{"id":12072,"date":"2017-07-23T18:08:45","date_gmt":"2017-07-23T16:08:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12072"},"modified":"2017-07-23T18:08:45","modified_gmt":"2017-07-23T16:08:45","slug":"cultura-civile-e-teologia-8-sapere-civile-e-umano-comune-g-villa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/cultura-civile-e-teologia-8-sapere-civile-e-umano-comune-g-villa\/","title":{"rendered":"Cultura civile e teologia (\/8): Sapere civile e umano comune (G. Villa)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left\" align=\"center\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-11931\" alt=\"Univerit\u00e0\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0-300x220.jpg\" width=\"300\" height=\"220\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0-300x220.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0-1024x754.jpg 1024w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Univerit\u00e0.jpg 1756w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: left\" align=\"center\"><em>Continua il confronto sul rapporto tra sapere accademico italiano e sapere teologico con questo nuovo intervento di Don G. Villa.<\/em><\/p>\n<p align=\"center\"><b>Dal meccanismo formale e svigorito del sapere civile<\/b><\/p>\n<p align=\"center\"><b>all\u2019auspicabile concorso sull\u2019umano comune<\/b><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nel post precedente (il n. 6) ho scritto della teologia come scienza, in quest\u2019altro vorrei proporre alcune riflessioni sulla cultura civile, rimandando alla parte finale del post precedente (6).<\/p>\n<p>La competenza teologica, che G. E. Rusconi dichiara di non avere nel suo libro \u201cLa teologia narrativa di papa Francesco\u201d, non \u00e8 un caso isolato e non si colma rinviando alla necessit\u00e0 che la teologia sia di nuovo introdotta nelle universit\u00e0. La questione \u00e8 pi\u00f9 delicata di quanto appaia, perch\u00e9 la competenza si collega immediatamente alla professionalit\u00e0 \u2012 che matura su quella competenza \u2012, che consente l\u2019identificazione esistenziale. La competenza conoscitiva dunque e la professionalit\u00e0 e identit\u00e0 esistenziale fanno un tutt\u2019uno in un equilibrio che non \u00e8 casuale, ma \u00e8 innescato e portato a maturazione da percorsi formativi propri della modernit\u00e0.<\/p>\n<p><b>1. Diversit\u00e0 del sapere civile e della teologia ieri ed oggi<\/b><\/p>\n<p>a. Si tratta per\u00f2 di una modernit\u00e0 diversa rispetto da quella che port\u00f2 in Italia all\u2019espulsione della teologia dalle Universit\u00e0<a href=\"#sdfootnote1sym\" name=\"sdfootnote1anc\"><sup>1<\/sup><\/a>. Allora il sapere civile e la teologia erano due mondi paralleli e opposti, oggi la deriva contemporanea della secolarizzazione europea ha generato una nuova figura: l\u2019agnosticismo interessato alla religione e indifferente alla fede<a href=\"#sdfootnote2sym\" name=\"sdfootnote2anc\"><sup>2<\/sup><\/a>. L\u2019assetto di questa figura si esprime oggi volentieri nella dichiarazione di &#8220;essere laico&#8221;: e quindi, ovviamente, &#8220;non credente&#8221;. Diversi aspetti di questa &#8220;non credenza&#8221; si distinguono dall\u2019idea moderna di &#8220;incredulit\u00e0&#8221;, che indicava prevalentemente una scelta oppositiva alla fede e la negazione di ogni valore della religione. D\u2019altro canto, essa mostra di considerare problematica non tanto la tradizionale pretesa di &#8220;assolutezza&#8221; dei simboli e delle manifestazioni del &#8220;sacro&#8221;, quanto piuttosto l\u2019idea di una fede che si identifica con l\u2019assolutezza della sua verit\u00e0. Essa esprime di fatto un\u2019intenzionalit\u00e0 disposta a lasciarsi coinvolgere culturalmente ed emotivamente dalla tematica religiosa, ma rimanendo accuratamente a distanza dall\u2019assunzione teorica e pratica di una identit\u00e0 credente.