{"id":12129,"date":"2017-08-06T14:48:48","date_gmt":"2017-08-06T12:48:48","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12129"},"modified":"2017-08-07T08:02:41","modified_gmt":"2017-08-07T06:02:41","slug":"12129","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/12129\/","title":{"rendered":"Cultura civile e teologia (\/9): Le risorse dimenticate della autorit\u00e0 (Giovanni Grandi)"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-11931\" alt=\"Univerit\u00e0\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0-300x220.jpg\" width=\"300\" height=\"220\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0-300x220.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0-1024x754.jpg 1024w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0.jpg 1756w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i><b>Con questo post, che Giovanni Grandi ha gi\u00e0 pubblicato sul suo blog (<a href=\"https:\/\/www.giovannigrandi.it\/2017\/08\/03\/autenticit%C3%A0-personale-autorit%C3%A0-e-cambiamento\/\">https:\/\/www.giovannigrandi.it\/2017\/08\/03\/autenticit%C3%A0-personale-autorit%C3%A0-e-cambiamento<\/a>) prosegue il dibattito sul rapporto tra teologia e cultura civile: ne emerge una questione non nuova \u2013 quella della autorit\u00e0 \u2013 ma affrontata secondo una prospettiva sorprendente ed efficace. La fiducia nel ruolo di una \u201cautorit\u00e0 altra da s\u00e9\u201d \u00e8 il principio per superare quel \u201cconservatorismo ad oltranza\u201d che minaccia una cultura della \u201cautenticit\u00e0\u201d. Se \u201cse stesso\u201d non \u00e8 mai \u201ccome un altro\u201d, la spontaneit\u00e0 si converte facilmente in schiavit\u00f9. Il dibattito sulla \u201ccultura teologica in universit\u00e0\u201d attraversa queste regioni della antropologia fondamentale. Non \u00e8 un caso. E di questo ringrazio Giovanni.<\/b><\/i><\/p>\n<p><i><b><\/b><\/i><em>Giovanni Grandi \u00e8 professore associato\u00a0di Filosofia Morale presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell&#8217;Universit\u00e0 degli Studi di Padova; insegna\u00a0Fondamenti Teorici e Storici di Antropologia filosofica\u00a0e\u00a0Antropologia applicata\u00a0presso i Corsi di Laurea Triennale in\u00a0Servizio Sociale\u00a0e Magistrale in\u00a0Scienze del Servizio Sociale\u00a0del medesimo Ateneo<\/em><\/p>\n<h3><em><b>Le risorse dimenticate della autorit\u00e0<\/b><\/em><\/h3>\n<p>Nei sondaggi che mi capita di fare in occasione di qualche corso o conferenza accade quasi sistematicamente che la parola \u201cautorit\u00e0\u201d sia associata ad una famiglia di riferimenti generalmente connotati negativamente: <i>obbligo, costrizione, violenza, prevaricazione<\/i>. Questo modo di percepire l\u2019autorit\u00e0 \u00e8 molto in linea con quella che Charles Taylor ha definito \u201ccultura dell\u2019autenticit\u00e0\u201d, un modo di pensare e di essere che attribuisce positivit\u00e0 alla possibilit\u00e0 esprimersi <i>secondo se stessi<\/i> e, viceversa, negativit\u00e0 al fatto di <i>conformarsi<\/i> a indicazioni stringenti e\/o costringenti provenienti dall\u2019esterno. Scrive cos\u00ec, per precisione, Taylor: \u00abCon \u201ccultura dell\u2019autenticit\u00e0\u201d intendo quella concezione della vita secondo cui ciascuno ha un modo specifico di realizzare la propria umanit\u00e0 e che \u00e8 importante scoprire e vivere tale originalit\u00e0, anzich\u00e9 conformarsi individualmente a un modello imposto dall\u2019esterno, dalla societ\u00e0, dalle generazioni precedenti o dall\u2019autorit\u00e0 religiosa o politica\u00bb. (C. Taylor, <i>A secular age<\/i>; tr. it.: <i>L\u2019et\u00e0 secolare<\/i>, Feltrinelli, Milano 2009, p. 598).