{"id":12293,"date":"2017-10-11T19:45:58","date_gmt":"2017-10-11T17:45:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12293"},"modified":"2017-10-11T19:45:58","modified_gmt":"2017-10-11T17:45:58","slug":"quando-un-papa-canonizza-un-linguista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/quando-un-papa-canonizza-un-linguista\/","title":{"rendered":"Quando un Papa canonizza un linguista"},"content":{"rendered":"<p align=\"justify\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/translate3.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-12175\" alt=\"translate\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/translate3.jpg\" width=\"275\" height=\"184\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"justify\"><em>Dopo il MP <\/em>Magnum Principium<em>, una riflessione sul valore delle &#8220;lingue popolari&#8221; diventa non solo possibile, ma necessaria. La traduzione \u00e8 di nuovo riconosciuta come condizione della tradizione. In questo brillante intervento lo storico e teologo <strong>Ubaldo Cortoni<\/strong>, monaco camaldolese e professore a S. Anselmo, rilegge con grande sintesi l&#8217;importanza del recente documento alla luce della storia moderna e medievale. E una citazione di Anselmo suggella una riflessione sulla svolta che papa Francesco ha saputo imprimere alla tradizione, canonizzando un gesuita linguista.<\/em><\/p>\n<h2 align=\"justify\"><b>Il \u201cgreco della terra\u201d ovvero quando un Papa canonizza un linguista<\/b><\/h2>\n<p align=\"justify\">di UBALDO CORTONI<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00c8 davvero singolare scoprire che ancora oggi si possa prendere le parti di una tradizione con la \u201ct\u201d minuscola, come la \u201cs\u201d di quella storia con la quale alcuni si intrattengono, saldamente ancorata ad una <i>theologia perennis<\/i>, \u00abuguale dappertutto, in tutti i tempi e per tutti gli uomini\u00bb, che J\u00fcrgen Moltmann smaschera appellandosi al saggista e linguista francese George Steiner<a href=\"#sdfootnote1sym\" name=\"sdfootnote1anc\"><sup>1<\/sup><\/a>, per il quale ogni trasmissione \u00e8 una traduzione, il cui compito \u00e8 quello di rende insolitamente familiare ad un destinatario, spesso culturalmente lontano, un contenuto che prima gli era estraneo.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ovviamente mi si obbietter\u00e0 che <i>con la traduzione molto dell\u2019originale rischia di andare perso<\/i>, ma credo che sia <i>pi\u00f9 rischioso perdere completamente l\u2019opportunit\u00e0 di comunicare, trasmettere e cos\u00ec permettere alla Verit\u00e0, formulata inevitabilmente secondo i canoni di una cultura<\/i>, di poter incrociare le verit\u00e0 di altre culture, per poi incontrarle.<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00c8 indubbio che <i>la traduzione abbia permesso alla chiesa di crescere e radicarsi nei Nuovi Mondi<\/i>. Un esempio per tutti il problema affrontato dai Gesuiti nel XVI sec. con l\u2019evangelizzazione delle coste del Brasile attraverso \u00abun\u2019efficace traduzione, al tempo stesso, del messaggio evangelico e delle sue categorie linguistiche (occidentali), ma anche della cultura (linguistica) indigena che avrebbe dovuto permettere di veicolarlo, con il minor numero di malintesi, presso le culture indigene americane\u00bb<a href=\"#sdfootnote2sym\" name=\"sdfootnote2anc\"><sup>2<\/sup><\/a>. Da ci\u00f2 prese corso la \u201clingua generale della costa\u201d o \u201cgreco della terra\u201d, che nell\u2019intenzione di coloro che la codificarono avrebbe aiutato quelle popolazioni ad appropriarsi di categorie filosofiche, teologiche e politiche a loro sconosciute, ma che nella realt\u00e0 diede corso ad una cultura che avrebbe riletto la tradizione occidentale attraverso le categorie gi\u00e0 in loro possesso. La grammatica del tup\u00ec venne stesa nel 1595 da Jos\u00e9 de Anchieta, l\u2019apostolo del Brasile, il primo gesuita spagnolo canonizzato da papa Francesco, un missionario e linguista, che scriveva contemporaneamente in portoghese, castigliano, latino e tup\u00ec.