{"id":12379,"date":"2017-11-20T09:01:31","date_gmt":"2017-11-20T08:01:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12379"},"modified":"2017-11-20T09:01:31","modified_gmt":"2017-11-20T08:01:31","slug":"4-nodi-al-pettine-vocazione-ecclesiale-e-procedura-magisteriale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/4-nodi-al-pettine-vocazione-ecclesiale-e-procedura-magisteriale\/","title":{"rendered":"4 nodi al pettine: vocazione ecclesiale e procedura magisteriale"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio1.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-12331\" alt=\"viadelconcilio\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio1-296x300.jpg\" width=\"296\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio1-296x300.jpg 296w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/viadelconcilio1.jpg 949w\" sizes=\"(max-width: 296px) 100vw, 296px\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>Sabato scorso, 18 novembre, a Villa Nazareth, all&#8217;interno del Convegno su\u00a0\u00a0<\/em><em><b>Farsi prossimi e avviare processi: forme e stili di servizio nel mondo,\u00a0<\/b>impossibilitato a partecipare, ho inviato la mia relazi0ne dal titolo\u00a0<b>Iniziare, partecipare, servire: per avviare processi dinamici e condivisi.\u00a0<\/b><b>Vocazione ecclesiale e procedura magisteriale.\u00a0<\/b><\/em><em>Nel contesto pastorale contemporaneo, sollecitato da papa Francesco alla &#8220;uscita&#8221; da schemi regressivi, emergono con forza alcuni profili decisivi per un rilancio di &#8220;processi dinamici&#8221; nella pastorale e nel pensiero teologico, orientati ad una forma pi\u00f9 radicale e fedele di comprensione della prossimit\u00e0.\u00a0 Un nuovo modo di leggere tre verbi &#8211; iniziare, partecipare, servire &#8211; trasformano la pastorale e il magistero, facendolo uscire da uno stile immunizzante e riduttivo, che prova a resistere, sulla linea prevalente degli ultimi 30 anni, prima del 2013.\u00a0<\/em><em>Gli esempi che vorrei fare di questa resistenza sono palesi, evidenti, quasi sfacciati. Ho pensato di dare titoli ad effetto, per dar modo di considerare del tutto i rischi che si corrono nel non arginare questa logica immunizzante:\u00a0<b>la traduzione impraticabile, la liturgia mummificata, la donna dis-ordinata, il nichilismo canonico<\/b>. Una breve riflessione dedicata ad ognuna di queste gravi forme di immunizzazione dai processi dinamici di discernimento della tradizione dovrebbe farci riflettere sulla urgenza di attivare, su ognuno di questi punti, una accelerazione dinamica, come di fatto sta accadendo, non senza resistenze, negli ultimi 5 anni. Ecco il testo<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>Iniziare, partecipare, servire: per avviare processi dinamici e condivisi.\u00a0<\/b><b>Vocazione ecclesiale e procedura magisteriale.<\/b><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0\u201cCi\u00f2 che non muore e ci\u00f2 che pu\u00f2 morire&#8230;\u201d (Dante Alighieri)<\/i><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il discepolato cristiano, se ha il coraggio di declinare se stesso nella \u201csociet\u00e0 aperta\u201d, deve fare i conti apertamente <i>con ci\u00f2 che \u00e8 vivo e ci\u00f2 che \u00e8 morto della propria tradizione<\/i>. L\u2019avviamento di \u201cprocessi dinamici e condivisi\u201d &#8211; nel contesto di una societ\u00e0 ad alta differenziazione &#8211; richiede un profondo ripensamento di alcune \u201ccategorie-chiave\u201d con cui abbiamo mediato il contenuto di fede. Potremmo dire che in questo passaggio fondamentale \u00e8 in gioco una relazione delicatissima, ma preziosissima e inaggirabile, tra \u201cforma\u201d e \u201ccontenuto\u201d. Come ha detto Papa Giovanni XXIII, in <i>Gaudet mater Ecclesia<\/i>, in apertura del Concilio Vaticano II, il cuore dello stile \u201cpastorale\u201d \u00e8 la relazione non immediata tra \u201csostanza della antica dottrina\u201d e \u201cformulazione del suo rivestimento\u201d. In questo processo vorrei mettere in luce il ruolo di raccordo, prezioso proprio nella sua necessit\u00e0 e nella sua insufficienza, che il <i>magistero ecclesiale<\/i> vi esercita. Premetto, tuttavia, una serie di osservazioni, quasi solo lessicali, a proposito dei termini che intitolano il mio intervento, e che scaturiscono, come \u00e8 evidente, dall\u2019<i>originale concezione<\/i> che il magistero ha di s\u00e9 sotto il pontificato di Francesco, in evidente e quasi scandalosa continuit\u00e0 con il coraggio conciliare di recupero di una rapporto fruttuoso tra Chiesa e mondo. La struttura del mio discorso avr\u00e0 pertanto il seguente andamento: presenter\u00f2 alcune questioni preliminari intorno alle parole-chiave di questa riflessione (\u00a7.1) , per poi mettere a fuoco la \u201cprocedura magisteriale\u201d come servizio e come condizione della vocazione cristiana (\u00a7.2), per illustrare infine, mediate anche alcuni esempi finali, le opportunit\u00e0 e i limiti della fase post-conciliare, segnata non marginalmente da evidenti sintomi di \u201cimmunizzazione dalla tradizione\u201d (\u00a7.3).<\/p>\n<p><strong>\u00a0<i>1. Un nuovo lessico per un nuovo canone<\/i><\/strong><\/p>\n<p><strong><i>\u00a0<\/i><\/strong>Ciascuna delle tre parole che sono state poste a titolo di questo mio intervento meritano una attenzione preliminare, quasi un chiarimento terminologico. E\u2019 chiaro che esse derivano, non nascostamente, dal lessico che <i>Evangelii Gaudium<\/i> ha introdotto nel discorso ecclesiale da pi\u00f9 di 4 anni: esse riprendono l\u2019immaginario conciliare e lo declinano due generazioni dopo. Vediamole una per una:<\/p>\n<p>&#8211; <b>iniziare<\/b> \u00e8, nello stesso tempo, da comprendersi all\u2019attivo e al passivo. Si tratta di \u201cprendere la iniziativa\u201d &#8211; cosa urgente e pressante \u2013 ma anche di percorrere le strade della iniziazione. Il coraggio di \u201ciniziare\u201d significa, naturalmente, non giocare soltanto di rimessa, non confidare semplicemente nel passato, ma aver motivo di assumere una iniziativa, che consideri i limiti dello status quo, extra- ed intra-ecclesiale. Uscire dallo stereotipo \u201ceducativo\u201d, come se la Chiesa dovesse solo educare, e non lasciarsi educare, come se il mondo fosse il luogo della dimenticanza della formazione e la Chiesa fosse rimasta l\u2019unica \u201cagenzia educativa\u201d; come se, nel rapporto con il mondo, la Chiesa non dovesse anche sempre \u201clasciarsi iniziare\u201d e \u201ccominciare\u00a0 qualcosa ex-novo\u201d. Iniziare significa che anche in teologia \u201c<b><i>licet quiddam cognoscere novi<\/i><\/b>\u201d!