<\/p>\n<p>In un certo senso, l\u2019idea che sembra essersi affermata nella societ\u00e0 postmoderna \u00e8 che le soluzioni di vita provenienti <i>da dentro<\/i>, dalla propria ispirazione, siano quelle umanamente buone e quindi da seguire, mentre quelle che vengono <i>da fuori<\/i>, in special modo dalle autorit\u00e0 (familiari, sociali, religiose\u2026) siano per lo pi\u00f9 tentativi di renderci disciplinati, funzionali al sistema e, alla fin dei conti, infelici; soluzioni quindi di cui diffidare e per lo pi\u00f9 da non fare proprie, pena l\u2019inautenticit\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019autorit\u00e0, insomma, se la passa male nella cultura contemporanea e l\u2019ultima cosa che ci viene in mente \u00e8 che possa essere una forza alleata del progresso (personale e sociale): piuttosto la percepiamo come una risorsa di ottusa conservazione, un ostacolo sulla strada della fioritura della nostra irripetibile umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Andrea Grillo ha proposto recentemente di discutere sulla figura dell\u2019autorit\u00e0, sulle possibilit\u00e0 di un suo recupero e anche sul modo di intenderla e di esercitarla, specialmente poi nella Chiesa cattolica. La trovo una proposta interessante, proprio a partire dal quadro che ho sbozzato sopra, con l\u2019aiuto di Taylor. Vorrei allora contribuire alla raccolta delle idee provando a proporre alcune semplici osservazioni \u2013 in un post questo riesco a fare \u2013 per mettere in questione il modo di percepire l\u2019autorit\u00e0 che ho richiamato sopra. La tesi \u00e8 semplice ed \u00e8 questa: la \u201ccultura dell\u2019autenticit\u00e0\u201d, intesa come enfasi dell\u2019ascolto di s\u00e9 e sospetto verso l\u2019autorit\u00e0 esteriore, \u00e8 una cultura massimamente conservatrice e di fatto nemica della maturazione della persona e del cambiamento. Per ridare slancio al dinamismo personale e sociale quel che occorre \u00e8 invece proprio ritrovare il senso e il ruolo dell\u2019autorit\u00e0.<\/p>\n<p>Provo a offrire qualche ragione a sostegno di questa tesi.<\/p>\n<p>La prima osservazione che vorrei fare \u00e8 che di per s\u00e9 l\u2019autorit\u00e0, specialmente quella delle Istituzioni politiche e religiose, viene percepita <i>negativamente<\/i> \u2013 come accade nei sondaggi al volo \u2013 perch\u00e9 di primo acchito immaginiamo che coincida in tutto per tutto con una voce che ci obbliga (o prova a obbligarci) a fare quello che non vorremmo. Dobbiamo per\u00f2 riconoscere che ci sono circostanze in cui invece l\u2019autorit\u00e0 ci piace molto, e la accogliamo come una fonte positiva: va cos\u00ec, ad esempio, quando impone ad altri quello che noi <i>gi\u00e0 facciamo <\/i>o<i> <\/i>quando<i> <\/i>consente dopo un tempo di proibizione quel che noi<i> vorremmo poter fare<\/i>. Talvolta l\u2019autorit\u00e0 ci indica anche il modo migliore e pi\u00f9 economico di fare nelle situazioni in cui siamo senza idee: in molti casi ci affidiamo all\u2019autorit\u00e0 degli esperti, e anche in questi casi ci sentiamo pi\u00f9 risollevati che non oppressi. Esistono cio\u00e8 diversi frangenti in cui <i>volentieri<\/i> facciamo quel che altri ci dicono o persino prescrivono, senza con questo sentirci mortificati, privati di libert\u00e0 o inautentici.<\/p>\n<p>In breve: l\u2019autorit\u00e0 ci piace quando gi\u00e0 aderiamo a quel che propone o quando quest\u2019adesione \u00e8 chiaramente vantaggiosa. Non ci piace quando ci chiede un cambiamento che implica qualche fatica, scomodit\u00e0 o passo indietro rispetto alla possibilit\u00e0 di soddisfare un nostro desiderio. Se l\u2019autorit\u00e0 (famigliare, politica, religiosa\u2026) si \u00e8 spesso dotata di un potere coercitivo \u00e8 proprio perch\u00e9 da sempre si \u00e8 misurata con la <i>resistenza<\/i> individuale a fare proprie delle indicazioni per la vita contrastanti con alcune delle ispirazioni che ciascuno scopre dentro di s\u00e9 e che vengono dalle abitudini personali contratte nel tempo.