<\/p>\n<p>b. In secondo luogo il sapere civile allora esprimeva lo slancio di una societ\u00e0 in evoluzione verso la democrazia liberale e i processi della industrializzazione, oggi fa i conti con una enfatizzazione del suo potere, al punto di corrodere ed estenuare se stessa. La pagina pi\u00f9 emblematica di questa nuova congiuntura la scrisse Musil negli anni trenta: [&#8230;] \u201c<i>l&#8217;abitante di un paese ha almeno nove caratteri: carattere professionale, carattere nazionale, carattere statale, carattere di classe, carattere geografico, carattere sessuale, carattere conscio, carattere inconscio, e forse anche privato, li riunisce tutti in s\u00e9, ma essi scompongono lui, ed egli non \u00e8 che una piccola conca dilavata di quei rivoli, che v&#8217;entrano dentro e poi tornano a sgorgare fuori per riempire insieme ad altri ruscelletti una conca nuova. Perci\u00f2 ogni abitante della terra ha ancora un decimo carattere, e questo altro non \u00e8 se non la fantasia passiva degli spazi non riempiti; riempiti; esso permette all\u2019uomo tutte le cose meno una: prender sul serio ci\u00f2 che fanno i suoi altri nove caratteri e ci\u00f2 che accade di loro; [&#8230;]<\/i>\u201d<a href=\"#sdfootnote3sym\" name=\"sdfootnote3anc\"><sup>3<\/sup><\/a>. Dunque: l\u2019uomo pu\u00f2 tutte le cose, eccetto quello di prendere sul serio la professione e la sua identit\u00e0.<\/p>\n<p><b>2. I difetti attuali del sapere civile e la loro radice prossima<\/b><\/p>\n<p>I pregi e gli effetti benefici del sapere moderno sono tanti e cospicui, tuttavia i percorsi formativi della competenza, della professionalit\u00e0 e dell\u2019identificazione personale mostrano alla maggior parte oggi la loro carenza.<\/p>\n<p>a. Un primo aspetto riguarda la legittimazione teorica di un sapere formale, grazie al quale si pu\u00f2 interloquire su un argomento con autorevolezza. Ebbene quella giustificazione risiede nei processi stessi con cui si arriva a quella competenza, ma quei processi formativi sono stati istituiti e vengono regolati in proprio dalla omologazione professionale da chi \u00e8 addetto ai lavori. Di rovescio, non \u00e8 possibile intervenire con competenza su una questione che non fa parte della propria professionalit\u00e0. In compenso, \u00e8 possibile intervenire autorevolmente su tutto, purch\u00e9 si dichiari di farlo entro i limiti del punto di vista della propria qualificazione professionale. Il limite sta nella chiusura formale dei processi cognitivi tra le pareti del proprio ambito, estranea ai legami della coscienza effettiva con i temi generali del senso e la mancanza di uno sguardo complessivo sul tutto, sul senso dell\u2019evento nel quale sono coinvolti pi\u00f9 soggetti e circostanze. \u201c<i>Questi limiti rappresentano al presente un prolungamento degenerato del modello humboldtiano di universit\u00e0, un\u2019equivalenza formale di tutti i saperi razionalmente ammessi, autoreferenzialit\u00e0 insindacabile della specializzazione dipartimentale<\/i>\u201d.