto alle strumentazioni mechanical restraints come catene o altri elementi contenitivi -architetture open door cio\u00e8 aperte sulla campagna circostante, da cui venne il tipo small-village (manicomio-villaggio) composto da padiglioni separati, immersi nel verde e collegati a vaste aree agricole.<br \/>\nNell\u2019Italia postunitaria, nel 1865, viene promulgata la legge che assegn\u00f2 alle Provincie l\u2019obbligo di mantenere \u2018i mentecatti poveri\u2019; la legge successiva del 1904 determin\u00f2 la reclusione coatta dei malati mentali che apr\u00ec, in ogni provincia, una lunga stagione di adattamenti di vecchi edifici (come conventi, monasteri, ex ospedali) e di costruzione di nuove architetture manicomiali, chiuse o del tipo no restaints, concepite per rispondere anche alle preoccupazioni igieniste allora molto sentite anche per gli antichi centri urbani.<br \/>\nNel frattempo, col diffondersi di revisioni radicali del concetto di malattia mentale e dei modi della sua cura, emersero riflessioni coinvolgenti l\u2019intera societ\u00e0. A partire dal libro del 1961 di Ervin Grossmann, Asylums: Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates, emerse il \u2018vero\u2019 senso, fino ad allora celato sotto la nozione di cura, degli ospedali psichiatrici come luoghi di isolamento e confino della malattia dalla societ\u00e0. Si evidenzi\u00f2 cio\u00e8 il loro carattere di asili ai quali era stato affidato il compito di segregare, chi aveva perso la capacit\u00e0 della ragione (di difficilissimo, se non impossibile recupero, si riteneva), dalla societ\u00e0 mentalmente sana. In concreto, ci si rese conto che l\u2019opposizione tra malati e sani non si fondava, in essi, su reciproca complementariet\u00e0, ma sulla negazione dei secondi da parte dei primi, cancellazione dal proprio mondo tramite costruzione di un mondo parallelo, reso non visibile quotidianamente.<br \/>\nIl libro di Grossmann venne tradotto in Italia da Franca Ongaro e Franco Basaglia, protagonisti della riforma psichiatrica italiana a partire dal movimento di psichiatria democratica. La legge n. 180, del 13 maggio 1978, port\u00f2 all\u2019istituzione di servizi di igiene mentale pubblici e all\u2019abolizione degli ospedali psichiatrici, decisione quest\u2019ultima caratterizzante la riforma italiana, non quella delle altre nazioni occidentali. L\u2019attuazione della legge, lenta e localmente differenziata, ebbe fase significativa nel 1994, quando lo stato impose alle regioni la chiusura degli OPP entro l\u2019anno. Da allora, a parte pochissimi casi esemplari di importanti recuperi, il patrimonio degli OPP \u00e8 in gravissimo stato di degrado. (segue 2.a parte)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u2026 poi, con la \u2018rivoluzione culturale\u2019 dello psichiatra Franco Basaglia (1924-80) con la moglie Franca Ongaro (1928-2005) in opposizione ai canoni della psichiatria tradizionale ancora solida in Italia, scatt\u00f2 la legge quadro 180\/1978 che ne&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":15,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[215],"tags":[32,216,364,16,365,362,363],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12517"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/15"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12517"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12517\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12519,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12517\/revisions\/12519"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12517"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12517"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12517"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}