<\/p>\n<p align=\"justify\">Una Babele benedetta, quando <i>la pentecoste delle lingue permette una teologia in traduzione per una chiesa in transizione<\/i>, qual era quella dopo la scoperta delle Americhe: una chiesa che pensava di aver raggiunto i confini del mondo cos\u00ec d\u2019aver portato a termine il suo compito da molto tempo, e che invece alla fine di un secolo (12 ottobre 1492), che avrebbe segnato comunque la storia di quei mondi, si ritrovava a dover ricominciare da capo, portando l\u2019annuncio del Vangelo ad un\u2019umanit\u00e0 non solo a lei sconosciuta, ma addirittura ignorata.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ma andando ancora pi\u00f9 indietro nel tempo \u00e8 con la celebrazione del sinodo di Venezia, il quale anche se fosse solo un\u2019invenzione dell\u2019agiografo di san Cirillo, rappresenterebbe comunque uno dei primi tentativi di difendere l\u2019uso della lingua di un popolo nella liturgia rispetto all\u2019irrigidimento della chiesa carolingia sulle lingue del <i>Titulus crucis<\/i>,<i> <\/i>e cio\u00e8 le lingue che componevano la tavoletta posta sopra la testa del Crocifisso: latino, greco ed ebraico, che al tempo di Ges\u00f9 non erano altro che la lingua dell\u2019amministrazione, della <i>koin\u00e9 <\/i>e del popolo. All\u2019interno di questa storia Jos\u00e9 de Anchineta non \u00e8 che uno degli ultimi di quegli apostoli che, dal sec. VIII all\u2019XI, hanno portato l\u2019annuncio del Vangelo incontrando culture e tradizioni attraverso le loro lingue, scritte e non.<\/p>\n<p align=\"justify\">Anche questa \u00e8 Tradizione, e credo che in questa direzione si muova il Motu proprio <i>M<\/i><i>a<\/i><i>gnum Principium <\/i>di papa Francesco, <i>perch\u00e9 nuovi mondi possano ancora e sempre accostarsi a quella Verit\u00e0, che &#8211; pur rimanendo la stessa &#8211; accetta di compromettersi con il linguaggio, perch\u00e9 il mistero non sta nella forma che pu\u00f2 assumere una tradizione, quanto nel narrare al mondo il mistero<\/i> della <i>dispen<\/i><i>s<\/i><i>atio Christi<\/i>, o se si preferisce dell\u2019economia salvifica, che arriva alla vita dei credenti attraverso il linguaggio liturgico, e che forse oggi rappresenta l\u2019ultima forma di evangelizzazione dell\u2019Occidente, giacch\u00e9 l\u2019umanit\u00e0 che si profila all\u2019orizzonte rappresenta quei nuovi mondi. <i>Affidare alle conferenze episcopali il compito di promuovere e vigliare sulle traduzioni significa riconoscere il valore imprescindibile delle culture nelle quali la chiesa si radica, e allo stesso tempo avvallarne una nuova spinta missionaria<\/i>.<\/p>\n<p align=\"justify\">Una nota prudenziale della chiesa medievale, con la quale molti identificano una certa tradizione, era quella di indicare accanto alla Scrittura e ai Padri, anche una <i>regula fidei<\/i>,<i> <\/i>della quale per\u00f2 era restia a definire il contenuto specifico, fatta salva la fede nella cristologia calcedonense (cf. gli studi di Jean Leclercq sulla cristologia nel medioevo monastico), per il semplice fatto che ogni chiesa, perch\u00e9 particolare, specialmente in una struttura sinodale come quella altomedievale (cf. lo studio di Yves Congar sull\u2019ecclesiologia altomedievale del 1968), avrebbe dovuto rispondere di volta in volta alle problematiche che interessavano quello specifico popolo di Dio.