<\/p>\n<p>b. Alla ristrettezza nel definire i criteri e la valutazione della competenza, corrisponde l\u2019avanzato fenomeno della professionalit\u00e0 che vale nella realt\u00e0 come titolo di identificazione esistenziale. La pratica professionale secondo le proprie competenze sopperisce a quella visione d\u2019insieme che una cultura specialistica registrata intorno ad un sapere di alta sofisticazione analitica e tecnica non ha. Nell\u2019attuale congiuntura \u2012 di alleggerimento del sapere che concerne il senso e di debole riconoscimento pubblico dell\u2019identit\u00e0 umana effettiva (e affettiva) del citoyen \u2012 il peso dell\u2019identificazione professionale \u00e8 destinato a crescere. Questo per\u00f2 non \u00e8 casuale, ma va, al dire di P. Sequeri, secondo l\u2019accezione di professione elaborato da M. Weber: ossia dal \u201c<i>compromesso epistemologico della democrazia formale, che sottrae formalmente ad ogni professione specialistica il potere di istituire i fondamenti del sapere comune, ma sancisce l\u2019inappellabile autoreferenzialit\u00e0 dei suoi principi nella costituzione dell\u2019ethos pubblico del sapere<a href=\"#sdfootnote4sym\" name=\"sdfootnote4anc\"><sup>4<\/sup><\/a><\/i>.<\/p>\n<p><b>3. La situazione di stallo<\/b><\/p>\n<p>La volont\u00e0 condivisa di porre mano a questi difetti \u00e8 frenata dal rischio duplice di cadere nell\u2019ideologia o fondamentalismo oppure nell\u2019anarchia nichilistica. In questa situazione di stallo conta poco reintrodurre di autorit\u00e0 la teologia nelle Universit\u00e0, conta invece affrontare cosa sta a monte. Sequeri affermava a questo proposito che \u201c<i>In questa congiuntura di rischi, il legame fra Universit\u00e0 dei saperi e democrazia dei poteri \u00e8 strettissimo e nevralgico. Metterci mano tocca equilibri assai pi\u00f9 strategici di quelli che appaiono nell\u2019odierno dibattito (si fa per dire) sulla scuola e sulle scuole. Il processo di superamento umanistico della logica universitaria dei dipartimenti, in ogni caso, va anzitutto rigorosamente approfondito e coltivato dentro l\u2019universit\u00e0, non fuori<\/i>\u201d. La fase di stallo attuale favorisce di fatto la logica mercantile ed enfatizza l\u2019<i>Homo consumens<a href=\"#sdfootnote5sym\" name=\"sdfootnote5anc\"><sup>5<\/sup><\/a><\/i>, strappa le briglie al conduttore e agevola il volo libero dello sciame.<\/p>\n<p>Z. Bauman \u00e8 l\u2019esempio pi\u00f9 conosciuto di un intellettuale che argomenta e dibatte sulla \u201c<i>decadenza degli intellettuali<\/i>\u201d<a href=\"#sdfootnote6sym\" name=\"sdfootnote6anc\"><sup>6<\/sup><\/a>, il cui ruolo \u00e8 passato dall\u2019era moderna a quella postmoderna da \u201c<i>legislatore<\/i>\u201d a \u201c<i>interprete<\/i>\u201d. Cos\u00ec, se la modernit\u00e0 era l\u2019era della certezza, la postmodernit\u00e0 \u00e8 quella dell\u2019incertezza. Vi \u00e8 stato in parte un venir meno della fiducia in coloro che in passato teorizzarono la superiorit\u00e0 europea. \u201c<i>L&#8217;atteggiamento pessimistico e difensivo degli intellettuali, che si presenta come la crisi della civilt\u00e0 europea, diventa comprensibile se visto sullo sfondo delle difficolt\u00e0 che gli intellettuali incontrano ogni volta che tentano di svolgere il loro ruolo tradizionale; vale a dire il ruolo che, con l&#8217;avvento dell&#8217;era moderna, essi furono addestrati <\/i>\u2012<i> e si addestrarono <\/i>\u2012<i> a svolgere. Quel che appare alla nostra consapevolezza come la crisi della civilt\u00e0, o il fallimento di un determinato progetto storico, \u00e8 la crisi autentica di un particolare ruolo e la corrispondente esperienza della ridondanza della categoria che si specializz\u00f2 in tale ruolo<a href=\"#sdfootnote7sym\" name=\"sdfootnote7anc\"><sup>7<\/sup><\/a><\/i>. La societ\u00e0 dei consumi, del resto, ha trasformato i valori in merci: \u00e8 il mercato ad assolvere il ruolo di giudice, a imporsi come guida, a creare consenso. Gli intellettuali sono stati derubati del loro territorio e della loro autorit\u00e0. E quello che oggi appare come la crisi della civilt\u00e0, o il suo fallimento, \u00e8 in realt\u00e0, la crisi della classe intellettuale. \u201c<i>Coloro che un tempo scrutavano il mondo come un campo che doveva essere coltivato dall&#8217;Europa, armata com&#8217;era della Ragione, tendono oggi a parlare del progetto \u00abfallito\u00bb o \u00abancora incompiuto\u00bb della modernit\u00e0<\/i>\u201d<a href=\"#sdfootnote8sym\" name=\"sdfootnote8anc\"><sup>8<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p><b>4. Cosa fare al presente?