<\/p>\n<p>La coercizione tuttavia, se sortisce qualche effetto a livello di disciplina dei comportamenti individuali nella prospettiva del presidio dell\u2019ordine o della sicurezza sociali (cose non certo da buttare a cuor leggero), non ha efficacia a livello del cambiamento interiore. Le persone si possono certo costringere a <i>fare qualcosa<\/i> che non farebbero, ma non a <i>volere qualcosa<\/i> che non vogliono. L\u2019autorit\u00e0 che impone \u00e8 indubbiamente quella che non favorisce alcun cambiamento (se non, appunto, esteriore) e che viene percepita rapidamente come avversaria della persona, alimentando una sorta di effetto elastico: la disciplina dei comportamenti tiene finch\u00e9 c\u2019\u00e8 in giro l\u2019occhio vigile del controllore, ma appena questo si distrae o cade in disgrazia si riprendono le abitudini e i modi di fare a cui si era precedentemente legati.<\/p>\n<p>Tommaso d\u2019Aquino ha posto questa evidenza come pietra angolare della sua psicologia (Cfr. <i>Summa Theologiae<\/i>, I-II, q. 6 a. 4), formulando in un certo modo un problema antropologico di fondo che investe anche la funzione dell\u2019autorit\u00e0: a quali condizioni siamo in grado di ascoltare, accogliere e praticare <i>volontariamente<\/i> indicazioni di vita che mettono in questione alcuni dei nostri modi abituali di fare e alcune delle ispirazioni familiari che avvertiamo in noi stessi?<\/p>\n<p>Per vincere le nostre resistenze al cambiamento abbiamo bisogno di essere provocati, convinti del meglio che pu\u00f2 profilarsi, e di essere sostenuti in un percorso graduale. Ma che cosa \u00e8 in grado di dispiegare queste manovre?<\/p>\n<p>Cambiare non \u00e8 facile. Pi\u00f9 l\u2019esperienza diventa cospicua, pi\u00f9 gli anni passano, pi\u00f9 le abitudini si consolidano nella ripetizione e diventiamo via via meno propensi ad accogliere le novit\u00e0. Con il passare del tempo si diventa conservatori, conservatori di quel che c\u2019\u00e8, nel bene e nel male. Al punto che ci si scopre legati \u2013 qualcuno pietosamente dice: <i>affezionati<\/i> \u2013 persino alle proprie cattive abitudini.<\/p>\n<p>Precisiamo ancora: <i>migliorare<\/i> non \u00e8 facile. Pi\u00f9 si avanza in et\u00e0, pi\u00f9 la crescita umana diventa un lavoro di cesello: per modificare piccoli atteggiamenti ci vogliono molto impegno, vigilanza interiore, fedelt\u00e0 nell\u2019esercizio. Al contrario, lasciar perdere il lavoro su di s\u00e9, adagiarsi nel copia-incolla esistenziale, accomodarsi nel \u201csono fatto cos\u00ec, cambino gli altri\u201d \u00e8 semplice: basta tirare i proverbiali remi in barca e sposare la filosofia del \u201cgrande fiume trasportami\u201d.<\/p>\n<p>Di cosa abbiamo allora bisogno per la vita spirituale e per continuare a scolpire la nostra fisionomia personale secondo una logica di cambiamento che sia una progressione nel bene e una regressione dal male di cui inevitabilmente siamo coautori? Di cosa abbiamo bisogno per non diventare dei granitici conservatori, persone via via pi\u00f9 rigide nelle proprie abitudini (quali che siano, anche quelle socialmente trasgressive, non illudiamoci)?<\/p>\n<p>Abbiamo bisogno esattamente dell\u2019autorit\u00e0 in tutti quei suoi aspetti diversi dalla coercizione, ovvero di una \u201cvoce\u201d capace di farsi ascoltare, di sollecitarci verso quella prospettiva di bene che ancora non appartiene alle nostre inclinazioni e di accompagnarci strada facendo. Abbiamo bisogno di una \u201cvoce\u201d in grado di vincere le nostre resistenze <i>con noi<\/i> e non <i>contro di noi<\/i>, di una \u201cvoce\u201d in grado di bypassare il ricorso alla costrizione.<\/p>\n<p>In effetti il riconoscimento di un\u2019autorit\u00e0 esteriore <i>di questo tipo<\/i> \u00e8 quel che ci offre la possibilit\u00e0 di non essere esistenzialmente dei conservatori, fossilizzati nelle proprie abitudini (tra cui ce ne sono certo di buone, che per\u00f2 possono crescere, e altrettanto certamente di cattive che tuttavia si possono rimodellare) che la vita ha scolpito in noi nei primi anni della definizione del s\u00e9.<\/p>\n<p>Se ora riprendiamo la definizione di Taylor della \u201ccultura della autenticit\u00e0\u201d, forse riusciamo a scorgere meglio l\u2019ambiguit\u00e0 che porta con s\u00e9. L\u2019ideale dell\u2019espressivit\u00e0, dell\u2019agire <i>secondo se stessi<\/i>, pu\u00f2 essere sensato nelle stagioni iniziali della vita quando ciascuno si sperimenta \u2013 a proprio rischio e pericolo e auspicabilmente interagendo con altre figure adulte \u2013 nel dialogo con una pluralit\u00e0 di voci, spesso difficilmente discernibili da subito secondo il bene o il male. Tentare l\u2019inedito e trasgredire rispetto al contesto \u00e8 fisiologico nella stagione della ricerca del proprio posto nel mondo.