<\/p>\n<p>&#8211; <b><i>partecipare<\/i><\/b> \u00e8 il segno, tangibile, non tanto di una \u201clogica democratica\u201d entrata, finalmente, anche nella Chiesa, ma piuttosto la logica intrinseca del mistero cristiano stesso. Avere scoperto che \u00e8 il mistero stesso del Dio uno e trino ad esigere, in radice, che non vi sia solo \u201cdifferenza\u201d tra Signore e Chiesa, ma anche comunione e partecipazione, diviene il motivo stesso di una identificazione provocatoria: al fondo della \u201cparticipatio\u201d vi \u00e8 la consapevolezza che l\u2019assemblea celebrante \u00e8 e deve essere parte del mistero celebrato. Essere parte del mistero, non averlo semplicemente di fronte, come un \u201cpubblico\u201d, ma esserci dentro, come una \u201ccomunione\u201d, come un \u201cdebito reciproco\u201d: ecco il punto nodale di una lettura che infrange, uno dopo l\u2019altro, tutti i punti di resistenza di quella \u201cstruttura gerarchica\u201d che non \u00e8 \u2013 come deve essere \u2013 servizio alla comunione della assemblea, ma sequestro e privilegio degno non di una Chiesa, ma di una casta o di una setta.<\/p>\n<p>&#8211; <b><i>servire<\/i><\/b> \u00e8 infine non solo \u201cimitazione di Cristo\u201d, ma principio di comunione ecclesiale. Lo stile del servizio non \u00e8 soltanto dotato di ottime funzioni burocratiche, di diplomazie navigate, di equilibrismi sociali e politici, di opportunismi tattici o strategici; lo stile del servizio risuona\u00a0 di Parola e di sacramento, impara l\u2019arte del disinteresse, della lungimiranza, la apertura di credito invincibile della vigilanza evangelica: sa di dover aspettare il bene che viene come un ladro. E per vigilare davvero sperimenta non \u201cserrature\u201d n\u00e9 serrande, ma \u201caperture\u201d e \u201cattese\u201d. E\u2019 vero: la ideologia del servizio pu\u00f2 diventare pericolosamente \u201cautoreferenziale\u201d. Ma in tal caso \u00e8 evidente che essa serve solo se stessa e ultimamente confonde il servire con l\u2019essere serviti.<\/p>\n<p>Alla luce delle tre parole, cos\u00ec come le abbiamo brevemente delineate, emerge una questione, sulla quale voglio ora soffermarmi: <i>quale ruolo gioca la \u201cprocedura magisteriale\u201d al fine di rinnovare con decisione questa vocazione cristiana all\u2019iniziare, al partecipare e al servire? <\/i>In altri termini, quale contributo essenziale d\u00e0 una funzione del magistero che si sintonizza sull\u2019\u201dprendere l\u2019iniziativa\u201d piuttosto che sul \u201cdiffidare di ogni iniziativa\u201d? Che incoraggia le \u201ccompetenze differenziate\u201d piuttosto che requisire per s\u00e9 ogni competenza? Che pensa in grande il \u201cservizio\u201d, senza desumerlo pedissequamente e autoritariamente soltanto dal passato? Ecco allora diretto lo sguardo sul secondo punto del mio ragionamento, sul ruolo della <b><i>procedura magisteriale<\/i><\/b> in questa ripresa della risposta ecclesiale alla propria vocazione.<\/p>\n<p><strong><i>2. La procedura magisteriale come chiave del processo ecclesiale<\/i><\/strong><\/p>\n<p><i>\u00a0<\/i>Se un processo ecclesiale deve essere assunto e promosso, occorre elaborare nuove procedure di magistero, centrale e periferico, che escano dagli stili bloccati e stilizzati della stagione recente. Vedremo, pi\u00f9 avanti, il cuore di questo \u201cstile apparentemente rinunciatario\u201d, che in realt\u00e0 garantiva solo la conservazione ottusa dello \u201cstatus quo\u201d. Apparentemente si rinunciava, per non rinunciare sostanzialmente a nulla.<\/p>\n<p>Ma pi\u00f9 importante \u00e8 reperire, nello stile del magistero di <i>Evangelii Gaudium, Laudato S\u00ec e di Amoris Laetitia<\/i>, una nuova importante riacquisizione: ossia la coscienza di dover superare le letture riduttive del reale, la proiezione dei propri fantasmi sulle esistenze, la ideologia antimodernista e regressiva, nostalgica e accigliata sui mondi della vita e della speranza.