<\/p>\n<p align=\"justify\">Per rendere l\u2019idea in modo pi\u00f9 semplice, ma sicuramente non meno controversa, \u00e8 il tentativo del domenicano Yves Congar di parlare di Tradizione e Tradizioni, restituendo al suo lettore <i>l\u2019immagine di una chiesa, che come come un corpo vivente, assume le caratteristiche specifiche della latitudine in cui nasce, cresce e si radica, senza per questo perdere alcun tratto specifico dell\u2019essere persona o dell\u2019essere chiesa<\/i> (la dimensione della missione ha rimesso in discussione molte delle certezze della chiesa europea).<\/p>\n<p align=\"justify\">Ma con ogni probabilit\u00e0 la <i>tehologia perennis<\/i>, da cui dipende anche una certa visione della tradizione,<i> <\/i>affonda la sue radici in un equivoco nato con il recupero tridentino dell\u2019approccio teologico di Gregorio VII e Innocenzo III; questo equivoco nasce in seno ad una chiesa, quella delle rinascite carolingia, ottoniana e gregoriana, che confonde unit\u00e0 e <i>uniformitas<\/i>, quest\u2019ultima garanzia di univocit\u00e0 che avrebbe dovuto dettare le condizioni dell\u2019appartenenza alla chiesa.<\/p>\n<p align=\"justify\">Esemplificativo di questo processo \u00e8 lo scambio epistolare tra Anselmo d\u2019Aosta e Warlam vescovo di Naumburg: quest\u2019ultimo lamentava con Anselmo il fatto che \u00absui sacaramenti della Chiesa, altro ritiene la Palestina, altro l\u2019Armenia, altro la nostra [liturgia] Romana, e la Gallia Tripartita, anche il mistero del corpo del Signore, diversamente lo considera la [liturgia] Romana, diversamente la Gallicana, e in modo diversissimo la nostra Germania\u00bb. <i>Anselmo difende la diversit\u00e0 nell\u2019amministrare i sacramenti, anteponendo all\u2019uniformit\u00e0 l\u2019unit\u00e0<\/i>: \u00abvi lamentate dei sacramenti della chiesa, dal momento che non vengono celebrati dovunque in un unico modo, ma sono amministrati in diversi modi in luoghi diversi. Certamente se in tutta la Chiesa si celebrassero in un unico modo e concordemente, sarebbe cosa buona e lodevole. Ma <i>dal momento che sono molte le diversit\u00e0, le quali non differiscono per sostanza del sacramento, n\u00e9 per la sua potenza, o per la fede; e n\u00e9 si possono raccogliere tutte in un\u2019unica consuetudine: ritengo piuttosto che esse sono da tollerare concordemente nella pace, che da condannare in disaccordo con scandalo<\/i>. Infatti dai santi Padri abbiamo che, se si conserva l\u2019unit\u00e0 della carit\u00e0 nella fede cattolica, una diversa consuetudine a nulla si oppone. Se poi si chiede dove siano nate questa variet\u00e0 di consuetudini: non intendo altro che le differenze delle sensibilit\u00e0 umane. Le quali, bench\u00e9 non dissentano per realt\u00e0 e potenza della cosa, tuttavia non concordano per attitudine e decoro nell\u2019amministrarli. In realt\u00e0 ci\u00f2 che uno giudica essere pi\u00f9 adatto, un altro lo ritiene spesso meno adatto, n\u00e9 ritengo che devii dalla verit\u00e0 della stessa realt\u00e0 il non concordare in tali diversit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p align=\"justify\">Se per sensibilit\u00e0 umane intendiamo le culture che l\u2019annuncio del Vangelo incontra e le modalit\u00e0 in cui il rito restituisce e organizza la fede dei credenti \u201cper ritus et preces\u201d, allora <i>questo processo non potr\u00e0 mai dirsi concluso, mutando le societ\u00e0 e riorganizzandosi attorno a linguaggi nuovi e spesso capaci <\/i><i>d<\/i><i>i sorprendere<\/i>. Risultano magistrali le ultime battute di Anselmo e richiamano la chiesa ad un principio di unit\u00e0 che supera il piano dell\u2019idea: si pu\u00f2 anche non concordare con una certa consuetudine perch\u00e9 distante dalla sensibilit\u00e0 di una certa cultura, ma non per questo una chiesa deve sentirsi divisa da un&#8217;altra esperienza ecclesiale, quando \u201cper ritus et preces\u201d, anche se in modo diverso, <em>si fa esperienza della stessa fede<\/em>. Per Anselmo come per buona parte dei teologi medievali, dialettici e non, i sacramenti sono uno strumento perch\u00e9 la chiesa possa condurre i suoi fedeli al \u201csabato eterno\u201d, e per questo devono comunicare, in ogni senso e con ogni senso, l\u2019essere nuova creatura. Tutto ci\u00f2 solo nel secolo XI.