<\/b><\/p>\n<p>Il carattere nevralgico delle implicazioni prevedibili etico-umanistiche di lunga portata della istituzione universitaria deve interpellare responsabilmente anche la coscienza credente dei teologi. I quali, lasciando da parte le inutili teorie del dialogo tra fede e saperi, o di presuntuose ambizioni di una teoria filosofica unificata, si potrebbe, ad esempio, pensare ad una sensibile convergenza dei credenti e non credenti \u2012 ovvero degli uomini di buona volont\u00e0 che sono la maggioranza in entrambi i campi \u2012 \u201c<i>sul progetto della costituzione di connettivi umanistici capaci di mettere in rete ogni ambito di specializzazione universitaria o professionale<\/i>\u201d. I cristiani possono trovare alla duplice eredit\u00e0, di cui ho scritto nel punto 2 de \u201cCultura civile e teologia (\/6): la teologia come scienza\u201d.<\/p>\n<div id=\"sdfootnote1\">\n<p><span style=\"font-size: small\"><a href=\"#sdfootnote1anc\" name=\"sdfootnote1sym\">1<\/a><sup>\u0002<\/sup> Il Ministro della Pubblica Istruzione, Gabrio Casati, assieme al cugino Gabrio Piola (fondatore del Politecnico), in giovent\u00f9 apparteneva a quella generazione che diedero vita in Milano agli oratori, ancor prima di San Giovanni Bosco. Divenuto poi avvocato si trov\u00f2 vicino ai \u201ccristiani liberali\u201d come li chiamava D. De Sanctis. Si veda di G. Barzaghi, Don Bosco e la Chiesa Lombarda, Glossa, 2004, Capitolo V, paragrafo 5, pp. 142-154.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote2\">\n<p><span style=\"font-size: small\"><a href=\"#sdfootnote2anc\" name=\"sdfootnote2sym\">2<\/a><sup>\u0002<\/sup> Questa nuova figura non \u00e8 del tutto nuova nella cultura civile liberale: grazie a B. Croce essa raccoglie ancora numerosi estimatori.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote3\">\n<p><span style=\"font-size: small\"><a href=\"#sdfootnote3anc\" name=\"sdfootnote3sym\">3<\/a><sup>\u0002<\/sup> R. Musil, <i>L\u2019uomo senza qualit\u00e0<\/i>, 1930-1933, cap. 8.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote4\">\n<p><span style=\"font-size: small\"><a href=\"#sdfootnote4anc\" name=\"sdfootnote4sym\">4<\/a><sup>\u0002<\/sup> P. Sequeri, in http:\/\/www2.units.it\/etica\/2001_2\/pepom09.html<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote5\">\n<p><span style=\"font-size: small\"><a href=\"#sdfootnote5anc\" name=\"sdfootnote5sym\">5<\/a><sup>\u0002<\/sup> Z. Bauman, <i>Homo consumens<\/i>. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi.<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote6\">\n<p><span style=\"font-size: small\"><a href=\"#sdfootnote6anc\" name=\"sdfootnote6sym\">6<\/a><sup>\u0002<\/sup> Z. Bauman, \u201c<i>La decadenza degli intellettuali<\/i>\u201d, Bollati Boringhieri<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote7\">\n<p><span style=\"font-size: small\"><a href=\"#sdfootnote7anc\" name=\"sdfootnote7sym\">7<\/a><sup>\u0002<\/sup> Op. cit., p. 143<\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote8\">\n<p><span style=\"font-size: small\"><a href=\"#sdfootnote8anc\" name=\"sdfootnote8sym\">8<\/a><sup>\u0002<\/sup> Op. cit., p. 142<\/span><\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Continua il confronto sul rapporto tra sapere accademico italiano e sapere teologico con questo nuovo intervento di Don G. Villa. 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