<\/p>\n<p>In effetti, nel dibattito ecclesiale scaturito dalle parole profetiche di papa Francesco sulla \u201cChiesa in uscita\u201d e sul \u201csuperamento della autoreferenzialit\u00e0\u201d forse non si \u00e8 ancora chiaramente compreso quanto questa priorit\u00e0, che giustamente il papa ha enunciato fin dai primi giorni del suo ministero \u2013 e che gi\u00e0 era chiaramente presente nel suo testo presentato alla Congregazione dei Cardinali in conclave \u2013\u00a0<strong><i>richieda una profonda revisione dello stile con cui la Chiesa pensa e agisce rispetto al tema del \u201cpotere\u201d \u00a0e della \u201cautorit\u00e0\u201d<\/i><\/strong>.<\/p>\n<p>Potremmo dire cosi: per poter \u201cuscire dalla autoreferenzialit\u00e0\u201d e diventare davvero \u201ceteroreferenziale\u201d \u2013 ossia per non mettere al centro s\u00e9, ma l\u2019Altro e l\u2019altro \u2013 la Chiesa deve anzitutto riconoscere di essere investita di una reale ed efficace autorit\u00e0. In altri termini,\u00a0<strong>essa\u00a0<\/strong><em>deve poter confidare nella possibilit\u00e0 di intervenire autorevolmente sulla propria dottrina e disciplina<\/em><strong>\u00a0\u2013 su ci\u00f2 che pensa di s\u00e9 e su ci\u00f2 che fa di s\u00e9, per usare la bella espressione di papa Paolo VI in apertura della II Sessione del Concilio, nel settembre del 1963 &#8211; <i>senza cedere alla tentazione di \u201cimpedirsi un ripensamento\u201d, magari in nome della fedelt\u00e0 alla tradizione<\/i><\/strong>. Questa via, che \u00e8 spesso una scappatoia, resta infatti, anche oggi, molto praticata e non poco seducente. Sembra una virt\u00f9 quasi eroica, ma spesso si trasforma solo in una forma di retorica e in un alibi.<\/p>\n<p>Se la Chiesa pensa che l\u2019unico modo di essere fedele al Vangelo sia continuare in tutto e per tutto come prima \u2013 sia dottrinalmente sia disciplinarmente \u2013 <strong>si convincer\u00e0 subito di <i>dover restare assolutamente immobile per essere pienamente se stessa<\/i>. Far\u00e0 dell\u2019immobilismo \u2013 talora ridotto soltanto alla conservazione dei beni immobili \u2013 la sua ossessione<\/strong>. A questa tentazione Francesco ha voluto rispondere con quattro anni di una parola profetica, che vuole anzitutto persuadere la Chiesa e il mondo di due cose:<\/p>\n<p>&#8211;\u00a0<em>che la fedelt\u00e0 \u00e8 mediata dal movimento, dalla conversione, dall\u2019uscire per strada, non dalla stasi, dalla paura e dal chiudersi tra le mura;<\/em><\/p>\n<p><em>&#8211; che per muoversi occorre riconoscersi la autorit\u00e0 di stare nella storia della Chiesa e della salvezza in modo partecipe e attivo, non come spettatori muti e passivi o come semplici \u201cnotai\u201d<\/em>.<\/p>\n<p><strong>L\u2019autorit\u00e0 necessaria per uscire dalla autoreferenzialit\u00e0 appare un concetto controverso, non solo perch\u00e9 obiettivamente osteggiato, ma anche perch\u00e9 soggettivamente non chiarito.