<\/p>\n<p align=\"justify\">Mi chiedo allora <i>come vivere la Tradizione segno di unit\u00e0, pi\u00f9 che pensarla e imporla a garanzia di uniformit\u00e0?<\/i><\/p>\n<p align=\"justify\">Mi \u00e8 parso utile ricorre ad uno strano tempo verbale, un \u201ctempo non-definito\u201d, capace di rendere la chiesa e la tradizione plastiche, non per prendere forme sempre nuove, quanto per aderire al tempo in cui vive, per conferirle una certa contemporaneit\u00e0, ed essere cos\u00ec interpretabile e traducibile; ho pensato ad un tempo della narrazione: l\u2019aoristo.<\/p>\n<p align=\"justify\">Per chi non fosse pratico di lingua greca, il che non costituisce materia di peccato, l\u2019aoristo \u00e8 un tempo verbale che ha la strana caratteristica di dirsi un \u201ctempo non-definito\u201d, ma non esclusivo della nobile tradizione ellenica, perch\u00e9 come ogni realt\u00e0 che ha una vita non pu\u00f2 neppure dirsi propriet\u00e0 esclusiva di una sola cultura.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019aoristo \u00e8 quel <i>frattempo<\/i> che permette il dispiegarsi di una narrazione: apre il passato al presente consegnando un\u2019azione al suo senso futuro. Ma la sua caratteristica principale \u00e8 quella di porsi al di fuori della tradizionale contrapposizione tra un aspetto imperfettivo del verbo, che rende un testimone pi\u00f9 un cronista dell\u2019azione che si svolge sotto i suoi occhi, e quello perfettivo, che insiste sul fatto che l\u2019azione sia vista come gi\u00e0 compiuta, e cio\u00e8 il testimone ad un processo, per il quale il fatto \u00e8 custodito in un tempo e uno spazio lontani dalla vita.<\/p>\n<p align=\"justify\"><a name=\"_GoBack\"><\/a> La chiesa al contrario non pu\u00f2 identificarsi in un cronista, fuori dall\u2019azione, distante dal campo da gioco, e non pu\u00f2 neppure porsi coll\u2019atteggiamento del testimone capace solo di ricordi, bens\u00ec si pone come narratrice: non \u00e8 il racconto che narra e neppure l\u2019autore di questo racconto, \u00e8 la voce che traduce in vita l\u2019opera che l\u2019autore consegna per un suo pubblico. <i>Questo pu\u00f2 accadere quando un Papa canonizza un linguista<\/i>.<\/p>\n<div id=\"sdfootnote1\">\n<p align=\"justify\"><a href=\"#sdfootnote1anc\" name=\"sdfootnote1sym\">1<\/a><sup>\u0002<\/sup> J. Moltmann, <i>Esperienze di pensiero teologico. Vie e forme della teologia cristiana<\/i>, (BTC 115), Brescia 2001, 63.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote2\">\n<p><a href=\"#sdfootnote2anc\" name=\"sdfootnote2sym\">2<\/a><sup>\u0002<\/sup> A. Agnolin, \u00abGrammatica dell\u2019evangelizzazione e catechesi della lingua indigena. Mesoamerica e Brasile: XVI-XVII secolo. Traduzione come conversione. Le lingue generali, il \u201cGreco della Terra\u201d e l\u2019invenzione del Tup\u00ec\u00bb, in <i>Pratiche sacramentali tra vecchio e Nuovi Mondi<\/i>, M. T. Fattori (a cura di), <i>Cristianesimo nella Storia<\/i>, 31 (2010) 2, 681-742.<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo il MP Magnum Principium, una riflessione sul valore delle &#8220;lingue popolari&#8221; diventa non solo possibile, ma necessaria. La traduzione \u00e8 di nuovo riconosciuta come condizione della tradizione. 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