<\/p>\n<p>Tuttavia questo ideale, se lo proiettiamo su tutto l\u2019arco della vita, e sulla stagione lunga della vita adulta in particolare, si trasforma presto nella grande trappola del conservatorismo esistenziale: fare esclusivamente \u201cdi testa propria\u201d \u2013 al netto di ogni retorica dell\u2019autonomia \u2013 \u00e8 via via fare quel che semplicemente <i>ci si \u00e8 abituati a fare<\/i>, invecchiando come adulti che sono la fotocopia ingrigita degli adolescenti che furono.<\/p>\n<p>Per quanto possa sembrare strano, \u00e8 da adulti che abbiamo maggiore bisogno di poterci misurare con una autorit\u00e0 consistente, non ottusamente coercitiva, ma capace di spiazzarci, di affascinarci, di convincerci a <i>fare diversamente<\/i> mostrandoci il meglio che possiamo ancora estrarre da noi stessi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se sono riuscito a tratteggiare la dinamica generale, e a mostrare che la funzione positiva dell\u2019autorit\u00e0 esteriore \u00e8 esattamente quella di sostenere le prospettive di cambiamento, quel che ovviamente rimane da discutere \u00e8 quale, tra le tante, sia l\u2019autorit\u00e0 concreta a cui affidarsi.<\/p>\n<p>Se ci rendiamo disponibili a non essere noi stessi l\u2019unica autorit\u00e0 ammissibile nel parlamento interiore, a cosa o chi altri consentiremo di prendere autorevolmente parola? Come riconosceremo l\u2019autorit\u00e0 che concretamente indirizza al buon cambiamento, dal momento che \u2013 lo sappiamo \u2013 si pu\u00f2 anche cambiare peggiorando il proprio profilo umano e la propria condizione?<\/p>\n<p>Quel che possiamo fare \u00e8 anche accertarci del <i>pedigree<\/i>, se cos\u00ec si pu\u00f2 dire, delle diverse autorit\u00e0 che ci interpellano. Da tempo sono sempre pi\u00f9 persuaso che il <i>pedigree<\/i> dell\u2019autorit\u00e0 si chiama <i>tradizione<\/i>: una storia lunga di donne e uomini che hanno acconsentito a lavorare su di s\u00e9 secondo indicazioni costantemente tramandate, ripulite da incrostazioni e verificate nei loro frutti di bene e di crescita, personali e relazionali. Dove manca tradizione e prevale l\u2019improvvisazione non \u00e8 detto che manchi la capacit\u00e0 di scorgere il bene, ma spesso manca proprio quella di scorgere i passi falsi, le illusioni e i processi meno visibili di incubazione del male.<\/p>\n<p>Ad Andrea Grillo e agli altri amici che sono intervenuti affido questa deviazione del dibattito nelle regioni della vita interiore; immagino poi che l\u2019autorit\u00e0 nella Chiesa cattolica, nella misura in cui \u00e8 voce di una Tradizione viva, sia da intendere nel senso di risorsa stabile per l\u2019innovazione personale e sociale secondo il bene prospettato al Vangelo. Ma questo, come diceva Maritain, lo scrivo da <i>research worker<\/i>. (Giovanni Grandi)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; &nbsp; Con questo post, che Giovanni Grandi ha gi\u00e0 pubblicato sul suo blog (https:\/\/www.giovannigrandi.it\/2017\/08\/03\/autenticit%C3%A0-personale-autorit%C3%A0-e-cambiamento) prosegue il dibattito sul rapporto tra teologia e cultura civile: ne emerge una questione non nuova \u2013 quella della autorit\u00e0&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12129"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12129"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12129\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12134,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12129\/revisions\/12134"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12129"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12129"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12129"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}