<\/strong><\/p>\n<p>Ma, appunto, questa considerazione trova pi\u00f9 di una resistenza non soltanto nella inevitabile inerzia del modello da superare, ma anche in alcuni \u201cluoghi comuni\u201d, di cui vorrei considerare quello che potrei esprimere come <strong><i>la riduzione della autorit\u00e0 alla \u201crinuncia alla autorit\u00e0\u201d<\/i><\/strong>. Si tratta di un luogo comune molto affascinante, che assume talvolta una notevole rilevanza nella esperienza ecclesiale e che il magistero pu\u00f2 e deve utilizzare in passaggi complessi. Si traduce, formalmente, in una dichiarazione di \u201cnon possumus\u201d. E\u2019 questo uno dei punti chiave del \u201cmagistero negativo\u201d, che la tradizione antica, medievale e moderna ha coltivato con attenzione e con cura. <strong><i>Si tratta, in ultima analisi, di una preziosa \u201cautolimitazione del magistero\u201d<\/i><\/strong>. Ma tale autolimitazione, che di per s\u00e9 \u00e8 a garanzia di \u201caltro\u201d, e che dunque dovrebbe arginare e ostacolare le forme della autoreferenzialit\u00e0 ecclesiale, \u00e8 entrata con grande forza nella esperienza ecclesiale degli ultimi decenni, in particolare a partire dagli anni \u201990.<\/p>\n<p>Una serie di documenti, che vanno dal 1994 al 2007, segnano una sorta di \u201cbasso continuo\u201d nel quale, mediante questa\u00a0<em>autolimitazione della autorit\u00e0 ecclesiale<\/em>, si \u00e8 lasciata in vigore la comprensione e la pratica precedente come \u201cunica autorit\u00e0 possibile\u201d. Questo, infatti, \u00e8 il limite di tale \u201cluogo comune\u201d dell\u2019esercizio del Magistero. Il Magistero, in tutti i casi che ora brevemente esamineremo,\u00a0<em>nell\u2019affermare di \u201cnon avere l\u2019autorit\u00e0\u201d, non si spoglia della autorit\u00e0, ma conferma la autorit\u00e0 nella sua formulazione precedente e classica<\/em>. Ed \u00e8 proprio qui che\u00a0<em>la \u201cautolimitazione\u201d \u2013 anche contro le intenzioni \u2013 rischia di avere come esito la \u201cautoreferenzialita\u201d<\/em>, e che la \u201cresistenza\u201d autoreferenziale del potere ecclesiastico si dia la forma accattivante di una strutturale paralisi, presentata come <i>rinuncia al potere<\/i>.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<i>3. La resistenza della \u201cimmunizzazione dalla tradizione\u201d (detta anche autoreferenzialit\u00e0)<\/i><\/strong><\/p>\n<p><i>\u00a0<\/i>Diverse sono le forme della \u201cimmunizzazione dalla prossimit\u00e0\u201d. La pi\u00f9 usata e abusata negli ultimi decenni \u00e8 una strategia che ottiene, simbolicamente, il massimo dei vantaggi con il minimo sforzo: \u00e8 sufficiente affermare che \u201cla Chiesa non ha l\u2019autorit\u00e0\u201d, per conservare tutta la autorit\u00e0! I processi dinamici sono impossibili se la Chiesa non ha alcun potere sul ministero, nessun potere sulla liturgia, nessun potere sulla migrazione&#8230;Lo stereotipo della \u201crinuncia alla autorit\u00e0\u201d permette alla Chiesa una buona via di fuga: appare umile e disinteressata, mentre conserva intatte competenze e poteri.<\/p>\n<p>Gli esempi che vorrei farvi sono palesi, quasi sfacciati. Ho pensato di dare loro titoli ad effetto, per darvi modo di considerare del tutto i rischi che si corrono nel non arginare questa logica immunizzante: <b>la traduzione impraticabile, la liturgia mummificata, la donna dis-ordinata, il nichilismo canonico<\/b>. Una breve riflessione dedicata ad ognuna di queste gravi forme di immunizzazione dai processi dinamici di discernimento della tradizione dovrebbe farci riflettere sulla urgenza di attivare, su ognuno di questi punti, una accelerazione dinamica, come di fatto sta accadendo, non senza resistenze, negli ultimi 5 anni:<\/p>\n<p>&#8211; <i>la traduzione impraticabile<\/i><\/p>\n<p>Abbiamo ascoltato, da 20 anni, parole irresponsabili, grette, infondate, sul senso del tradurre e sulla sua pratica. Si \u00e8 preteso, addirittura , che le lingue moderne, le lingue vernacole e parlate, per essere degne della liturgia \u201cromana\u201d dovessero imitare persino le figure retoriche del latino! Questo, perdonatemi, non \u00e8 un ragionamento di filologia. Questo \u00e8 un delirio di nostalgia. Che era diventato, fino all\u2019altro ieri, parola ufficiale, tronfia di una autorit\u00e0 ridotta all\u2019autoritarismo che pretende vanamente la imposizione dell\u2019assurdo. Una simile distorsione, di fronte alla realt\u00e0 complessa delle lingue, pu\u00f2 far danni per qualche lustro, come \u00e8 stato in effetti. Da un lato vi era chi provava a tradurre \u201csecondo ragione\u201d, ma si vedeva puntualmente bocciate le traduzioni da Roma. Vi era invece chi traduceva \u201csecondo le nuove regole\u201d, producendo testi che erano s\u00ec fedeli a Roma, ma non alla lingua dei popoli cui erano destinate. Oggi, su questo piano, non senza resistenze ai pi\u00f9 alti livelli, abbiamo di nuovo la possibilit\u00e0 di riaprire \u201cprocessi dinamici\u201d, restituire la parola ai soggetti parlanti, confidare su un semplice fatto: il latino, pur con tutta la sua giusta esperienza ecclesiale di 17 secoli, \u00e8 una lingua di Babele, come tutte le altre; in Italia sono 700 anni che Dante ha sentenziato: la espressione poetica non passa pi\u00f9 di l\u00ec. D\u2019altra parte, le lingue parlate, non solo perdono qualcosa di ci\u00f2 che il latino pu\u00f2 dire, ma sanno anche dire cose che il latino non sa esprimere. Ci dobbiamo rassegnare alla libert\u00e0 con cui lo Spirito pu\u00f2 dare il meglio di s\u00e9 non solo ai nostri nonni, ma ai nostri pronipoti, nelle lingue che allora potranno e sapranno parlare.<\/p>\n<p>&#8211; <i>la liturgia mummificata<\/i><\/p>\n<p>Con una mossa a sorpresa, tratta fuori dal cappello a cilindro di 10 anni fa, ci \u00e8 stato detto che quella forma rituale, che la Riforma liturgica conciliare aveva ufficialmente dichiarato limitata e bisognosa di revisione, e che quindi aveva superato, emendato e cambiato, restava intatta, intoccabile e inossidabile, come prima e pi\u00f9 di prima, accanto alla nuova forma rituale. Mummificare il <i>Vetus Ordo<\/i> e farlo rinascere, d\u2019un tratto, accanto al suo figlio, per assicurare un eterno paternalismo ad oltranza sul <i>Novus Ordo<\/i>, non \u00e8 affatto un gesto di stile \u201ctipicamente cattolico\u201d, bens\u00ec una grave forma di umiliazione per la tradizione cattolica vera, quella che non ha paura della storia, dei processi irreversibili, e che sa riconoscere il nuovo e l\u2019inatteso. Fare la riforma e insieme fare come se nulla fosse non \u00e8 cattolico, ma meschino. E come \u00e8 meschino pretendere di giudicare un soggetto solo sulla base della legge oggettiva, altrettanto lo \u00e8 dire di difendere la Riforma Liturgica con una mano e liberalizzare con l\u2019altra contemporaneamente quel rito che era stato oggetto di riforma. Basti dire che si inaugura un \u201csistema liturgico\u201d in cui contemporaneamente sono vigenti due calendari liturgici tra loro contraddittori. E vai a capire tu se Cristo Re si celebra a fine ottobre o a fine novembre!<\/p>\n<p>&#8211; <i>la donna dis-ordinata<\/i><\/p>\n<p>In terzo luogo, la esclusione della donna da ogni grado del ministero ordinato sembra un vero gioiello di immunizzazione, forse uno dei suoi capolavori. Nel ripetere gli argomenti che provengono dalla societ\u00e0 chiusa, siamo tutti campioni. Vinciamo il campionato dei luoghi comuni e ci sembra di aver fatto tacere ogni obiezione? La teologia, se vuole essere seria, e non ridursi ad una patina ideologica a copertura dei vecchi pregiudizi sessisti, deve, se ne \u00e8 capace, non rifugiarsi nel passato, ma proporre argomenti per l\u2019oggi. Dire che nel passato la donna non \u00e8 mai stata ordinata \u2013 cosa che peraltro non \u00e8 vera \u2013 non risponde alla domanda che oggi nasce dalla Chiesa e dal mondo, dalla teologia e dalla cultura. Il punto dolente, di questa richiesta di \u201cprocessualit\u00e0\u201d, sta nell\u2019accettare l\u2019inversione dell\u2019onere della prova. Non \u00e8 chi propone la ordinazione al femminile, almeno sul piano del diaconato, a dover offrire motivazioni degne. Gi\u00e0 questa richiesta \u00e8 fuori dal tempo e capovolge le cose. E\u2019 chi nega questa possibilit\u00e0 a dover fornire argomenti con un minimo di plausibilit\u00e0. E non finti argomenti, tirati fuori dagli armadi medioevali, pieni di ragnatele e di muffa! O dagli scaffali antimodernisti, sempre pronti a fornire ragioni per restare fermi al passato. Perch\u00e9 se qualcuno argomenta oggi sulla base della \u201cincapacit\u00e0 di esercitare il potere da parte della donna\u201d non fa un servizio alla Chiesa, ma dimostra di essere sfasato all\u2019indietro rispetto al mondo ambiente di almeno 200 anni. E ci sono teologi che continuano ad accreditare queste parole come \u201cargomenti\u201d, squalificando la ragione teologica e la dignit\u00e0 del suo sapere.<\/p>\n<p>&#8211; <i>il nichilsmo canonico<\/i><\/p>\n<p>Un ultimo aspetto che merita di essere illustrato, come luogo di un necessario sviluppo processuale, \u00e8 la \u201cfragilit\u00e0 matrimoniale\u201d: qui mi pare che si debba affermare che i \u201cprocessi dinamici ecclesiali\u201d di recupero della \u201crealt\u00e0 coniugale\u201d possono avvenire solo attraverso un ridimensionamento drastico e deciso del ruolo del \u201cprocesso giudiziario\u201d. I canonisti non solo devono farse una ragione, ma restano largamente inadempienti nel non progettare un sistema nuovo. Se il vincolo coniugale continua ad essere pensato mediante categorie \u201cche non conoscono la storia\u201d, ogni possibilit\u00e0 di recuperare la comunione ecclesiale potr\u00e0 essere garantita soltanto dalla classica logica degli \u201cimpedimenti\u201d, che si \u00e8 trasformata in \u201ccapi di nullit\u00e0\u201d e che elabora esclusivamente un \u201crimedio retrotopico\u201d. Se il vincolo pu\u00f2 essere solo due cose \u2013 fin dall\u2019origine o esistente o non esistente &#8211; questo nega al vincolo ogni esperienza, ogni sviluppo, ogni storia. Questa <i>forma mentis<\/i> \u2013 fatti salvi i pochi casi di effettiva \u201cinvalidit\u00e0 originaria \u2013 dovr\u00e0 essere radicalmente superata. Essa non corrisponde pi\u00f9 n\u00e9 alla esperienza dei coniugi \u2013 supposto che si sia disposti a riconoscerla rilevante &#8211; n\u00e9 alle esigenze ecclesiali \u2013 che non sono pi\u00f9 quelle della ottocentesca lotta allo stato liberale usurpatore &#8211; \u00a0n\u00e9 alla comprensione culturale e sociale \u2013 che non \u00e8 solo abisso modernista di egoismo. Resta vero ci\u00f2 che P. Sequeri ha affermato, durante il Sinodo: \u201cNon \u00e8 mai come se non fosse accaduto nulla\u201d. Questo resta, almeno per larga parte dei canonisti, l\u2019impensato. <i>Amoris Laetitia<\/i> \u00e8 qui solo \u201cinizio di un inizio\u201d. Benedetto, necessario, ma insufficiente. Il resto \u00e8 affidato alla capacit\u00e0 procedurale del magistero ecclesiale e canonico a venire.<\/p>\n<p><strong><i>Conclusioni<\/i><\/strong><\/p>\n<p>Per onorare il reale, con un gesto di fedelt\u00e0 alla tradizione che non diventi mai autoreferenziale, occorre accuratamente discernere tra \u201cci\u00f2 che non muore e ci\u00f2 che pu\u00f2 morire\u201d: se non si opera con forza e con coraggio questo atto di distinzione e di discernimento, si rischia di compromettere \u201cci\u00f2 che non muore\u201d, confondendolo e mescolandolo con \u201cci\u00f2 che pu\u00f2 morire\u201d. Il compito del magistero appare oggi, come sempre, investito di un compito di discernimento decisivo per non confondere la \u201cvocazione ecclesiale\u201d con il \u201cmantenimento dello status quo\u201d. Negli ultimi decenni, come abbiamo visto, dopo la grande stagione di rinnovamento conciliare, la tentazione di ritornare alla facile identificazione della tradizione con il passato \u00e8 tornata a insidiare i \u201cprocessi dinamici\u201d introdotti dal Concilio. Da circa 5 anni il magistero ecclesiale, grazie alla salutare \u201cscossa\u201d introdotta dal pontificato di Francesco, ha ripreso il fecondo rapporto tra \u201cprocedura magisteriale\u201d e \u201cvocazione ecclesiale\u201d: un magistero che apre nuovi spazi alla vocazione ecclesiale, sfugge alla tentazione di una autorit\u00e0 che bloccca la libert\u00e0, ma introduce la \u201cmisericordia\u201d come criterio della autorit\u00e0 e quindi anche come senso ultimo della libert\u00e0.<\/p>\n<p>Un magistero che, con onest\u00e0 ed equilibrio, sappia indicare, finalmente, anche \u201cci\u00f2 che pu\u00f2 morire\u201d negli stili sacramentali e nelle forme retoriche, nella pastorale familiare e nelle strutture di curia, nelle forme celebrative e nelle autorit\u00e0 caritative, individua molto facilmente ci\u00f2 che \u00e8 divenuto ostacolo e zavorra, e deve essere lasciato morire, senza alcun accanimento terapeutico.<\/p>\n<p>Finch\u00e9 non sapremo far morire ci\u00f2 che di caduco accompagna la pastorale, non sapremo far brillare, con tutta la forza e la efficacia necessaria, ci\u00f2 che non muore e non deve morire. In questo equilibrato sistema di <i>resistenza e resa<\/i> si fa avanti, efficacemente, la recezione del Concilio Vaticano II e lo spazio per una risposta nuova, e per questo fedele, alla vocazione cristiana. Solo cos\u00ec la fedelt\u00e0 non sar\u00e0 solo verso il passato, ma anche verso il futuro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sabato scorso, 18 novembre, a Villa Nazareth, all&#8217;interno del Convegno su\u00a0\u00a0Farsi prossimi e avviare processi: forme e stili di servizio nel mondo,\u00a0impossibilitato a partecipare, ho inviato la mia relazi0ne dal titolo\u00a0Iniziare, partecipare, servire: per avviare&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12379"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12379"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12379\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12387,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12379\/revisions\/12387"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12379"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12379"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12379"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}